I Big data: il punto di vista di uno statistico

Monica Pratesi esamina i Big data dal punto di vista della produzione dei dati statistici e del passaggio da dato ad informazione e conoscenza. Dopo aver ricordato che gli utilizzatori dei dati non possono ignorare le caratteristiche del processo che ha portato alla sua produzione, Pratesi sostiene che la posta in gioco è alta e non riguarda solo i confini disciplinari tra statistica, informatica, scienze sociali ed economiche. In gioco c’è la formazione di giovani, la tutela della privacy e la costruzione di una rappresentazione condivisa dei fenomeni reali.

Scienziati o crociati? Sull’incerta identità di (alcuni) macroeconomisti

Gianluigi Nocella si occupa dello stato dell’economia come scienza basandosi un recente articolo di Paul Romer, economista di grande prestigio, che è molto importante per numerosi motivi. Dopo aver brevemente ricostruito l’evoluzione della macroeconomia nel corso degli ultimi decenni, Nocella focalizza la sua attenzione sulla tendenza di molti a piegare le evidenze empiriche alle convinzioni teoriche e dà voce alla denuncia di Romer: dagli anni ’70 tra i macroeconomisti si è affermata una sorta di “tribalismo” che spinge a preferire i canoni della fede a quelli della scienza.

Benvenuto, caro high net worth individual

Roberto Fantozzi si occupa dello speciale trattamento fiscale introdotto di recente per i super-ricchi. Dopo aver illustrato i tratti salienti della nuova norma, Fantozzi si chiede perché essa non abbia suscitato un vero dibattito e in particolare se ciò sia dovuto al fatto che, come affermato dal Governo, la norma ha motivazioni “apparentemente semplici” ed è priva di controindicazioni. La conclusione di Fantozzi è che in realtà le motivazioni sono “certamente comode” e il provvedimento concede vantaggi a chi proprio non ne ha bisogno.

Un reddito da disuguale cittadinanza?

Maurizio Franzini e Elena Granaglia tornano sul tema del reddito di base. Dopo aver elencato alcune delle confusioni e delle false credenze che ricorrono in questo dibattito, Franzini e Granaglia illustrano le diverse ragioni che possono giustificare un reddito basato sulla condizione di cittadino, indipendentemente dallo stato di povertà e richiamano l’attenzione su alcune caratteristiche della società contemporanea che rendono urgente porsi il problema se istituire quello che potrebbe chiamarsi un reddito di disuguale cittadinanza.

L’impatto della crisi sulla disuguaglianza salariale in Italia

Michele Raitano presenta nuovi dati sull’evoluzione della disuguaglianza salariale fra i lavoratori dipendenti privati in Italia. Raitano mostra come, in un quadro di crescita pressoché continua della dispersione retributiva a partire dagli ultimi anni dello scorso secolo, la crisi abbia ulteriormente aggravato la disuguaglianza fra i lavoratori, soprattutto quando si tiene conto del rischio che individui precedentemente occupati scivolino in disoccupazione e, pertanto, smettano di percepire una retribuzione.

Decreto Poletti, Jobs Act e esoneri contributivi: cosa è cambiato nel mercato del lavoro italiano?

Fabrizio Patriarca e Riccardo Tilli valutano se il Jobs Act, in particolare con l’introduzione del contratto a tutele crescenti, abbia ridotto il ricorso al lavoro a termine da parte delle imprese. Sulla base dei dati disponibili, Tilli e Patriarca mostrano come l’obiettivo della riduzione del lavoro a tempo determinato sia stato disatteso a causa degli effetti di un’altra riforma, il cosiddetto “Decreto Poletti”, che a marzo 2014 ha liberalizzato ulteriormente l’uso dei contratti a termine, in contrasto con gli obiettivi del Jobs Act.

Ultimi spiccioli di concorrenza fiscale: neo residenti ed ex residenti super-ricchi

Ruggero Paladini si occupa dell’imposta sostitutiva dell’IRPEF introdotta con la legge di bilancio del 2017 per gli High net worth individuals (cioè per le persone con una grande ricchezza) che decidessero di trasferire la propria residenza in Italia e che prevede il pagamento forfettario di 100.000 euro. Paladini inquadra questo provvedimento all’interno della concorrenza fiscale in atto anche all’interno della Unione Europea, illustra le singolarità del provvedimento e spiega perché esso non possa considerarsi una forma ragionevole di concorrenza fiscale.

Licenziare per aumentare i profitti

Stefano Giubboni interviene nel dibattito suscitato da una recente sentenza della Corte di cassazione che ha ammesso, come valida causale di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la riduzione dell’organico aziendale in vista di un incremento dei profitti dell’impresa. Giubboni ricorda che non si tratta di una novità assoluta e sostiene che tale orientamento giurisprudenziale rafforza la tendenza a privilegiare, tra i presupposti che legittimano il licenziamento per motivi economici, la libertà d’impresa a scapito dell’interesse del lavoratore alla conservazione del posto.

Jobs Act tra evidenze empiriche e false verità

Pasquale Tridico valuta l’impatto del Jobs Act sull’occupazione. Dalla sua analisi emerge che nel 2016 i contratti a tempo indeterminato si sono ridotti rispetto al 2014 e che, dopo il picco di assunzioni – dovuto agli sgravi contributivi- con contratti a tutele crescenti del 2015, sono in forte crescita le assunzioni a termine. Tutto ciò, secondo Tridico, conferma che non sono le norme a creare occupazione e segnala che l’Italia ha rafforzato il suo modello di “Flex-insecurity”, aggiungendo col Jobs Act flessibilità in uscita alla massiccia flessibilità in entrata già presente.

La Brexit: il più grave sintomo nazionalista della crisi della libertà di circolazione delle persone nell’UE

Francesco Bilancia torna sulla campagna referendaria sulla Brexit e sostiene che un suo aspetto distintivo è stata l’aggressione dei diritti sociali dei cittadini europei, non nazionali ma legittimamente residenti nel Regno Unito, che si colloca nella tendenza, in atto da tempo, a trasformare la disciplina dei diritti alle prestazioni sociali dei cittadini europei residenti in Paesi membri diversi dal proprio. Bilancia ritiene anche che la crisi della libertà di circolazione dei lavoratori è una delle principali cause della perdita di legittimazione dell’Unione europea.