Rubriche Resoconti

Contro la disuguaglianza. Resoconto di una bella mattinata a Montecitorio

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Elena Granaglia, dedica il Resoconto alla presentazione del Manifesto contro la Disuguaglianza tenutasi alla Camera dei Deputati lo scorso 21 settembre. Il Manifesto, elaborato da economisti impegnati in Nens e in Etica e Economia, fornisce i principali dati sulla disuguaglianza odierna; ragiona sull’accettabilità di tali disuguaglianze, considerando sia i meccanismi che ne sono alla base sia le possibili conseguenze di disuguaglianze elevate e formula 28 proposte di contrasto.

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Siamo qui per “ragionare sul tema dei temi; il tema dei temi è il problema dei problemi: la disuguaglianza”. Con queste parole la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha aperto il seminario di presentazione del Manifesto contro la Disuguaglianza scritto da Nens e da Etica e Economia ed elaborato da Maurizio Franzini, Elena Granaglia, Ruggero Paladini, Andrea Pezzoli, Michele Raitano, Vincenzo Visco. (il link all’evento è http://webtv.camera.it/evento/11826). La presentazione del Manifesto è stata affidata ai due presidenti di Nens e di Etica e Economia, Visco e Franzini. Per la discussione è stato invitato ed era presente Romano Prodi. Roberta Carlini ha moderato.

Franzini ha illustrato, innanzitutto, i dati principali sull’elevatezza delle disuguaglianze odierne. In sintesi, sullo sfondo di uno spostamento fra i 10 e i 15 punti di valore aggiunto dal lavoro al capitale, assistiamo, seppure con dinamiche diverse da paese a paese, alla crescita generalizzata della disuguaglianza nei redditi disponibili; alla crescita ancora più marcata nella disuguaglianza nei redditi di mercato, con l’1% che prende quote sempre maggiori di reddito; alla crescente incidenza dei redditi da lavoro tra i redditi percepiti dall’1%, o addirittura dello 0,1% più ricco, e alla crescita delle disuguaglianze interne ai gruppi (le disuguaglianze cosiddette within). Paradigmatica, a quest’ultimo riguardo, è la disuguaglianza nei redditi di lavoro a parità di titolo studio.

Limitandoci all’Italia, l’indice di Gini dei redditi disponibili è passato, fra il 1985 e il 2013, da 28,7% a 32,5% e quello di mercato da 38,6% a oltre 50% (uno dei più alti nei paesi Ocse). La quota di reddito detenuta dall’1% più ricco si aggira attorno al 10%, mentre la quota di reddito da lavoro presente nei redditi di mercato dello 0,1% più ricco sale da 29, 5% nel 1980 a 66,2% nel 2008. Al tempo stesso, il titolo di studio spiegherebbe poco più del 10% delle disuguaglianze nei redditi da lavoro. Cruciali, a questo riguardo, appaiono, invece, l’origine familiare – a parità di titolo di studio, ossia, anche una volta neutralizzata l’influenza dell’origine sull’istruzione -; il tipo di contratto e il tipo d’impresa in cui si lavora.

In breve, tornando al piano generale, assistiamo a una forte diminuzione del valore aggiunto che va al lavoro; a una crescita imponente delle disuguaglianze all’interno degli stessi redditi da lavoro – alcuni lavoratori hanno semplicemente spiccato il volo, rompendo l’antica omogeneità della contrapposizione fra lavoro e capitale – e a un ridimensionamento del ruolo dell’istruzione nello spiegare i divari retributivi.

L’altezza delle disuguaglianze è, in sé, causa di preoccupazione. Disuguaglianze elevate di mercato minacciano, ad esempio, la capacità redistributiva degli Stati, rendendo la redistribuzione al meglio una fatica di Sisifo. Anche assumendo che i ricchi sempre più ricchi sostengano un’azione redistributiva – ma la disuguaglianza economica, favorendo il separatismo sociale, induce a qualche preoccupazione in merito – più aumenta la disuguaglianza di mercato più aumentano le distanze che la redistribuzione dovrebbe accorciare. Ancora, disuguaglianze economiche elevate mettono a repentaglio la democrazia, favorendo lo sviluppo di oligarchie che si auto-alimentano: chi è ricco influenza le decisioni o le non decisioni politiche a danno dei più poveri dando luogo a una crescente spirale viziosa di rafforzamento delle disuguaglianze.

Come sottolineato da Franzini, il Manifesto non si limita, tuttavia, a denunciare l’altezza delle disuguaglianze. Dedica, al contrario, molta attenzione ai meccanismi che ne sono all’origine. I meccanismi sono dirimenti ai fini del giudizio sull’accettabilità o meno delle disuguaglianze. Per gli estensori del Manifesto, i meccanismi oggi all’opera sono in larga misura inaccettabili per almeno due ragioni: perché permettono alle origini familiari di influenzare la sorte dei figli e perché sono largamente imperniati su mercati protetti che permettono ad alcuni di accaparrarsi gran parte del valore aggiunto a danno di altri. Si noti, le protezioni sono oggi molteplici e spesso assai più subdole delle tradizionali barriere all’entrata. Basti pensare alla notorietà. Quest’ultima, al meglio, segnala una bravura passata, non una bravura corrente che dovrebbe, al contrario, essere sfidata, anziché essere protetta dalle barriere poste dalla notorietà stessa. I redditi che si generano in mercati protetti sono rendite e le rendite nulla hanno a che fare con il merito, nonostante la dilagante retorica meritocratica. Le rendite neppure favoriscono la crescita, avendo unicamente a che fare con la ripartizione del valore prodotto. In realtà, potrebbero addirittura deprimerla.

Ma non dovremmo almeno consolarci con la diminuzione della disuguaglianza a livello globale? A parte il fatto che la diminuzione dipende in larga misura dalla crescita media del PIL di Cina e India, Franzini ci esorta a non dimenticare che quella disuguaglianza resta comunque a un livello analogo a quello di un paese non particolarmente attento al problema dell’uguaglianza, quale è il Sud Africa.

Dopo un rapido cenno all’indebolimento dei ceti medi e ai rischi di tale indebolimento per la democrazia, Visco si è concentrato sulle politiche. Rispetto alle 28 proposte indicate nel Manifesto, Visco ha portato l’attenzione sulle riforme istituzionali e di politica economica necessarie per coniugare crescita e contrasto delle disuguaglianze. Esse includono, fra l’altro, l’adozione, da parte della Banca Centrale Europea, dell’obiettivo della piena occupazione (e non solo della stabilità dei prezzi); il superamento della banca universale, e, con esso, l’abbandono della possibilità, da parte delle banche, di creare moneta dal nulla; il potenziamento della voce dei sindacati nella governance delle imprese; il finanziamento pubblico della politica, nel riconoscimento che “mettere la politica in mano a chi ha soldi altro non significa se non dire addio alla democrazia”; la crescita degli investimenti pubblici, leva centrale per gli effetti moltiplicativi del reddito, anche grazie l’induzione degli investimenti privati; lo smaltimento graduale del debito pubblico con la garanzia di tutela per i piccoli risparmiatori; politiche per la concorrenza tese a intaccare esattamente le rendite dei super-ricchi. Altre proposte, prospettate dal Manifesto e riprese da Visco, concernono l’ipotesi di ammettere alle gare pubbliche soltanto le imprese in cui il rapporto fra le remunerazioni più elevate e quelle più basse non superi una determinata soglia e la regolazione delle stock option.

Il Manifesto propone poi diverse politiche fiscali e di welfare, dalla creazione di una World Tax Authority alla realizzazione di una base imponibile unica per le società; dalla diminuzione della tassazione sui bassi redditi da lavoro, con parallelo incremento di un’imposta sul valore aggiunto, particolarmente attraente in un mondo caratterizzato da una più estesa presenza dei robot, alla sostanziale universalizzazione di un assegno per i figli tassato. L’universalizzazione permette di offrire un sostegno di base anche ai ceti medi e la tassazione assicura il rispetto della progressività.

Un punto generale va rimarcato. Le proposte del Manifesto, come si vede, non si limitano alle politiche ex post di stampo redistributivo. Al contrario, esse fanno leva anche sulla cosiddetta pre-distribuzione, ossia, su interventi di regolazione ex ante dei mercati tesi a prevenire il più possibile l’insorgenza stessa delle disuguaglianze inaccettabili.

Romano Prodi si è detto del tutto d’accordo con l’impianto generale del Manifesto e con gran parte delle proposte. Il problema principale concerne lo spirito dei tempi. Secondo Prodi, se si dovesse sintetizzare l’odierno quadro internazionale e nazionale con una battuta, questa sarebbe “Reagan è ben vivo e combatte insieme a noi”. Ed è ben vivo non solo presso i banchieri delle grandi banche e gli amministratori delegati delle grandi imprese che sarebbero penalizzati da politiche di riduzione delle disuguaglianza ma, questione più preoccupante, anche presso coloro che da tali politiche trarrebbero beneficio. Già agli inizi degli anni 2000, Krugman aveva rivolto l’attenzione ai cambiamenti avvenuti nelle norme sociali. Nella stessa prospettiva, Prodi ha ricordato un aneddoto di circa 40 anni fa, quando scrisse per Il Corriere della Sera un articolo in cui lamentava quanto stava capitando in una fabbrica emiliana dove il rapporto fra la retribuzione del direttore e quella dell’operaio di linea era arrivato a 40/1. Dopo quell’articolo, Prodi ricevette centinaia di lettere di plauso e condivisione. Oggi, quel rapporto è superiore a 400/1 e sono pagate liquidazioni astronomiche, ma ben pochi s’indignano.

Riconoscere queste difficoltà non inficia, tuttavia, in alcun modo, secondo Prodi, il valore del Manifesto. Nel contesto attuale, dovremmo accontentarci di riforme al margine. Ma, anche le riforme al margine necessitano di un disegno e il Manifesto offre, sempre secondo Prodi, esattamente il quadro di riferimento di cui abbiamo bisogno. Come aggiunge Franzini al termine dell’incontro, il Manifesto può avere anche una funzione pedagogica.

All’indomani della presentazione del Manifesto alcuni giornali di destra hanno scritto “Rigurgito comunista. La sinistra di Prodi e Visco ricatta Renzi: alleati solo se alza le tasse. E spunta l’idea folle: incentivi a chi disereda i figli”. Stupiscono non solo la superficialità, il tono, l’urlo beffardo contro il ragionamento e l’evidenza (non presenta il Manifesto anche una proposta di riduzione dell’imposizione sui redditi da lavoro medio-bassi?), ma anche l’ignoranza, sia essa voluta o no. A quest’ultimo riguardo, basta ricordare, come ha fatto Visco, nel suo intervento, che a sostegno della banca universale e della World Tax Authority si sono schierati rispettivamente Milton Friedman e Vito Tanzi, pensatori non certo comunisti. E poi non è forse vero che la lotta alle rendite dei grandi monopoli con le politiche della concorrenza nonché l’imposta sulle successioni sono proposte che si collocano proprio nel cuore del liberalismo?

E’ intenzione degli estensori del Manifesto continuare a diffonderlo e a cogliere occasioni di discussione con tutti coloro che sono pronti all’esercizio del dialogo democratico, che richiede – quanto meno – di sostenere le proprie posizioni con buone evidenze e argomentate ragioni.

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