L’Output Gap non è uno solo. Le stime della Commissione Europea e quelle dell’OCSE

Carmelo Pierpaolo Parello e Diletta Colocci richiamano l’attenzione sull’Output Gap, la differenza tra la crescita effettivamente realizzata e quella potenziale, nella definizione dei saldi strutturali di bilancio. I due autori, in particolare, si soffermano sulle differenze tra i metodi di stima di tale grandezza correntemente utilizzati dalla Commissione europea e dall’OCSE; queste, infatti, comportano valori stimati diversi, con rilevanti implicazioni sull’aggiustamento strutturale richiesto in sede europea e sulla valutazione del rispetto del Patto di Stabilità e Crescita.

La compressione selettiva e cumulativa dell’università italiana

Gianfranco Viesti si occupa delle politiche per il finanziamento del sistema universitario italiano seguite dal 2008 in poi e sostiene che, tali politiche, con sorprendente continuità tra i diversi governi, stanno determinando un profondo ridisegno di quel sistema. In particolare, secondo Viesti quel che sta avvenendo si può definire una compressione (un sistema più piccolo), selettiva (con i tagli concentrati su alcune sedi e aree) e cumulativa (con meccanismi che si alimentano a vicenda), che ha già prodotto, e continuerà a produrre, importanti effetti.

Impiego atipico e assetti macro-istituzionali. Le conseguenze sociali della deregolamentazione dei mercati del lavoro in Europa

Paolo Barbieri presenta i risultati di un ricerca europea sulle conseguenze sociali della flessibilizzazione dei mercati del lavoro focalizzata sul ruolo delle configurazioni istituzionali e del loro impatto soprattutto sui rischi di intrappolamento nel precariato e di ritardo nell’accesso alla maternità per le donne. Il principale risultato che emerge è che soltanto nei paesi del Sud Europa il lavoro flessibile diviene una trappola occupazionale ed esercita un forte disincentivo alla procreazione. Altrove questi effetti sono assenti o molto più lievi.

Destini che si uniscono? La convergenza economica tra i paesi dell’euro zona

Alessandra Cataldi ricorda che condizione necessaria al buon funzionamento di un’ unione monetaria è l’integrazione tra le economie nazionali e che negli anni ’50, quando si iniziò a parlare di unione monetaria europea, vi erano posizioni discordanti in merito alla effettiva possibilità di realizzare l’integrazione economica. Ricostruendo le azioni, anche quelle più recenti, intraprese in Europa per realizzare tale convergenza, Cataldi sottolinea che ancora molto resta da fare per completare l’unione monetaria.

Sulla giostra dell’euro: restare o scendere?

Giorgio Rodano sostiene che l’euro non è stata una buona idea perché è nato come compromesso politico tra Francia e Germania, oltretutto viziato da una visione particolaristica. Secondo Rodano in assenza di una forte iniziativa finalizzata all’integrazione e alla crescita dell’area, le politiche economiche dei singoli paesi incontrano vincoli stringenti. Tuttavia, uscire dall’euro non è conveniente per un singolo paese e può destabilizzare l’intera area. Anche per questo, è molto rischioso giocare col futuro della Grecia.

L’estate del nostro scontento

Francesco Farina sostiene che un’integrazione finanziaria senza regole e la crescente competizione cui sono state sottoposte le più deboli strutture produttive della Periferia mostrano che nell’Eurozona l’equilibrio macroeconomico dipende non dall’efficienza di ciascun sistema economico ma dalle interconnessioni che si stabiliscono tra paesi. Secondo Farina, dopo aver sottovalutato le esternalità provocate dall’interdipendenza sistemica, e gli effetti recessivi dell’austerità, i governanti europei non sembrano consapevoli che le istituzioni di governance richiedono profonde riforme.

La valutazione nella scuola e il suo buon uso

Daniele Checchi affronta la spinosa questione della valutazione che, come egli sottolinea, deve riguardare le scuole e non gli insegnanti. Facendo riferimento anche all’esperienza dell’INVALSI, Checchi sostiene che la valutazione, se soddisfa alcune condizioni, è indispensabile non soltanto perché mette a disposizione delle famiglie informazioni utili per compiere scelte più consapevoli ma anche perché introduce nel sistema un meccanismo che è in grado di favorire il miglioramento e previene il rischio che scuole scadenti continuino ad essere tali.

Le politiche di austerità nei paesi mediterranei

Massimo D’Antoni e Gianluigi Nocella esaminano le politiche economiche raccomandate dalle istituzioni sovranazionali per i paesi del Sud Europa e sostengono che i dati disponibili non permettono di considerare la mancanza di disciplina fiscale quale causa rilevante della crisi dei debiti sovrani. Pertanto, i piani di riforma lanciati per farvi fronte, tutti concentrati su forti riduzioni della spesa pubblica, non appaiono giustificati. Al contrario, essi sono in continuità con i percorsi di riforma intrapresi prima della crisi che, sotto diversi aspetti, hanno contribuito a determinarla.

L’inclusione delle attività illegali nel PIL e le politiche pubbliche

Michele Morciano torna sul tema già trattato nel Menabò dell’inclusione nel PIL delle attività illegali che danno luogo a uno scambio volontario nel mercato. L’occasione è la pubblicazione delle stime del PIL per il 2015 e il 2016 inclusive di queste attività. Morciano osserva che la volontarietà dello scambio non elimina il fatto che lo scambio volontario presuppone l’attività criminale di produzione di quei “beni” che lo stato deve contrastare. Ciò pone le politiche pubbliche per la crescita di fronte a una contraddizione, per superare la quale Morciano avanza una proposta.

Stagnazione secolare o trappola della liquidità?

Massimiliano Tancioni si occupa della tesi, sostenuta per primo da Summers, che nel nostro futuro ci sia una “stagnazione secolare”. Tancioni sottolinea che per molti aspetti la “stagnazione secolare” non è facilmente distinguibile dalla keynesiana “trappola della liquidità” e discute le varie politiche proposte per contrastarla. In particolare, egli sostiene che alcune politiche strutturali, orientate a ripristinare le condizioni di redditività di lungo periodo, possono aggravare la situazione economica nell’immediato