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Molte critiche sono state mosse alla politica in questi ultimi anni: incapacità, inaffidabilità, partigianeria, ruberie varie, clientelismo. Tutte sul versante del comportamento del politico e meno sulla capacità dell’agente pubblico di individuare i desiderata dei cittadini, in tutti i campi. Tra queste mancanze il rapporto con la ricerca è stato uno dei peggiori: millantato e abusato in campagna elettorale, ignorato, o peggio, osteggiato una volta al governo. Il rapporto tra informazione e politica è cruciale, non solo in termini tattici ma anche, e forse più, in termini di saper fare. Il tecnico e il politico si rincorrono, a volte si spalleggiano altre non si capiscono, forse perché nessuno rispetta il ruolo dell’altro, così finiscono per cercare di usurparsi le funzioni a vicenda, e di solito a soccombere è il ricercatore.

Questa condotta ha dato luogo a una stagione di riforme e di contro-riforme senza soluzione di continuità. Si pensi al lavoro, all’istruzione, alla giustizia, alle infrastrutture. Svolte repentine e contrarie, destabilizzanti e ulteriore causa del rallentamento dello sviluppo del nostro Paese. Inizia a vacillare l’idea di Riforma come addendum (aumento di benessere) in luogo di una diminutio e ciò induce a un conservatorismo pericoloso, un micro-protezionismo.

L’Italia, co-presidente di turno dell’U.E, dedica l’anno 2014 al “ricercatore”. Predica bene ma, dal 2009 gli stanziamenti per l’università sono scesi da 7,5 a 6,5 miliardi di euro all’anno, sono fuoriusciti 12.000 professori a fronte di 2.000 ingressi, il rapporto ricercatore/lavoratori è 1:370 (in Europa è 1:185), la quota del Pil dedicato alla ricerca non va oltre l’1,25% (lontano dal 3% di Lisbona). Ciò nonostante “contribuiamo ai finanziamenti della ricerca europea più di quanto riusciamo a prendere”. L’Italia per cogliere l’opportunità di Horizon 2020 – 15 miliardi per il 2014-2015, 80 entro il 2020 – deve cambiare logica: il fine non è usare i soldi europei ma farli fruttare!

I laureati italiani sono circa la metà della media Ocse, eppure abbiamo una disoccupazione intellettuale tra le più alte. La nazione primatista mondiale di siti Unesco (49 su 981) ha il 70% della popolazione priva delle competenze di base (Ocse-PIAAC 2013). Il Paese si sta sempre più polarizzando tra chi ha rendite d’appartenenza (casa, lavoro, reti, rappresentanza) e chi no, e ciò genera tensioni sociali crescenti. Infatti il recente calo delle iscrizioni all’università ha riguardato più il “sud e i figli degli operai”, il che significa che le differenze sociali che si erano ridotte negli anni ‘50-‘60, hanno ripreso ad allargarsi, in altre parole la mobilità sociale si è fermata [1. Si veda E. Mandrone, La mobilità sociale, Osservatorio Isfol n. 2/2011].

L’arte, la letteratura, il restauro, il turismo, le lingue, l’archeologia, la geologia, la filosofia, la matematica pura, la fisica teorica, ma anche le professioni sociali, di cura dei giovani o degli anziani, non possono essere viste come “deboli” proprio in Italia. Come farle fiorire? Questa è la sfida: come creare lavoro nel nostro Paese con le sue ricchezze straordinarie ma apparentemente improduttive? Per farlo vanno invertiti i termini della questione: prima bisogna dare valore, dignità, fascino all’oggetto della professione, così dopo sarà facile, naturale, dare una retribuzione adeguata a questi lavoratori. Serve controinformazione, una campagna pubblicitaria al contrario: se cerchi una ragazza, non comprarti una macchina sportiva, falle vedere un bel film; se non hai un buon libro da metterci, cosa te la compri a fare una borsa di marca. Serve un cambio di mentalità, ovvero va ingannato il mercato, che spesso è iperbolico (strapaga un calciatore e sottopaga un logopedista): dare direttamente valore all’arte, alla cura delle persone, al territorio ecc. per ottenere (indirettamente) riconoscimento per chi lavora in quei contesti.

Ma, come sempre, è solo una faccia della medaglia. L’altra è la domanda, ovvero dove sono le imprese che assumono, applicano le tecnologie e fanno decantare il capitale umano che si forma in Italia? Infatti, una volta dati per acquisiti il background familiare, il percorso scolastico e l’ambiente sociale, è l’ambito lavorativo che rappresenta l’habitat in cui agire le proprie competenze e trasmettere le proprie capacità. E quest’ambiente va preparato. Galileo è l’emblema del genio assoluto e solitario, che rappresenta una discontinuità storica, un fenomeno che si è costruito da solo il cannocchiale con cui ha scoperto la Via Lattea. Al contrario, per trovare il Bosone di Higgs ci sono volute decine di anni, centinaia di persone e miliardi euro. Il primo ha dovuto combattere un ambiente ostile mentre i secondi sono il frutto dell’ambiente. La Silicon Valley, il distretto di Bangalore o il nostro triangolo industriale sono i terreni di cova per l’innovazione, sia per un piccolo contributo al progresso sia per una soluzione rivoluzionaria.

Le performance, quindi, dipendono molto dal sistema e da ciò che contiene: l’investimento in R&S nel 2013 in EU27 era pari al 2% del PIL, in Germania, era il 2,80%, in Francia il 2,24% mentre in Italia si investe solo 1,25%. In Germania ogni 1.000 abitanti 6,7 sono addetti alla R&S, 6,1 in Francia e 3,7 in Italia. In Germania si registrano ogni milione di abitanti 275 brevetti all’anno, in Francia 134 e in Italia 78. Infine, ogni 1000 abitanti tra i 20 e 29 anni, in Germania 14 sono laureati in discipline scientifiche, ben 20 in Francia e solo 11 in Italia.

Ma sarà stato opportuno sostenere ad oltranza settori tradizionali che creano opportunità di lavoro a bassa produttività e spesso di modesta qualità e, simultaneamente, alimentare l’istruzione elevata di massa? “La ricerca costa, ma non tanto quanto l’ignoranza” sostiene Giovanni Solimine nel libro Senza sapere, 2014 (Laterza).

Leonardo sosteneva che “…nessuna umana investigazione si può chiamare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni”. Nel caso dell’agire politico non bastano i sentimenti, le idee… serve metodo. A volte la passione rende un cattivo servizio. Cherubini dà una stima generalizzabile “…di 10 cose fatte me n’è riuscita mezza”. La ricerca come driver del risparmio e dell’efficienza della spesa. La ricerca riduce l’entropia (il disordine) del sistema che spontaneamente si crea, riconducendo all’equilibrio o a uno stato di maggior efficienza. La ricerca quindi è l’antagonista della dissipazione, risultato dell’inefficienza. Non confondiamo però l’equilibrio con il conformismo: s’intende un sistema in asse, senza attriti, che funzioni bene, nel quale possono convivere voci dissonanti perché non rappresentano una minaccia ma una ricchezza, come tutte le biodiversità.

La valutazione – un’ulteriore manifestazione della ricerca – è vista spesso come un critico letterario pronto alla stroncatura, invece andrebbe interpretata come un coach, un suggeritore che ti dà la battuta, ti evita di sbagliare clamorosamente, ti suggerisce cosa fare se sei in difficoltà. Quante opere incompiute, inutili o sovradimensionate si sarebbero potute evitare! Le voci critiche sono spesso mancate, e se ci sono state, venivano dileggiate dai fautori del progresso tout court. La ricerca, come tutti i corpi estranei, è continuamente attaccata dal sistema immunitario della politica che la confonde con altri agenti ben più patogeni. È vero che anch’essa necessita di una nuova governance, poiché sovente la funzione di controllore viene meno in quanto inibita dallo abbraccio ferale con la politica che ne mortifica l’indipendenza e il ruolo, contingentando i finanziamenti in base ai giudizi espressi. La luce è il deterrente più importante alla fuga dalla legalità, di tutti i tipi. Potrebbe sembrare provocatorio, ma chi più, preventivamente, userà la ricerca meno dovrà, successivamente, far ricorso alla magistratura!

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