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La più diseguale regione del mondo? Il Medio-Oriente, secondo Piketty

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Rama Dasi Mariani analizza una recente ricerca di Alvaredo, Assovad e Piketty diretta a misurare il livello della disuguaglianza economica nell’area Medio – Orientale considerata nel suo insieme. Mariani sintetizza la complessa metodologia utilizzata dagli autori per superare il problema della scarsità dei dati e della loro limitata comparabilità e illustra i principali risultati raggiunti; in particolare, quello forse più sorprendente: il Medio-Oriente sarebbe la regione del mondo con la più alta disuguaglianza nei redditi.

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In base ad una nuova misura della disuguaglianza, il Medio Oriente risulta essere la regione del mondo con la distribuzione del reddito più disuguale. Il 10% più ricco della popolazione dispone del 61% del reddito totale, mentre al 50% più povero va soltanto il 9%. A fornire questo dato e a spiegare cosa esso significhi è una recente ricerca di Alvaredo, Assovad e Piketty.

Questo dato colpisce di per sé, ma è ancor più allarmante se lo si confronta con quello relativo all’Europa e agli Stati Uniti, cioè le aree sviluppate con la maggiore disuguaglianza economica: qui la quota di reddito detenuta dal decile più ricco è del 47% (circa un quarto più basso del corrispondente dato per l’area mediorientale) e, nel vecchio continente da solo è, del 36% (cfr. fig. 1). Si tenga presente che per avere una distribuzione perfettamente egualitaria ad ogni percentile della popolazione dovrebbe essere attribuito il rispettivo percentile di reddito. Perciò, a titolo di esempio, al 20% della popolazione dovrebbe essere assegnato il 20% del reddito totale.

Il confronto tra le aree sopra menzionate risulta essere particolarmente significativo per via delle crescenti relazioni economiche (e demografiche) che sono intercorse tra loro negli ultimi anni. Dal 1990 al 2016 (cioè nel periodo di riferimento della ricerca in esame) i flussi migratori verso i paesi occidentali si sono notevolmente intensificati, così come i flussi di capitali. Negli stessi anni in Medio Oriente il reddito medio è cresciuto del 15% e la popolazione totale del 70%, raggiungendo per dimensioni quella europea e statunitense. Per quanto riguarda la crescita economica, essa è stata del 60-70% maggiore in Medio Oriente. Il confronto è effettuato sulla base della parità di potere d’acquisto, ciò vuol dire che un individuo residente nella regione mediorientale ha visto crescere il proprio standard di vita più del doppio rispetto ai cittadini europei e nordamericani. Tuttavia, per capire in che modo il reddito di un individuo vari in base alla regione di residenza, è utile tenere conto anche del tasso di cambio. In questo caso, il reddito monetario della popolazione mediorientale è aumentato del 25-30% in più rispetto al blocco occidentale (cfr. fig. 2).

Tra il 1990 e il 2016 anche la disuguaglianza nell’area medio-orientale ha subito qualche oscillazione; è diminuita nei primi venti anni mentre è cresciuta negli ultimi sei. Le variazioni sono, però, sempre rimaste all’interno di un intervallo ristretto: la quota di reddito del top 10% ha oscillato tra il 60 e il 65%, quella del bottom 50% tra l’8 e il 10% (cfr. fig. 3).

La principale causa dell’elevata disuguaglianza nell’area è la differenza di reddito tra le diverse nazioni. Alla base di questa disparità vi è chiaramente la diversa dotazione di pozzi petroliferi; inoltre, è proprio all’interno dei paesi del Golfo che si rileva la distribuzione di reddito più disuguale. A contribuire a questa condizione è stata anche la crescente immigrazione (cfr. fig. 4). Trattandosi di lavoratori per lo più poco qualificati, provenienti dall’Asia meridionale e selezionati attraverso una politica di sponsorship, si è venuta a creare una vera e propria società spaccata in due fasce di reddito. È facile pensare che tale situazione di iniquità possa aver notevolmente contribuito all’instabilità politica e sociale dell’area e perciò sarebbe interessante approfondire in ruolo delle disuguaglianze economiche nella genesi della Primavera Araba, che ha interessato soprattutto l’Egitto.

Il principale contributo di questo lavoro di Alvaredo, Assovad e Piketty al dibattito accademico nel quale la ricerca si inserisce riguarda la metodologia con la quale i dati sono stati ottenuti. Non si può dire, infatti, che gli autori non abbiano sfruttato tutti i dati disponibili nei paesi dell’area. Il database completo è ottenuto unendo indagini demografiche, dati fiscali, dati amministrativi e censimenti nazionali. In particolare, la costruzione della base dati ha seguito una metodologia in tre step.

Il punto di partenza sono state le indagini demografiche presenti nelle varie nazioni e lo sforzo analitico è stato quello di armonizzarle intorno ad un’unica definizione di reddito. Gli autori hanno, infatti, cercato di avvicinarsi il più possibile al concetto del reddito pre-imposta, escludendo però i contributi pensionistici e includendo invece i redditi da pensione. Hanno, inoltre, ipotizzato una uguale distribuzione del reddito tra gli adulti delle famiglie, ossia gli individui di età superiore a venti anni. Ad ogni modo, le indagini, basandosi sulle auto-dichiarazioni degli intervistati, tendono sempre a sottostimare i redditi più alti della distribuzione, i c.d. top income. Per correggere questa distorsione, nel secondo step, gli autori hanno seguito la metodologia suggerita nel 2013 da Milanovic, la quale si basa sull’utilizzo di dati fiscali. Questi sono disponibili solo per il Libano e, pertanto, le correzioni effettuate sui dati di questo paese sono state estese agli altri, con metodo di imputazione. Infine, sono stati corretti i dati fiscali per tener conto anche dei capitali esenti da imposta e quelli non dichiarati. Per i primi si è ricorso a dati amministrativi e, qualora mancanti, ai censimenti nazionali. Per i secondi, invece, gli autori hanno astutamente fatto ricorso alle classifiche stilate da Forbes e altre riviste arabe sulle persone più ricche del mondo. Tuttavia, solo pochi residenti dell’area mediorientale sono presenti in tali classifiche. Come è facile immaginare, l’operazione ha prodotto risultati interessanti solo per gli Emirati Arabi e le altre nazioni che si affacciano sul Golfo Persico; essa ha, però, permesso di correggere, sempre per imputazione, anche i dati relativi agli altri paesi.

La misura della disuguaglianza di reddito ottenuta grazie a questo imponente lavoro sui dati può ragionevolmente essere considerata la più accurata fin qui prodotta. Tuttavia, Piketty e gli altri autori ritengono che dati più dettagliati porterebbero a stimare per il decile più alto una quota di reddito pari al 65-70% circa. Ciò indica anche che la stima di cui si è detto rappresenta il limite inferiore dei possibili risultati. Infine, quanto emerge da questa ricerca non colpisce solo perché la concentrazione del reddito al top e tra le più alte di cui si è a conoscenza, ma anche perché riguarda un’area estesa che comprende più paesi. Dati di grandezza comparabile sono, infatti, stati rilevati solo rispetto a singole nazioni, in particolare il Brasile e il Sud Africa dove il top 10% possiede, rispettivamente, il 55% e il 62% del reddito complessivo.

 

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