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	<title>Commenti a: L&#8217;economia della conoscenza e la rivoluzione del capitalismo cognitivo</title>
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		<title>Di: Luca Murrau</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/leconomia-della-conoscenza-e-la-rivoluzione-del-capitalismo-cognitivo.html/comment-page-1#comment-887</link>
		<dc:creator>Luca Murrau</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 21:39:37 +0000</pubDate>
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		<description>Grazie per l&#039;opportunità di rispondere a così tante questioni stimolanti. 
Le comunità epistemiche non sono impegnate in una lotta globale, che verrebbe neutralizzata facendo rete. Il significato stesso di comunità epistemica attribuisce ad esse &quot;narrazioni&quot; distintive che non hanno bisogno di essere messe in competizione con le altre, ma semmai inserite nei circuiti in cui oggi si muovono i flussi informativi e comunicativi. Il conflitto c’è ma non è tra comunità. Esso avviene in una fase antecedente, cioè nella fase in cui la comunità emerge come tale. Essa è il prodotto di un conflitto, tra soggetti, tra visioni, tra interpretazioni della storia.  
A formare queste “narrazioni” concorrono anche quei sapere e tradizioni “lente”, che formano e rafforzano le identità dei luoghi. Questi saperi lenti certamente non svolgono un ruolo neutrale rispetto alla determinazione della qualità della vita. Una - tra le diverse - critiche al Pil come indicatore di benessere economico è che si ferma al puro conteggio numerico, mentre in una società in cui è ancora possibile la dimensione della lentezza (tradotto da economista - avere del tempo libero - per leggere, passeggiare, osservare ecc.) la qualità della vita è un dato che prescinde dalla produzione del puro reddito. Semmai si combina con esso. Per cui non confino i momenti e saperi lenti come produttivi di valore solo se collegati ad una qualche forma di produzione di mercato ma li considero come dimensioni del benessere e della qualità della vita individuale e anche collettiva - se organizzate per essere usufruite dalla collettività.
Luca Murrau</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per l&#8217;opportunità di rispondere a così tante questioni stimolanti.<br />
Le comunità epistemiche non sono impegnate in una lotta globale, che verrebbe neutralizzata facendo rete. Il significato stesso di comunità epistemica attribuisce ad esse &#8220;narrazioni&#8221; distintive che non hanno bisogno di essere messe in competizione con le altre, ma semmai inserite nei circuiti in cui oggi si muovono i flussi informativi e comunicativi. Il conflitto c’è ma non è tra comunità. Esso avviene in una fase antecedente, cioè nella fase in cui la comunità emerge come tale. Essa è il prodotto di un conflitto, tra soggetti, tra visioni, tra interpretazioni della storia.<br />
A formare queste “narrazioni” concorrono anche quei sapere e tradizioni “lente”, che formano e rafforzano le identità dei luoghi. Questi saperi lenti certamente non svolgono un ruolo neutrale rispetto alla determinazione della qualità della vita. Una &#8211; tra le diverse &#8211; critiche al Pil come indicatore di benessere economico è che si ferma al puro conteggio numerico, mentre in una società in cui è ancora possibile la dimensione della lentezza (tradotto da economista &#8211; avere del tempo libero &#8211; per leggere, passeggiare, osservare ecc.) la qualità della vita è un dato che prescinde dalla produzione del puro reddito. Semmai si combina con esso. Per cui non confino i momenti e saperi lenti come produttivi di valore solo se collegati ad una qualche forma di produzione di mercato ma li considero come dimensioni del benessere e della qualità della vita individuale e anche collettiva &#8211; se organizzate per essere usufruite dalla collettività.<br />
Luca Murrau</p>
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		<title>Di: raimondo michetti</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/leconomia-della-conoscenza-e-la-rivoluzione-del-capitalismo-cognitivo.html/comment-page-1#comment-866</link>
		<dc:creator>raimondo michetti</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2010 16:31:08 +0000</pubDate>
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		<description>Mi sembra un contributo che, in termini sintetici, semplici ed efficaci presenta alcune tra le  coordinate indispensabili per la comprensione delle trasformazioni in atto e di alcuni loro meccanismi. Ringrazio molto l&#039;autore.  Meno chiara, per me profano e chiederei maggiori delucidazioni, l&#039;apparente neutralità dei processi descritti, il punto d&#039;osservazione constatativo e oggettivante, come se fossero  applicabili indifferentemente tanto a  dispositivi  di produzione delle conoscenze finalizzati al profitto (dunque competitivi,a prescindere dalle finalità specifiche, in una società di capitalismo avanzato che soddisfa esigenze immateriali)  quanto a forme di costruzione condivisione e  diffusione di democrazia delle conoscenze e dei saperi  dal basso  per finalità non coincidenti in modo diretto con quelle di  mercato, seppure collegate a bisogni non solo materiali: parametri di qualità che sfuggono a valutazioni quantitative lineari e tradizionali (PIL ecc) pur avendo un forte impatto sulle condizioni di vita delle poleis e delle società. Meno convincente, ma è una sensazione in superficie, la nozione di comunità epistemiche allargate a rete, affascinante e con una oggettiva ragione d&#039;essere ma che rischia di isolare i produttori di saperi dalla complessità sociale. Considerazione che vale in genere per le teorizzazioni comunitariste di oggi come per le elites culturali di ieri. 
Certamente non si tratta di un dualismo rigido tra modelli di società&#039;, come ricorda la puntualizzazione assai efficace di Stefano Sylos Labini che rappresenta bene  l&#039;interazione di  soggetti diversi e le relative e necessarie mediazioni ai fini della   riconversione ecologica: tema essenziale di incontro - scontro tra profitto e sostenibilità, peraltro, sul quale nel nostro Paese per il &#039;blocco politico culturale&#039; in  corso&#039;dall&#039;89 siamo fermi all&#039;elaborazione della cultura ecologica della  prima  metà degli anni 80. Tuttavia alcuni processi (ad esempio il consumo veloce delle conoscenze e la loro perdita di valore o  loro rapida sostituzione con altre, la necessità che permea l&#039;intero articolo di costruire condizioni competitive, pena l&#039;esclusione dal gioco)  più che un meccanismo neutrale e oggettivo sembrano dotati di una loro direzione ideologica  e di una loro ragione di essere non asettica di cui non è semplice definire vantaggi e svantaggi, opportunità e limiti. Esempio: che ruolo hanno le &#039;conoscenze lente&#039; tradizionali, finora formative di culture, coscienze, identità duttili ma riconoscibili, l&#039;elaborazione graduale del senso e del significato dei saperi, chi decide modi tempi e destinatari dei processi cognitivi, chi viene escluso e in che modo avviene, quale ruolo ha il conflitto tra poteri, intenzioni, finalità differenti? Conflitto é un termine che non compare in alcun modo, rafforzando la sensazione di un processo oggettivo, irreversibile e sistemico cui aderire, pena l&#039;esclusione culturale e, per i suoi riflessi, anche quella sociale. Viceversa, velocità e competizione sembrano parametri non piu discutibili, secondo l&#039;adagio che mi sembra ormai caratterizzare questi ultimi tempi: le cose sono così come sono e non possono essere diversamente. Punto. La selezione dei saperi che vivono e che muoiono a seconda delle finalita e dei rapporti di forza esistenti avviene secondo un pacifico scambio di idee in rete e un collegamento efficace tra comunità epistemiche sempre piu larghe e comunicanti, perchè la rete che non consente  proprietà (sicuro, per quanto, e secondo quale concetto di proprietà?) è di per sé e oggettivamente democratica e annulla i rapporti di forza e i poteri - vecchie categorie ormai...; oppure lo scenario descritto nell&#039;articolo, non è quello al cui interno si selezionano saperi e si incontrano/scontrano soggetti interessi e valori differenti ma è di per sé uno scenario di parte, per i modi, i tempi, le caratteteristiche peculiari e svolge un ruolo di parte, è parte del conflitto stesso? 
Infine, qualora fosse possibile, mi piacerebbe capire quale può essere il ruolo dei saperi umanistici tradizionali, che hanno una strutturale lentezza ad adeguarsi alla velocità delle trasformazioni, all&#039;interno di processi del genere: i saperi letterari, storici, filosofici, artistici in senso lato sono inutili, scompaiono, si adattano e si traducono in base a queste coordinate in che modo? Sono un &#039;passatempo&#039; dei momenti lenti, quelli della distrazione dai processi produttivi egemoni, sono utili solo alla costruzione di beni immateriali collegabili col mercato (pubblicità, brand, eccetera) o s&#039;inseriscono nella costruzione di saperi utili alla qualità della vita,  secondo queste stesse coordinate?
Come si vede, riflessioni di reazione al bell&#039;articolo, di onesta &#039;resistenza&#039;, la consapevolezza di categorie ormai logore (oggettivamente) e una richiesta di aiuto alla comprensione. Davvero un ringraziamento sincero per la preziosa messa a punto.
Raimondo Michetti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra un contributo che, in termini sintetici, semplici ed efficaci presenta alcune tra le  coordinate indispensabili per la comprensione delle trasformazioni in atto e di alcuni loro meccanismi. Ringrazio molto l&#8217;autore.  Meno chiara, per me profano e chiederei maggiori delucidazioni, l&#8217;apparente neutralità dei processi descritti, il punto d&#8217;osservazione constatativo e oggettivante, come se fossero  applicabili indifferentemente tanto a  dispositivi  di produzione delle conoscenze finalizzati al profitto (dunque competitivi,a prescindere dalle finalità specifiche, in una società di capitalismo avanzato che soddisfa esigenze immateriali)  quanto a forme di costruzione condivisione e  diffusione di democrazia delle conoscenze e dei saperi  dal basso  per finalità non coincidenti in modo diretto con quelle di  mercato, seppure collegate a bisogni non solo materiali: parametri di qualità che sfuggono a valutazioni quantitative lineari e tradizionali (PIL ecc) pur avendo un forte impatto sulle condizioni di vita delle poleis e delle società. Meno convincente, ma è una sensazione in superficie, la nozione di comunità epistemiche allargate a rete, affascinante e con una oggettiva ragione d&#8217;essere ma che rischia di isolare i produttori di saperi dalla complessità sociale. Considerazione che vale in genere per le teorizzazioni comunitariste di oggi come per le elites culturali di ieri.<br />
Certamente non si tratta di un dualismo rigido tra modelli di società&#8217;, come ricorda la puntualizzazione assai efficace di Stefano Sylos Labini che rappresenta bene  l&#8217;interazione di  soggetti diversi e le relative e necessarie mediazioni ai fini della   riconversione ecologica: tema essenziale di incontro &#8211; scontro tra profitto e sostenibilità, peraltro, sul quale nel nostro Paese per il &#8216;blocco politico culturale&#8217; in  corso&#8217;dall&#8217;89 siamo fermi all&#8217;elaborazione della cultura ecologica della  prima  metà degli anni 80. Tuttavia alcuni processi (ad esempio il consumo veloce delle conoscenze e la loro perdita di valore o  loro rapida sostituzione con altre, la necessità che permea l&#8217;intero articolo di costruire condizioni competitive, pena l&#8217;esclusione dal gioco)  più che un meccanismo neutrale e oggettivo sembrano dotati di una loro direzione ideologica  e di una loro ragione di essere non asettica di cui non è semplice definire vantaggi e svantaggi, opportunità e limiti. Esempio: che ruolo hanno le &#8216;conoscenze lente&#8217; tradizionali, finora formative di culture, coscienze, identità duttili ma riconoscibili, l&#8217;elaborazione graduale del senso e del significato dei saperi, chi decide modi tempi e destinatari dei processi cognitivi, chi viene escluso e in che modo avviene, quale ruolo ha il conflitto tra poteri, intenzioni, finalità differenti? Conflitto é un termine che non compare in alcun modo, rafforzando la sensazione di un processo oggettivo, irreversibile e sistemico cui aderire, pena l&#8217;esclusione culturale e, per i suoi riflessi, anche quella sociale. Viceversa, velocità e competizione sembrano parametri non piu discutibili, secondo l&#8217;adagio che mi sembra ormai caratterizzare questi ultimi tempi: le cose sono così come sono e non possono essere diversamente. Punto. La selezione dei saperi che vivono e che muoiono a seconda delle finalita e dei rapporti di forza esistenti avviene secondo un pacifico scambio di idee in rete e un collegamento efficace tra comunità epistemiche sempre piu larghe e comunicanti, perchè la rete che non consente  proprietà (sicuro, per quanto, e secondo quale concetto di proprietà?) è di per sé e oggettivamente democratica e annulla i rapporti di forza e i poteri &#8211; vecchie categorie ormai&#8230;; oppure lo scenario descritto nell&#8217;articolo, non è quello al cui interno si selezionano saperi e si incontrano/scontrano soggetti interessi e valori differenti ma è di per sé uno scenario di parte, per i modi, i tempi, le caratteteristiche peculiari e svolge un ruolo di parte, è parte del conflitto stesso?<br />
Infine, qualora fosse possibile, mi piacerebbe capire quale può essere il ruolo dei saperi umanistici tradizionali, che hanno una strutturale lentezza ad adeguarsi alla velocità delle trasformazioni, all&#8217;interno di processi del genere: i saperi letterari, storici, filosofici, artistici in senso lato sono inutili, scompaiono, si adattano e si traducono in base a queste coordinate in che modo? Sono un &#8216;passatempo&#8217; dei momenti lenti, quelli della distrazione dai processi produttivi egemoni, sono utili solo alla costruzione di beni immateriali collegabili col mercato (pubblicità, brand, eccetera) o s&#8217;inseriscono nella costruzione di saperi utili alla qualità della vita,  secondo queste stesse coordinate?<br />
Come si vede, riflessioni di reazione al bell&#8217;articolo, di onesta &#8216;resistenza&#8217;, la consapevolezza di categorie ormai logore (oggettivamente) e una richiesta di aiuto alla comprensione. Davvero un ringraziamento sincero per la preziosa messa a punto.<br />
Raimondo Michetti</p>
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		<title>Di: Stefano Sylos Labini</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/leconomia-della-conoscenza-e-la-rivoluzione-del-capitalismo-cognitivo.html/comment-page-1#comment-248</link>
		<dc:creator>Stefano Sylos Labini</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 11:13:35 +0000</pubDate>
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		<description>Ottimo articolo che ha delle implicazioni molto importanti ad esempio nei processi di riconversione della produzione e dei prodotti sul piano energetico e ambientale. La riconversione produttiva richiede un ruolo attivo del lavoro in quanto soggetto autonomo, proprio perché l’innovazione non passa solo attraverso gli investimenti delle aziende ma dipende anche dal coinvolgimento dei lavoratori che, attraverso la loro conoscenza ed esperienza, il loro impegno e il loro ingegno, possono dare una spinta determinante sia ai processi di innovazione della produzione e dei prodotti sia alle decisioni di investimento sia all’organizzazione della produzione. Queste considerazioni aprono un terreno di confronto negoziale rilevante tra gli stabilimenti produttivi, gli enti locali e le associazioni che operano nel territorio e spingono su un livello di qualità le ipotesi rivendicative della contrattazione aziendale e nazionale all’interno delle imprese in termini di diritti, di partecipazione e di formazione e aggiornamento professionale dei lavoratori.
E&#039; questo il tema di una collaborazione a cui sto partecipando con alcuni esponenti della FIOM - CGIL e di Greenpeace.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ottimo articolo che ha delle implicazioni molto importanti ad esempio nei processi di riconversione della produzione e dei prodotti sul piano energetico e ambientale. La riconversione produttiva richiede un ruolo attivo del lavoro in quanto soggetto autonomo, proprio perché l’innovazione non passa solo attraverso gli investimenti delle aziende ma dipende anche dal coinvolgimento dei lavoratori che, attraverso la loro conoscenza ed esperienza, il loro impegno e il loro ingegno, possono dare una spinta determinante sia ai processi di innovazione della produzione e dei prodotti sia alle decisioni di investimento sia all’organizzazione della produzione. Queste considerazioni aprono un terreno di confronto negoziale rilevante tra gli stabilimenti produttivi, gli enti locali e le associazioni che operano nel territorio e spingono su un livello di qualità le ipotesi rivendicative della contrattazione aziendale e nazionale all’interno delle imprese in termini di diritti, di partecipazione e di formazione e aggiornamento professionale dei lavoratori.<br />
E&#8217; questo il tema di una collaborazione a cui sto partecipando con alcuni esponenti della FIOM &#8211; CGIL e di Greenpeace.</p>
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