Bitcoin, paleomonete, alternative currencies: qualche spunto antropologico

Gino Satta analizza Bitcoin dal punto di vista dell’antropologo, prendendo spunto da un articolo dell’Economist che accosta Bitcoin alla moneta di pietra dell’isola di Yap. L’analogia, che ha una lunga e interessante storia, è stimolante ma può essere fuorviante. Secondo Satta l’antropologia economica può contribuire all’analisi delle monete virtuali soprattutto con un approccio etnografico ai contesti sociali che analizzi le credenze, gli usi, le relazioni degli attori coinvolti.

Sulla crisi dei partiti

Gilberto Seravalli e Alberto Schena affrontano il tema della crisi dei partiti, in un lungo contributo di cui qui pubblichiamo la prima parte. Essi osservano che Adriano Olivetti 70 anni fa e Fabrizo Barca oggi, di fronte alla crisi della democrazia, hanno proposto radicali riforme. Pur molto diverse (ad es. Barca non vuole abolire i partiti come Olivetti, ma li vorrebbe drasticamente riformati) le due proposte hanno sorprendenti punti di contatto. In entrambe, è centrale sia il ruolo della partecipazione dal basso sia, e soprattutto, la moralità dei politici, che deve essere “speciale”, andando oltre l’onestà e la competenza.

Il sindacato e la crisi

Questo numero del Menabò si apre con un breve saggio di Luciano Barca apparso sulla nostra rivista il 29 settembre 2011. Luciano è morto il 7 novembre 2012. A due anni dalla sua scomparsa vogliamo ricordarlo nel modo più semplice. Ascoltando di nuovo le sue parole di osservatore attento, sensibile e “schierato” sul tema del lavoro e dei salari, che è il tema centrale di questo numero del Menabò.

Una via bassa alla decrescita dell’occupazione

Emilio Reyneri ricorda alcuni aspetti del nostro mercato del lavoro, spesso trascurati.
In particolare, guardando il tasso di occupazione invece che quello di disoccupazione
il quadro appare perfino peggiore. E’ così anche perché il deficit di occupazione si
concentra nelle professioni più qualificate e in settori essenziali sia per la produttività,
sia per la riproduzione biologica e culturale della società. Reyneri sostiene che la crisi
ha accentuato queste tendenze verso una via bassa alla decrescita.

Il gettone nell’iPhone e l’art. 18

Maurizio Franzini e Michele Raitano cercando anche di rispondere alla domanda formulata da Renzi alla “Leopolda” (“In questi anni, abbiamo discusso di che cosa sta dietro al mondo del lavoro o ci siamo limitati a un dibattito ideologico?”) analizzano le carriere dei lavoratori in Italia e trovano che sono caratterizzate da una notevole mobilità, anche per coloro ai quali l’art. 18 dovrebbe garantire il “posto fisso”. Appare, perciò, contraddetta l’ipotesi che il problema principale del nostro mercato del lavoro sia la sua rigidità e che essa dipenda dall’art. 18.

L’istruzione degli imprenditori e le conseguenze per il lavoro

Andrea Ricci illustra una caratteristica delle imprese italiane solitamente trascurata eppure densa di implicazioni per il modo in cui esse vengono gestite e per la loro competitività. Si tratta del fatto che i nostri imprenditori sono mediamente meno istruiti dei loro colleghi europei e, in base a un’analisi econometrica, la presenza di un imprenditore laureato incide molto su variabili decisive per la utilizzazione e la valorizzazione del capitale umano, in particolare incide sulla quota di lavoratori ai quali le imprese offrono occasioni di formazione professionale.

E il giudice che ne sa? L’art. 18 e i modi di ragionare degli assolutismi di ieri e di oggi

Silvia Niccolai esamina criticamente la tesi secondo cui il giudice non dovrebbe interferire con i rapporti di lavoro a causa della sua ignoranza delle esigenze aziendali. Dopo aver ricordato le origini di questa idea, Niccolai illustra i punti deboli del tentativo di sostituire il giudice con la previsione di alcune fattispecie discriminatorie e, riferendosi anche all’esperienza americana, conclude che l’esito probabile del processo in atto sarà il superamento del diritto antidiscriminatorio – peraltro malamente inteso come social engineering – a vantaggio di tecniche apparentemente neutre di gestione del personale.

Piketty superstar

FraGRa ritornano a parlare di Piketty, prendendo spunto dalla presentazione del suo libro alla Camera. Commentando l’intervento dell’economista francese e le sue risposte ai temi sollevati nel dibattito, FraGRa riflettono sulle chiavi del successo del suo Capitale nel XXI secolo e su alcuni suoi punti deboli. In particolare quello relativo alle proposte di policy che dovrebbero riconoscere, a loro parere, un ruolo più importante alla pre-distribution.

Il finanziamento dell’Università e la meritocrazia in salsa italiana

Francesco Ferrante parte dalla bozza di decreto ministeriale sull’assegnazione delle risorse alle università. Il criterio adottato, quello dei costi standard, è condivisibile ma la sua applicazione è del tutto insoddisfacente. Il punto principale riguarda l’esclusione dei fuori corso dal calcolo del fabbisogno. Il presupposto è che la loro presenza sia dovuta a carenze delle Università. Riportando i risultati di un recente test Ferrante mostra che, invece, è decisiva la qualità degli studenti al momento in cui entrano nelle Università.

L’Investimento pubblico è il solo volano possibile per l’economia

Francesco Saraceno osserva che se la deflazione ha costretto i policy makers europei a riconoscere che stiamo vivendo una grave crisi di domanda essa non ha prodotto cambiamenti di politiche. Ad esempio la Draghinomics evoca il ritorno della politica fiscale ma riafferma la priorità delle riforme dal lato dell’offerta e il rispetto dei vincoli fiscali. Saraceno esclude che nel fiscal compact vi sia spazio per la necessaria politica di rilancio degli investimenti pubblici e invoca la loro esclusione dal calcolo del deficit.