Esistono interventi a costo zero
Su quali fattori incidere per avviare una terapia
Esiste ormai un consenso diffuso sulla diagnosi della malattia principale che affligge l’economia italiana. La questione centrale, emersa nei dati macroeconomici già nel decennio scorso e acuitasi negli ultimi anni, risiede nell’incapacità di crescere a ritmi paragonabili non solo a quelli del nostro recente passato ma soprattutto a quelli, pur non strabilianti, delle altre grandi economie europee. Il rischio paventato è quello di una lenta deriva che ci separerebbe dal resto del continente il cui esito, a sentire i più pessimisti, potrebbe consistere in collassi improvvisi della fiducia secondo modalità note e sperimentate da ultimo in Argentina. E’ chiaro per tutti che in questo quadro esiste, deve esistere, un ampio spazio per una politica economica capace di raddrizzare la rotta. Ma quale politica?
Conviene dapprima riassumere brevemente i tratti essenziali della nostra crisi. Innanzitutto essa attiene al periodo non breve, non riguarda cioè gli aspetti direttamente legati al ciclo: in altri termini è di tipo strutturale, investe quindi l’offerta produttiva e la sua struttura. Evidenza di ciò si trae facilmente dai dati: un tasso di sviluppo del PIL dagli anni novanta in progressiva decelerazione su valori inferiori a quelli dei nostri principali partner, una crescita stentata della produttività del lavoro e negativa nell’industria, un regresso della produttività totale dei fattori (che misura il contributo di efficienza al processo produttivo non direttamente attribuibile ai singoli fattori della produzione), una flessione continua delle nostre quote di esportazione sui mercati mondiali sì da collocare per la prima volta dalla nascita della Repubblica il nostro peso nel commercio internazionale su valori prossimi a quello misurato sulla base del prodotto interno lordo, coincidenza invero inquietante per una economia di necessità da sempre trasformatrice. Sono sintomi che rivelano la debole risposta del nostro sistema produttivo ai due grandi shock che hanno colpito nell’ultimo quindicennio le economie avanzate: il nuovo paradigma tecnologico, che ha trovato finora negli Stati Uniti il suo motore, e l’emersione dei nuovi grandi competitori mondiali.
Altre economie europee hanno abbozzato una risposta, anche se in modi diversi, basti pensare alla Francia e alla Germania; l’Italia è rimasta indietro. Le cause del ritardo sono molteplici. Le indico qui senza stabilire un completo ordine di priorità, anche perché non sempre fra loro indipendenti: insufficienza del grado di concorrenza nell’economia che ha ostacolato la necessaria riallocazione delle risorse, nanismo dimensionale delle nostre imprese, in passato fattore secondario ma oggi esiziale nel nuovo contesto competitivo, flessibilità ancora insufficiente nel mercato del lavoro, scarsa performance innovativa, capitale umano inadeguato, carenza delle infrastrutture materiali (reti logistiche) e di quelle immateriali (in senso lato sistema amministrativo e giudiziario). E’ dunque su questi fattori che occorre incidere per avviare una terapia.
Una prima riflessione che naturalmente s’impone è l’insufficienza di una risposta incentrata esclusivamente su una classica reflazione della domanda effettiva, che pure è stata evocata ma che non potrebbe per sua natura risolvere problemi che sono di struttura. Sgombro altresì subito il campo da un’altra falsa pista: le condizioni attuali del mercato del lavoro non rientrano nelle priorità del quid agendum. Esse sono il frutto di mutamenti rilevanti originati nel piano legislativo e in quello contrattuale nell’arco di più di un decennio e sono complessivamente in grado di offrire la flessibilità necessaria in termini sia di utilizzo del lavoro all’interno delle imprese sia di variazione della occupazione. Naturalmente rimangono questioni aperte, come il grado “ottimale” di centralizzazione della contrattazione, l’attenuazione della forte segmentazione del mercato del lavoro e soprattutto l’apprestamento di misure di welfare capaci di tutelare efficacemente i lavoratori nel contesto di aumentata incertezza, ma non pare ragionevole individuare nel mercato del lavoro la chiave per ricollocare l’economia italiana su un sentiero di crescita soddisfacente.
Non pretendo ovviamente di offrire una lista esauriente di interventi, ma solo di fornire qualche esempio partendo da una considerazione generale: molti dei fattori sopra menzionati possono essere affrontati senza erogazioni di denaro pubblico. A questo “costo finanziario zero”, prezioso per il necessario riequilibrio del saldo dei conti pubblici in un quadro in cui i margini per spese addizionali in determinati comparti devono essere almeno in parte compensati con tagli di spesa altrove o con maggiori entrate, si associa però un costo politico rilevante perché si tratta di ridurre direttamente o indirettamente protezioni e posizioni di rendita. Una politica che miri con decisione a rimuovere l’insufficiente grado di concorrenza nell’economia rappresenta il caso principale e più pervasivo di intervento a costo zero. Nonostante le pur ampie privatizzazioni, nel variegato arcipelago dei servizi il processo di liberalizzazione non ha segnato progressi sufficienti: penso ai servizi per le imprese, alle public utilities, ai servizi professionali, al commercio, all’energia. Sono tutti casi in cui basterebbe per lo più agire sulle regole.
Un problema diverso, meno dipendente dalle regole vigenti, ma con una similitudine fondamentale, perché inerente alla eliminazione di rendite di posizione, si pone anche nel campo dell’amministrazione pubblica. Qui si tratta di distruggere gli sparsi ma potenti privilegi di veto che producono potere e che possono essere spiegati in base alla nota tendenza delle burocrazie a mantenere una presa forte sui processi di cambiamento per rendere se stesse sempre indispensabili, tendenza che per vari motivi è storicamente tuttora assai pronunciata nel nostro paese. Del resto, la questione dell’inefficienza della pubblica amministrazione ordinaria è centrale fin dai tempi di Nitti che tentò di aggirarla escogitando vie diverse per l’intervento pubblico nell’economia rimaste efficaci fino agli anni settanta.
Gli interventi per accrescere la capacità innovativa delle imprese pongono invece un problema di finanziamento. Ma soprattutto presuppongono una scelta se privilegiare una politica orizzontale, la più neutra possibile, fornendo alle imprese incentivi generalizzati come ad. es. una detrazione di imposta e lasciando che il fuoco della concorrenza lasci sopravvivere le migliori, oppure se agire in modo più selettivo, individuando, secondo determinati criteri, come destinatarie degli incentivi le imprese potenzialmente più promettenti. E’ questa, in buona sostanza, la scelta effettuata in Francia e in Germania dove sono favoriti i comparti a maggiore contenuto tecnologico. In ogni caso, se riconosciamo, come mostrano ormai numerosi analisi empiriche, che la piccola dimensione media delle imprese italiane è una delle cause più rilevanti anche della bassa propensione all’innovazione, incentivi volti ad accrescere la dimensione d’impresa costituiscono di per sé stessi uno strumento efficace per sospingere il processo innovativo.
Il caso delle infrastrutture materiali è complesso sotto vari profili. Le grandi opere implicano un rilevante impegno in termini di spesa: qui il vincolo di bilancio morde (nel 2004 il rapporto fra investimenti in opere pubbliche e Pil è stato pari al 3 per cento); una accelerazione drastica degli investimenti presuppone il reperimento di risorse addizionali che renderebbe fra l’altro più evidente l’opportunità di una revisione delle modalità con cui si è disegnata la riforma previdenziale approvata in questa legislatura. Ma a guardar bene anche in questo ambito vi è spazio per incrementi di efficienza a costo zero, come mostra anche un recente lavoro di alcuni economisti della Banca d’Italia[1]. Un fattore non trascurabile che condiziona la selezione dei progetti presentati dalle imprese è rappresentato dalla contenuta capacità di valutazione della pubbliche amministrazioni: si tratta dunque di una criticità sopra già menzionata sotto altri profili che nel breve periodo è affrontabile solo parzialmente in termini di miglior coordinamento fra gli enti decentrati che spesso non mettono in comune le conoscenze. Inoltre, la carenza di meccanismi di pre-selezione delle imprese ammesse ai bandi basati sulla loro reputazione accresce i costi e i tempi di realizzazione, amplificando anche i problemi degli strumenti dei controlli ex-post oggi di fatto insufficienti.
Se non esistono dubbi sulla necessità di ampliare l’offerta dei servizi logistici moderni connessi con l’utilizzo di tecnologie avanzate, le recenti vicende della TAV hanno riacceso la discussione sulla convenienza economica delle grandi opere pubbliche nel settore dei trasporti rilanciate con la legge obiettivo del 2001. L’esistenza di una grave insufficienza complessiva della rete dei trasporti in relazione alla domanda è tesi controversa alla luce dei vari indicatori di offerta; la tendenza alla “dematerializzazione” della produzione (maggior valore delle merci per unità di peso) insita nell’avvento del nuovo paradigma tecnologico ridimensiona significativamente i costi di trasporto delle imprese. Sotto questi profili, la centralità strategica delle (costose) grandi opere di infrastrutturazione per sostenere lo sviluppo richiede probabilmente di essere ricalibrata.
[1] C.Bentivogli, P.Casadio, R.Cullino, C.Fabrizi, I problemi del mercato delle opere pubbliche: un’indagine empirica, mimeo.


