Rubriche Contrappunti

L’approccio del Centro Studi della Confindustria alla simulazione degli effetti di shock politici

Massimiliano Tancioni analizza le ultime previsioni del Centro Studi della Confindustria, che presentano la novità di simulare gli effetti macroeconomici di shock politici: in particolare, Brexit e eventuale vittoria del "no" al referendum costituzionale. Oltre ad evidenziare l'opacità e il carattere piuttosto estremo di alcune ipotesi sulle esogene del modello, Tancioni rileva un elemento di distinzione rispetto all'approccio standard alla simulazione di simili eventi: l'assenza di analisi di sensibilità alle ipotesi, ossia la verifica di scenari alternativi.

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Una prassi molto diffusa, tra i produttori di previsioni economiche, è quella di tendere a non discostarsi troppo, attraverso la calibrazione dei modelli, dalle previsioni effettuate dalle principali istituzioni internazionali (FMI, OECD). Evidentemente c’è un’asimmetria nella valutazione dell’errore di previsione: meglio sbagliare, magari di molto, in compagnia, che non commettere errori in solitario.

Ciò avviene con più frequenza nelle fasi di forte incertezza, forse per la duplice consapevolezza che gli intervalli di confidenza tendono ad allargarsi e che il consumatore di previsioni facilmente  trascura questa circostanza. “Nascondersi” appare essere la strategia meno rischiosa.

Questa tendenza a convergere alle aspettative di altri in genere non caratterizza le previsioni prodotte dai Governi, per motivi alquanto ovvi: su di esse vengono costruiti gli andamenti attesi di finanza pubblica, il che suggerisce una certa dose di ottimismo macroeconomico, per non stringere troppo le cinghie del finanziamento della spesa e compromettere il consenso politico.

C’è un altro motivo che può indurre i governi ad errare sistematicamente in eccesso: la convinzione o speranza che una previsione ottimistica, se creduta, possa auto realizzarsi attraverso il meccanismo delle aspettative.

Quindi le previsioni macroeconomiche possono essere e sono manipolate? Per certi versi si, specialmente se tali previsioni vengono effettuate attraverso modelli in cui, per necessità di approccio, è necessario costruire andamenti tendenziali per le esogene, ossia per quelle variabili che non dipendono dalle grandezze economiche in esso esplicitamente rappresentate in relazioni matematiche stimabili.

E’ sulla definizione dell’andamento atteso di tali variabili che spesso si gioca l’ottimismo o il pessimismo di una previsione. Per i previsori domestici, un ruolo chiave è giocato dalla definizione dell’evoluzione attesa delle grandezze macroeconomiche e monetarie del settore estero, assunte esogene in virtù dell’ipotesi di piccola economia aperta. Una prassi alquanto consolidata è quella di prendere a riferimento le previsioni delle principali istituzioni internazionali, o una media di queste.

La pubblicazione degli scenari economici del Centro Studi Confindustria di giugno 2016 (CSC, 2016, n. 26), ed in particolare la sua presentazione da parte del Direttore, Luca Paolazzi, ha introdotto un elemento di forte novità nel panorama della previsione macroeconomica: la quantificazione degli effetti di shock politici. Il focus è sul Brexit e sul referendum costituzionale.

Brexit. Secondo il CSC, il Brexit costerebbe alla macroeconomia italiana circa 0,2 punti di PIL nel 2016, che  crescono a circa 0,6 nel 2017 per tornare a circa 0,3 nel 2018.

Questo dato stupisce, se non altro se si considerano e confrontano la dimensione dell’impatto atteso sul PIL del Regno Unito (-0,4, -1,2 e -0,8, rispettivamente per il 2016, 2017 e 2018) e quella del commercio bilaterale con l’Italia. Le importazioni dall’Italia (ossia le nostre esportazioni verso l’Inghilterra), secondo l’Office for National Statistics, ammontano a poco più di un punto percentuale di PIL inglese (poco più del 5,4% del nostro export è diretto al Regno Unito), il che significa che l’impatto atteso dal CSC per il prodotto italiano non può essere spiegato, se non in minima parte, dalla contrazione macroeconomica inglese.

Esso sconta necessariamente altri fattori sfavorevoli, e precisamente–secondo il rapporto del CSC – il canale commerciale diretto ed indiretto, quello valutario, quello finanziario e creditizio e quello delle aspettative (fiducia). Scorrendo il testo, ci si accorge che un ruolo fondamentale sembra essere giocato da una esogena, precisamente la dinamica del commercio globale.

Secondo il CSC, per effetto del Brexit il commercio globale aumenterà solo dello 0,8% nel 2016 (+2,5% nella previsione di dicembre) e del 2% nel 2017 (+3% nella previsione di dicembre).Alle elasticità dell’export italiano generalmente stimate, tale contrazione spiega pressoché interamente la contrazione di PIL attesa per l’Italia.

E’ utile sottolineare che la media delle previsioni FMI e OCSE per il commercio mondiale puntano ad un +2,5% e +3,4%, rispettivamente per il 2016 e il 2017.

La dimensione delle variazioni attese connesse al Brexit, per gli altri canali,non è specificata nei documenti del CSC. Eppure il CSC è molto preciso nel quantificarne gli effetti complessivi: “per il biennio 2016-17, -0,6 di PIL, -81 mila occupati, -154 euro reddito pro-capite, +113 mila poveri”. E aggiunge: “Sono stime prudenziali, che non incorporano alcune variabili qualitative, e il bilancio finale potrebbe risultare peggiore.”

Referendum costituzionale.Se gli effetti dello shock politico estero sono attesi essere così forti, non stupisce che quelli dell’eventuale shock politico domestico lo siano ancora di più.

La vittoria del “no” causerebbe, secondo il CSC, “caos politico”, il che si tradurrebbe nelle seguenti variazioni di grandezze e parametri macroeconomici: aumento di 300 punti base del costo del servizio sui titoli a 10 anni; “difficoltà” di collocamento (non quantificato nei documenti); fuga di capitali dal paese (non quantificato nei documenti); -1% di propensione al consumo (per effetto crollo di fiducia); svalutazione dell’Euro (non quantificato).

Per effetto della variazione di tali esogene, il PIL si contrarrebbe dello 0,7% nel 2017, dell’1,2% nel 2018, per poi virare in positivo nel 2019 (+0,2). Rispetto ad uno scenario tendenziale (leggi: vittoria del si, dato che il referendum si fa), si tratta di una contrazione cumulata pari a circa 4 punti di PIL. La contrazione cumulata dell’investimento privato al 2019, rispetto allo scenario “vittoria del si”, sarebbe di circa 17 punti percentuali. Tutto ciò significherebbe, per il CSC e all’orizzonte 2019, una contrazione di reddito pro-capite pari a 589 euro, un aumento di poveri pari a 530 mila unità, circa 600 mila occupati in meno, un aumento di circa 12 punti percentuali nel rapporto tra debito pubblico e PIL (deficit al 4%).

Non c’è modo, ad oggi, di dire quanto sia “scientifica” tale previsione, poiché gli andamenti delle esogene non sono del tutto specificati, né chi scrive conosce la struttura del modello e la validità delle stime dei suoi parametri.

Ciò che comunque colpisce è la volontà del CSC, o molto più probabilmente della Confindustria, di deviare dalla prassi prima richiamata, quella di convergere alle stime di altri. Ciò potrebbe però far sorgere il dubbio che il coraggio mostrato nel “non nascondersi” dietro ai previsori istituzionali internazionali celi un’ambizione molto meno coraggiosa: quella di allinearsi al governo, o meglio alla linea dei sostenitori del referendum istituzionale, servendosi dell’arma del ricatto macroeconomico.

Che tale previsione possa essere più il risultato di un atto di allineamento politico che non di un esercizio scientifico emerge dall’unicità (nonché dall’opacità) dello scenario adottato per tradurre lo shock politico in variazioni delle esogene. Ammesso che ciò sia ragionevolmente possibile (chi scrive ne dubita su un piano strettamente metodologico, oltre che deontologico), una linea ammissibile sul piano scientifico sarebbe quella di mostrare la sensibilità dei risultati del modello a diverse calibrazioni delle esogene e dei suoi parametri di interesse, ossia impostare un set di simulazioni di scenario. E’ difficile credere che il CSC, a differenza di altri previsori, abbia idee così chiare da ritenere superfluo produrre informazione su questi aspetti.

Che il CSC abbia fatto un utilizzo politico del suo modello macroeconometrico è solo una possibilità, ma le sue predizioni potranno essere messe sul banco di prova a breve: con le statistiche sulla dinamica del commercio internazionale, già allo scadere del 2016, e nel caso di una vittoria del “no” al referendum, con l’andamento del costo del servizio del debito, dei consumi e del prodotto allo scadere del 2017.

Se non le intenzioni politiche, potremo allora verificare la scientificità dello “strano metodo” di simulazione degli shock politici adottato dal CSC. Per memoria, riproduciamo sotto una rassegna delle previsioni di CSC, e il confronto con quelle di altri previsori.

Previsioni macroeconomiche a confronto – Commercio globale e PIL (variaz. %)

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* (Modello NOEM-DSGE sviluppato per il Dipartimento di Economia e Diritto, Sapienza Università di Roma – Bequiraj e Tancioni, 2014)

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