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Combattere le disuguaglianze economiche: un manifesto

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Premessa e sintesi

La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio.

Un Manifesto è uno strumento assertivo e, in qualche modo, di parte ma fondato su solidi argomenti, con cui si intende richiamare l’attenzione su un problema, del quale vengono sinteticamente illustrate le caratteristiche di fondo e per il quale si indicano schematicamente le soluzioni che, peraltro, non sempre sono immediatamente realizzabili. Ma, come è stato detto, il tempo può rendere politicamente inevitabile ciò che appare politicamente impossibile.

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati, dare brevemente conto della discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i paesi, anche se con differenze talvolta significative. Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operari e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione. Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani. Nella “coda” inferiore della distribuzione dei redditi la diseguaglianza si trasforma in povertà.

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso “keynesiano” che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente. Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la convinzione liberista che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire al principio democratico quello capitalistico: non più “una testa un voto” ma “un dollaro un voto”. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese – mentre venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di nuovi e molto potenti monopoli ; alla maggiore facilità per i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale. E anche a causa di tutto ciò la mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della “gente normale”.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico; l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta, che la diseguaglianza sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica, viene smentita dai fatti e dai molti studi (anche del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il Manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche. Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali. E’ una strada lunga, conflittuale e difficile, ma il problema va affrontato per quello che è. E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo, pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo. Si tratta, in realtà, di modificare i meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e di mettere un freno agli interessi di ceti potenti e mai sazi.

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1 COMMENTO

  1. Complimenti, davvero ben scritto e documentato. Peccato solo l’ostinazione nel contrapporre l’aspetto del progresso tecnologico alle scelte politiche, come se da un lato le scelte politiche si facessero in astratto e non in un dato contesto storico e tecnologico, e dall’altro una diseguaglianza dovuta alla tecnologia avesse davvero alcunché di “rassicurante” (sic!) e “naturale” (perché computer ed algoritmi dovrebbero essere più naturali delle regole che una società si dà?!). Però le raccomandazioni, valide e dettagliate, non sono scalfite da questa ostinazione (anzi, mettere da parte l’esercizio un po’ capzioso di studiare l’incidenza del titolo di studio senza poter misurare né qualità, né motivazione, né orientamento aiuterebbe anche a rinforzare il discorso riguardante la qualità di scuole ed università). Particolarmente apprezzabili sono quelle, spesso trascurate all’interno del tema “diseguaglianza”, riguardanti corruzione ed aiuti alle famiglie. Un po’ più semplicistiche sembrano quelle riguardanti il sistema finanziario (“forme di garanzia obbligatoria da parte delle banche presso la Banca Centrale, come meccanismo di assicurazione nel caso di carenza di liquidità” esistono già… forse sbagliate o non sufficienti, ma il tema non è né nuovo né banale).

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