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“Registri finanziari di tutto il mondo: unitevi!”. Il flagello dei paradisi fiscali e come combatterlo

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Paolo Paesani discute il libro di Gabriel Zucman sul tema dei paradisi fiscali, soffermandosi in particolare sulle sue stime della ricchezza nascosta in quei paradisi, sulla tassazione evasa, sul metodo utilizzato per effettuare queste stime nonché sulle origini storiche del fenomeno. Paesani illustra anche le modalità con le quali si accede ai paradisi fiscali nonché gli effetti negativi che essi producono sulla giustizia e l’uguaglianza a livello globale e sottolinea l’urgenza di interventi diretti a contrastarli efficacemente.

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“Chiunque abbia a cuore i temi della disuguaglianza, della giustizia globale e del futuro della democrazia deve leggere questo libro”. Questo l’invito appassionato, rivolto da Thomas Piketty, all’inizio della sua prefazione al libro La richezza nascosta delle nazioni. Il libro scritto nel 2013 da Gabriel Zucman, giovane economista francese, attualmente professore associato all’università di Berkeley, tratta il tema dei paradisi fiscali, quei luoghi in cui le persone (o le società multinazionali) pagano meno tasse di quelle che pagherebbero nel paese di residenza. Il libro di Zucman, scritto in francese e tradotto in almeno sedici lingue tra cui l’italiano (ed. italiana 2017 add Editore, Torino), tratteggia la storia dei paradisi fiscali, propone un metodo per stimare la ricchezza custodita al loro interno e una serie di provvedimenti per combattere l’evasione fiscale che l’esistenza di questi paradisi rende possibile.

La storia narrata da Zucman ha inizio in Francia negli anni Venti del secolo scorso. Il Governo, trovandosi a gestire l’ingente debito pubblico accumulatosi negli anni di guerra, decide di ricorrere ad un forte inasprimento della pressione fiscale. L’aliquota marginale sul reddito sale al 50% nel 1920 e al 72% nel 1924. E’ questa decisione a spingere molti ricchi francesi a spostare una parte dei loro averi nella vicina Confederazione elvetica dove pochi anni prima si era costituita l’Unione delle Banche Svizzere e dove, evidentemente, vigeva un regime fiscale più favorevole oltre, naturalmente, al segreto bancario. Comincia in questo modo una relazione fiduciaria d’affari tra le banche svizzere e i ricchi di tutta l’Europa, che dura tutt’ora e che è sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale, alle difficoltà del dopoguerra, alle commissioni d’inchiesta e ai ripetuti tentativi di penetrare il segreto bancario. Un giro d’affari che cresce negli anni Settanta, con l’arrivo dei petroldollari, e cresce ancora negli anni seguenti con l’avvio della fase odierna di globalizzazione. Zucman riesce, in poche pagine, a tratteggiare in maniera efficace la nascita del sistema globale di paradisi fiscali; un sistema che vede la Svizzera come nodo centrale di una rete di cui fanno parte nazioni europee come il Lussemburgo e l’Irlanda e centri offshore più piccoli in Europa (Lichtenstein, Andorra, Monaco) e nel resto del mondo (Isole Cayman, Isole vergini Britanniche, Macao e molti altri luoghi). Ognuno di questi luoghi svolge un ruolo preciso all’interno del sistema globale dell’evasione fiscale. In Lussemburgo, ad esempio, si concentra l’industria dei fondi d’investimento e le grandi multinazionali godono di un trattamento fiscale di particolare favore. l’Irlanda è specializzata nei fondi del mercato monetaria, alle Isole Cayman è particolarmente semplice (e poco costoso) creare società fittizie alle quali intestare la propria ricchezza e così via.

Partendo da questa ricostruzione, Zucman propone un metodo semplice, ma ingegnoso, per stimare l’ammontare della ricchezza custodita all’interno dei paradisi fiscali. Per comprendere questo metodo è necessaria una breve digressione di natura contabile.

Ogni nazione è tenuta a registrare tutte le transazioni economiche e finanziarie fra i residenti all’interno del paese e il Resto del mondo, seguendo principi contabili uniformi, stabiliti e periodicamente rivisti dal Fondo Monetario Internazionale. Le informazioni relative a queste transazioni sono raccolte all’interno di due prospetti contabili: la Bilancia dei pagamenti, relativa ai flussi (es. esportazioni e importazioni di beni e servizi, investimenti diretti da e verso l’estero), e il Conto della posizione patrimoniale sull’estero, relativo agli stock di attività detenute sull’estero e di passività dovute nei confronti dell’estero. L’uniformità dei principi contabili garantisce la confrontabilità fra i due prospetti contabili per tutti i paesi.

Chiarito questo, consideriamo il caso di un cittadino britannico, residente nel Regno Unito, che possieda un conto d’investimento in una banca svizzera e decida di impiegare una parte delle disponibilità, presente sul conto, per acquistare titoli azionari statunitensi. Nel momento in cui la transazione si compie, le passività degli Stati Uniti nei confronti dell’estero aumentano di una valore pari a quello dei titoli azionari venduti al cittadino britannico. Le azioni vengono depositate in Svizzera ma, essendo di proprietà di un cittadino residente nel Regno Unito, il loro valore non entra nella Posizione patrimoniale della Confederazione elvetica, né fra le attività né fra le passività. Se il cittadino britannico dichiara l’acquisto dei titoli azionari alle autorità fiscali del proprio paese, la posizione patrimoniale britannica aumenta di un valore pari a quello dei titoli azionari. Se però, il cittadino britannico decide di non dichiarare il possesso dei titoli azionari, per evadere le imposte sui redditi derivanti dal suo investimento, in assenza di un obbligo di comunicazione in capo alla banca svizzera, nulla accadrà nella posizione patrimoniale sull’estero del Regno unito. A livello globale, dunque, si registrerà un aumento delle passività sull’estero senza che vi sia un pari aumento delle attività finanziarie.

Sommando il totale delle passività finanziarie, registrate nei conti patrimoniali di tutte le nazioni del mondo, e sottraendo da questo il totale delle attività finanziarie corrispondenti, sistematicamente inferiore al totale della passività per i motivi chiariti attraverso l’esempio, Zucman ottiene una stima delle attività finanziarie nascoste all’interno dei paradisi fiscali, che quantifica in 7600 miliardi di dollari, per il 2014, pari all’8% della ricchezza finanziaria mondiale detenuta sotto forma di titoli azionari e obbligazionari posseduti direttamente o attraverso fondi d’investimento (95.000 miliardi di dollari). Un terzo di questa ricchezza (2300 miliardi di dollari) è depositato in Svizzera, il resto negli altri paradisi fiscali del mondo. Correttamente Zucman mette a disposizione i dati e la metodologia utilizzata e insiste sui limiti del suo metodo sul fatto che si tratta comunque di una stima al ribasso, che non considera – per esempio – né le banconote, né la ricchezza immobiliare, né tantomeno i frutti dell’elusione fiscale da parte delle società multinazionali.

Partendo dal dato, così calcolato, Zucman procede a quantificare l’ammontare dell’evasione fiscale derivante dall’esistenza di questa massa di ricchezza finanziaria non dichiarata. Per giungere alla stima di questo valore, Zucman ipotizza un rendimento medio sulla ricchezza detenuta nei paradisi fiscali pari al 5% in termini reali. Confrontando questo dato con una stima sull’aliquota sulle rendite finanziarie (comprese le tasse di successione) a livello globale, Zucman stima in 200 miliardi di dollari il totale dell’evasione, reso possibile dall’esistenza dei paradisi fiscali.

La cifra è di modesta entità (1% del totale delle entrate fiscali a livello mondiale), ma acquista un significato diverso, se passiamo dal livello aggregato a quello delle singole nazioni o aree regionali. Se l’Europa detiene il 10% della sua ricchezza finanziaria all’interno dei paradisi fiscali offshore, la percentuale sale al 22% per i paesi dell’America Latina, al 30% per i paesi africani e ad oltre il 50% per la Russia e i paesi del Golfo. Questo significa che sono i paesi relativamente più poveri ad essere depredati di risorse finanziarie, in misura relativamente maggiore, attraverso il sistema globale dell’evasione fiscale. In questo modo, l’esistenza dei centri offshore costituisce un moltiplicatore potente dell’ingiustizia e della disuguaglianza a livello globale ed è anche per questo che va combattuta con strumenti adeguati.

Zucman ne parla nell’ultima parte del suo libro, chiarendo come sia vano affidarsi alla buona volontà dei protocolli d’intesa. Sono necessari, a suo parere, meccanismi automatici di trasmissione delle informazioni, sanzioni credibili nei confronti dei paradisi fiscali che non aderiscano a meccanismi del genere e un registro globale della attività finanziarie – gestito magari dal Fondo Monetario Internazionale – un catasto globale che unisca le informazioni attualmente raccolte nei registri nazionali (come la Depository trust company degli USA) o sovranazionali (come Clearstream ed Euroclear Belgium per i titoli apolidi). Una volta creato questo catasto globale, dovrebbe risultare più facile imporre quella tassa globale sulla ricchezza finanziaria, proposta da Piketty, e rilanciata da Zucman. Queste proposte si inseriscono all’interno di una vasta letteratura sul tema – dai libri di N. Shaxhon (Le Isole del Tesoro, Feltrinelli, 2009) e di R. Palan, R. Murphy e C. Chavagneux (Tax Havens: How Globalization Really Works, Cornell University, 2000) sui paradisi fiscali a una vasta produzione di saggi scientifici – e rimandano all’idea di un governo del mondo (M. Mazower, Governing the world, Penguin books, 2013), capace di superare gli egoismi nazionali in nome di un bene superiore, come la giustizia distributiva a livello globale. Nel caso dei paradisi fiscali, la questione si pone con particolare evidenza, se pensiamo che molto spesso sono gli stati stessi, e le élite al potere, dagli oligarchi russi, agli emiri del petrolio, a sfruttare a proprio vantaggio il sistema globale dell’evasione fiscale. Anche senza arrivare a questi casi eclatanti, non si può non osservare come tutti gli stati, ad iniziare dal Lussemburgo e dall’Irlanda, corteggino la ricchezza liquida che circola giornalmente nel mondo, cercando di attirarla all’interno dei propri confini con la promessa di un prelievo fiscale sempre più leggero. E’ questo che molto spesso indebolisce la lotta all’evasione a livello globale e rende vani – di fatto – provvedimenti come la Direttiva europea sul risparmio, entrata in vigore il 1 luglio del 2005.

Anche per questo motivo, libri come quello di Zucman sono importanti. Il loro valore sta nel tenere desta l’attenzione sul problema dell’evasione fiscale a livello globale, e nello stimolare l’opinione pubblica globale a fare pressione sui governi perché abbiano più coraggio nel contrastare un fenomeno che favorisce l’aumento della disuguaglianza e delle ingiustizie a livello globale. Che in questo ci sia un forte elemento utopistico è chiaro, ma – per citare le parole di Ezio Tarantelli – non bisognerebbe mai dimenticare che l’utopia dei deboli è la paura dei forti.

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