Basta salari da fame: le ragioni di un salario minimo

Marta e Simone Fana presentano un estratto del loro libro “Basta Salari da Fame” pubblicato da Laterza. Dopo aver presentato alcuni dati sull’evoluzione del mercato del lavoro italiano, da cui emerge la necessità di porre il tema del livello dei salari e, dunque, della lotta al lavoro povero al centro del dibattito di politica economica, gli autori sostengono che alla base delle tendenze in atto c’è lo squilibrio di potere tra imprese e lavoratori e concludono affermando che la ricomposizione del mondo del lavoro non può prescindere dalla rivendicazione di salari minimi più elevati.

La “proposta di sintesi” dell’OCSE per l’allocazione tra paesi dei profitti della multinazionali: piccoli pregi, grandi perplessità

Mikhail Maslennikov riflette sulla “proposta di sintesi“ del Segretariato OCSE sulla revisione delle regole di allocazione dei profitti di una multinazionale tra i diversi paesi in cui opera. La parziale accettazione da parte del Segretariato del principio della singola entità e del modello di tassazione unitaria, rileva Maslennikov, non permette di considerare la proposta all’altezza degli ambiziosi obiettivi del processo BEPS 2.0; infatti, ha un ambito di applicazione ridotto, è di elevata complessità e aumenta l’ incertezza per contribuenti e amministrazioni fiscali.

L’esclusione socio-economica a Roma

Federico Tomassi presenta alcune evidenze sulle disuguaglianze urbane nella città di Roma, basate sui dati di #mapparoma e relative a diverse dimensioni dell’esclusione socio-economica. Utilizzando l’indice di sviluppo umano municipale, Tomassi mostra come tali dimensioni siano correlate tra loro e sostiene che per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione, l’occupazione e le differenze di genere occorrono non solo alcuni investimenti materiali ma anche ‘investimenti sociali’.

La geografia della mobilità intergenerazionale: evidenze e possibili meccanismi

Francesco Bloise si occupa delle differenze geografiche nella mobilità intergenerazionale all’interno di singoli paesi. Dopo aver mostrato che il grado di mobilità intergenerazionale varia molto tra un’area geografica e l’altra in paesi molto diversi come gli Stati Uniti, il Canada e l’Italia, Bloise sottolinea che le divergenze geografiche nella mobilità intergenerazionale possono dipendere da numerose meccanismi, che potrebbero anche interagire tra di loro e la cui conoscenza può essere importante per definire migliori politiche di contrasto del fenomeno.

Le tante ragioni per continuare a preoccuparsi delle disuguaglianze

Elena Granaglia si confronta con la diffusa tesi secondo cui i veri problemi del nostro paese sono povertà, impoverimento e bassa crescita ma non le disuguaglianze. Dopo una breve disamina dell’andamento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza in Italia, Granaglia sostiene che una politica contro le disuguaglianze è necessaria, in particolare perché può, da un lato, contrastare proprio la povertà e l’impoverimento con effetti benefici sulla crescita (e non solo) e, dall’altro, dare risposta a problemi etici, cruciali per la giustizia sociale.

La tassazione locale dei redditi in Italia e la mobilità dei ricchi

Enrico Rubolino si occupa degli effetti della tassazione locale su redditi, disuguaglianze e mobilità territoriale. Sulla base di un suo recente studio, Rubolino fornisce una chiara evidenza della relazione negativa tra la progressività dell’aliquote locali IRPEF ed il reddito dichiarato, in particolare da parte dei contribuenti che rientrano nell’1% più ricco della distribuzione dei redditi comunali. Rubolino mostra anche che lo spostamento della residenza fiscale verso comuni con aliquote più basse è la principale spiegazione di tale effetto.

Il punto sulla Web Tax

Bruno Bises, in relazione ai problemi fiscali internazionali posti dalla crescente digitalizzazione e dallo sviluppo di attività e servizi di natura prevalentemente o esclusivamente digitale, esamina le iniziative dell’OCSE e dell’Unione Europea per affrontare il problema. Discute, inoltre, l’impegno preso l’8 giugno scorso in Giappone dai paesi del G20 per raggiungere entro il 2020 una soluzione concordata sulla base del “pacchetto” predisposto da OCSE e G20 e osserva che le questioni aperte sono assai rilevanti mentre i tempi previsti sono stretti.

Routinizzazione delle mansioni, compiti sociali sul lavoro e uso del computer: una relazione (apparentemente) contraddittoria

Martina Bisello, richiamando i principali risultati di una ricerca condotta da Eurofound e dal Centro comune di ricerca della Commissione Europea, sostiene che i computer, da un lato, facilitano l’automazione di alcune mansioni, in particolare quelle più routinarie, favorendo indirettamente la crescita occupazionale in lavori che richiedono più interazione sociale ma, dall’altro, influenzano l’organizzazione del lavoro, standardizzando le procedure e facilitando nuove forme di fornitura di servizi che non richiedono necessariamente il contatto diretto con i clienti.

Se il lavoro arretra. Conseguenze, forse trascurate, sui sistemi di welfare

Maurizio Franzini e Michele Raitano sostengono che nella costruzione degli assetti istituzionali che condizionano il funzionamento dei sistemi economici, e non soltanto, si sono implicitamente assunte condizioni sulle caratteristiche e le tendenze della disuguaglianza che non trovano riscontro nella realtà contemporanea. In particolare, essi sostengono che la caduta della quota di reddito che va al lavoro e la crescita delle disuguaglianze nei redditi da lavoro confliggono con il disegno dei sistemi di welfare e pongono problemi diversi da quelli di cui normalmente si discute.

Il capitalismo immateriale e l’ascesa della ‘info-plutocrazia’

Stefano Quintarelli propone alcune delle tesi principali contenute nel suo recente volume ‘Capitalismo immateriale’ che analizza le conseguenze sociali ed economiche dell’espandersi della dimensione immateriale dei processi produttivi. In particolare, Quintarelli sostiene che al tradizionale conflitto tra capitale e lavoro si possa sostituire quello tra capitale e lavoro, da un lato, e informazione, dall’altro e avanza anche alcune riflessioni sulle possibili vie di uscita politiche dai rischi del capitalismo immateriale.