Taranto. La crisi e la scommessa del futuro
La città di Taranto e la parola crisi sono due immagini che troppo spesso negli ultimi tempi sono state accostate con insistenza e il più delle volte non a torto.
Una crisi economica e sociale più complessiva che ormai comprende gli ultimi quindici anni di vita della città, che è sostanzialmente la crisi di un modello di sviluppo economico basato unicamente sull’acciaio e sulla presenza in città del più grande impianto siderurgico d’Europa (l’ILVA, ex-Italsider), si è acuita e ha manifestato tutte le tensioni produttive e occupazionali, latenti e non latenti, in occasione della grande crisi internazionale del 2009 e che purtroppo, stando a quanto dicono rapporti autorevoli e analisti competenti, continuerà a produrre i suoi effetti nel corso del 2010.
La crisi di sistema a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno non ha fatto altro che evidenziare con forza e con maggiore resa plastica le contraddizioni, gli squilibri e la necessità di una riforma radicale di un modello di sviluppo della città che risulta ormai obsoleto e soprattutto a rischio rottura, laddove la possibile rottura, così come espliciterò successivamente, riguarda certamente gli aspetti economico-produttivi ma coinvolge soprattutto la dimensione sociale e la dimensione ecologico-ambientale.
La crisi mondiale quindi si è innestata con decisione su altri fattori di crisi molteplici e differenti che da anni sono germogliati e piano piano cresciuti nel contesto tarantino. Alcuni di questi fattori sono strettamente legati al dominio economico, sociale e finanche esistenziale che l’ILVA svolge a Taranto ed esercita sugli stessi abitanti della città e altri invece risultano essere di natura diversa (politici e amministrativi soprattutto ma anche culturali). Insieme hanno fatto sì che Taranto nell’ultimo decennio ha rappresentato in molti frangenti, se così possiamo dire, la visualizzazione geografica e fisica del concetto astratto di crisi e un esempio di scuola, sotto gli occhi di tutti, del fallimento dello sviluppo della grande industria nel Mezzogiorno così come era stato immaginato dalle classi dirigenti nazionali negli anni ’50 del secolo scorso.
Una città tutta abbarbicata nella difesa di un grande complesso industriale, altamente inquinante e altamente lesivo del paesaggio e delle altre potenziali opportunità di sviluppo della città, ha determinato un progressivo impoverimento di un capitale sociale cittadino, che in alcune fasi è stato anche molto attivo, ed ha imprigionato il futuro di Taranto ad una rappresentazione delle proprie occasioni di sviluppo economico e occupazionale tendenzialmente “bicefala”, legata a doppio filo a due grandi items: l’ILVA appunto e la Marina Militare e il relativo arsenale.
Questo status è completato dall’esistenza a Taranto di una grande incompiuta dalle potenzialità enormi che è il porto.
Nel tempo è sempre stata evidenziata l’invidiabile posizione geografica del porto di Taranto ma ancora oggi lo scalo stenta a decollare, nonostante conservi la seconda posizione nella graduatoria italiana dietro Genova come porto industriale ed è confermata la tendenza dello scalo portuale a diventare sempre di più porto hub per attività di transhipment nel Mediterraneo con un aumento di volumi per i trasferimenti dei container dalla nave madre alle navi feeders dirette ai porti regionali di recapito finale.
Questi punti di vantaggio si scontrano però da una parte con la crisi economica internazionale che ha frenato i traffici legati ai prodotti siderurgici influenzando negativamente le attività portuali in questo settore e dall’altra con la necessità che l’area portuale ha di realizzare urgenti e imminenti lavori di bonifica fondali, di programmazione dei dragaggi e di costruzione tanto di una piattaforma logistica quanto di un’opera di infrastrutturazione dell’area cosiddetta retro-portuale.
Taranto, quindi, la città bicefala, tutta marina e acciaio e con un porto che stenta a decollare, ha visto il proprio orizzonte di sviluppo, troppo asfittico e troppo poco diversificato, essere concausa di altre crisi che prepotentemente si sono abbattute sulla città e sulla vita dei cittadini. In primis la crisi ambientale e della salute pubblica, determinata dalle forti emissioni di diossina nell’atmosfera da parte dello stabilimento ILVA e dalla presenza in città anche della raffineria del gruppo ENI, che ha visto aumentare in modo spaventoso tra i cittadini, soprattutto del quartiere Tamburi, il numero di tumori e leucemie e che ha messo a nudo la realtà che vede l’ILVA non rispettare i limiti di legge di emissioni di diossina e un’autorità pubblica che quasi mai ha controllato in modo puntuale il rispetto della normativa in materia ambientale da parte dell’ILVA.
Alla crisi ambientale, che ha messo in discussione, nel dibattito pubblico in città, il ruolo dell’ILVA a Taranto e la necessità di cercare un compromesso alto tra le ragioni dell’occupazione e le ragioni della salvaguardia della salute e dell’ambiente, si sono sovrapposte tensioni occupazionali riconducibili alla crisi del settore dell’acciaio e alle dinamiche proprietarie dell’ILVA, passata da una proprietà pubblica al controllo del gruppo imprenditoriale privato Riva.
Tali tensioni occupazionali che oggi, in tempo di crisi mondiale, si presentano sotto forma di riduzione del personale e di ricorso massiccio alla Cassa Integrazione Guadagni, nell’ultimo decennio si sono anche manifestate sotto forma di continuo sfaldamento delle stabilità occupazionali garantite dal famoso “posto fisso all’Italsider” e sempre più lavoratori precari e a tempo determinato sono entrati a lavorare in fabbrica.
La precarietà è entrata all’ILVA e con essa sono aumentati i casi di “morti bianche” ed è cresciuto un sostanziale allentamento sia dei controlli che di programmi di formazione e apprendistato in materia di sicurezza sul lavoro. La sicurezza sul lavoro e il tema del rispetto dell’inviolabilità della vita delle persone quando si recano al lavoro è una grande questione aperta nella città di Taranto ai tempi della crisi e ampio è il confronto in città, tra lavoratori, sindacati e proprietà dell’ILVA, per immaginare soluzioni condivise e finalizzate a rendere più umana e più normale la vita dei lavoratori all’interno di questo grande “mostro” industriale.
In questo scenario difficile e compromesso si è inserita, quattro anni or sono, una crisi di tipo politico e amministrativo che ha condotto l’Ente Comune di Taranto alla totale bancarotta dei propri conti pubblici e al commissariamento da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con una passività accertata di 637 milioni di euro. Negli anni che vanno dal 2000 al 2006 è cresciuto a dismisura un buco di bilancio nelle casse comunali e durante l’anno 2006 la città ha visto suo malgrado gli stipendi dei dipendenti comunali non pagati per mesi, lampioni senza energia elettrica, autobus di linea fermi e spazzatura per strada.
Un caso emblematico quindi di cattiva amministrazione pubblica e di sperpero di denaro pubblico che si è consumato paradossalmente proprio negli anni in cui Taranto metteva a frutto i fondi europei del programma comunitario Urban, riqualificava parti storiche della città e si presentava ad occhi esterni come una città in rinascita che guardava, per esempio, al turismo e al suo grande e antico patrimonio culturale e archeologico per ridisegnare strade inedite del proprio percorso di sviluppo.
Nel 2007 la città, dopo la fase del commissariamento, è tornata al voto ed è stato eletto sindaco a sorpresa Ippazio Stefàno battendo i candidati ufficiali dei due più grandi schieramenti politici (il centrodestra e il centrosinistra).
La lezione della bancarotta del Comune è servita a far sì che a Taranto fosse inaugurata una stagione maggiormente incentrata sulla sobrietà in materia di conti pubblici e sulla consapevolezza di dover rispondere con mezzi nuovi alla crisi ambientale che, come abbiamo sottolineato, rappresenta un’emergenza, di dover dialogare con fermezza con la proprietà dell’ILVA su questo problema e sulla crisi occupazionale, di dover per forza di cose costruire e programmare strade territorializzate e locali allo sviluppo non solo economico ma anche sociale e culturale della comunità tarantina.
La crisi economica mondiale dell’ultimo anno e la sempre maggiore crisi ambientale della città, evidenziata dai sempre crescenti valori di diossina nell’aria, ha segnato la vita recente di Taranto e ha determinato risposte conseguenti di tipo politico e amministrativo da parte di Enti quali il Comune e la Regione, così come ha determinato prese di posizione importanti da parte delle parti sociali, nonché risposte spontanee di comitati di cittadini e associazioni culturali e l’affacciarsi sulla scena di nuove intraprese economiche che si contraddistinguono per voler dare a Taranto altri contenuti per il suo futuro che non siano soltanto acciaio, raffineria e marina militare.
La Regione Puglia con l’approvazione della legge regionale n.44 del 2008, la cosiddetta legge “anti-diossina”, è intervenuta per costringere di fatto l’ILVA a ridurre in modo considerevole le emissioni di diossina e furani nell’ambiente e quindi a contenere le concentrazioni di diossine nei fumi emessi dal camino dell’impianto di agglomerazione dagli attuali 10 nanogrammi/Nm3 entro la soglia di 0.4 nanogrammi/Nm3 e il Comune è stato a fianco della Regione nel fare pressione sul gruppo Riva affinchè venissero rispettati i limiti imposti dalla legge il più presto possibile. Il gruppo Riva si è impegnato a far questo entro dicembre 2010 e questo per la città può considerarsi già un buon risultato.
Nell’affrontare la crisi ambientale Taranto ha dovuto confrontarsi con la crisi mondiale dell’ultimo anno avendo l’ILVA come termometro attendibile della crisi stessa. Il 7 novembre 2009 sono scadute le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria attivata nel 2008 e che hanno interessato fino a 6.000 dipendenti del gruppo Riva e sui mercati internazionali la domanda d’acciaio è rimasta sostanzialmente bassa. Nel 2010 la produzione dello stabilimento, secondo le previsioni, non dovrebbe superare il 50% dopo essere calata del 70% nell’anno 2009.
Il 2010 si prospetta, quindi, un anno per niente positivo e segnato dal quasi certo ricorso alla cassa integrazione straordinaria per circa 12.000 dipendenti del colosso siderurgico e serpeggia la paura che tale situazione di crisi si riversi inevitabilmente sui 3.000 lavoratori degli appalti e sui lavoratori con contratti a tempo determinato che non potrebbero beneficiare di alcun sostegno al reddito.
La grave situazione della cassa integrazione ILVA, infatti, è solo uno degli aspetti gravi della tenuta occupazionale ed economica del territorio tarantino perché la crisi ha coinvolto l’intera area industriale e soggetti già in sofferenza come la Belleli e l’indotto Arsenale – Appalto Comune Taranto porta alla previsione a breve di più di 10.000 lavoratori interessati, mentre al contempo sono aumentati il numero dei licenziamenti a partire dai lavoratori precari, toccando in totale circa 100 aziende appartenenti a tutti i settori, dal manifatturiero all’agroalimentare, dai servizi al commercio.
Emblematica la situazione dell’azienda Vestas, azienda operante nel campo dell’energia eolica, che ha comunicato la chiusura degli stabilimenti per due mesi e la cassa integrazione per 350 operai.
Queste situazioni di crisi occupazionali da parte del tessuto delle imprese locali si è sovrapposto a quello della redditività che è andata peggiorando man mano che la congiuntura economica andava a deteriorarsi nel corso degli ultimi due anni. Alla ridotta redditività va aggiunta anche la ridotta capacità delle imprese di autofinanziarsi e la maggiore tensione finanziaria determinata dall’allungamento dei tempi di incasso dei pagamenti.
Questo stato delle cose chiama in causa il ruolo del sistema del credito che di fronte alla maggiore richiesta di liquidità da parte del sistema industriale ha risposto con comportamenti sempre più selettivi nell’erogazione del credito come conseguenza dell’aumento del rischio in tempi di congiuntura sfavorevole.
La politica restrittiva esercitata dalle banche sta colpendo molto le piccole e medie imprese dell’area di Taranto, storicamente caratterizzate, così come molte imprese del Mezzogiorno, da fenomeni di sottopatrimonializzazione e sottocapitalizzazione.
Il momento difficile è evidenziato anche dalle richieste avanzate dalle imprese del territorio nei confronti del sistema bancario. Tali richieste sono sempre più orientate ad operazioni di ristrutturazione e consolidamento del debito che non verso l’erogazione di finanziamenti per realizzare nuovi investimenti.
A queste situazioni di crisi, di cui sono parte integrante i rapporti difficili tra sistema del credito e mondo delle imprese, la città ha risposto, da una parte con una ripresa delle attività sindacali nelle fabbriche e un acuirsi di un conflitto sociale che sembrava ormai sopito e dall’altra con un proliferare di comitati civici che fanno loro le battaglie per una città più pulita in cui l’ILVA investe per migliorare la qualità degli impianti e abbassa sensibilmente le emissioni di diossina. In queste nuove e vecchie lotte si scorge il dilemma di una città come Taranto.
Lo scontro-incontro “lavoro e occupazione” e “salvaguardia dell’ambiente” domina la scena della città e apre degli interrogativi importanti per cercare di comprendere appieno la nuova identità produttiva e socio-culturale che Taranto vuole avere nel suo prossimo futuro.
Una identità che comincia ad apparire in maniera frammentata e discontinua ma che ci dice in maniera chiara che il futuro è già avviato.
I frammenti di questa nuova identità hanno i volti dei ragazzi e delle ragazze che all’interno di Taranto Vecchia, grazie ai fondi del programma regionale per le politiche giovanili “Bollenti Spiriti”, hanno messo su iniziative socio-economiche nel campo dell’ecologia (raccolta differenziata dei rifiuti e pratiche di riciclo e riuso dei materiali), della cultura teatrale e musicale nonché dei servizi sociali di vicinato oppure la scelta di Taranto e del quartiere Tamburi come location di set cinematografici anche importanti, grazie all’azione e al supporto dell’agenzia regionale per il cinema Apulia Film Commission; uno su tutti va citato il film “Marpiccolo”, girato di recente interamente a Taranto.
Ma la nuova identità che Taranto faticosamente sta costruendo passa anche da due temi essenziali che sono quello di “Taranto città della salute” e il rilancio di una infrastruttura strategica e importante come il porto.
La visione di “Taranto città della salute” si concretizza nella scelta, sponsorizzata fortemente dalla Regione Puglia in collaborazione con la Fondazione San Raffaele di Milano, di realizzare a Taranto un grande polo ospedaliero di eccellenza che avrà il nome di “San Raffaele del Mediterraneo”.
Il grande ospedale verrà realizzato sulla base del progetto tecnico-sanitario presentato dalla Fondazione San Raffaele di Milano e la Regione destinerà a Taranto per l’operazione un finanziamento complessivo di 210 milioni di euro, a cui si aggiungeranno fondi nazionali e un contratto di leasing per vent’anni.
Il «San Raffaele del Mediterraneo» avrà 570 posti letto e sorgerà su settantamila metri quadrati destinati alla struttura ospedaliera e quattromila alle aule in cui si farà attività di ricerca e attività di laboratorio e didattica. Sarà localizzato al quartiere Paolo Sesto in un terreno di diciotto ettari della Fintecna, società del gruppo Iri che nella stessa zona possiede altre aree su cui ha progettato di edificare. La gestione del polo ospedaliero sarà di tipo misto pubblico-privato con la creazione di una Fondazione formata da Regione, Asl e Ospedale San Raffaele di Milano.
Con questo progetto ambizioso già in fase di avvio Taranto mette un altro tassello nella ridefinizione del suo orizzonte di sviluppo e cerca di guardare al futuro congiuntamente al rilancio delle prospettive strategiche del ruolo dell’infrastruttura porto all’interno dell’area di libero scambio del Mediterraneo.
Su quest’ultimo aspetto giocano a favore le possibili intese commerciali tra la TCT, braccio operativo di Evergreen, e Hutchinson Wampoa, il più grande terminalista del mondo, che ha avviato trattative per operare all’interno del molo polisettoriale di Taranto, con la probabilità che questo porti all’arrivo di altri vettori internazionali come Cosco e Zin. Fondamentale, inoltre, sarà il ruolo che il porto di Taranto saprà assumere sia come possibile primo porto di approdo delle navi oceaniche appena entrate nel Mediterraneo e sia come ultimo porto in uscita, cercando così di svolgere il ruolo di porta d´accesso di questo importante canale di transito dell´interscambio internazionale delle merci che è ormai il Mar Mediterraneo.
Da queste brevi note emergono, anche se in maniera ancora troppo frazionata, le basi su cui Taranto può costruire il suo futuro di città medio-grande, affacciata sul mare, al centro del Mediterraneo.
Il mare, appunto, può divenire la chiave della visione strategica di questa città laddove il mare sta a significare, oltre che la costruzione di una nuova possibilità economica e gestionale per il porto legata anche al traffico passeggeri, il rilancio di un settore tradizionale dell’economia tarantina come il mercato ittico e dei mitili in particolare (le famose cozze tarantine).
Ma il mare è anche la chiave, se ben collegato al discorso porto e all’attivazione di linee marittime per passeggeri, per rilanciare il turismo culturale in una città che vanta un patrimonio storico-archeologico di grande valore (le testimonianze importanti della Magna Grecia), un museo archeologico tra i più attrezzati del Mezzogiorno e una città vecchia che da un punto di vista architettonico e della sua localizzazione risulta essere di grande interesse.
Tutto ciò però deve essere inserito in un quadro d’azione concretissimo che deve prevedere al centro dell’elaborazione futura dello sviluppo di questa città la costruzione istituzionale, sociale ed economica di un nuovo patto tra la città nelle sue diverse articolazioni e l’ILVA attraverso l’impegno della proprietà (il gruppo Riva).
Il rilancio di Taranto può avvenire e con esso si può concretizzare la messa in opera di tante iniziative economiche, imprenditoriali e infrastrutturali solo se l’ILVA decide di scommettere su questa città e, di concerto e con il supporto delle istituzioni pubbliche a vari livelli, decide di farsi promotrice di nuovi investimenti nel campo dell’innovazione tecnologica, del riammodernamento degli impianti di produzione e della salvaguardia dell’ambiente, dando la possibilità così a questa città non solo di salvaguardare il suo potenziale occupazionale ma anche di prevedere nuove prospettive di lavoro future e di rinsaldare un accordo con la città con l’obiettivo di curarsi di più della salute dei cittadini e del suo compromesso stato ecologico.


