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L’impatto della crisi sulla disuguaglianza salariale in Italia

Michele Raitano presenta nuovi dati sull’evoluzione della disuguaglianza salariale fra i lavoratori dipendenti privati in Italia. Raitano mostra come, in un quadro di crescita pressoché continua della dispersione retributiva a partire dagli ultimi anni dello scorso secolo, la crisi abbia ulteriormente aggravato la disuguaglianza fra i lavoratori, soprattutto quando si tiene conto del rischio che individui precedentemente occupati scivolino in disoccupazione e, pertanto, smettano di percepire una retribuzione.

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L’obiettivo di questo articolo è fornire evidenza empirica originale sull’andamento della disuguaglianza salariale in Italia negli ultimi decenni, in particolare dall’esplodere della crisi in poi.

La dispersione delle retribuzioni annue dipende da tre fattori, che solitamente interagiscono tra loro ampliando le distanze fra le categorie più o meno avvantaggiate: i) quanto si riceve per ora lavorata; ii) il numero di ore a settimana in cui si riesce abitualmente a prestare lavoro (e, lungo questa dimensione, risulta particolarmente svantaggiato chi svolge involontariamente un’attività part-time); iii) il numero di settimane lavorate nel corso di un anno (e, lungo questa dimensione, risulta particolarmente svantaggiato chi lavora con contratti a termine o atipici, caratterizzati da una maggior frequenza di interruzioni e periodi di disoccupazione).

I dati amministrativi raccolti dall’INPS – relativi alle dichiarazioni contributive – consentono di osservare la tendenza della disuguaglianza delle retribuzioni annue lorde da lavoro dipendente nel settore privato in Italia nel periodo 1990-2013, distinguendo il ruolo dei tempi di lavoro e dei periodi di intermittenza lavorativa (non sono qui considerate le varie categorie del lavoro autonomo, i dipendenti pubblici e i parasubordinati – collaboratori e “partite IVA” – che sono caratterizzati da retribuzioni molto eterogenee e nella maggior parte dei casi particolarmente limitate). Per meglio misurare l’influenza del “mercato” sulla dispersione salariale, all’interno delle retribuzioni non sono incluse le indennità da Cassa Integrazione (si considerano, invece, quelle da malattia o maternità). Per eliminare l’influenza sull’eterogeneità fra lavoratori causata, nel periodo 1990-2013, dalla crescita della componente più anziana della forza lavoro dovuta al continuo innalzamento dell’età pensionabile e dalla riduzione di quella più giovane, determinata anche dalla crescita del livello medio di istruzione, ci concentriamo sul sotto-campione dei lavoratori di età compresa fra i 25 e i 54 anni. Confrontiamo, poi, gli andamenti della disuguaglianza delle retribuzioni percepite nell’anno, di quelle settimanali – così depurando da possibili variazioni nella frequenza dei periodi di disoccupazione durante l’anno – e delle retribuzioni settimanali dei soli lavoratori con contratto full-time, così depurando anche da possibili variazioni nella diffusione del part-time (l’INPS non registra, invece, i salari orari).

Prevedibilmente il livello della disuguaglianza delle retribuzioni annue – che, come detto, dipende dalla sperequazione di salari orari, ore e settimane di lavoro – è più elevato di quello relativo alle retribuzioni settimanali che, a loro volta, risultano meno sperequate se si considerano solo i lavoratori a tempo pieno (figura 1). Tuttavia, ciò che preme sottolineare è che, indipendentemente dal tipo di retribuzione considerata, la disuguaglianza fra i lavoratori del settore privato risulta aumentata in misura consistente fra il 1990 e il 2013. Nello specifico, fra il 1990 e il 2013 l’indice di Gini delle retribuzioni annue è cresciuto del 17,5%, mentre nello stesso periodo l’incremento della disuguaglianza dei salari settimanali , risulta pari al 13,1% fra tutti i lavoratori e al 15,2% fra quelli a tempo pieno

Fig. 1: Andamento dell’indice di Gini delle retribuzioni lorde da lavoro dipendente privato in Italia.

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Fonte: elaborazioni su dati INPS

 

Un aumento cospicuo della disuguaglianza salariale in corrispondenza di ogni categoria di remunerazione segnala come la crescita della dispersione non sia imputabile al solo “effetto quantità di lavoro prestato” – cioè all’aumento della disparità nelle ore e nelle settimane lavorate, conseguenza del processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro – ma sia legato anche a un “effetto prezzo”, cioè a una maggior dispersione salariale a parità di ore e settimane lavorate, come segnalato dalla crescita dell’indice di Gini delle retribuzioni settimanali dei soli dipendenti a tempo pieno.

Durante la crisi – nel periodo 2008-2013 – la disuguaglianza è, invece, cresciuta più nelle retribuzioni annue (+4,1%), che in quelle settimanali (+1,9%), mentre la sperequazione salariale fra i lavoratori a tempo pieno risulta addirittura attenuata (-0,5%). Tuttavia, un’interpretazione dell’effetto della crisi sul benessere economico dei lavoratori basata sulla sola dispersione retributiva fra chi dispone di un reddito da lavoro – escludendo cioè chi nell’anno non percepisce alcun reddito da lavoro, pur essendo disposto a lavorare – risulta parziale. Il principale effetto della crisi può infatti verificarsi lungo il “margine estensivo”, ovvero spingendo verso la disoccupazione di lunga durata – nel nostro caso, di durata superiore ai 12 mesi, dato che ci riferiamo a dati annuali – chi precedentemente godeva di qualche forma di reddito da lavoro. Se la prima conseguenza della recessione fosse quella di escludere dal mercato del lavoro i più svantaggiati, ovvero i meno pagati (come i lavoratori a termine), una crisi potrebbe determinare, quantomeno nel breve periodo, una riduzione della disuguaglianza fra coloro che continuano ad essere occupati, come sembra peraltro suggerire la riduzione della dispersione dei salari dei dipendenti full-time.

Per comprendere meglio l’impatto della crisi sulla distribuzione salariale, misuriamo come si è modificato fra il 2008 e il 2013 il coefficiente di Gini dei redditi da lavoro lordi annui percepiti da chi nel 2008 risultava occupato come lavoratore dipendente nel settore privato. In particolare, prendiamo a riferimento il sottocampione dei nati dal 1960 in poi e escludiamo dall’analisi chi fra il 2009 e il 2013 si pensiona o si muove verso altre forme contrattuali (autonome, parasubordinate o nel settore pubblico). Di questo campione calcoliamo l’indice di Gini delle retribuzioni da lavoro dipendente privato percepite in ogni anno del periodo 2008-2013 includendo nel calcolo anche i “redditi zero”, ovvero chi, occupato nel 2008, negli anni successivi – senza essersi pensionato o mosso verso altre forme lavorative – non percepisce redditi da lavoro e, dunque, cade in uno stato di disoccupazione che, trattandosi di individui precedentemente occupati, possiamo ritenere involontario (nei dati dell’INPS non è rilevato il motivo del non lavoro).

Valutare la disuguaglianza salariale includendo nell’analisi anche chi passa da una retribuzione positiva a una nulla appare cruciale per offrire una misura dell’impatto effettivo della crisi sulle condizioni di vita dei lavoratori. La crisi potrebbe, infatti, influenzare la sperequazione fra i lavoratori mediante due effetti: un “effetto prezzo” – derivante dalla modifica dei salari dei lavoratori posizionati in punti diversi della distribuzione delle retribuzioni –, e un “effetto composizione” – relativo al diverso rischio di cadere in disoccupazione che grava su chi si posiziona in punti diversi della distribuzione. Considerare la sola distribuzione fra chi percepisce comunque una retribuzione – come si fa solitamente – impedisce di valutare appieno l’effetto legato alla crescita della disoccupazione (nel nostro caso di durata almeno annuale), conducendo, quindi, a una sottostima della disuguaglianza indotta dalla crisi.

Includendo nell’analisi anche chi smette di percepire salari dal 2009 in poi, il quadro della disuguaglianza retributiva si modifica in modo drammatico (figura 2). Il valore del coefficiente di Gini cresce, infatti, del 21% fra il 2008 e il 2013 e, pur partendo da livelli diversi – fra le donne la dispersione salariale è più alta a causa della maggior diffusione del lavoro part-time – l’entità dell’aumento è identico fra gli uomini (+22,0%) e le donne (+21,9%).

Fig. 2: Andamento dell’indice di Gini della disuguaglianza delle retribuzioni annue lorde da lavoro dipendente nel settore privato nel periodo 2008-2013, per genere

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Fonte: elaborazioni su dati INPS

 

Per meglio valutare quanto di questa sperequazione sia imputabile all’effetto della crisi sul rischio di scivolare in disoccupazione di lunga durata o quanto dipenda, invece, da una frequente mobilità dei lavoratori fuori e dentro la forza lavoro indipendente dalla crisi (già messa in luce sul Menabò da Franzini e Raitano), è utile ripetere lo stesso esercizio con riferimento al periodo 2003-2008, quello pre-crisi. Come è evidente dalla figura 3, la crescita della disuguaglianza salariale nel periodo precedente la crisi risulta largamente inferiore a quella osservata durante la crisi, soprattutto per la componente maschile, meno caratterizzata da entrate e uscite frequenti dalla forza lavoro. In media, fra il 2003 e il 2008 l’indice di Gini delle retribuzioni lorde annue risulta cresciuto del 5,5%, con valori però ben diversi per gli uomini (+1,9%) e le donne (+11,4%).

Fig. 3: Andamento dell’indice di Gini della disuguaglianza delle retribuzioni annue lorde da lavoro dipendente nel settore privato nel periodo 2003-2008, per genere

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Fonte: elaborazioni su dati INPS

 

Tornando al periodo 2008-2013, l’impatto differenziato dei rischi occupazionali si amplifica se si guarda alla variazione della dispersione retributiva dei lavoratori residenti nelle tre macro-aree del territorio italiano (figura 4). A conferma dei drammatici problemi occupazionali che caratterizzano il Mezzogiorno – dove la dispersione retributiva era peraltro ben maggiore anche prima della crisi , il coefficiente di Gini delle retribuzioni annue (includendo gli “zeri”) risulta cresciuto del 31,3% nel Sud e nelle Isole, a fronte di un aumento molto elevato, ma di minore entità, nel Nord (+16,2%) e nel Centro (+24,0%). Per effetto di queste tendenze è cresciuta la divergenza nell’indice di disuguaglianza retributiva fra aree: mentre nel 2008 il coefficiente di Gini relativo al Sud risultava più alto del 14,8% e dell’11,6%, rispettivamente, di quelli del Nord e del Centro, il divario è costantemente aumentato negli anni della crisi fino a raggiungere nel 2013 valori pari, rispettivamente, al 29,7% e al 18,2%.

Fig. 4: Andamento dell’indice di Gini della disuguaglianza delle retribuzioni annue lorde da lavoro dipendente nel settore privato nel periodo 2008-2013, per area geografica di lavoro

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Fonte: elaborazioni su dati INPS

I dati qui presentati documentano, dunque, come negli anni della crisi sia proseguita la tendenza all’aggravarsi delle disuguaglianze che si producono nel mercato del lavoro e come questa tendenza si accentui quando si tenga conto del rischio di cadere in disoccupazione. Questo quadro a tinte fosche diverrebbe ancora più cupo qualora si considerassero altri due elementi: i bassi livelli salariali (e le elevate sperequazioni interne) che caratterizzano chi lavora mediante forme parasubordinate e la tendenza, rilevata da altre fonti, alla crescita della concentrazione delle retribuzioni a vantaggio di pochi super-ricchi (non osservabile dai dati dell’INPS nei quali, per ragioni di privacy, viene stabilito un valore massimo alle retribuzioni annue registrate).

Tra le considerazioni che suggeriscono queste evidenze ce ne è una che merita di essere richiamata in conclusione. Le disuguaglianze salariali tendono a crescere non soltanto per effetto di quello che accade nella parte più bassa della distribuzione e non soltanto per effetto della disoccupazione. Per questo motivo, chi volesse realmente combatterle non potrebbe accontentarsi di misure dirette a ridurre la disoccupazione offrendo lavori di qualità scadente e con salari bassi né potrebbe considerare sufficienti i pur necessari interventi di contrasto alla povertà.

 

Un’analisi più estesa del legame fra crisi e disuguaglianza dei redditi (non solo da lavoro) in Italia e nei principali paesi europei è contenuta in Franzini M. e Raitano M., “L’impatto della crisi sulla disuguaglianza economica in Italia e i suoi preoccupanti lasciti”, Rivista delle Politiche Sociali, n. 3-4/2016, da cui sono tratte le analisi presentate in questo articolo.

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