L’universalismo: l’araba fenice dello stato sociale italiano?

Elena Granaglia ricostruisce alcune delle principali misure di politica sociale varate nel corso della XVII legislatura e mostra come esse continuino a essere afflitte da uno storico limite del nostro stato sociale: la categorialità – cioè la scelta di circoscrivere l’accesso a determinate prestazioni a un sotto-gruppo di soggetti identificati sulla base di variabili diverse dal solo bisogno – che genera iniquità orizzontali e verticali. Granaglia sostiene che occorre imboccare finalmente la strada di un universalismo ben disegnato.

Occorre più Europa. Quale Europa? La sfida del prossimo governo italiano

Roberto Tamborini si chiede se l’Europa avrà il posto che merita nei programmi delle forze politiche per le elezioni del 4 marzo. A suo parere difficilmente sarà così; di Europa si parlerà poco e male, come al solito, soprattutto perché nessuna delle forze in campo sembra essere consapevole della reale posta in gioco. Tamborini ricorda che nel 2018 si avvierà il processo di riforma delle istituzioni europee dal cui esito dipende il futuro dell’Italia in Europa e propone una breve guida per capire la sfida più importante del prossimo governo italiano.

Dentro il lavoro: qualità del lavoro, pratiche organizzative e risultati d’impresa

Tiziana Canal e Valentina Gualtieri analizzano i dati provenienti dalla IV indagine sulla qualità del lavoro dell’Inapp rivolta ai datori di lavoro per verificare l’esistenza di una relazione tra pratiche organizzative partecipative, performance d’impresa e propensione all’innovazione. Canal e Gualtieri mostrano che l’adozione di modelli di organizzazione del lavoro che coinvolgono e valorizzano il lavoratore non garantisce soltanto una maggiore qualità del lavoro, ma presenta anche vantaggi per i datori di lavoro.

Presente e futuro delle seconde generazioni fra integrazione e riconoscimento giuridico

Roberta Ricucci osserva che il recente dibattito sulla revisione della legge sulla cittadinanza n. 91/92 ha richiamato l’attenzione sui figli dell’immigrazione e sul loro rapporto con l’Italia, di cui spesso si sentono parte, ma di fatto sono stranieri. Dopo aver avanzato alcune riflessioni sulle seconde generazioni e sul significato di essere “cittadini senza cittadinanza” Ricucci sostiene che mentre l’accento è posto sempre su (presunte) inconciliabili differenze, di fatto, le similitudini fra cittadini italiani e non sono molteplici.

Gli italiani di origine straniera nella percezione degli studenti della Sapienza

Eugenio Levi e Rama Dasi Mariani riportano i risultati di un questionario sui problemi dei ragazzi di origine straniera, sulle politiche per superarli e sulla percezione della loro identità diffuso fra gli studenti della Sapienza in occasione del Convegno sul tema organizzato dalla Facoltà di Economia e da “Etica e Economia”. Levi e Mariani illustrano in particolare le molte similitudini e le poche diversità presenti nelle risposte degli studenti di origine italiana e straniera. Tra queste ultime vi è quella sull’identità dei ragazzi di origine straniera, che gli italiani tendono a definire sulla base di una concezione restrittiva di identità nazionale. Gli autori concludono che questa conflittualità latente sull’identità può rappresentare un fallimento nell’integrazione e che bisognerebbe superare la trappola del discorso sull’identità.

Cambiamento tecnologico, mansioni e occupazione

Roberto Quaranta, Valentina Gualtieri e Dario Guarascio si occupano del rapporto tra cambiamento tecnologico, mansioni, e occupazione in Italia e nel Mezzogiorno. Gli autori classificano le mansioni in base al loro grado di routinarietà (connessa ad attività manuali) e di non-routinarietà (legata ad attività di natura cognitiva) ed esaminando le 20 professioni che nel periodo 2011-2016 hanno subito le maggiori variazioni in aumento o diminuzione, concludono che vi sono rilevanti interazioni tra l’andamento dell’occupazione ed il grado di routinarietà della mansioni.

Azione volontaria fra dinamismo e scelte legislative in chiaroscuro

Ugo Ascoli e Emmanuele Pavolini si occupano di volontariato, uno dei fenomeni più dinamici ed interessanti di partecipazione socio-politica. Dopo averne illustrato i caratteri di fondo e le trasformazioni in atto, sostengono che da un attento esame del mondo del volontariato risulta confutata l’idea che vi sia una crisi della partecipazione socio-politica, anche se permangono alcune preoccupanti criticità. La loro conclusione è che la riforma del Terzo Settore, di cui offrono una prima valutazione, rischia di danneggiare più che aiutare una vasta parte di tale mondo.

Social Impact Bond e finanziarizzazione dei programmi sociali

Luca Salmieri analizza le opportunità e i rischi connessi all’eventuale introduzione nel sistema italiano di welfare dei Social Investment Bond. Salmieri dopo aver ricordato che tali strumenti finanziari si stanno difendendo nel welfare anglosassone e che attraverso di essi si spera di rendere la spesa pubblica più efficiente e di soddisfare i bisogni sociali dei più svantaggiati, sostiene che essi potrebbero condurre a una maggiore selettività delle politiche sociali e a un’ulteriore riduzione delle responsabilità e dell’operatività dei soggetti pubblici.

Giulio Regeni: le ragioni etiche e scientifiche di una ricerca difficile

Pubblichiamo la traduzione del discorso che William Brown ha tenuto alla LSE in occasione di un incontro in memoria di Giulio Regeni. Brown ricorda quale fosse il progetto di Giulio e la metodologia che intendeva adottare; sottolinea l’importanza delle ricerche sul campo per le scienze sociali e per la costruzione della democrazia e sostiene che la morte di Giulio non sarebbe soltanto una tragedia personale se frenasse i ricercatori dal compiere il proprio lavoro sul campo. Anche tenendo conto di questo il dottorato congiunto in economia delle Università di Firenze, Pisa e Siena ha proposto di attribuire a Giulio Regeni il titolo di Dottore di Ricerca.

Il capitalismo italiano fra ibridi istituzionali e nuovi ibridi tecnologici

Maria Alessandra Rossi sostiene che l’evoluzione verso tecnologie ‘ibride’ – che applicano le ICT alla sfera della materialità – e l’aumentata pervasività di intangibili e diritti di proprietà intellettuale, sono rilevanti per il dibattito sulla riforma del capitalismo italiano. A suo parere questi sviluppi, che hanno mutato i modelli ‘puri’ di capitalismo (statunitense e tedesco) potrebbero, con politiche adeguate, essere funzionali alla valorizzare di alcuni connotati naturali italiani, generando incrementi di produttività e valore aggiunto anche nei settori tradizionali.