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Torniamo a studiare i classici

Gianluigi Coppola prendendo spunto dal conferimento del Nobel per l’economia a Thaler, pone in evidenza i legami originariamente esistenti tra scienza economica e filosofia e sostiene che il pensiero neoclassico affermatosi nella seconda metà del secolo scorso ci ha riportato alla filosofia dei presocratici nella cui visione l'uomo è un atomo, una realtà indivisibile e quel che accade al suo interno è dato e irrilevante ai fini dell’analisi economica. Coppola conclude la sua riflessione suggerendo di riscoprire gli economisti classici.

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Il conferimento nel 2017 del premio Nobel per l’economia a Richard Thaler, economista comportamentale, e nel 2002 a Daniel Kahneman, psicologo, unitamente alla crisi che la scienza economica sta vivendo per non aver previsto la recente crisi economica, hanno aperto un dibattito sui fondamenti metodologici della scienza economica stessa, sempre più basata su analisi di tipo quantitativo e sullo sviluppo di tecniche e di strumenti previsivi.

Al fine di dare un piccolo contributo a tale dibattito, mi sia consentito di compiere un volo pindarico e di ritornare nell’alveo del pensiero filosofico dell’antica Grecia che per la prima volta nella storia, secondo Emanuele Severino, ha concepito il divenire come il nascere e il morire, in contrapposizione al niente, e cercando il vero Senso del mondo, si è posto come previsione suprema che libera dall’angoscia e rende sopportabile il dolore (E. Severino, La filosofia antica e medioevale, 2010).

In tale contesto l’uomo ha incominciato, quindi, a cercare in modo incessante risposte, prima mitologiche e poi filosofiche, che gli consentissero di proteggersi ed isolarsi da tale turbinoso divenire ovvero da una realtà in continua evoluzione (la natura, physis) che può essere fonte di dolore. Ha ipotizzato altresì l’esistenza di un ordine dell’universo (Kósmos) cercandone la causa prima (arché), e, cosa non meno importante, ha provato a conquistare un ruolo di dominio sulla natura.

Ha cercato poi di trovare delle dimensioni in cui il divenire fosse assente, sia all’interno della natura stessa, sia al di là di essa (la metafisica). Nel primo caso l’uomo ha elaborato il concetto di equilibrio, ossia la possibile esistenza di condizioni per le quali forze contrapposte e in conflitto tra loro (pólemos), si controbilanciano e si annullano, anche se momentaneamente, sia nella sua stessa dimensione interiore (anima – psyché), sia nella comunità (pólis) di cui esso è parte.

Proprio la psyché diventa con Socrate la sede dell’intelligenza, della conoscenza e dei valori morali, e quindi il carattere etico e la personalità dell’uomo. Questa nuova concezione dell’anima da parte di Socrate rappresenta, per Giovanni Reale, una conquista irreversibile della storia spirituale dell’Occidente (G. Reale, D. Antiseri, Storia della filosofia, vol. 1, 2009)

In Platone la dimensione interiore (psyché) è strettamente connessa alla dimensione esterna (pólis), attraverso la teorizzazione dell’esistenza di un parallelismo tra gli equilibri che si determinano all’interno dell’anima, intesa – diversamente che in Pitagora – non più come una realtà indivisibile, e quelli all’interno della comunità: così come nell’anima, coesistono una pluralità di pulsioni che devono controbilanciarsi al fine di raggiungere un sano equilibrio psichico, anche nella pólis, i gruppi sociali che la compongono devono trovare un equilibrio tale da garantire una società giusta e quindi felice.

Successivamente anche Aristotele legherà l’etica alla politica assegnando alla prima un ruolo propedeutico rispetto alla seconda. La scienza economica nascerà proprio dall’etica, prima con Antonio Genovesi e poi con Adam Smith, ma poi se ne distaccherà al fine di ricercare l’esistenza di equilibri esclusivamente nella dimensione sociale dell’uomo, a prescindere da quella interiore.

Con quella parte del pensiero neoclassico, affermatosi soprattutto nella seconda metà del secolo scorso e che risulta essere oggigiorno predominante, si è ritornati alla filosofia dei presocratici, in particolare a quella dei filosofi “fisici”. In tale visione l’uomo è considerato un individuo, un atomo, una realtà indivisibile in cui ciò che accade al suo interno viene assunto come dato e quindi diventa irrilevante ai fini dell’analisi economica.

Infatti si può facilmente riscontrare che molte delle categorie presenti nella teoria economica dominante hanno le proprie radici in quel pensiero filosofico; ad esempio: atomismo e determinismo, individualismo e relativismo etico, equilibrio, razionalità naturale e naturalità.

In particolare, i concetti di atomismo e determinismo possono essere considerati figli del pensiero di Democrito. I concetti di utilitarismo e relativismo etico si possono ricondurre al pensiero di Protagora per il quale “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono”.

Si pensi altresì alla mano invisibile, termine reso celebre da Adam Smith e che, dopo lo sviluppo della teoria dell’equilibrio economico generale e dei due teoremi fondamentali dell’economia del benessere, è stato mutuato e reinterpretato dalla teoria moderna per indicare il mercato inteso come regolatore che porta al raggiungimento di equilibri ottimali (A. Roncaglia, Breve storia del pensiero economico, 2016). Esso riporta alla mente il concetto di razionalità naturale (nous) del filosofo pluralista Anassagora, ovvero dell’esistenza di un intelletto esterno che muove le omeomerie, le unità finissime di cui è formata la realtà, da uno stato di disordine, ad uno stato di ordine (kósmos).

Lo stesso concetto di mercato sembra assorbire in toto quello di guerra di Eraclito, quale entità conflittuale, generante la realtà: come per Eraclito, il conflitto è il padre di tutte le cose, così per gli economisti il mercato, istituzione che regola in parte la conflittualità distributiva di una collettività, è padre di tutto il PIL.

La naturalità richiamata in molte definizioni (si pensi, ad esempio, al tasso naturale di disoccupazione di Friedman, e al saggio naturale di interesse di Wicksell), è un altro elemento che si può riscontrare nel pensiero dei filosofi fisici.

Tuttavia è la predominanza dei principi di efficienza, e di progresso tecnico, di cui la crescita economica è il principale effetto, a riportarci al pensiero dei presocratici, in cui la tecnologia (téchne), essendo il principale strumento di dominio dell’uomo sulla natura assume un ruolo preminente, così come è ben stigmatizzato nel mito di Prometeo, il quale rubò il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini al fine di liberarli dalle fatiche terrene.

Tali aspetti sottintendono la predilezione verso un mondo naturale, rispetto ad uno normato così come teorizzato da Platone e si traducono nella esaltazione dell’uomo come individuo, piuttosto che come membro della società ovvero come animale sociale. Dal punto di vista della teoria economica tutto ciò si traduce nel confidare in una stabilità sociale basata su un equilibrio dinamico garantito dalla crescita economica, ovvero dal continuo incremento delle risorse materiali generato del progresso tecnico, piuttosto che dalla soluzione dei conflitti distributivi attraverso il perseguimento delle varie forme di giustizia, tra cui quella sociale.

Il conferimento dei premi Nobel pima a Kahneman e poi a Thaler, sottolineando la necessità di recuperare il rapporto tra economia e psicologia, da un lato attesta una certa insoddisfazione verso l’impostazione prevalente della teoria economica, e dall’altro sembra suggerire la necessità di recuperare i legami con le altre discipline umanistiche, prime fra tutte l’etica e la filosofia e di riscoprire gli economisti classici, così come ci suggeriva il titolo di un bellissimo libro di Paolo Sylos Labini pubblicato qualche anno fa, ma sempre attuale.

In sintesi, per concludere con una battuta, si può dire che negli ultimi cinquanta anni il pensiero dell’ingegnere Leon Walras ha prevalso su quello del filosofo Adam Smith, e che oggi molti docenti universitari che da giovani hanno studiato economia politica, insegnano ai loro studenti microeconomia e macroeconomia, discipline dai cui nomi è scomparso l’aggettivo politica.

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