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FraGRa si soffermano sui complessi rapporti tra concorrenza e disuguaglianza nei redditi e ricordano che una più intensa concorrenza può accrescere la dispersione salariale per effetto del maggiore rendimento che essa assicurerebbe al capitale umano. Per questo motivo la crescente disuguaglianza potrebbe essere considerata meritocratica. D’altro lato, però, la debole concorrenza favorisce formarsi di rendite – ben poco meritocratiche - nella parte alta della distribuzione. Gli autori ritengono che questa forma di aggravamento delle disuguaglianze sia divenuto più importante negli anni recenti.

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Michele Grillo reinterpreta la politica antitrust alla luce della preoccupazione costante di combinare libertà individuale ed efficienza sociale che richiede a un’Autorità antitrust di amministrare le norme sui divieti di intese e di abusi. La crescente attenzione per l’attività di advocacy nei confronti dei poteri legislativo ed esecutivo, per sollecitarli a provvedimenti di promozione della concorrenza rischia, però, di indebolire questo disegno e di assimilare un’Autorità antitrust a un soggetto politico, che ha nella produzione di consenso un ben diverso obiettivo e metro di successo.

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Andrea Pezzoli e Alessandra Tonazzi muovono dalla considerazione che la concorrenza è rilevante per l’equità per diversi motivi e non solo perché determina “perdenti”. In particolare, essi sottolineano come le restrizioni alla concorrenza possano danneggiare i più poveri, per i loro effetti sui beni e servizi di prima necessità. La presenza di rendite monopolistiche distribuite “consociativamente” complica, però, il quadro e per farvi fronte, secondo gli autori, si rendono necessarie nuove forme di assicurazione sociale costruite valorizzando il legame positivo tra mercato e welfare.

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Nadia Urbinati, dopo avere ricordato che la crisi ha allargato le distanze tra ricchi e poveri si interroga sul rapporto tra democrazia e disuguaglianza. Urbinati sostiene che con la creazione della classe media è stato neutralizzato il pericolo che i poveri si ribellassero alla democrazia e avanza la tesi che oggi a minacciare, in modi diversi, l’ordine democratico potrebbero essere proprio i ricchi. Si darebbe, così, il caso che la democrazia debba preoccuparsi proprio di coloro ai quali assicura più vantaggi, che per questo possono essere considerati suoi subdoli amici.

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Alfio Mastropaolo torna sul tema della crisi dei partiti trattato nei precedenti numeri del Menabò con un articolo di cui qui viene pubblicata la prima parte. Mastropaolo muove dalla considerazione che i partiti sono istituzioni rappresentative che traggono la propria legittimità dal farsi portavoce di un gruppo più o meno stabile di cittadini e si sofferma sulla ambivalente collocazione dei partiti tra rappresentanza e partecipazione. Da questa prospettiva, Mastropaolo individua alcune possibili ragioni della metamorfosi dei partiti e ne valuta la plausibilità.

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Cronache italiane

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Sebastiano Bagnara, Giacinto Matarazzo e Cosimo Dolente analizzano i risultati che emergono dalla recente ricerca “Internet@Italia 2013” condotta dall’Istat e dalla Fondazione Ugo Bordoni soffermandosi sulle divisioni che Internet determina nella popolazione italiana. In particolare, essi sottolineano come Internet scavi solchi profondi nel tessuto economico e sociale del paese e allarghi le distanze non solo tra generazioni e territori ma anche tra comparti della Pubblica Amministrazione. Questa segmentazione, sostengono gli autori, rende necessaria un’efficace strategia di policy.

Contrappunti

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Vincenzo Carrieri si misura con uno dei più ricorrenti refrain, quello secondo cui in Italia "si spendono troppi soldi per la sanità". Esaminando i dati relativi alla spesa sanitaria nel nostro paese e confrontandoli con quelli degli altri paesi dell’OCSE, Carrieri dimostra come pur spendendo molto, l'Italia non spende troppo per la sanità, anzi spende meno della media dei paesi OCSE ed anche meno di molti paesi partner Europei.

Territori lontani in movimento

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Michele Raitano, dopo aver segnalato come in USA le recenti ottime performance macroeconomiche si accompagnino ad un'ulteriore crescita della diseguaglianza, racconta lo sviluppo del "rent to own" - uno strumento che la grande distribuzione americana ha pensato per permettere di acquistare beni durevoli anche alle fasce di popolazione meno abbienti che non possono accedere al credito - e sottolinea come lo sviluppo del "rent to own" presenti aspetti particolarmente problematici che possono determinare un ulteriore peggioramento della diseguaglianza.
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