La Ricerca Generativa

Emiliano Mandrone ricorda che, mentre l’Italia, come co-presidente di turno dell’U.E., dedica l’anno 2014 al “ricercatore”, i dati sulla ricerca, sull’università e, più in generale, sulla cultura sono, nel nostro paese, disarmanti. Mettendo il luce le debolezze della nostra capacità di offrire e di domandare competenze tecniche, culturali e artistiche, Mandrone sostiene che tra investimenti in conoscenza e performance economiche c’è un rapporto proporzionale. La Ricerca sociale dovrebbe rappresentare lo strumento di navigazione dell’azione politica come la ricerca scientifica rappresenta il driver del progresso tecnologico, invece…

C’era una volta la “Meglio Gioventù”…

Paolo Naticchioni, Michele Raitano e Claudia Vittori confrontano tre generazioni di lavoratori nati fra il 1965 e il 1979 e mostrano come la dinamica dei salari di inizio carriera, in Italia, abbia conosciuto uno scivolamento verso il basso nel passaggio da una generazione all’altra. In particolare, gli attuali 35-39enni hanno subito, rispetto alle due coorti precedenti, una marcata perdita di salario all’entrata in attività, non recuperata negli anni successivi. Particolarmente grave è che i più penalizzati siano stati i giovani laureati, la presunta “meglio gioventù”.

La compressione dei salari reali nel Regno Unito e cosa fare per fermarla

Paul Gregg e Marina Fernandez-Salgado analizzano il mercato del lavoro nel Regno Unito illustrandone aspetti che contrastano con l’idea, piuttosto diffusa in Italia, che l’economia britannica attraversi una fase di prosperità. In particolare, nell’attuale recessione, diversamente dalle precedenti, l’occupazione è caduta poco ma più diffusa è stata la riduzione dei salari reali – e talvolta anche di quelli nominali. Gli autori auspicano una ripresa della produttività che, invertendo le tendenze degli ultimi anni, permetta di accrescere i salari medi e bassi.

La “stretta condizionalità” dal Fondo Monetario Internazionale all’Eurozona: ancora la sovranità in discussione?

Elena Paparella ricostruisce il processo che, in relazione al sostegno finanziario da concedere agli Stati in difficoltà, ha portato a trapiantare la “stretta condizionalità” dal FMI all’Europa – prima con i Memorandum of Understanding e poi con il Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità – e sostiene che esso pone nuove sfide alla sovranità statale. In particolare, quest’ultima rischia di essere sottoposta a limitazioni non del tutto legittime e, per questo, Paparella ritiene necessario un ripensamento dell’architettura istituzionale dell’UE.

L’efficienza della spesa pubblica: un obiettivo monco se sganciato dai valori

Elena Granaglia, mette in discussione, anche ricorrendo a diversi esempi, la diffusa idea secondo cui l’efficienza della spesa pubblica richiede di minimizzarne i costi. Granaglia riconosce che l’efficienza non è compatibile con gli sprechi, ma sostiene che per stabilire cosa sia spreco occorre guardare non solo ai costi ma anche ai fini che si perseguono con la produzione: i mezzi servono ai fini. Pertanto, l’efficienza della spesa pubblica è una questione valoriale, connessa alla visione di intervento pubblico che si vuole realizzare.

Possiamo fidarci delle “riforme strutturali”?

Stefania Gabriele discute il ruolo delle riforme strutturali come strumento per favorire la ripresa della crescita. In particolare si sofferma su una serie di misure presentate come indispensabili per raggiungere alcuni obiettivi largamente condivisi, fra cui il rafforzamento del capitale umano e della ricerca, il miglioramento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del sistema giudiziario, e sottolinea i limiti degli strumenti di analisi utilizzati dalla Commissione Europea.

La crescita, il benessere e la bussola ingannevole

Antonia Carparelli, dopo avere ricordato perché si è deciso di includere le attività illegali nel calcolo del Pil, illustra alcuni paradossi ai quali questa decisione potrebbe condurre, soprattutto se il Pil continuasse a essere considerato un indicatore di benessere sociale. Carparelli suggerisce di affiancare rapidamente altri indicatori al Pil e di fare comunque un uso oculato di quest’ultimo, calcolandolo prima e dopo il computo delle attività illegali e prendendo il dato senza attività illegali come parametro di riferimento per le politiche.

La riforma infinita degli ammortizzatori sociali: premesse e promesse del Jobs Act

Stefano Giubboni analizza le prospettive del (nuovo) percorso di riforma degli ammortizzatori sociali prefigurato dal Jobs Act. Dopo aver ricordato i limiti della riforma Fornero, Giubboni sottolinea che il Jobs Act mira, da un lato, a perfezionare lo strumentario già introdotto con quella riforma e, dall’altro, a superarne i maggiori limiti. La parte più problematica riguarda questo secondo obiettivo, che impone di misurarsi con la tutela contro la disoccupazione involontaria e con il coordinamento di ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro.

L’Unione europea verso una forma di governo parlamentare?

Claudio De Fiores esamina, anche alla luce delle recenti vicende sulla nomina del Presidente della Commissione europea, la tesi secondo cui, grazie alle novità del Trattato di Lisbona, in Europa si è instaurata una forma di governo di tipo parlamentare. De Fiores mostra i limiti di questa tesi e ricorda che la prospettiva di una forma di governo imperniata sulla centralità democratica del Parlamento europeo non potrà realizzarsi almeno finché non si saranno create le condizioni per cui l’Unione europea potrà configurarsi come uno Stato dotato di una propria Costituzione.

In lotta per il potere: l’impossibile sfida dei partiti politici europei?

Giorgio Grasso si interroga sull’effettiva capacità delle formazioni politiche europee di competere per il potere, in modo analogo ai partiti politici nazionali. Dopo avere ricordato il ruolo che svolge la norma sui partiti inserita nei Trattati, Grasso individua nel potere del Consiglio europeo uno dei fattori principali di impedimento per una vera competizione tra i partiti europei per il potere e delinea alcune vie di uscita, non immediate ma neanche impossibili, che condurrebbero ad una radicale trasformazione della fisionomia complessiva dell’Europa.