Rubriche Resoconti

Precari e Capitale

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Massimo De Minicis riflette sulla natura del lavoro nell’epoca delle piattaforme digitali e sulla sua difficile classificazione come lavoro autonomo o subordinato. Riprendendo alcune antiche suggestioni di Alain Supiot e Mario Tronti, De Minicis sostiene che la differenza tra le due tipologie di lavoro consiste più che nella presenza di forme di eterodirezione nell’esecuzione della mansione nelle caratteristiche delle cooperazione produttiva del lavoratore in un’organizzazione collettiva del lavoro (Labour platform) concepita da altri e per altri.

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Bagliori di Sapienza pratica ci colgono e ci coglieranno ancora

in questo lungo tramonto a cui è condannata la scienza dei padroni …

(Mario Tronti, Operai e Capitale, 1966 )

 

Dalla fine degli anni ’70 la sempre maggiore tecnologizzazione della produzione ed il rinnovamento dell’organizzazione scientifica del lavoro rappresentano gli assi strategici della nuova organizzazione della produzione. Si realizza, così, un processo di scomposizione dello spazio e del tempo produttivo, assicurando una perfetta coincidenza tra aumento della produttività e contenimento della pressione salariale.

Come evidenziato nelle edizioni del Global Salary Report, la crescita media dei salari è stata inferiore rispetto alla crescita della produttività media dei lavoratori sin dai primi anni ’80 in diverse grandi economie sviluppate (ILO, Global Wage Report, 2016/2017, Wage inequality in the workplace). Le forme di determinazione ultime di questo nuovo modello organizzativo sono ben rappresentate nella Gig-economy. “Forms of work in the “gig-economy” include “crowdwork”, and “work-on-demand via apps”, under which the demand and supply of working activities is matched online or via mobile apps” (ILO, The rise of the «just-in-time workforce»: On-demand work, crowdwork and labour protection in the «gig-economy, De Stefano, 2016). Nella Digital Economy l’interazione produttiva si realizza oltre il terreno costitutivo dei luoghi produttivi, ormai in buona misura destrutturati e delocalizzati e avviene all’interno di piattaforme lavorative virtuali ordinate secondo strutture di reti e informazioni tecnologiche. “Le piattaforme digitali di socializzazione del Lavoro forniscono i luoghi virtuali, dove le imprese finanziarie entrano direttamente in contatto con i clienti, costruiscono dinamiche di interazione e controllo dei lavoratori, senza limiti spaziali o temporali” (Farrel e Greig, The Online Platform Economy. Big Data on Income Volatility, 2016).

Come per la produzione socializzata operaia (Tronti, Operai e Capitale,1966), anche in questo caso, la cooperazione produttiva avviene unicamente negli spazi organizzativi offerti dal capitale “Si tratta di un concetto totalmente diverso dalla sharing economy: l’unico elemento in comune è spesso l’utilizzo di piattaforme tecnologiche per mettere in contatto gli utenti. Nella Gig-economy, tuttavia, quella dove operano realtà come Uber, TaskRabbit, Foodora o Deliveroo, non c’è alcuno scambio “alla pari”: queste società offrono dei servizi ai consumatori attraverso una rete di lavoratori che viene coordinata anche tramite sistemi informatici” (De Stefano e Berg, Menabò n.63).

Appare evidente come in tale contesto, si attivi una forma di cooperazione produttiva che perde alcuni tratti tipici della narrazione dell’Operaio Sociale trontiano del capitalismo avanzato (Tronti, 1966), una alta concentrazione di forza lavoro in un tempo ed uno spazio fisico comune, mantenendone, invece, intatti altri come la univoca finalità produttrice, il coordinamento di una stessa impresa e una interazione esistente unicamente per la riproduzione di capitale, sottoposta a forme di controllo e valutazione “Nelle labour platform vi è una concreta possibilità per le imprese di disattivare i lavoratori entrati e di controllarne modi e modalità di lavoro a partire dalla piattaforma e dal relativo algoritmo di controllo che incide sul rating reputazionale” (De Angelis, Il processo di gratuitizzazione del lavoro: il caso dei voucher, 2017).

In questa nuova dimensione, il livello di produzione risulta ampliato dal numero sempre maggiore di condivisione di informazioni e prestazioni. In tale sistema capace di estendersi dalla fabbrica alla società, si perdono, però, le caratteristiche di centralità e protagonismo della forza lavoro socializzante operaia sviluppate dalla fine degli anni ’60 (Butera e De Witt, Valorizzare il lavoro per rilanciare l’impresa, 2011). In tal senso, è significativa la definizione che il capitale finanziario utilizza per questa nuova forza lavoro cooperante: indipendenti ed autonomi lavoratori (De Stefano, 2016), edificando il lavoro precario delle labour platform a lavoro imprenditoriale.

In un documento ottenuto dal Guardian, Deliveroo afferma che i suoi corrieri dovrebbero sempre essere chiamati fornitori indipendenti – autonomi appaltatori piuttosto che dipendenti. I modelli di business di aziende di economia digitale finanziaria come Deliveroo e Uber si basano, quindi, sul presunto utilizzo di migliaia di piccoli imprenditori autonomi, piuttosto che di workers – una strategia organizzativa e comunicativa che permette di risparmiare costi enormi in termini di salario, stipendi e tasse. Studi recenti (ILO, The future of work, 2016) hanno dimostrato, inoltre, come i lavoratori della economia digitale, tendono ad essere più poveri economicamente rispetto al resto del lavoro salariato e meno tutelati.

Tali lavoratori sono, così, spesso soggetti a fenomeni di Misclassification. L’errata classificazione, frutto del processo descritto di edificazione del lavoro precario a lavoro indipendente, sottopone, la forza lavoro ad una serie di situazioni sfavorevoli come l’assenza di salario minimo, la mancanza di protezioni contro le leggi anti-discriminazione e anti-ritorsione, la perdita di risarcimenti in caso di infortunio sul lavoro, l’assenza di assicurazione contro la disoccupazione e nessuna protezione sanitaria e di sicurezza sul posto di lavoro, oltre alla perdita di una serie di benefici offerti dal datore di lavoro.

Questo fenomeno, che si presenta in maniera molto estesa negli Stati Uniti, ha spinto il governo federale a intervenire, con una importante campagna di sensibilizzazione rivolta ai lavoratori della economia digitale. Nella tensione interpretativa del lavoro extra-flessibile, tra lavoro precario e lavoro autonomo, sembra, così, riproporsi, una tradizionale dinamica conflittuale capitale – lavoro. “È il ritorno del lavoro come merce nella sua forma peggiore: capitalismo piattaforma” (Lobo, The secret to the Uber economy is wealth inequality, 2014). Le nuove dimensioni assunte dal lavoro cooperativo salariato nell’economia digitale, necessitano, quindi, di nuovi spazi cognitivi per interpretarne realisticamente la sua natura “da almeno tre decenni, la rivoluzione industriale pone il diritto del lavoro di fronte a problemi nuovi, che toccano, anzitutto, la questione della qualificazione del rapporto di lavoro, ovvero della distinzione tra lavoro autonomo e subordinato. Nasce con il caso scuola dei pony express, gli antenati dei fattorini di Foodora, il problema di trovare linguaggi e, soprattutto, tutele in grado di abbracciare il lavoro nelle sue nuove forme espressive” (Corazza, Menabò n. 63).

Un percorso conoscitivo originale per fornirci utili suggestioni teoriche nell’individuare il confine tra lavoro indipendente e lavoro dipendente nella economia cooperativa può essere rintracciato nella riscoperta della teorizzazione trontiana della socializzazione produttiva e nella illuminante intuizione di Supiot (Il futuro del lavoro,1999) dell’allargamento della nozione giuridica di lavoro subordinato non solo nella presenza di eterodirezione, ma anche nelle caratteristiche assunte dalla cooperazione produttiva esercitata dal lavoratore. Se tale cooperazione avviene in una organizzazione collettiva del lavoro concepita da e per altri, finalizzata alla produzione di plus-valore, il lavoratore è indubbiamente salariato, quando la forza lavoro si presenta socializzata nelle sue funzioni produttive c’è già stata produzione di capitale (Tronti, 1966). Definire questa cooperazione produttiva, anche se fortemente flessibile, lavoro autonomo e indipendente, oltre a rappresentare, come abbiamo visto, un evidente vantaggio economico per le imprese finanziarie (misclassification), presenta anche, un ulteriore effetto per il capitale finanziario. Nella relazione contradditoria tra capitale e lavoro viene attivato un processo culturale di confutazione della esistenza del secondo dei due termini considerati, eludendo, così, qualsiasi ipotesi di tipo compromissorio tra i due interessi contrastanti (profitto – salario).

In conclusione, la figura introdotta da Tronti dell’operaio sociale e le forme di produzione collettiva descritte da Supiot ci consentono di isolare una dinamica innovativa per il capitalismo contemporaneo, la produzione mediante continui momenti di interazione comunicativa ed emotiva della forza lavoro all’interno di uno spazio offerto dal capitale. Nelle nuove organizzazioni produttive animate dall’operaio sociale degli anni ’60/70, le Isole di produzione, i Workgroups, le UMI (unità di montaggio integrate) si compiono continui processi cooperativi di condivisione di conoscenze e competenze. Viene, così, amplificato il senso di comunità e l’impegno verso un comune obiettivo produttivo (Butera e De Witt, 2011). Da quel momento la socializzazione della forza lavoro, diviene un elemento essenziale per la produzione capitalistica. Fino ad arrivare all’ultimo stadio della sua evoluzione, in cui la cooperazione e la condivisione per la produzione di merci e servizi esce dai luoghi produttivi e si attesta mediante spazi virtuali nella società, senza luoghi e orari predefiniti, costantemente sussunta nella riproduzione capitalistica. In questa forma si ottiene il maggior vantaggio per il capitale finanziario, una cooperazione produttiva rafforzata, senza centralità, concentrazione e auto-riconoscimento del mondo del lavoro. Tale scenario apre una profonda riflessione sulla necessità di prevedere un insieme di diritti e tutele minime per i worker che la realizzano, che più come imprenditori padroni di sé stessi si contraddistinguono come forza lavoro fortemente precarizzata e frammentata. Il primo passo da compiere è, quindi, quello di promuovere il riconoscimento e la dignità di lavoro a tali forme di cooperazione produttiva, per evitare il rischio di incorrere in processi di mercificazione degli individui che queste pratiche possono comportare “Before the Internet, it would be really difficult to find someone, sit them down for ten minutes and get them to work for you, and then fire them after those ten minutes. But with technology, you can actually find them, pay them the tiny amount of money, and then get rid of them when you don’t need them anymore.” (Marvit, How Crowdworkers Became the Ghosts in the Digital Machine, 2014)

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