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I danni delle catastrofi naturali: quale strategia per la prevenzione?

Marcello Basili e Maurizio Franzini tornano a occuparsi di prevenzione dei danni da catastrofi naturali. Dopo aver ricordato le conseguenze di recenti eventi di questa natura e le stime sulla loro probabilità di verificarsi, Basili e Franzini sostengono che occorre un’assicurazione obbligatoria, sensibile alle disuguaglianze economiche, la cui introduzione può essere agevolata da politiche di nudge che contrastino l’accertata e poco razionale tendenza all’inerzia di fronte a eventi con bassa probabilità ma con conseguenze potenzialmente gravissime.

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“Qui succede Casamicciola”. Questa locuzione, nell’area napoletana, è frequentemente usata per indicare il rischio di una grave catastrofe e sembra che anche Eduardo Scarpetta se ne servì in un suo testo teatrale dell’inizio del ‘900. A originarla è stato il terribile terremoto che nel 1883 colpi l’isola di Ischia, e in particolare Casamicciola, causando crolli e distruzioni che significarono la morte per 2300 dei 4000 abitanti.

Il terremoto di origine vulcanica di magnitudo 4 che il 21 agosto scorso ha colpito Ischia, e in particolare i comuni di Casamicciola e Lacco Ameno, provocando l’abbassamento di 4 cm del suolo, 2 morti, 42 feriti e circa 1500 sfollati, non è dunque un evento unico. Infatti, dal 1275 l’isola è stata interessata da 12 sismi, di magnitudo 3-4, come risulta dal catalogo dei terremoti italiani.

Siamo, dunque, di fronte a un evento che si ripete, anche se con non altissima frequenza e, con i necessari adattamenti, questa affermazione vale per gran parte del nostro territorio.

Se ci riferiamo all’Italia nel suo insieme, oltre il 40% dei comuni si trova in aree a rischio sismico, mentre sono 7.145 (88,3% del totale), i comuni a rischio frane e/o alluvioni e in ben 7 regioni il 100% dei comuni è a rischio idrogeologico. Secondo il Rapporto Dissesto Idrogeologico in Italia (ISPRA 2015), “le frane censite nell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia sono 528.903 e interessano un’area di 22.176 km2, pari al 7,3% del territorio nazionale … supera i 7 milioni il numero degli abitanti residenti in aree a rischio frane e alluvioni (12% del totale), dei quali oltre 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3 e P4), mappate nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) e quasi 6 milioni vivono in zone alluvionabili classificate a pericolosità idraulica media P2 con un tempo di ritorno fra 100 e 200 anni (perimetrate nell’ambito della Direttiva Alluvioni)”.

Nelle previsioni si parla, in realtà, di probabilità di eventi sismici nei prossimi 50 anni fin oltre il 30% e ancora più elevate sono quelle relative ai disastri idrogeologici.

Si tratta di probabilità non piccole di fronte alle quali un comportamento maggiormente orientato alla prevenzione sembrerebbe razionali. E ancor di più sarebbe così se si tiene conto degli enormi danni che possono verificarsi al concretizzarsi dell’evento. Nell’ultimo terremoto di Ischia, i danni sono stati consistenti, malgrado la bassa intensità del sisma. E’ accaduto che gli effetti dello scuotimento sugli edifici sono stati amplificati dal cosiddetto effetto sito cioè dalla presenza di terreni non consolidati. Tuttavia ciò che più colpisce – anche se non si tratta di una novità – è la presenza di crolli puntuali, cioè a macchia di leopardo: case e chiesa rase al suolo contigue ad abitazioni che, pur lesionate, hanno resistito.

Ma i danni potrebbero essere enormemente più gravi, anche in termini di vite umane. Restando nell’area napoletana il pericolo viene soprattutto da due vulcani, il Vesuvio e i Campi Flegrei, che sono tra quelli a più alto rischio nel mondo. E, si ricordi, nei dintorni dei due vulcani abitano circa 3 milioni di persone.

Il Vesuvio nel corso di 17 mila anni ha prodotto almeno 5 eruzioni pliniane (stromboliana violenta) – cioè violente come e più di quella che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei – e non soltanto sub-pliniane che prevedono l’evacuazione dei 600 mila abitanti dei 18 comuni della zona rossa, alle pendici del vulcano. Il Vesuvio è un vulcano a condotto chiuso e in questo caso ogni previsione sulla quiescenza basata sulla frequenza delle eruzioni è praticamente inutile. Alcuni ricercatori, come il prof. Giuseppe Mastrolorenzo, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ritengono che l’assenza di una specifica teoria sui cosiddetti precursori dell’eruzione, renda arbitraria la decisione di basare i piani di sicurezza su uno scenario sub-pliniano, soprattutto quando la probabilità di un evento catastrofico pliniano con coinvolgimento dell’intera area metropolitana di Napoli è stata stimata, dagli stessi scienziati, all’11%.

I Campi Flegrei sono il vulcano più grande e pericoloso d’Europa con un indice di esplosività di sette su una scala di otto. Nell’eruzione di 39mila anni sembra che la cenere raggiunse Groenlandia e abbia contribuito   all’estinzione dei Neanderthal. In un articolo pubblicato su Nature Communication (15 maggio 2017), Kilburn (UCL), De Natale e Carlino (INGV) analizzano le deformazioni del suolo (bradisismo), le correlano alla presenza (accumulo) di energia nella crosta terrestre e quindi alla sua rottura con conseguente eruzione. La ripresa della dinamica (innalzamento di 30 cm) potrebbe avviarsi su un sentiero come quello osservato nel 1982-1984 con 2 metri di sollevamento del suolo e indicare la formazione di un lago magmatico sotterraneo che accelererebbe la rottura della crosta e quindi un’eruzione.

Nel maggio del 2017, l’INGV ha reso nota, nell’ambito della Guida all’Osservatorio Vesuviano, “una simulazione tridimensionale di un’eruzione pliniana ai Campi Flegrei (Napoli), simile all’eruzione di Agnano Monte Spina che avvenne nella caldera dei campi circa 4100 anni fa. Le superfici esterne, in luce rossa, rappresentano la temperatura di miscela di circa 100°C, mentre quelle interne rosse e gialle, quelle con temperatura di 350°C.”

E’ evidente che i danni complessivi dipendono in larga misura dallo stato degli edifici e qui emerge un punto molto debole del nostro paese. Il solo Piano Casa Italia ha individuato oltre 500 mila edifici, in 650 comuni, esposti ad un rischio elevato. Peraltro, un recente dossier dell’ordine degli ingegneri di Roma indica come l’80% degli edifici della Capitale abbia più di 80 anni, quindi sia stato edificato prima della legge degli anni 70 sui requisiti antisismici; per questo motivo necessiterebbe di approfondite verifiche di stabilità. Ciò vale, naturalmente, non soltanto per la città di Roma.

Ed è significativo che, anche in seguito a eventi catastrofici, poco si faccia per porre rimedio a questa situazione. I distruttivi terremoti di Aquila (2009) e Amatrice (2016) hanno provocato, rispettivamente, 309 vittime, oltre 1.600 feriti e 299 vittime con 388 feriti e decine di miliardi di danni. Tuttavia, nonostante i vantaggi fiscali del Sisma Bonus del 2016 e i finanziamenti del programma Casa Italia del 2017, dotato di un fondo iniziale di 2 miliardi di euro, le ristrutturazioni procedono lentamente, troppo lentamente.

Appare più che appropriato, dunque, chiedersi perché tutto questo accada e se la razionalità non richiederebbe altro, in particolare un investimento enormemente maggiore di risorse pubbliche e private nella prevenzione dei danni che un evento naturale poco probabile ma catastrofico potrebbe determinare.

Per tentare una risposta, un utile punto di partenza sono i numerosi studi che dimostrano come gli individui tendano a non valutare correttamente le probabilità quando queste sono piccole e a tenere un comportamento diverso di fronte a perdite estese (risk taking) e a guadagni improvvisi (risk averse). La ricca letteratura scientifica su questi temi è stata originata da Kahneman e Tversky, che con la prospect theory e il reference point, hanno razionalizzato l’esistenza di una curva dell’utilità attesa a forma di s rovesciata, cioè con preferenza al rischio per le perdite e un’avversione al rischio per le vincite. In tal modo essi danno conto della relativa insensibilità dei comportamenti rispetto a eventi negativi cui si attribuisce una bassa probabilità (Cfr. D. Kahneman e A. Tversky, “Prospect Theory: An analysis of decision under Risk”, Econometrica, 1979 e, più di recente, K.Fox-Glossman e E. Weber, “What makes risks acceptable?” Journal of Mathematical Psychology, 2016, sulla teoria del rischio atteso congiunto).

Vi è, quindi, un problema di distorta percezione del rischio in presenza di questi eventi estremi e di tendenza a vedere il rischio in termini di feeling (risk as feeling), cioè di emozioni e affetti che trasformano l’incertezza e le sue conseguenze in ansia o paura e limitano la capacità di assegnare un valore alle prevedibili conseguenze. Ad esempio, una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica (psychological numbing). Inoltre si genera la tendenza a intraprendere una singola azione che riduca l’ansia o la paura, piuttosto che un insieme di azioni in grado di ridurre efficacemente il rischio (single action bias). Si potrebbe, dunque, spiegare in questo modo la poco razionale condotta nei confronti di eventi naturali catastrofici, che si manifesta nei comportamenti dei singoli, e anche negli orientamenti della politica.

Per invertire questa tendenza un primo passo potrebbe essere quello che consiste nel cercare di correggere questa forma di “distorsione cognitiva” facendo uso dei “nudge”, cioè di quelle spintarelle che aiutano a compiere le scelte migliori per se stessi, di cui hanno parlato per primi Thaler e Sunstein (“Libertarian Paternalism”, American Economic Review, 2003) e che sono già stati oggetto di attenzione sul Menabò. In questo caso, come suggerisce un recente contributo (L. Miesler et al. “Informational nudges as an effective approach….” in Journal of Consumer Behaviour, 2017) il nudge potrebbe consistere nella “umanizzazione del rischio” cioè nel collegare la probabilità dell’evento ad altri che sono più familiari. Ad esempio la probabilità stimata di un’eruzione pliniana del Vesuvio, pari all’11%, potrebbe attivare reazioni diverse se venisse presentata (naturalmente rispettando quel che si conosce) come la probabilità tripla di morire in un incidente stradale o di prendere 100 all’esame di maturità. L’effetto potrebbe essere quello di attivare azioni di prevenzione, tra le quali rientra quella che consiste nella sottoscrizione di un’assicurazione contro i disastri naturali.

L’esistenza del problema trova numerose conferme e non soltanto nel nostro paese. Le recenti inondazioni nel Texas hanno provocato danni immensi in gran parte a carico di chi non aveva alcuna assicurazione. Il riferimento a questo disastro è utile anche perché permette di ricordare che negli Stati Uniti l’assicurazione contro le inondazioni è obbligatoria esclusivamente nelle aree in cui si è verificata almeno una inondazione negli ultimi 100 anni e soltanto se la casa è gravata di un’ipoteca garantita dallo stato. Peraltro, l’agenzia che gestiste l’assicurazione (NFIP) non riesce a coprire tutti i danni, come è facile che accada se la base degli assicurati è ristretta (Cfr. The Economist, “Under water”, 9 settembre 2017).

Tenendo conto di tutti questi aspetti la strada da seguire sembra essere quella che combina l’uso del nudge per creare maggiore consenso attorno all’ipotesi di assicurazione obbligatoria con l’adozione, appunto, di quest’ultima misura evitando, però, di restringerla a aree in cui, sulla base di una concezione frequentista, si ritiene che la probabilità del disastro sia sufficientemente elevata. Inoltre, nella definizione dei dettagli si dovrebbe prestare attenzione particolare alle conseguenze distributive dell’assicurazione, prevedendo sostegni pubblici per coloro che dispongono di redditi limitati e tutele per gli affittuari economicamente più deboli.

Altre strade sembrano destinate all’insuccesso. In un precedente articolo avevamo dubitato dell’efficacia di provvedimenti fiscali (crediti d’imposta) volti a incentivare gli interventi di ristrutturazione sulle case, ed i motivi erano due: l’alto costo degli interventi e il basso valore dell’imponibile medio soggetto a tassazione IRPEF per il 90% dei contribuenti (solo 4 milioni di persone su oltre 41 milioni dichiarano redditi superiori a 35.000 euro). Quel che è accaduto da allora conferma i nostri timori e rafforza le ragioni a favore dell’assicurazione obbligatoria degli immobili contro le calamità naturali, tra le quali vi è il fatto che per sottoscrivere una tale assicurazione occorrerebbe mettere a norma l’immobile con effetti positivi anche sul fronte del contrasto dell’abusivismo. Quanto ai soggetti che dovrebbero gestire una simile assicurazione le formule potrebbero essere diverse, ed una di esse è quella che consiste nel prevedere assicuratori privati ma con una cassa di riassicurazione, come abbiamo sostenuto le ricordato articolo.

In conclusione, il sentiero che conduce verso un’efficace prevenzione dei danni provocati dalle catastrofi naturali potrà essere più facilmente percorso se l’intervento pubblico saprà combinare la “gentilezza” dei nudge, con l’incisiva efficacia dell’obbligo assicurativo e l’equa ripartizione dei suoi costi.

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