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	<title>Commenti a: Nel quadro dei convegni sulla crisi. L&#8217;incontro con Giorgio Ruffolo</title>
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		<title>Di: Vittorio Tranquilli</title>
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		<dc:creator>Vittorio Tranquilli</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 10:30:34 +0000</pubDate>
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		<description>Pienamente d&#039;accordo che i fini della produzione non dovrebbero essere posti dalla produzione stessa (assurdità logica dell&#039;identificazione del mezzo col fine). Sulla questione fondamentale di chi debba porre i fini e quali, del discorso di Ruffolo ho sinteticamente appuntato quanto segue (non so se con esattezza): a uno stato originario s&#039;imponevano [lo imponevano le cose stesse, la stessa naturalità dell&#039;uomo] i bisogni elementari, &quot;materiali&quot; della vita fisica. A livelli più elevati, i fini vanno configurati diversamente, chiamando in causa ideali religiosi, morali, civili, la cultura, la realizzazione di sè. Siamo adesso sul piano dell&#039;illimitato e illimitabile: la scienza, la conoscenza, l&#039;intelligenza umane non comportanto limitazioni. Se ho capito bene, vedo qui una sorta di dualismo tra fini &quot;di primo livello&quot; e di livello ulteriore, che, con uno hiatus rispetto ai primi, sarebbero propri appunto - se vogliamo citare Marx - del &quot;regno della libertà&quot;. Posso sbagliarmi totalmente, ma se così è, sembra tornare la figura aristotelica del &quot;signore&quot; libero filosofo contemplatore del vero e del &quot;servo&quot; univocamente addetto alle cose &quot;materiali&quot;, con la politica come garanzia di questo &quot;ordine naturale&quot; delle cose (marxianamente, tutti lavorano, ma perchè il lavoro è &quot;il primo bisogno dell&#039;uomo&quot; e si tratta quindi di un lavoro &quot;libero&quot;, ognuno persegue il fine che vuole). Credo invece che tutti i bisogni dell&#039;uomo, essere &quot;naturale-storico&quot;, e quindi qualsivoglia fine della sua produzione, del suo lavoro, siano sempre determinati e perciò limitati, a qualunque livello di sviluppo dell&#039;uomo stesso. Così come rientrano sempre nel quadro della limitatezza dell&#039;uomo le progressive espressioni e acquisizioni determinate della sua scienza, conoscenza, intelligenza e della stessa morale. In breve: i bisogni dell&#039;uomo e i fini del suo lavoro non trascendono mai la limitatezza, ma questa si viene via via concretizzando in termini e secondo orizzonti di ampiezza e umanità crescenti. Il compito della politica è allora individuare. fase per fase, il tipo o i tipi del bisogno umano man mano emergenti e rapportarvi la produzione, incentivandola e mobilitandola in tale/i direzione/i, naturalmente con l&#039;appoggio e la partecipazione delle forze sociali interessate (le quali, se la politica è corretta, sono maggioritarie).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pienamente d&#8217;accordo che i fini della produzione non dovrebbero essere posti dalla produzione stessa (assurdità logica dell&#8217;identificazione del mezzo col fine). Sulla questione fondamentale di chi debba porre i fini e quali, del discorso di Ruffolo ho sinteticamente appuntato quanto segue (non so se con esattezza): a uno stato originario s&#8217;imponevano [lo imponevano le cose stesse, la stessa naturalità dell'uomo] i bisogni elementari, &#8220;materiali&#8221; della vita fisica. A livelli più elevati, i fini vanno configurati diversamente, chiamando in causa ideali religiosi, morali, civili, la cultura, la realizzazione di sè. Siamo adesso sul piano dell&#8217;illimitato e illimitabile: la scienza, la conoscenza, l&#8217;intelligenza umane non comportanto limitazioni. Se ho capito bene, vedo qui una sorta di dualismo tra fini &#8220;di primo livello&#8221; e di livello ulteriore, che, con uno hiatus rispetto ai primi, sarebbero propri appunto &#8211; se vogliamo citare Marx &#8211; del &#8220;regno della libertà&#8221;. Posso sbagliarmi totalmente, ma se così è, sembra tornare la figura aristotelica del &#8220;signore&#8221; libero filosofo contemplatore del vero e del &#8220;servo&#8221; univocamente addetto alle cose &#8220;materiali&#8221;, con la politica come garanzia di questo &#8220;ordine naturale&#8221; delle cose (marxianamente, tutti lavorano, ma perchè il lavoro è &#8220;il primo bisogno dell&#8217;uomo&#8221; e si tratta quindi di un lavoro &#8220;libero&#8221;, ognuno persegue il fine che vuole). Credo invece che tutti i bisogni dell&#8217;uomo, essere &#8220;naturale-storico&#8221;, e quindi qualsivoglia fine della sua produzione, del suo lavoro, siano sempre determinati e perciò limitati, a qualunque livello di sviluppo dell&#8217;uomo stesso. Così come rientrano sempre nel quadro della limitatezza dell&#8217;uomo le progressive espressioni e acquisizioni determinate della sua scienza, conoscenza, intelligenza e della stessa morale. In breve: i bisogni dell&#8217;uomo e i fini del suo lavoro non trascendono mai la limitatezza, ma questa si viene via via concretizzando in termini e secondo orizzonti di ampiezza e umanità crescenti. Il compito della politica è allora individuare. fase per fase, il tipo o i tipi del bisogno umano man mano emergenti e rapportarvi la produzione, incentivandola e mobilitandola in tale/i direzione/i, naturalmente con l&#8217;appoggio e la partecipazione delle forze sociali interessate (le quali, se la politica è corretta, sono maggioritarie).</p>
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