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Giulio Regeni: le ragioni etiche e scientifiche di una ricerca difficile

Pubblichiamo la traduzione del discorso che William Brown ha tenuto alla LSE in occasione di un incontro in memoria di Giulio Regeni. Brown ricorda quale fosse il progetto di Giulio e la metodologia che intendeva adottare; sottolinea l’importanza delle ricerche sul campo per le scienze sociali e per la costruzione della democrazia e sostiene che la morte di Giulio non sarebbe soltanto una tragedia personale se frenasse i ricercatori dal compiere il proprio lavoro sul campo. Anche tenendo conto di questo il dottorato congiunto in economia delle Università di Firenze, Pisa e Siena ha proposto di attribuire a Giulio Regeni il titolo di Dottore di Ricerca.

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Questo è un momento davvero angosciante. Sono onorato di parlare alla Società Italiana dell’Unione degli Studenti della London School of Economics in occasione dell’anniversario della tragica morte di Giulio Regeni. Forse potrei cogliere questa occasione per dire quanto abbiamo apprezzato il sostegno dell’ambasciatore italiano a Londra, Pasquale Terracciano, lo scorso maggio, quando una nostra delegazione si è recata presso l’ambasciata egiziana, chiedendo un’indagine adeguata sulla morte di Giulio.

 Come mio contributo a questa serata, vorrei dire qualcosa sulla natura della ricerca di Giulio, sul metodo che utilizzava, sul perché il campo di ricerca da lui scelto è importante e per indicare un ulteriore significato di quello che gli è stato fatto.

Sono stato contattato da Giulio nel 2014 all’inizio del suo dottorato di ricerca a Cambridge. Non ero il suo supervisore, ma i suoi interessi accademici e i suoi metodi di ricerca si avvicinavano ai miei e lui pensò di parlarmene. Il suo tema di ricerca era l’emergere di sindacati indipendenti in Egitto. Non sapevo nulla dell’Egitto, ma avevo svolto varie ricerche sui sindacati nel mondo sviluppato. In tempi più recenti avevo aiutato un gruppo di giovani studiosi cinesi che stavano lavorando sul sindacalismo emergente nella Repubblica popolare cinese.

Giulio e io ci siamo incontrati per discutere i suoi progetti. Gli ho suggerito letture appropriate sugli argomenti e i temi che lo interessavano. L’ho messo in comunicazione con tre dei miei contatti fuori dall’Egitto che erano disposti ad aiutarlo in vista del suo futuro lavoro sul campo. Tutti e tre erano miei ex studenti o colleghi di ricerca. Uno di essi ha lavorato per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), un altro per una federazione sindacale internazionale con sede a Ginevra, e l’ultimo per un’organizzazione che svolge attività di formazione per i sindacati che stanno nascendo nei paesi in via di sviluppo. Il contatto più fruttuoso è stato quello con l’uomo dell’ILO, che ha messo Giulio in contatto con il loro referente in Egitto.

L’ultima richiesta di orientamento sulla letteratura da consultare per la ricerca, che ho avuto da Giulio, è nata dal suo desiderio di mettere in relazione i sindacati indipendenti, che stanno nascendo in Egitto, con alcune tendenze più generali dell’economia globale, come la “flessibilizzazione” del lavoro. Mi disse che aveva intenzione di trascorrere l’estate del 2015 nell’Istituto tedesco di sviluppo di Bonn, lavorando sulla politica industriale verde e l’inclusione sociale in Egitto.

Menziono questo episodio perché la richiesta di Giulio rende evidente quanto fossero normali e non controversi i suoi interessi di ricerca. Credeva che i sindacati liberi potessero dare un contributo importante all’emergere delle istituzioni della società civile nell’Egitto del post-Mubarak.

Come è accaduto di recente in Polonia, in Sud Africa e in altri paesi, i sindacati possono svolgere un ruolo centrale nel difficile compito di sostituire istituzioni democratiche ai regimi autocratici. In passato, leader sindacali come Tom Mboya, Lech Walesa e Cyril Ramaphosa hanno fatto molto per la transizione pacifica dei loro paesi verso la democrazia. L’attività sindacale che educa i lavoratori ai processi democratici locali è altrettanto importante quanto quella (ben più evidente) che consiste nel dare loro una voce sui problemi occupazionali. Anche così si alimentano quelle capacità politiche che sono essenziali per abbattere le strutture totalitarie. È anche opportuno ricordare come, nel periodo tra le due guerre, siano state le profonde radici democratiche di Italia, Germania e Giappone a far sì che, in questi paesi, i sindacati fossero in prima linea nella resistenza ai regimi militaristi, spesso pagando enormi costi personali.

Il metodo di ricerca di Giulio si basava sull’individuazione di alcune delle persone in ruoli chiave nei sindacati emergenti, da intervistare sulle rispettive organizzazioni, partecipando, se possibile, alle loro riunioni come osservatore passivo. Un contatto ne avrebbe portato un altro, permettendo di accumulare informazioni un po’ alla volta, con l’obiettivo di costruire una storia coerente per un caso di studio sindacale. In questo modo, attraverso un numero relativamente esiguo di contatti, capaci di fornire informazioni preziose sullo sviluppo istituzionale in corso in Egitto, Giulio sarebbe riuscito a raccogliere il materiale necessario per scrivere la sua tesi di dottorato.

Non c’era nulla di nuovo in questo approccio. Oltre un secolo fa John Commons, il fondatore dell’economia istituzionale, lo usò per studiare i sindacati americani. Più o meno negli stessi anni, Beatrice e Sidney Webb, i fondatori della tradizione britannica di studio delle relazioni industriali (e della LSE), lo usarono nella loro analisi classica dei sindacati britannici. È il metodo di ricerca standard.

Negli anni ’60, come giovane ricercatore novizio, l’ho utilizzato io stesso per studiare le rappresentanze sindacali nelle West Midlands. Oggi i miei giovani colleghi cinesi si servono dello stesso tipo di lavoro sul campo per esplorare il pragmatismo con il quale i funzionari del sindacato ufficiale cinese affrontano un numero crescente di controversie di lavoro. Questo metodo di ricerca è affettuosamente definito così: “parlare ai dati”.

Da qualche anno questo tipo di lavoro sul campo viene spesso gratificato del titolo di “etnografico”. L’idea di base è che il modo migliore per comprendere un’istituzione sociale è accertare le percezioni (spesso sorprendenti), le credenze, le aspettative, i valori e le strutture di riferimento delle persone in essa coinvolte.

Di nuovo, non c’è nulla di straordinario in tutto questo. Quasi duecento anni fa il poeta inglese Coleridge scrisse: “Finché non comprendi l’ignoranza di uno scrittore, ritieniti tu stesso ignorante della sua capacità di comprendere la realtà”. È questo il cuore dell’approccio umanistico allo studio delle scienze sociali.

Il modo migliore di condurre questo tipo di ricerca è parlare con le persone coinvolte e osservare come operano e interagiscono. Giulio aveva sia il desiderio che la capacità di condurre la sua ricerca sul campo. Per conquistare la fiducia delle persone, è importante essere considerati disinteressati, rispettosi, pazienti e, naturalmente, non rivelare mai nulla che possa nuocere loro.

Non è semplice, anche perché la micropolitica delle istituzioni inadeguate è sempre complicata. I datori di lavoro raramente accettano di buon grado l’idea che gli estranei parlino ai loro lavoratori più problematici. Il ricercatore accademico deve affrontare il sospetto che a muoverlo siano motivi reconditi di natura politica o commerciale. E, come sappiamo fin troppo bene, nei regimi corrotti o totalitari, sospetti del genere sono spesso nutriti da chi si trova in posizioni di autorità.

Per ragioni nobili questo lavoro sul campo, faccia a faccia, ha molto in comune con il miglior giornalismo; e ne condivide alcuni pericoli. Ma, come nel caso del giornalismo, se questo tipo di lavoro sul campo diretto viene trascurato, le scienze sociali rischiano di perdere la loro presa sulle realtà di un mondo che cambia rapidamente. In particolare, perde ogni presa sulla complessità elusiva delle relazioni di potere. L’esercizio del potere informale è raramente palese, ed è meglio esplorarlo attraverso un colloquio personale, con le sue storie, le sue sorprese, il suo umorismo ed i suoi eloquenti silenzi.

Senza questo tipo di lavoro sul campo, il ricercatore accademico finisce per dover dipendere, nella sua ricerca di informazioni, quasi esclusivamente dai comunicati stampa e dai siti web. Si tratta di un approccio importante anche per le scienze sociali quantitative. Senza il lavoro sul campo per aggiornarne la rilevanza al mutare delle circostanze, le domande che vengono sottoposte agli intervistati nelle indagini campionarie su larga scala, perdono rapidamente la loro capacità di penetrare la realtà. E se questo accade, l’analisi statistica dei dati scade al livello di un sofisticato trattamento di spazzatura concettuale.

Lasciatemi concludere. La morte di Giulio è stata una tragedia personale. Se essa scoraggiasse i ricercatori dall’intraprendere il proprio lavoro sul campo, le sue conseguenze sarebbero ancora più gravi: le ricerche sociali orientate alla politica economica nei paesi in via di sviluppo arretrerebbero e crescerebbero ancora le difficoltà che devono affrontare coloro che lottano per la costruzione di società democratiche.

* Questa è la traduzione del discorso tenuto in un incontro in memoria di Giulio Regeni alla London School of Economics.

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