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La stabilità politica del mondo (cinese) passa attraverso il Mare Cinese meridionale

Elisabetta Magnani esamina la tesi secondo cui il centro geopolitico del mondo si starebbe spostando verso Est, cosicché il 21° secolo sarebbe il “Secolo del Pacifico”, e a tal spostamento collega alcuni eventi verificatisi di recente nel Mare Cinese meridionale. Magnani sostiene che alle tendenze favorevoli all’affermarsi del “Secolo del Pacifico” se ne affiancano altre che rivelano tensioni interne al Pacifico e che hanno come attore principale la Cina, fortemente interessata ad assicurarsi, per ragioni economiche, il controllo di quel mare.

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Da tempo si parla dello spostamento del centro geopolitico del mondo verso Est. Era il 1996 quando lessi per la prima volta che il 21esimo secolo sarebbe stato il “Secolo del Pacifico”. Ma nulla spiega il senso di questo slogan meglio dei recenti preoccupanti fatti avvenuti nel Mare Cinese meridionale. Essi, infatti, fanno emergere la co-presenza di segnali contrastanti: da un lato, vi sono tendenze che portano all’affermarsi del “Secolo del Pacifico”, dall’altro, esistono tensioni interne al Pacifico di cui occorre tenere conto per capire i cambiamenti in atto in questa regione. Vediamo perché.

Sono molti ad essere d’accordo su una serie di trend che stanno dando forma ad un nuovo assetto politico mondiale. La Global Diversified Alternatives (GIC), un’agenzia di consulenza creata nel 1991 dal governo statale del Queensland in Australia, di recente ha pubblicato un rapporto nel quale si sostiene che sono cinque le tendenze globali che stanno dando forma all’economia del “Secolo del Pacifico”:

  1. La crescente scarsità di risorse. Circa 10 miliardi di persone popoleranno la Terra nel 2060. L’Asia copre circa il 30 percento della superfice globale e la sua popolazione, di circa 4,4 miliardi nel 2016, rappresenta il 60 percento della popolazione del pianeta.Secondo la Global Population Review la popolazione di questo continente è quella con il più alto tasso di crescita e questo primato continuerà nel prossimo futuro. Una fetta crescente di questa popolazione avrà redditi e modelli di consumo simili a quelli della classe media occidentale. Conseguentemente la scarsità delle risorse naturali, in particolare acqua e energia, diventerà sempre più evidente. Se è vero che “la demografia è destino”, il destino è nel Pacifico.
  2. Il cambiamento tecnologico, soprattutto in chiave digitale. Gli effetti del cambiamento tecnologico sull’occupazione, di cui si è parlato molto, sono molteplici e pervasivi – basti pensare al business del “big data” e alla rivoluzione nel mondo delle infrastrutture e non solo. Alla scarsità delle risorse naturali si aggiunge così quelle dei posti di lavoro. Questo problema è comune all’Est e all’Ovest, ma le risorse di cui disporranno queste due grandi aree del mondo durante il “Secolo del Pacifico” per farvi fronte saranno diverse. Come Blanchard ed altri hanno spiegato di recente (In the wake of the crisis: Leading economists reassess economic policy, a cura di O. Blanchard et al. , MIT Press, 2012) il livello del debito nazionale definisce il margine di azione governativa in caso di crisi, e i paesi asiatici in genere hanno un debito pubblico molto minore di quelli occidentali.
  3. Un alto debito pubblico legato alla coda della transizione demografica. La fine della transizione demografica nell’Occidente e il suo approssimarsi in paesi Asiatici come la Cina – dove sono bassi i tassi di natalità e di mortalità – si tradurrà in marcati processi di invecchiamento delle popolazioni. Le implicazioni di questa transizione demografica per i bilanci pubblici sono ben note. La spesa pubblica, in modo particolare quella per la salute, subirà una robusta crescita. Anche per questo le politiche di austerity hanno ricevuto così tanto sostegno. Paradossalmente, anche di fronte a tassi d’interesse ai minimi storici e a tassi di crescita in molti casi vicini allo zero per molti anni, i paesi Occidentali sono apparsi riluttanti ad attuare politiche di investimenti pubblici, per esempio quelli, tanto auspicati, in infrastrutture. Diverso è il punto di vista su questo tema in Asia, dove dal 2013 funziona la Asian Infrastructure Investment Bank. Finanziata da 22 paesi ma con prevalenza della Cina, questa Banca è impegnata a favore dello sviluppo di infrastrutture in Asia, Africa e Medio Oriente.
  4. La crescente urbanizzazione e la nascita delle megacittà. Già quasi il 10% della popolazione mondiale vive in megacittà di 10 milioni e più di abitanti. Questo trend continuerà ponendo sfide nuove all’architettura urbana, la logistica e le infrastrutture. Se nel 1900 la città più grande del mondo era Londra, e se la crescita di Tokyo ne ha fatto la megalopoli del 20esimo secolo, il futuro demografico appartiene a Mumbai, Shanghai e Dhaka.
  5. Il ruolo della Cina e la “Nuova Via della Seta”. Annunciata nel 2013 dall’attuale Presidente cinese Xi Jinping, l’idea della “Nuova Via della Seta” riassume in un’immagine lo spostamento epocale dell’assetto geo-politico del mondo dall’Ovest all’Est (Cina e India, ma anche Indonesia, Malesia e Vietnam) nonché il tema della connessione dei diversi gangli di potere vecchi e nuovi. In altri termini, la “Nuova Via della Seta” pone un problema di egemonia nel Pacifico, Cina in testa, che incide sulla forma che prenderà il “Secolo del Pacifico”.

Lo spostamento del centro geo-politico del mondo non è che uno dei trends identificati come fattori dominanti nel nuovo millennio. Perché dunque tanta attenzione al Mare Cinese meridionale? Il punto è che la “Nuova Via della Cina” è costituita non da uno ma da due nuovi corridoi del commercio internazionale, uno per via di terra e uno per via di mare. Mentre la via di terra connette la Cina all’Asia Centrale, al Medio Oriente, all’Africa e all’Europa, la via di mare passa attraverso il Mare della Cina Meridionale.

Coloro che esaminano gli equilibri geo-politici sembrano concordare sul fatto che questa vasta area oceanica può alimentare conflitti. Ad esempio Robert Kaplan, autore di “Asia’s Cauldron: The South China Sea And The End Of A Stable Pacific,” e ex-membro della Pentagon’s Defence Policy Board, ne spiega le ragioni ricordando, in particolare, il valore strategico di questi passaggi per le tante economie che si affacciano su queste acque. Un solo dato: il petrolio che passa attraverso lo stretto di Malacca, il passaggio marino dell’Oceano Indiano che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, è il triplo della quantità che passa attraverso il Canale di Suez e quindici volte la quantità che passa dal Canale di Panama.

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Geoff Raby, un ex-ambasciatore Australiano in Cina, ha di recente commentato la crescente tensione militare e politica intorno al Mare della Cina meridionale osservando che il controllo dello Stretto di Malacca è di alto valore strategico per Pechino proprio per questa ragione: assicurare il dominio cinese dello stretto significa ridurne la vulnerabilità con ovvii effetti sul flusso di petrolio che passa attraverso di esso. Va anche ricordato che il Mare della Cina meridionale custodisce enormi riserve petrolifere, (stimate intorno ai sette miliardi di barili di greggio) e di gas metano (circa 30 trilioni di metri cubi). Al momento, la Cina contribuisce in minima parte alla produzione mondiale di petrolio, ma ne consuma circa il 10%. La tesi di una crescente scarsità di risorse, tra cui energia, avvalora l’ipotesi che effettivamente nel Mare della Cina meridionale si giochi il futuro dello sviluppo cinese.

Ma se il Mare della Cina meridionale rivela la fame di energia di Pechino, non meno profondi sono gli interessi di altre economie emergenti, Filippine, Indonesia, Vietnam e Malesia incluse, in questa regione. Il contenzioso tra la Cina e queste nazioni emergenti coinvolge la proprietà delle tante isole e isolotti tra il Sud-est asiatico e la parte malesiana dell’isola del Borneo. Anche per paesi come l’Australia, che non hanno alcuna intenzione di acquisire diritti di proprietà nella regione, il tema di chi controlla cosa nel Mare della Cina meridionale è spinoso: sono in gioco le relazioni diplomatiche tra due paesi, Cina e Australia, appunto, che di certo non godono dello stesso potere economico—basti pensare che un quarto delle esportazioni australiane sono dirette in Cina e l’80 percento sono dirette in Asia. In una fase critica per l’Australia, impegnata nell’ aggiustamento strutturale della sua economia in risposta al declino del settore minerario, la prospettiva di dover prendere una posizione tra le varie nazioni contendenti, spaventa i mercati, come di recente rilevato dall’Australian Financial Review.

Con un rischio di conflitto globale nella regione ci si chiede perché la Cina sia così inflessibile in dispute territoriali che riguardano terre marginali come le isole Spratlys. Le ragioni sono molte, come detto, e includono il valore dei flussi commerciali nella regione, stimati intorno ai 5 trilioni di dollari americani di cui 1,2 trilioni di merci statunitensi. Tutto ciò contribuisce a spiegare la massiccia presenza di forze militari americane nella Mare della Cina meridionale. Dal 2015, gli Stati Uniti hanno intrapreso una serie di iniziative che mirano a limitare il rischio di appropriazione di acque o terre in questa area. Uno degli ultimi palesi dispiegamenti di forze militari, proprio qualche giorno fa, è stato oggetto di attacchi “hacker” di presunta matrice cinese. In questo clima non sorprende che gli umori australiani siano dominati dal timore che gli Stati Uniti premano per una maggiore presenza diplomatica e militare Australiana nelle acque contese.

Le matassa è resa ancora più complicata dalle ragioni storiche e politiche oltre che economiche, che la Cina utilizza per giustificare la sua testarda presenza nella regione del Mare Cinese Meridionale. Secondo Salvatore Babones, nel Mare della Cina meridionale è in gioco l’immagine che la Cina ha del proprio ruolo nel nuovo assetto geo-politico del “Secolo del Pacifico”. Dai tempi della sua unificazione territoriale e politica sotto il governo cinese durante la dinastia Ming nel 1368, la Cina “moderna” si è voluta vedere come una civiltà senza tempo e senza avversari, almeno esterni. La debolezza della leadership politica statunitense è evidente, come ha dimostrato la recente campagna presidenziale e come dimostrano i primi atti di Trump. Ma che ne è dei nemici interni alla Cina?

Secondo uno studio del Fondo Monetario Internationale del 2015, la “Nuova Normalità” Cinese è affidata a un piano di sviluppo dell’economia che richiede un controllo ferreo del mercato del lavoro domestico. In primo luogo, sotto le spinte demografiche in rapida evoluzione, il tempo del surplus labour, che ha voluto dire lavoro a buon mercato dalla fine degli anni Settanta, sta per finire. La transizione è critica perchè sono a rischio due capisaldi dell’economia cinese. Da un lato, c’è la crescita della produttività, di cui le imprese cinesi hanno bisogno per rispondere alla sfida del cambiamento tecnologico e della competizione internazionala. Dall’altro lato, c’è il problema della stabilità dei prezzi e dei salari cinesi, a cui la Cina si affida per rassicurare il mondo sulla capacità del renminbi di giocare il ruolo di moneta di riserva internazionale. Se la crescita del PIL cinese continuerà a rallentare, ne risentiranno i dati occupazionali.

L’apertura della “Nuova Via della Seta” con i suoi complessi collegamenti marittimi, ha lo scopo di fornire illimitate opportunità di investimenti in infrastrutture, con la prospettiva davvero attraente di poter allocare molti lavoratori cinesi nella realizzazione di questi progetti. Che questi ultimi si realizzino in Nigeria, in Australia o in Pakistan, poco importa a Pechino.

La stabilità del mondo cinese davvero sembra passare attraverso il Mare Cinese Meridionale e per questo non stupisce che la “Nuova Via della Cina” sia stata, di recente, presentata a una delegazione Australiana in Cina, come una grande iniziativa di portata culturale e politica epocale prima ancora che economica.

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