Stato e istruzione: Riflessioni di Adamo Smith

Biografia
Funzionario presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica del Ministero dello Sviluppo Economico

In un periodo in cui nel dibattito di politica economica emerge in maniera sempre più forte la consapevolezza che l’investimento nell’istruzione è la strada maestra per avviare o riavviare processi di sviluppo di lungo periodo, risulta interessante riportare alcune riflessioni di Adam Smith riguardo all’importanza delle istituzioni pubbliche nell’accumulazione di capitale umano. Egli, nella Ricchezza delle Nazioni [1] (1776), dedica il capitolo V, intitolato “Del reddito del sovrano o della repubblica”, all’analisi del ruolo dello Stato nell’economia e si sofferma in modo significativo anche sull’istruzione, in particolare dei meno abbienti, che all’epoca rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione. Secondo Smith lo Stato contribuisce in maniera incisiva al processo di formazione dei cittadini.

“Con una spesa molto piccola lo Stato può “ facilitare”, “incoraggiare” e anche “imporre” a quasi tutta la massa del popolo la necessità di apprendere queste parti più essenziali dell’educazione [leggere, scrivere e fare di conto]”. (Smith, 1776, p.640)

Lo Stato può “facilitare” l’apprendimento della popolazione attraverso tre canali: costruendo strutture scolastiche atte a rendere concreta e accessibile l’offerta formativa; istituendo insegnamenti effettivamente utili per le occupazioni lavorative e adeguati allo stato sociale di appartenenza; infine rendendo economicamente accessibile l’istruzione. Inoltre esso può “incoraggiare” la partecipazione ai percorsi formativi; ad esempio attraverso dei meccanismi di incentivazione e/o di premiazione per gli studenti più meritevoli e/o meno abbienti. Infine lo Stato può “imporre” l’insegnamento, ad esempio condizionando l’assunzione in un posto di lavoro al superamento di una prova d’esame che riguardi il lavoro specifico, e che soprattutto preveda un certo livello di istruzione di base.

Secondo l’approccio smithiano, nell’ambito dell’istruzione le istituzioni pubbliche posso agire anche in modo “coercitivo”, condizionando pesantemente le scelte del singolo. Tale idea si contrappone ad un approccio individualistico presente nella teoria economica dominante. Ad esempio, nel modello di Lucas del 1988 [2], in cui per la prima volta nella letteratura della crescita endogena mainstream si inserisce esplicitamente il capitale umano, l’istruzione di un individuo dipende esclusivamente dalle sue scelte: egli infatti decide di impiegare una frazione del suo tempo per lavorare ed il restante per istruirsi. In tale situazione è completamente assente il ruolo delle istituzioni pubbliche, le quali invece nel mondo reale hanno un ruolo assolutamente centrale nella scolarizzazione, in qualsiasi paese, sia esso industrializzato o in via di sviluppo. Infatti, a differenza di quanto si sostiene nell’approccio a la Lucas, l’individuo non ha la capacità di comprendere da solo l’importanza di un percorso formativo per la sua vita sociale e lavorativa. Anzi, tanto maggiore è l’arretratezza del paese, quanto minore è la capacità del singolo di intraprendere un, se pur breve, percorso formativo, poiché una vita di sussistenza non gli permette di avere gli strumenti né culturali, per autodeterminarsi nel campo dell’apprendimento, né materiali per accedere alle scuole.

“L’istruzione della gente comune richiede forse, in una società incivilita e commerciale, l’attenzione dello Stato più di quella delle persone di un certo rango e di una certa fortuna”. (Smith, 1776, p.639)

In Smith l’istruzione delle classi meno agiate che può avvenire solo grazie all’opera dello Stato, è l’unico vero antidoto all’alienazione scaturente dalla divisione del lavoro che attraverso la specializzazione e la parcellizzazione delle mansioni può portare anche all’abbrutimento. Dunque l’elevamento culturale permette alle masse lavoratrici di mantenere un livello dignitoso di capacità intellettuale.

“La sua destrezza nel suo mestiere specifico sembra in questo modo [attraverso la divisione del lavoro n.d.a] acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e militari. Ma in ogni società progredita e incivilita, questa è la condizione in cui i poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, devono necessariamente cadere a meno che il governo non si prenda cura di impedirlo” (Smith 1776, p.638).

Lo Stato quindi deve controbilanciare quegli effetti sociali negativi collaterali al progresso tecnico ed economico. A tal fine Smith ha proposto l’istruzione elementare obbligatoria per tutti, che per l’epoca ha rappresentato una forma molto avanzata di riformismo politico e sociale. In effetti a differenza di un’impostazione rivoluzionaria marxista, che negava qualsiasi vantaggio sociale della divisione del lavoro, egli individuava lucidamente gli aspetti positivi e negativi del processo di industrializzazione, confidando in una serie di riforme sociali ed economiche per limitarne i danni ed aumentarne i benefici. [3] Inoltre, sempre secondo Smith, l’azione pubblica nell’ambito dell’istruzione ha anche un significato eminentemente civile: un individuo istruito non solo sarà un buon lavoratore ma sarà anche un cittadino più consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri e sarà più partecipe alla vita civile. D’altronde l’accumulazione del capitale umano racchiude in sé una duplice funzione, economica e sociale: il miglioramento dei livelli di istruzione della popolazione favorisce un circolo virtuoso tra sviluppo economico e sviluppo civile.

“Tuttavia lo Stato trae dalla loro istruzione vantaggi non trascurabili. Quanto più tali ceti sono istruiti, tanto meno sono soggetti alle illusioni del fanatismo e della superstizione, che tra i popoli ignoranti danno spesso luogo ai più terribili disordini. Inoltre, un popolo istruito e intelligente è sempre più decoroso e ordinato di uno stupido e ignorante. In esso ogni individuo si sente più rispettabile e più degno di ottenere il rispetto da parte dei suoi superiori legittimi, oltre a essere più disposto a rispettarli.” (Smith, 1776, p.642)

Secondo Smith il livello di istruzione è uno degli elementi fondamentali della stratificazione sociale e ciò si contrappone ad una impostazione conservatrice che considera le capacità innate dell’individuo come la causa prima di una divisione sociale del lavoro, che quindi risulta essere fortemente statica [4].

“La differenza tra due personaggi tanto diversi come un filosofo e un volgare facchino di strada, per esempio, sembra derivi non tanto dalla natura quanto dall’abitudine, dal costume e dall’istruzione” (Smith 1776)

Smith, pur non negando l’importanza delle differenze individuali originarie, intravede nell’intervento pubblico in campo formativo un possibile strumento democratico di “mobilità sociale”, sebbene tale fenomeno per l’epoca potesse avere una limitata rilevanza a causa dei forti condizionamenti sociali e politici.

In conclusione da queste brevi riflessioni, si possono desumere alcune linee guida per la politica economica. In primo luogo lo Stato deve garantire un livello di istruzione di base, che abbia la funzione di rendere l’individuo capace sia di competere nel mercato del lavoro, sia di formarsi una propria coscienza civile. In secondo luogo, lo Stato deve intervenire in modo “energico” in tutte quelle aree arretrate, migliorando il contesto economico e sociale che non permette quel “salto formativo” che può generare un circuito positivo tra istruzione e crescita economica. In terzo luogo nei paesi in via di sviluppo, le istituzioni internazionali devono incidere sui processi di accumulazione di capitale umano mantenendo il più possibile il carattere pubblico dei servizi formativi. Infine, lo Stato deve poter organizzare il sistema formativo e quello produttivo in modo tale che l’accumulazione di capitale umano rappresenti una concreta possibilità per molti di un effettivo miglioramento retributivo, ma anche di un riscatto sociale, affinché siano soprattutto le capacità e non i privilegi a determinare il successo professionale di una persona.

[1] Tutte le citazioni si riferiscono alla edizione italiana A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1995.

[2]Lucas R. “On the mechanics of economic development”, Journal of Monetary Economics, vol.22, 1988, pp. 3-42.

[3] Cfr. Roncaglia A., 2001, La ricchezza delle idee, Laterza, Roma-Bari, cap.V.

[4] Cfr. Pownall T., 1776, A letter from Governator Pownall to Adam Smith, L.L.D., F.R.S., being an examination of several points of doctrine, laid down in his “Inquiry in to the nature and causes of the wealth of nations”, London; rist., Augustus M. Kelley, New York 1967; rist., in A. Smith, Correspondence, a cura di E. C. Mossner, I.S. Ross, Oxford University Press, Oxford 1977, pp.337-76

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