L’Output Gap non è uno solo. Le stime della Commissione Europea e quelle dell’OCSE

Carmelo Pierpaolo Parello e Diletta Colocci richiamano l’attenzione sull’Output Gap, la differenza tra la crescita effettivamente realizzata e quella potenziale, nella definizione dei saldi strutturali di bilancio. I due autori, in particolare, si soffermano sulle differenze tra i metodi di stima di tale grandezza correntemente utilizzati dalla Commissione europea e dall’OCSE; queste, infatti, comportano valori stimati diversi, con rilevanti implicazioni sull’aggiustamento strutturale richiesto in sede europea e sulla valutazione del rispetto del Patto di Stabilità e Crescita.

Contribuire al reddito familiare con guadagni secondari? Le scelte di lavoro delle donne e le politiche fiscali in Europa

Alina Verashchagina riassume i risultati di un’ampia ricerca sui cosiddetti “guadagni secondari” in Europa, cioè sui redditi da lavoro apportati dalle donne al bilancio familiare e che sono di entità inferiore a quelli degli uomini. Verashchagina illustra gli effetti dei trattamenti fiscali e dei costi per la cura dei figli sulla decisione delle donne di “accontentarsi” di un “guadagno secondario” sul mercato del lavoro e sottolinea l’importanza della conoscenza di questi effetti per migliorare il disegno delle politiche dell’occupazione femminile.

La classe media e i suoi inafferrabili confini

Maurizio Franzini si occupa della classe media che secondo un recente Rapporto si sarebbe fortemente contratta nel nostro paese. Franzini dopo aver valutato l’attendibilità di questa conclusione, ricorda quanto sia difficile definire, anche soltanto in termini economici, la classe media e, quindi, esprimersi sulla sua evoluzione. Soprattutto, Franzini sostiene che per preoccuparsi del funzionamento dell’economia, della società e della democrazia non occorre attendere – come molti sembrano richiedere – la prova che la sfuggente classe media stia declinando.

La compressione selettiva e cumulativa dell’università italiana

Gianfranco Viesti si occupa delle politiche per il finanziamento del sistema universitario italiano seguite dal 2008 in poi e sostiene che, tali politiche, con sorprendente continuità tra i diversi governi, stanno determinando un profondo ridisegno di quel sistema. In particolare, secondo Viesti quel che sta avvenendo si può definire una compressione (un sistema più piccolo), selettiva (con i tagli concentrati su alcune sedi e aree) e cumulativa (con meccanismi che si alimentano a vicenda), che ha già prodotto, e continuerà a produrre, importanti effetti.

Il diritto costituzionale all’abitare nella deriva emergenziale

Elisa Olivito muove dall’analisi di alcuni recenti provvedimenti normativi per sottolineare come da tempo in Italia manchino serie politiche in materia abitativa, in grado di far fronte a un disagio sempre più grave. Olivito sottolinea che l’assenza di tali politiche è, tuttavia, tale da minare la garanzia di un diritto così essenziale come quello all’abitare, dal quale dipende il concreto godimento di altri diritti fondamentali e sul quale si proiettano questioni più ampie, relative al rapporto fra trasformazioni del territorio urbano e funzione sociale della proprietà privata.

Impiego atipico e assetti macro-istituzionali. Le conseguenze sociali della deregolamentazione dei mercati del lavoro in Europa

Paolo Barbieri presenta i risultati di un ricerca europea sulle conseguenze sociali della flessibilizzazione dei mercati del lavoro focalizzata sul ruolo delle configurazioni istituzionali e del loro impatto soprattutto sui rischi di intrappolamento nel precariato e di ritardo nell’accesso alla maternità per le donne. Il principale risultato che emerge è che soltanto nei paesi del Sud Europa il lavoro flessibile diviene una trappola occupazionale ed esercita un forte disincentivo alla procreazione. Altrove questi effetti sono assenti o molto più lievi.

Destini che si uniscono? La convergenza economica tra i paesi dell’euro zona

Alessandra Cataldi ricorda che condizione necessaria al buon funzionamento di un’ unione monetaria è l’integrazione tra le economie nazionali e che negli anni ’50, quando si iniziò a parlare di unione monetaria europea, vi erano posizioni discordanti in merito alla effettiva possibilità di realizzare l’integrazione economica. Ricostruendo le azioni, anche quelle più recenti, intraprese in Europa per realizzare tale convergenza, Cataldi sottolinea che ancora molto resta da fare per completare l’unione monetaria.

Sulla giostra dell’euro: restare o scendere?

Giorgio Rodano sostiene che l’euro non è stata una buona idea perché è nato come compromesso politico tra Francia e Germania, oltretutto viziato da una visione particolaristica. Secondo Rodano in assenza di una forte iniziativa finalizzata all’integrazione e alla crescita dell’area, le politiche economiche dei singoli paesi incontrano vincoli stringenti. Tuttavia, uscire dall’euro non è conveniente per un singolo paese e può destabilizzare l’intera area. Anche per questo, è molto rischioso giocare col futuro della Grecia.

L’estate del nostro scontento

Francesco Farina sostiene che un’integrazione finanziaria senza regole e la crescente competizione cui sono state sottoposte le più deboli strutture produttive della Periferia mostrano che nell’Eurozona l’equilibrio macroeconomico dipende non dall’efficienza di ciascun sistema economico ma dalle interconnessioni che si stabiliscono tra paesi. Secondo Farina, dopo aver sottovalutato le esternalità provocate dall’interdipendenza sistemica, e gli effetti recessivi dell’austerità, i governanti europei non sembrano consapevoli che le istituzioni di governance richiedono profonde riforme.

Verso condizioni inospitali per il lavoro: appunti

Ugo Trivellato muove dai cambiamenti indotti dall’Information & Communication Technology nella produzione e nell’informazione ed esplora le condizioni inospitali che essi determinano per il lavoro e per le disuguaglianze nel lavoro e nel tessuto sociale. Dopo aver esaminato alcune rilevanti evidenze e averle commentate, Trivellato prospetta tre chiavi di lettura e suggerisce che la risposta alle questioni che si pongono sia da cercare all’interno del cosiddetto “capitalismo democratico”, con un progetto di riformismo radicale.