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Il capitalismo italiano fra ibridi istituzionali e nuovi ibridi tecnologici

Maria Alessandra Rossi sostiene che l’evoluzione verso tecnologie ‘ibride’ - che applicano le ICT alla sfera della materialità - e l’aumentata pervasività di intangibili e diritti di proprietà intellettuale, sono rilevanti per il dibattito sulla riforma del capitalismo italiano. A suo parere questi sviluppi, che hanno mutato i modelli ‘puri’ di capitalismo (statunitense e tedesco) potrebbero, con politiche adeguate, essere funzionali alla valorizzare di alcuni connotati naturali italiani, generando incrementi di produttività e valore aggiunto anche nei settori tradizionali.

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La questione se la natura ‘ibrida’ del capitalismo italiano – cioè il fatto che esso si discosta dalle varietà di capitalismo ‘pure’, statunitense e tedesco – sia responsabile della sua incapacità di generare sviluppo e benessere è stata recentemente oggetto di un articolato dibattito sul Menabò. In questo articolo, propongo di leggere alcuni dei temi chiave, finora emersi nella declinazione prevalentemente storica della discussione, in una prospettiva orientata al futuro, e in particolare al futuro della tecnologia sul medio-lungo periodo.

Un elemento trasversale alle diverse interpretazioni dell’Italia come ‘ibrido infelice’ riguarda l’incapacità di reagire ai diversi fenomeni globali che, nel tempo, hanno avuto un impatto travolgente sul sistema italiano: break tecnologici passati, aumentata pervasività degli intangibili e dei diritti di proprietà intellettuale, globalizzazione e modifica della distribuzione globale della ricchezza fra capitale e lavoro.

Uno sguardo ad un futuro niente affatto lontano suggerisce l’opportunità di concentrare l’attenzione su un altro elemento globale che potrebbe avere un impatto dirompente sull’Italia: la possibilità che l’applicazione delle ICT (Information and Communication Technologies) alla sfera della materialità – un processo in atto da tempo – assuma i connotati di un vero e proprio cambio di paradigma tecnologico. Al riguardo abbondano le denominazioni (e le interpretazioni): “next internet”, “algorithmic economy”, “big data economy”, “quarta rivoluzione industriale”, ed altre ancora, ma l’elemento comune a questi fenomeni è l’applicazione di tecnologie digitali al mondo fisico su una scala e con una intensità che non hanno precedenti.

Secondo alcuni, sarebbe questo lo sviluppo tecnologico in grado di rendere le ICT general purpose technologies in senso proprio, capaci di generare incrementi di produttività sostenuti su un lungo orizzonte temporale. Non so se questo sia vero – ce lo diranno gli storici a tempo debito – ma è certamente vero che la tecnologia stessa sta assumendo sempre più la natura di un ibrido, un ibrido fra materiale e immateriale o, se si vuole, fra algoritmi e beni tangibili, che investe trasversalmente i settori e le attività economiche più diversi.

Tutto ciò ha profonde implicazioni per le prospettive di riforma del capitalismo italiano che è possibile mettere a fuoco a partire da una discussione dell’approccio delle varietà del capitalismo; infatti, ne risulta radicalmente modificata la tradizionale distinzione fra conoscenze top-down e bottom-up che è alla base delle complementarietà istituzionali individuate nei due modelli di capitalismo considerati “puri” da quell’approccio: il modello statunitense e quello tedesco. Nella letteratura sulle varietà di capitalismo, il vantaggio comparato del modello statunitense risiede nella coerenza/complementarietà fra mercati del lavoro flessibili, capitale di rischio ed elevata concorrenza, che lo rende funzionale a forme di innovazione radicale e conoscenze top-down; mentre il modello tedesco presenta virtuose complementarietà fra forti tutele del lavoro, che stimolano investimenti specifici all’impresa, capitale bancario e relazioni cooperative fra le imprese, che a loro volta favoriscono innovazioni incrementali e conoscenze bottom-up.

Le tecnologie del (potenziale) nuovo paradigma, in particolare nell’ambito manifatturiero, richiedono algoritmi basati su conoscenze tipicamente top-down (prevalentemente, matematica e informatica) che, però, per creare effettivo valore devono essere adattati allo specifico contesto di riferimento, ovvero richiedono anche conoscenze bottom-up. Modelli istituzionali specializzati nell’uno o nell’altro tipo di conoscenze sono, di conseguenza, sempre meno legati a chiari vantaggi comparati.

Gli effetti dell’ibrido tecnologico sono chiaramente visibili anche nell’ambito delle due varietà di capitalismo ‘pure’ individuate dalla teoria. I principali trend sono già in atto, con la scomparsa della tradizionale distinzione fra manifattura e servizi, l’aumento della pervasività dei diritti di proprietà intellettuale di cui ci siamo occupati con Ugo Pagano (cfr. U. Pagano e M.A. Rossi, Cambridge Journal of Economics, 2009) e l’aumento della quota di intangibili nel valore di mercato delle imprese.

Nelle scuole di management degli Stati Uniti, il luogo delle complementarietà legate a conoscenze top-down, ha avuto un certo seguito il dibattito inaugurato da un articolo di Pisano e Shih sull’importanza del reshoring delle attività manifatturiere come strumento per rafforzare l’‘industrial commons’ di conoscenze bottom-up (cfr. G.P. Pisano e W. C. Shih, Harvard Business Review, 2009). La Germania, il luogo delle complementarietà legate alle conoscenze bottom-up, all’inizio degli anni 2000 era considerata il malato d’Europa e oggi invece ne è il punto di forza proprio per la capacità di integrare conoscenze top-down, provenienti da un sistema di trasferimento tecnologico efficace, e conoscenze bottom-up.

Non c’è dubbio, dunque, che l’ibrido tecnologico abbia già indotto significativi cambiamenti nei due modelli ‘puri’ di capitalismo. Nel considerare le prospettive di riforma dell’ibrido italiano non si può quindi prescindere da questa consapevolezza. Quali sono le implicazioni di questo ibrido tecnologico per l’ibrido infelice istituzionale italiano? In particolare, quali aspetti specifici del nostro sistema produttivo e di governance costituiscono un ostacolo che è prioritario rimuovere o, al contrario, un’opportunità da valorizzare al fine di generare le nuove complementarietà che potrebbero essere rese possibili da uno sviluppo tecnologico potenzialmente disruptive?

Sono convinta che la combinazione di algoritmi, dati, e mondo fisico può significare nuove opportunità per l’Italia, a patto di saperle cogliere. L’ibrido tecnologico potrebbe essere, infatti, funzionale a valorizzare i ‘connotati naturali’ italiani. Il mondo dei big data e degli algoritmi è un mondo di estrema personalizzazione dei prodotti: si sfruttano i dati mediante algoritmi per intercettare bisogni che prima non era possibile soddisfare con una produzione di massa. Questo potrebbe consentire di far leva sulla creatività e il saper fare tipicamente italiani per soddisfare in modi diversi dal passato la domanda molto diversificata espressa da un ceto medio mondiale composto da circa 1 milione di persone. In altre parole, l’evoluzione tecnologica apre la strada a nuove complementarietà fra esperienza, conoscenze tacite dei lavoratori e conoscenze codificate – complementarietà non scontate, ma possibili.

La tecnologia potrebbe dunque essere in grado di generare insperati incrementi di produttività e valore aggiunto anche nei settori tradizionali. L’impatto dell’applicazione dell’ICT al mondo fisico appare, infatti, trasversale rispetto ai settori: dalle applicazioni mediche all’industria petrolifera, dagli elettrodomestici al futuro del retail. In qualche misura, dunque, il problema della specializzazione produttiva in settori tradizionali/avanzati – uno dei più frequentemente evocati per l’Italia – assume connotati nuovi: si tratta di fare in modo che i settori tradizionali diventino un po’ meno tradizionali aprendosi alle opportunità offerte dalla tecnologia e non necessariamente di chiedere a chi fa scarpe di costruire robot.

Ovviamente, com’è ben noto, la distanza che separa il mondo produttivo italiano da queste opportunità è molto grande. Questo però dovrebbe essere uno stimolo a mettere in campo un ambizioso programma di riforma che va ben oltre il piano Industria 4.0, che di queste cose si occupa ed è un interessante passo avanti. Mi limiterò a sollevare due punti e mezzo in proposito.

Il primo punto riguarda l’imprescindibile “dotazione iniziale” necessaria a cogliere l’occasione del cambiamento tecnologico: il capitale umano. Il talento e il capitale umano rappresentano, infatti, il fattore chiave per sprigionare i benefici di qualsiasi tecnologia di frontiera, come ci hanno ricordato Felice, Nuvolari e Vasta sul Menabò.

Quale capitale umano? Servono conoscenze generali o specializzate? Non c’è dubbio che servano entrambe per sfruttare i benefici dell’ibrido tecnologico. La capacità degli algoritmi di esercitare efficacemente la loro funzione è limitata dalla umanissima capacità di comprensione di chi li scrive. Servono quindi lavoratori con competenze matematico-scientifiche avanzate per scrivere questi algoritmi. Però è anche necessario sapere individuare i problemi concreti che necessitano di una soluzione attraverso gli algoritmi, e anche questa capacità è limitata dal talento e dalle competenze di chi opera a diversi livelli dell’impresa. In altre parole, le conoscenze top-down e bottom-up sono intrinsecamente legate alla qualità del capitale umano disponibile e da esse dipendono.

Il secondo punto riguarda corporate governance e dimensione delle imprese. Esiste una struttura di corporate governance ottimale per l’innovazione, che avrebbe senso favorire in Italia? Con due coautori ho provato a dare un contributo alla vasta e controversa letteratura sul tema, considerando in particolare l’impatto sull’innovazione (brevetti), di diversi aspetti della corporate governance, e soprattutto del grado di concentrazione della proprietà (cfr. F. Belloc, E. Laurenza e M.A. Rossi, Industrial and Corporate Change, 2016). I nostri risultati mostrano che il grado di concentrazione ottimale dipende dalla dimensione delle imprese e dal settore (high tech e low tech). Dunque, non esiste un modello di corporate governance che può dare, di per sé, un vantaggio competitivo a livello di paese.

Esistono, tuttavia, aspetti della corporate governance sui quali indirizzare l’attenzione: tutti quelli che incidono sulla scala dimensionale delle imprese. La dimensione delle imprese, che è sempre stato un forte limite del sistema produttivo italiano, diventa infatti ancora più cruciale in vista degli sviluppi tecnologici in atto: da essa dipende la possibilità di avere accesso sia agli input fondamentali dell’innovazione e della produzione – brevetti o dati e algoritmi – sia ai mercati esteri, nonché di collocarsi in una posizione più favorevole della catena del valore globale (cfr. A. Giunta e S. Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza, 2017).

L’abbattimento radicale dei costi di transazione indotto dalla digitalizzazione renderà più facile realizzare economie di scala mediante il coordinamento di imprese diverse e potrebbe creare nuove opportunità per sfruttare la dispersione localizzata di conoscenze e saperi che ha sempre caratterizzato il tessuto produttivo italiano. Quindi, sul piano delle policy, accanto agli interventi volti a superare direttamente lo storico problema dimensionale delle imprese italiane agendo ad esempio sui vincoli al finanziamento, sono necessarie misure in grado di superare indirettamente il problema, attraverso un maggiore coordinamento di imprese di dimensione più contenuta, come ad esempio è il caso con i cosiddetti Digital Innovation Hub di cui si discute nell’ambito di Industria 4.0, e come ha suggerito Pagano sul Menabò.

Infine, la questione delle tutele sociali del lavoro si complica ulteriormente, se è vero che siamo di fronte ad un modello tecnologico ibrido, che funziona se si è capaci di sfruttare congiuntamente competenze top-down e bottom-up. Il sistema ottimale dovrebbe indurre investimenti in capitale umano sia generico, sia specifico e, al contempo, assicurare la riconversione dei lavoratori che subiscono gli effetti del cambiamento strutturale indotto dalla tecnologia. Ci sono, probabilmente, diverse strade per farlo, l’importante è porsi per tempo il problema.

Per concludere, dunque, il paradigma (?) tecnologico in via di affermazione, legato a conoscenze ‘ibride’, riduce lo spazio per varietà e configurazioni istituzionali ad hoc: è necessario che gli elementi del sistema innovativo funzionino tutti bene. Non sono più eludibili serie riforme volte ad assicurare la disponibilità di risorse umane (talento e conoscenze), risorse finanziarie (rimuovendo i vincoli al nanismo che impedisce di raggiungere la scala di investimento necessaria a partecipare all’innovazione) ed accesso alle risorse intellettuali indispensabili (conoscenze codificate in brevetti e dati). Si tratta, è evidente, in gran parte dei ‘soliti sospetti’. Inoltre, i vincoli fiscali e regolamentari all’adozione di politiche industriali in ambito nazionale sono molti. Se, però, fosse vero che siamo vicini ad un nuovo paradigma tecnologico, il pericolo di rimanere travolti dalla disruption che esso comporta dovrebbe spingerci finalmente a fare qualcosa.

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