Il demansionamento nel Jobs Act: rischi di ri-oggetivizzazione del lavoro e diritti inviolabili

Francesca Fontanarosa e Elena Paparella esaminano le disposizioni del Jobs Act e delle norme attuative sul sotto-inquadramento dei lavoratori mettendone in risalto i profili di incerta legittimità. Le autrici richiamano gli orientamenti giurisprudenziali che hanno contribuito a definire la mansione anche come bene a carattere immateriale; sostengono che tale componente della qualifica professionale sia di ricondurre alla sfera della inviolabilità di diritti costituzionalmente garantiti e si chiedono se la conservazione del livello retributivo, prevista dal Jobs Act in caso di demansionamento, sia una misura conforme al dettato costituzionale

L’approvazione del Jobs Act: una finestra che è rimasta aperta

Gianfranco Pomatto analizza il percorso che ha portato all’approvazione del Jobs Act e sostiene che esso ha fatto leva sia su condizioni di lungo corso, sia su tattiche di più breve periodo. Tra le prime rientrano le raccomandazioni delle istituzioni internazionali sulla flessibilità come rimedio alla disoccupazione. In questo contesto la campagna di comunicazione di Renzi ha promosso un clima di opinione favorevole ai provvedimenti governativi, finendo per esercitare una pressione anche sui dissidenti interni al Pd, già in difficoltà per il gioco di sponda con Forza Italia sulla riforma costituzionale

Il diritto-dovere alla formazione nel contratto a tutele crescenti: una proposta per contrastare la precarietà e rilanciare la produttività

Federico Nastasi e Fabrizio Patriarca muovono dalla diffusa opinione secondo cui il nuovo contratto ridurrà il precariato e che ciò avverrà grazie alla combinazione delle tutele crescenti con la riduzione del cuneo contributivo. Nastasi e Patriarca ritengono che per raggiungere questo scopo, e anche per sostenere la produttività, il nuovo contratto dovrebbe contenere previsioni innovative sulla formazione dei lavoratori dalla quale dipende sia il consolidarsi dei legami tra impresa e lavoratori sia la possibilità di attuare politiche industriali e formulano un’articolata proposta a questo riguardo

Nè jus sanguinis né jus soli: a Malta (e non solo) vige lo jus pecuniae

Marilena Giannetti e Elena Paparella si occupano degli “immigrant investor programs”, cioè dei programmi che permettono di comprare lo status di cittadino, pagando un prezzo fissato dai paesi che li adottano (tra i quali vi è Malta, membro dell’UE). Giannetti e Paparella si soffermano sulle implicazioni morali, economiche e di tutela dei diritti che ha la singolare coesistenza, in molti paesi, di un libero mercato dei passaporti (per i ricchi ) e di crescenti barriere all’accesso (per i più poveri)

Il contratto a tutele crescenti e la Costituzione

Stefano Giubboni osserva che il contratto a tutele crescenti contenuto nello schema di decreto legislativo trasmesso dal Governo alle Camere il 24 dicembre, caratterizzandosi soprattutto per la riduzione delle garanzie contro i licenziamenti ingiustificati prevista per i nuovi assunti, è ben diverso da quello che era trapelato nelle prime discussioni sul Jobs Act. Partendo da queste considerazioni Giubboni sostiene che tra il contratto proposto dal governo e i principi costituzionali vi sono molteplici tensioni

I diritti sociali e il futuro dell’Europa

Gaetano Azzariti sostiene che il regresso della tutela dei diritti sociali in Europa è dovuto soprattutto alla debolezza della costruzione giuridica, che ha affidato quella tutela solo ai giudici. Questa strategia ha dato i suoi frutti ma la sua fragilità è emersa quando la rotta del diritto ha dovuto cedere il passo ai sacrifici imposti dalla congiuntura economica avversa e si sono cumulate decisioni in cui prevalgono altri “principi generali” del diritto comunitario, in particolare quelli legati ai meccanismi di stabilità. Azzariti ritiene necessario riaffermare, in linea con il costituzionalismo moderno, la superiorità dei diritti sui poteri, anche economici.

Tutela della salute, vincoli europei di bilancio e ruolo della Corte costituzionale

Fabrizia Covino, nell’ultimo degli articoli che pubblichiamo, esamina l’influenza che le politiche di contenimento della spesa pubblica, rafforzate dall’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, hanno avuto sull’orientamento della Corte Costituzionale in materia di sanità. Esaminando anche alcune sentenze relative a leggi regionali, Covino documenta come questo orientamento si sia fatto più stringente e sostiene che la primazia della stabilità della finanza pubblica introduce nella Carta un vero e proprio modello economico che innova l’impianto costituzionale e rischia di ridimensionare la tutela del diritto alla salute.

E il giudice che ne sa? L’art. 18 e i modi di ragionare degli assolutismi di ieri e di oggi

Silvia Niccolai esamina criticamente la tesi secondo cui il giudice non dovrebbe interferire con i rapporti di lavoro a causa della sua ignoranza delle esigenze aziendali. Dopo aver ricordato le origini di questa idea, Niccolai illustra i punti deboli del tentativo di sostituire il giudice con la previsione di alcune fattispecie discriminatorie e, riferendosi anche all’esperienza americana, conclude che l’esito probabile del processo in atto sarà il superamento del diritto antidiscriminatorio – peraltro malamente inteso come social engineering – a vantaggio di tecniche apparentemente neutre di gestione del personale.

Marshall non abita in Sud Italia? I diritti di cittadinanza, la diffusione dei servizi di welfare e le anomalie del caso italiano

Emmanuele Pavolini esamina i divari territoriali nella dotazione di servizi di welfare all’interno dei paesi e compara, da questo originale punto di vista, i paesi Europei. Dalla sua analisi emerge che l’Italia è il luogo dell’Europa occidentale dove l’esigibilità di molti diritti sociali è più strettamente associata al luogo di residenza e al livello di sviluppo economico dell’area in cui si vive.

L’efficienza della spesa pubblica: un obiettivo monco se sganciato dai valori

Elena Granaglia, mette in discussione, anche ricorrendo a diversi esempi, la diffusa idea secondo cui l’efficienza della spesa pubblica richiede di minimizzarne i costi. Granaglia riconosce che l’efficienza non è compatibile con gli sprechi, ma sostiene che per stabilire cosa sia spreco occorre guardare non solo ai costi ma anche ai fini che si perseguono con la produzione: i mezzi servono ai fini. Pertanto, l’efficienza della spesa pubblica è una questione valoriale, connessa alla visione di intervento pubblico che si vuole realizzare.