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Trump e la rivolta delle élite contro il popolo

Loris Caruso sottopone a critica la diffusa tesi secondo cui le classi popolari sarebbero state decisive per la vittoria di Trump. Caruso, dopo aver richiamato studi recenti che mostrano come Trump abbia ottenuto voti soprattutto tra i ceti medio-alti, si chiede come Trump possa essere considerato una figura «anti-establishment» e conclude sostenendo che in Usa, in Europa e altrove, è in atto non soltanto una rivolta, per via elettorale, del popolo contro le élite ma anche una poderosa rivolta dell’élite contro il popolo.

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A un mese dalle elezioni negli Stati Uniti, si è sedimentata nel senso comune – avviata dai media – la convinzione che la vittoria di Trump sia stata dovuta, soprattutto, al voto delle classi popolari. La classe operaia bianca colpita dalla deindustrializzazione, i disoccupati e le classi medie impoverite sono stati da subito al centro dei commenti post-elettorali. Si sarebbe trattato di una rivolta dei ceti medio-bassi contro il binomio vecchia politica-Wall Street rappresentato da Clinton. In questo senso, il voto americano avrebbe lo stesso segno sociale di quello inglese per il Brexit e del recente voto italiano al referendum costituzionale. Questi fenomeni vengono ripetutamente definiti “rivolte anti-establishment” e sono accostati tra loro per la centralità del voto popolare.

I temi in questione sono dunque due. Il primo è se sia vero che la vittoria di Trump negli Usa sia da ricondurre al comportamento elettorale delle fasce sociali a reddito medio-basso. Il secondo è quali sono i motivi per cui i principali media occidentali sono così convergenti nel dare a questi fenomeni una rappresentazione insistentemente – quasi ossessivamente – univoca.

Siamo su un terreno molto accidentato e ambiguo, dove il rischio di manipolare i dati della realtà è forte. I grandi mezzi di comunicazione, da noi e Oltreoceano, stanno facendo due parti in commedia. Prima delle elezioni rappresentano il conflitto come una polarizzazione tra civiltà democratica e barbarie. Subito dopo, se l’esito non è quello che auspicavano, fanno mea culpa, lamentano di non aver compreso il mondo e di non essere più influenti come un tempo sull’opinione pubblica, e attribuiscono interamente alle classi popolari gli esiti di processi compositi, ponendole al centro di analisi da cui le avevano completamente escluse.

Se la politica cambia, così, è per merito o per colpa delle classi popolari. In questo modo, indirettamente, mezzi di comunicazione posseduti dal grande capitale finanziario (che partecipa in vari modi a tutti i più importanti mezzi di informazione del pianeta), approdano inaspettatamente a una comprensione dei conflitti politici quasi-marxista: la contrapposizione di classe è il motore della politica. Un marxismo rovesciato, però. In questo caso, alle classi popolari viene attribuita sempre e solo la vittoria delle destre. Meglio se radicali, xenofobe e fasciste. Anche quando il voto «anti-establishment» è socialmente e politicamente eterogeneo, come nel caso del No alla riforma costituzionale in Italia, si forza una lettura riduzionistica che lo riconduce interamente alla mobilitazione della destra, ai populismi e a una cieca rivolta anti-élite di settori popolari incapaci di votare in base al merito della riforma, quindi mossi esclusivamente dall’odio e della rabbia.

Si lanciano così due messaggi. Uno: quando il popolo vota e agisce produce questi effetti, vincono le destre radicali, i populismi ed emozioni generiche e puramente oppositive, mentre perdono la democrazia e la razionalità. Due: solo la destra conosce e intercetta il popolo. La destra è abile, radicata, capisce gli umori collettivi, usa bene la Tv, è geniale con i social media. Quando il voto popolare si presenta invece come determinante per l’ascesa di qualche sinistra – Sanders, Syriza, Podemos – il popolo torna a sparire dai radar. La vittoria è attribuita alle «classi medie colte» e alle borghesie progressiste. La clemenza mostrata dai media con i Trump, le Le Pen, i Salvini, i Grillo (“dobbiamo capire il fenomeno”), torna a essere pura opposizione viscerale. Per il popolo e per i suoi rappresentanti.

Il voto popolare è stato determinante nella vittoria di Trump? In base agli exit poll di Edison Research e all’analisi approfondita L. Zamponi su ilcorsaro.info, si può dire di no. Il quadro che emerge da questi studi è completamente diverso da quello che ha dominato i commenti post-voto ed è diventato senso comune. La vittoria di Trump è massima tra i ceti medio-alti. Tra chi ha un reddito inferiore ai 30.000 dollari, Clinton ha preso il 53% e Trump il 41. Nell’elettorato tra i 50 e i 100.000 dollari, Trump ha vinto 50 a 46. Tra i ricchi (più di 100.000 dollari) sono quasi pari, ma ha vinto Trump: 48 a 47. La vittoria di Trump negli stati ex industriali del nord-est (la famosa Rust Belt), è un fatto importante. Ma non è sufficiente a considerare quello a Trump un «voto di classe», e il voto a Trump in quegli stati sembra più un voto rurale e provinciale che un voto operaio. Trump ha preso i voti della destra americana, dentro e fuori dal Partito Repubblicano. Al contrario, Hillary Clinton era e si è dimostrata del tutto inadeguata a mobilitare l’elettorato di sinistra. Questo è il punto all’origine dei risultati elettorali. In questo ci sono anche, sicuramente, ragioni «di classe». Ma non nel senso che le classi popolari abbiano tributato un’ovazione a Trump. Piuttosto perché, tra le fila democratiche, hanno preferito astenersi invece che votare una candidata che percepivano – giustamente, vista la sua storia – come una propria avversaria.

Ci vogliono inoltre molta buona volontà e fantasia per definire Trump una figura «anti-establishment». Trump è stato sicuramente un formidabile catalizzatore di sentimenti anti-partito e anti-classe politica, soprattutto all’interno del Partito Repubblicano. Su questi sentimenti le classi popolari possono benissimo proiettare anche un feroce odio di classe verso i privilegiati, Wall Street, le élite intellettuali. Ma che rapporti ci sono tra Trump e le élite?

Le élite sono un insieme plurale e conflittuale di gruppi sociali. Questi possono essere in conflitto tra loro, e in ogni settore alcune componenti possono essere in conflitto con altre. Che rapporti ci sono tra l’imprenditore Trump e le imprese dei settori tradizionali? Dando per scontato che il mondo Clinton-Obama sia il rappresentante politico della digital economy (Twitter, Facebook, Amazon, eccetera), quali sono le relazioni di Trump con il mondo dell’immobiliare, delle infrastrutture, dell’energia, dell’industria pesante, del settore militare-industriale? E con pezzi di Stato e di sistema politico? L’Fbi ha sostenuto quasi apertamente Trump. Che fine hanno fatto gli antichi, e silenziosi, Neo-con? Uno di loro farà parte del governo Trump. I nomi che circolano sul futuro governo confermano l’esistenza di un insieme di relazioni tra Trump e questi settori dell’élite economica, politica e statale degli Usa. Compreso l’esercito, che sarà presente nel governo con ben 3 esponenti. Così come la reazione delle Borse dice che Wall Street non è affatto spaventata da Trump. Era Sanders a spaventarla. Il governo Trump sembra una sorta di “Bushismo” e di neo-conservatorismo con altri mezzi.

In Usa, in Europa e altrove, è in corso una rivolta del popolo contro le élite, che si esprime soprattutto per via elettorale. Questo è un fatto innegabile e, per chi prova a lavorare a un’alternativa alle politiche neoliberiste, positivo e indispensabile. Non può esistere una sinistra che non intercetti questo senso di rivolta, anche quando si presenta in forme estremamente spurie.

Ma esiste anche una poderosa rivolta dell’élite contro il popolo. I due processi devono essere sempre guardati insieme, perché sono sempre fortemente interrelati. Nel Settecento e nell’Ottocento la borghesia in ascesa utilizzava il popolo per affermarsi contro le classi tradizionali. Una volta vinto questo conflitto, si concentrava a reprimere il popolo politicamente organizzato. Le élite contemporanee stanno facendo la stessa cosa, in questa fase di strisciante rivolta elettorale populistico-democratica che ridisegnerà interamente forme della politica e istituzioni. Il popolo e il populismo vengono usati dall’élite per ridisegnare le istituzioni in senso a-democratico. Per fare questo, possono anche servirsi del nazionalismo, del razzismo e dell’autoritarismo di figure come Trump. Per questo il popolo è posto al centro della scena. La nuova configurazione delle istituzioni politiche deve essere legittimata: la vuole il popolo. Ma questo popolo è al contempo responsabile dell’ascesa dei barbari. È ignorante, incivile, pericoloso. Una volta compiuta l’operazione, si può tranquillamente ricominciare a escluderlo e colpirlo, con le élite di nuovo felicemente compatte.

Nello stesso tempo, però, si è creata una dinamica conflittuale e contraddittoria, dagli esiti imprevedibili e non per forza reazionari. Non è più possibile – soprattutto per chi voglia lavorare a un’alternativa alle politiche attuali – fare politica al di fuori di questo magma.

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1 COMMENTO

  1. Il primo dato è che la Clinton ha ottenuto, secondo i conteggi finali circa 2.600.000 di voti in più di Trump e che dunque Trump ha vinto solo in forza di un sistema elettorale non proporzionale al voto espresso. Il secondo punto è che “il popolo” da quando le organizzazioni vaste, come quelle sindacali che gli davano senso di identità e formazione politico culturale hanno perso peso e rilevanza, non può più essere letto e interpretato come nel passato. Senza senso di identità è più simile ad una massa di singoli individui senza comune orientamento. Che è poi l’obiettivo delle grandi forze economiche neoliberiste per poter governare.

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