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L’Homo Oeconomicus e le sue anomalie: le ragioni di un premio Nobel

Eugenio Levi prendendo spunto dall’assegnazione a Richard Thaler del premio Nobel per l’economia, dà conto dei principali risultati raggiunti dall’economia comportamentale e riflette sulle sue prospettive. In particolare Levi ricorda i contributi più importanti di Thaler e presenta un panorama delle opinioni, emerse nei commenti delle scorse settimane all’assegnazione del Nobel a Thaler, sull’importanza dell’economia comportamentale e sulla possibilità che essa porti a una radicale revisione del paradigma oggi dominante.

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Quando, nel 1974, ottenne il Ph.D. all’Università di Rochester, il suo supervisore rese noto che la sua tesi, sul valore di una vita umana salvata, non meritava grandi encomi e che non ne era sorpreso perché, in fondo, si trattava di uno studente dal quale “non ci aspettavamo molto”. Il supervisore è uno dei più acuti economisti degli ultimi decenni, Sherwin Rosen, autore, tra l’altro, di un fondamentale tentativo di spiegare, già nel 1981, cosa c’è alla base delle super-retribuzioni delle cosiddette super-star. E tra le super-star certamente Rosen non includeva il suo allievo. Salvo che il (cosiddetto) Premio Nobel per l’economia quest’anno è stato assegnato proprio a quell’allievo. Richard Thaler, evidentemente, nel frattempo ha trovato l’imbocco della strada che porta verso nuovi e originali lidi di conoscenza e l’ha percorsa con convinzione, e in buona compagnia, nonostante la pigrizia che non ha difficoltà a riconoscere come uno dei suoi tratti distintivi.

Quella strada si chiama – o almeno ha iniziato a chiamarsi da un certo punto in poi – economia comportamentale e la buona compagnia è stata quella degli psicologi cognitivi Daniel Khaneman e Amos Tversky. Thaler già nei primi anni ’70 aveva mostrato interesse per i comportamenti “stupidi” e, man mano che li rilevava, iniziò ad annotarli, tra il serio e il faceto, sulla lavagna del suo ufficio. In realtà quei comportamenti erano “stupidi” principalmente perché in contrasto con l’ipotesi di razionalità contemplata nei modelli economici e, dunque, essi ponevano una sfida alla teoria sui cui poggiavano quei modelli. La lavagna di Thaler avrebbe probabilmente continuato a riempirsi di esempi disordinati e privi di una qualche sistematizzazione se non fosse avvenuto, appunto, l’incontro con Khaneman, insignito anche lui del Nobel nel 2002, e Tversky, prematuramente scomparso nel 1996. Quell’incontro, con tutto quel che ne seguì, permise agli esempi di “stupidità” di trovare una spiegazione tutt’altro che stupida e di sistemarsi in una serie di costrutti teorici, molti dei quali oggi sono considerati indispensabili per comprendere e spiegare importanti fenomeni economici.

L’economia comportamentale, come è noto, analizza il modo in cui i limiti cognitivi e gli atteggiamenti non egoistici influiscono sulle decisioni economiche (si spiega così l’importanza dell’intreccio con la psicologia) e, soprattutto, ha individuato una serie di comportamenti tipici che da essi scaturiscono, ad esempio la tendenza a valutare le perdite diversamente dai guadagni (“teoria dei prospetti”) oppure a scontare l’utilità del futuro remoto più di quella del futuro prossimo (sconto iperbolico). A Richard Thaler dobbiamo, in particolare, tre “scoperte”.

La prima è che le valutazioni economiche incorporano giudizi di equità. Infatti, se il prezzo di un bene è reputato “equo”, la sua desiderabilità tende ad aumentare. Un celebre esperimento di Kahneman, Knetsch e Thaler, è dedicato all’aumento nel prezzo delle pale per spalare la neve, che veniva considerato accettabile se la causa era un generico aumento della domanda e, invece, inaccettabile se a determinarlo era stata una tempesta di neve. Un altro esempio è quello delle scelte “prendere o lasciare” (gioco dell’ultimatum): piuttosto che accettare una distribuzione iniqua si preferisce boicottare un accordo che pure comporterebbe un vantaggio materiale. Inoltre, anche per il timore che siano successivamente boicottate, raramente vengono avanzate proposte del tutto inique.

Un altro contributo di Thaler riguarda le implicazioni del self-control per il consumo. E’ sua e di Hersh Shefrin l’idea che il comportamento individuale dipenda da due “soggetti interiori”: l’agente e il pianificatore. L’agente è temporalmente miope e si preoccupa esclusivamente del presente. Il pianificatore, invece, ricava utilità dal consumo lungo tutto l’arco della vita – e perciò rispetta gli assiomi della razionalità economica – ma non può fare altro che limitare l’insieme delle scelte a disposizione dell’agente, imponendogli delle regole. È la prima volta, ma non sarà certamente l’ultima, che nell’economia comportamentale si propone questa distinzione fra l’Homo oeconomicus, perfettamente razionale e spesso assunto come ideale normativo, e un uomo più naturalmente sociale e intuitivo, che Thaler spesso paragona al personaggio di Homer Simpson della nota serie tv.

Il terzo contributo di Thaler è una teoria del consumo, chiamata “contabilità mentale”, che ipotizza agenti con problemi di self-control, che fanno largo uso di euristiche e violano sistematicamente l’assunzione di fungibilità della ricchezza. Secondo Thaler le persone spesso inquadrano i loro flussi di reddito in categorie diverse a seconda della loro origine e suddividono le loro spese in diversi fonti di bilancio, sulla base del loro oggetto. Un’implicazione di questa teoria è la negligenza economica verso le piccole spese che non verrebbero inserite in alcuna categoria di spesa e perciò non verrebbero considerate nel valutare il consumo e il risparmio.

Nei giorni successivi all’attribuzione del Nobel a Thaler si è sviluppato un acceso dibattito sulla rilevanza di questi risultati e più in generale dell’economia comportamentale. Questo dibattito costituisce anche una buona occasione per esprimersi su una recente previsione di Thaler: “quando tutti gli economisti saranno aperti di mente e disposti a incorporare variabili importanti nel loro lavoro, (…) tutta la ricerca economica sarà comportamentale” (Misbehaving: The Making of Behavioral Economics, Norton & Company, 2015).

Robert Shiller, premio Nobel nel 2013, anch’egli economista comportamentale, considerato il precursore di un suo ramo di successo, la finanza comportamentale, è tra coloro che hanno sottolineato il contributo che la psicologia ha dato ai modelli economici, in particolare migliorandone la capacità di prevedere e spiegare un numero sempre maggiore di fenomeni. Shiller esalta le ricerche del suo collega e critica coloro che ancora ostinatamente utilizzano modelli di scelta razionale.

Roger Farmer, dal canto suo, evidenzia come il programma di ricerca di Thaler richiami nuovamente l’attenzione sull’importanza delle credenze degli agenti nei modelli di macroeconomia. L’entusiasmo di Paul Romer, invece, riguarda la capacità degli studi di economia comportamentale di produrre “conoscenza utile”, in grado cioè di spiegare le tendenze effettivamente osservate e di proporre politiche con effetti positivi sul benessere delle persone. Paul Krugman, pur esaltando il contributo di Thaler, propone di distinguere i campi in cui la razionalità economica compromette la capacità predittiva dell’economia da quelli in cui essa è ancora un benchmark possibile. Tra i primi inserisce la macroeconomia, dove le illusioni monetarie giocherebbero, a suo parere, un ruolo importante per spiegare le rigidità nominali dei salari e dei prezzi; tra i secondi, la finanza. In Italia, Leonardo Becchetti afferma che, grazie alla rinnovata importanza negli studi di economia comportamentale assegnate a reciprocità e altruismo, sono ritornate in auge nell’economia visioni meno riduzioniste dell’uomo; mentre Domenico Delli Gatti e Tiziana Assenza evidenziano il crescente contributo dell’economia comportamentale ai nuovi modelli macroeconomici fondati sull’interazione fra agenti (“modelli agent-based”) e non più sull’equilibrio economico generale.

Se questi sono i sostenitori, non mancano i critici e tra essi spicca il premio Nobel del 2013, Eugene Fama, collega di Thaler a Chicago. In realtà, Fama non si è espresso sull’assegnazione del Nobel a Thaler, ma è noto il suo giudizio tagliente sull’incapacità dell’economia comportamentale di produrre una teoria alternativa sull’andamento dei prezzi di mercato. Ed in questa direzione vanno anche alcuni articoli comparsi di recente sui blog di alcune fondazioni. Nessuno difende le assunzioni del modello di scelta razionale di per sé, ma tutti ne difendono l’utilizzo, contestando la rilevanza dei risultati dell’economia comportamentale per comprendere il funzionamento dei mercati.

Ciò che più viene sottolineato è che le forze di mercato possono risolvere i problemi di irrazionalità, perché spingono ad apprendere dai propri errori, pena l’esclusione dal mercato. In sostanza, la necessità di prendere più volte le stesse decisioni, da un lato, e i meccanismi della competizione, dall’altro, renderebbero le scelte non razionali marginali e ininfluenti. E’ questa, tra le altre, la posizione di Kevin Bryan, professore alla Rotman School of Management di Toronto, di Doug French per il Mises Institute, di James Rogers, professore di scienze politiche alla Texas A&M University. Ryan Bourne del Cato Institute, noto think thank liberale statunitense, aggiunge che, a suo giudizio, sono più i politici che i consumatori a risultare spesso, e pericolosamente, irrazionali. Pietro Reichlin, in un recente articolo per il “Sole 24 Ore”, si inserisce fra i difensori della razionalità economica, seppure con argomenti leggermente diversi. Infatti, egli sostiene che i modelli con informazione imperfetta e eterogeneità negli agenti sono perfettamente in grado di spiegare la maggior parte dei fenomeni economici rilevanti, compresa la crisi del 2008, senza far ricorso a ipotesi di irrazionalità.

Un altro tipo di critiche, invece, sostiene che l’economia comportamentale non è riuscita, ad oggi, a sviluppare teorie convincenti a livello macroeconomico perché non ha abbandonato del tutto le assunzioni della scelta razionale. L’economia comportamentale avrebbe individuato una serie di anomalie alla razionalità e proposto delle correzioni alle teorie dominanti senza però riuscire a trovare un impianto alternativo a quello neoclassico. E’ questa, ad esempio, la tesi di David Ruccio, della Notre Dame University, studioso di economia marxista e postmoderna, e di Lars P. Syll, professore di storia dell’economia alla Malmo University .

Come si vede, in questo dibattito affiorano numerosi e seri problemi sia metodologici che teorici e non è assente l’influenza delle posizioni ideologiche. In tanta varietà, vi sono però alcuni punti fermi. Il primo è che le assunzioni sulla razionalità sono nella gran parte dei casi irrealistiche e erronee. Il secondo è che faticano ad emergere convincenti teorie di economia comportamentale nelle analisi di problemi in cui più sono rilevanti le interazioni sociali fra gli individui. Ed è questo il caso della macroeconomia. Thaler, nella conclusione di Misbehaving, afferma:

“Se dovessi indicare il campo dell’economia in cui sono più ansioso di vedere adottati approcci comportamentali realistici direi che è quello in cui, purtroppo, gli approcci comportamentali hanno avuto finora meno impatto: la macroeconomia. (…) in questo campo mancano due ingredienti che hanno contribuito al successo della finanza comportamentale: la teoria non produce predizioni facilmente smentibili e i dati sono relativamente scarsi.”

Pur riconoscendo queste difficoltà, due considerazioni permettono di essere moderatamente ottimisti riguardo i futuri sviluppi dell’economia comportamentale.

Da un lato, si diffonde sempre più il ricorso alla metodologia degli “esperimenti sul campo”, che, come suggerisce lo stesso Thaler con un gioco di parole, sono “lo strumento più potente che abbiamo per raccogliere evidenze empiriche nelle ricerche economiche basate sulle evidenze empiriche”. Questi esperimenti, che si tengono oggigiorno praticamente ovunque, sembrano mettere in luce l’importanza dei nessi fra i comportamenti degli individui e il contesto sociale.

Dall’altro, sta crescendo l’attenzione degli economisti per altri rami della psicologia, non solamente quella cognitiva. Ad esempio, negli studi più recenti di economia comportamentale si attinge spesso alla psicologia sociale. Le ricerche di Robert Cialdini su conformismo e status o di Henri Tajfel e David Turner sull’identità sociale sono sempre più citate nello studio delle interazioni sociali di tipo economico. Joseph Stiglitz, in un articolo pubblicato quest’anno insieme a Karla Hoff, propone di attingere anche a fonti di sociologia e di antropologia. La sua idea è di costruire modelli in cui gli agenti sono completamente endogeni al contesto sociale e seguono schemi mentali di origine culturale.

In conclusione, riprendendo la previsione di Thaler, l’economia non è ancora diventata tutta comportamentale ed è probabile che non lo diventerà mai, se non altro per l’inesauribile influenza delle propensioni ideologiche. Ma si può certamente dire che grazie agli studi di Thaler e degli altri economisti comportamentali, l’economia ha la possibilità di tornare ad essere una scienza interessante e forse anche più utile.

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