Includere gli esclusi? Alcune idee utili per allargare il perimetro della protezione sociale

Marcello Natili esamina su un recente report curato dall’OCSE sul futuro della protezione sociale e sugli strumenti di policy maggiormente in grado di fornire una protezione adeguata all’amplia platea dei lavoratori con contratti non standard. Natili sottolinea in particolare i rischi che la diffusione di tali contratti pone sulla futura sostenibilità dei sistemi di protezione sociale e riflette su criticità (e potenzialità) delle principali strategie proposte nel dibattito internazionale per far fronte a tali sfide.

Anche la cittadinanza diventa precaria

Laura Ronchetti sostiene che il Decreto legge n. 113 del 2018, da pochi giorni convertito in legge, trasfigura l’accezione della cittadinanza nazionale: i cittadini non sono più tutti uguali, per qualcuno la cittadinanza è “precaria” perché revocabile. Il governo e il parlamento hanno distinto tra cittadini inossidabili – italiani iure sanguinis – e cittadini precari – che hanno acquistato la cittadinanza per matrimonio o per naturalizzazione. Solo a questi ultimi, infatti, si può revocare la cittadinanza, non ai cittadini per nascita, i “veri” cittadini secondo il legislatore.

Il welfare occupazionale all’italiana: rischi e criticità

Matteo Jessoula riflette sulle misure che negli ultimi anni hanno mirato a favorire l’espansione del mercato e delle associazioni intermedie (aziende e sindacati) nel campo della protezione sociale. Adottando una prospettiva comparata e considerando le peculiari caratteristiche sia del “welfare state all’italiana” sia del sistema produttivo e del mercato del lavoro in Italia, Jessoula mette in luce le criticità e gli esiti perversi che si possono generare dall’“incastro” di schemi pubblici e occupazionali.

Il welfare aziendale e universale nel dibattito di oggi

Marco Leonardi, sostiene che il welfare aziendale non rischia di sostituire quello universale perché il premio fiscale è destinato solo in parte a premi convertiti in welfare e perché la spesa per welfare aziendale è minima rispetto a quella per il welfare universale. Leonardi, inoltre, non condivide la tesi che non bisognerebbe detassare il welfare aziendale perché avvantaggia i lavoratori con retribuzioni più alte e sostiene che tornare a un welfare unilaterale da parte delle aziende, in luogo di quello contrattato dai sindacati previsto dalle attuali norme, sarebbe un errore.

Il Welfare contrattuale: la necessità di ripensarlo

Roberto Ghiselli riflette sulle caratteristiche e le prospettive del welfare contrattuale in Italia. A suo parere, l’esperienza che si sta sviluppando attorno a tale forma di welfare richiede un’attenta analisi del fenomeno; inoltre, sono necessari interventi, normativi e contrattuali, che consentano di valorizzarne la funzione, superando gli elementi distorsivi che nel frattempo si sono prodotti; in particolare in prospettiva occorre evitare che si creino disparità nell’accesso a tutele e diritti di cittadinanza fondamentali che vanno universalmente garantiti.

Per sconfiggere il fallimento formativo

Marco Rossi-Doria affronta il tema cruciale del fallimento formativo, muovendo dall’osservazione che sebbene i dati segnalino una tendenziale attenuazione del fenomeno nel corso degli ultimi anni, la situazione rimane molto preoccupante sotto una molteplicità di profili. Rossi-Doria sostiene che Parlamento e governo hanno nel corso del tempo elaborato proposte serie e fattibili – e ricorda in particolare il Rapporto del Miur del gennaio scorso – ma sul piano dell’attuazione dei provvedimenti tutto tace.

Metamorfosi del reddito di cittadinanza

Chiara Saraceno si occupa della proposta del reddito di cittadinanza oggi in discussione. Pur riconoscendo al M5S il merito di avere posto al centro dell’agenda politica il contrasto della povertà con adeguati finanziamenti, Saraceno ritiene che la proposta abbia diversi vizi: alcuni originari – la visione del reddito di cittadinanza come politica del lavoro – altri emersi di recente – come l’esclusione degli stranieri non comunitari o i vincoli stringenti alla spesa del reddito – che rischiano di produrre una vera e propria metamorfosi della proposta iniziale

Épater les bourgeois … col «decreto dignità»

Stefano Giubboni analizza brevemente il “Decreto Dignità”, chiedendosi, a mo’ di divertissement, se le novità introdotte, soprattutto in tema di rapporti di lavoro temporanei, giustifichino gli allarmi sollevati da autorevoli commentatori, dalle organizzazioni imprenditoriali e dalle opposizioni politiche. La risposta – giocata sul filo dell’ironia – è negativa, visto che per certi aspetti la disciplina dei rapporti di lavoro a termine torna a somigliare a quella della legge Fornero e che l’istituto centrale del Jobs Act – il contratto a tutele crescenti – non è stato modificato nella sua sostanza.

Lo chiamavano Dignità

Civil Servant sostiene che l’apprezzabile obiettivo del “Decreto Dignità” di ridurre la precarietà del lavoro difficilmente verrà raggiunto con gli strumenti previsti. A suo parere, in tutte le economie, l’incertezza sulla domanda e sulla tecnologia richiede una quota di lavoro precario, che è tanto maggiore quanto più le imprese sono di piccole dimensioni. Pertanto, solo stabilizzando le prospettive di crescita e favorendo l’aggregazione delle imprese si può incentivare l’occupazione permanente. Inoltre, la flat tax potrebbe contribuire a polverizzare il tessuto produttivo e a rendere precarie molte figure professionali.

Cosa resta del diritto all’abitare

Elisa Olivito si sofferma sul diritto all’abitare per come può intendersi garantito dalla Costituzione italiana, nonché su alcune sue forme di distorta attuazione e/o di evidente mancata attuazione: svalutazione delle locazioni a uso abitativo, incentivazione dell’acquisto dell’abitazione, restringimento dei requisiti per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica. Olivito richiama, in particolare, due vicende speculari: gli esigui stanziamenti per il Fondo nazionale per le locazioni, da un lato, e lo sfaldamento dei vincoli alla cessione di alloggi costruiti con il contributo pubblico, dall’altro.