Lavoro produttivo e parassitismo: i nuovi termini della lotta di classe

Biografia

In Italia si parla spesso del famoso debito pubblico pari al 119 % del PIL, ma nessuno ci dice mai da dove sia venuto questo debito mostruoso che condiziona la vita economica del paese. Ci limita al lamento della massa di interessi che vengono sottratti alla spesa pubblica.

Ebbene, il debito pubblico italiano contiene una degenerazione che si è perpetuata nei decenni e che sta alla base di una spiegazione di una gravissima distorsione del sistema economico. E cioè:  coloro che svolgono un lavoro produttivo, operai dell’industria, della agricoltura, dei servizi produttivi, hanno un reddito che è inferiore, nettamente, di tutti coloro, e sono tantissimi che lavorano (si fa per dire, in molti casi) e percepiscono uno stipendio pagato dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse strutture amministrative.

Per fare fronte alla crisi è necessario fare leva sui settori produttivi. E l’Italia, che ha una delle migliori strutture produttive del mondo, sta reagendo bene. Ma è difficile poter ottenere una crescita significativa se gli operai sono sottopagati.

La ragione principale di questa grave forma di parassitismo diffuso sta nel fatto che il debito pubblico è cresciuto dagli anni ottanta, finanziando spesa corrente e non investimenti  pubblici.

Un governo può ricorrere al debito, emettendo titoli di stato, ma sarebbe corretto che i fondi così ottenuti fossero destinati ad opere pubbliche – strade, porti, ferrovie, scuole ecc., che, hanno la capacità, nel tempo, di creare un sistema di “economie esterne,” che, determinando un incremento della produttività generale, consentono condizioni appropriate per ripagare il debito stesso. Ma, in Italia, paese di furbacchioni, i vari governi hanno destinato i fondi  a spesa corrente,cioè a pagare stipendi ad enti inutili o ad aumentare le remunerazioni dei dipendenti pubblici statali, regionali e comunali dei vari settori.

La prima conseguenza negativa è che il patrimonio infrastrutturale italiano è del tutto insufficiente. Non si può pretendere di aumentare il tasso di crescita se strade, ponti, ferrovie, porti, aeroporti, scuole ecc. sono al di sotto della media europea.

Naturalmente, in termini di clientelismo politico, l’uso del debito come spesa corrente era molto più conveniente,ma assolutamente sciagurata per la salute economica e sociale del paese. I sindacati hanno una parte non piccola di responsabilità difendendo ad oltranza i lavoratori dipendenti pubblici anche quando questi erano dipendenti di enti totalmente inutili.

Ogni categoria di pubblico impiego ha poi elaborato una sua strategia corporativa, moltiplicando richieste e privilegi, siccome non costava nulla aumentare il debito pubblico. Mentre in una impresa industriale privata bisogna attenersi al conto economico e i debiti, ahimè, bisogna pagarli anche cari, nella pubblica amministrazione non vi è stato limite per decenni.

Facciamo un esempio di cui ho conoscenza diretta. Sono stato per nove anni presidente di una ente per lo sviluppo del mezzogiorno. Avevo 350 dipendenti di cui solo una ventina svolgevano un lavoro utile (anzi, di alto livello ), ma i rimanenti, tutti raccomandatissimi, non facevano un tubo. Del resto, in nove anni ho cambiato sette ministri ed ognuno collocava un certo numero di suoi clienti. Un disastro. Tentavo di oppormi, ma era l’uso corrente ed il ministro decideva i finanziamenti necessari alla vita dell’istituto.

Di questi enti inutili ne esistono centinaia, e tutti gravano sul bilancio dello stato.

Un secondo esempio, sempre tratto dalla mia esperienza personale, così almeno non posso essere smentito. Sono stato per trenta anni professore di Economia Industriale alla Sapienza di Roma. Nella mia facoltà, Scienze Statistiche tutti gli esami sono stati resi “semestrali” senza una ragione logica. Paolo Sylos Labini si inferociva perché era costretto ad insegnare Economia I in tre mesi (infatti, sempre a causa del genio italico) si chiamavano semestrali, ma duravano tre mesi. Ma in questo modo è stato possibile moltiplicare il numero dei professori al di fuori da ogni tipo di merito scientifico. Il mio corso iniziava il 1°marzo e terminava il 31 maggio; tre lezioni settimanali di circa due ore. Sarebbero 72 ore ma, sottraendo le vacanze di pasqua, erano circa 60 ore. E’ovvio che, dopo gli esami, terminato il corso, io avrei potuto incontrare studenti interessati alla mia materia solo il 1 marzo dell’anno successivo. Per nove mesi venivamo, e vengono pagati, per non fare nessuna attività didattica. Faranno ricerca scientifica-direte voi- si, se esistesse un qualche sistema di controllo sulla ricerca e sulla sua qualità. Ma non esiste. E nel frattempo i lavoratori che producono le merci che consentono all’Italia di essere uno dei paesi più ricchi del mondo devono stare alla catena di montaggio per meno di un terzo dello stipendio di un docente.

Dobbiamo tornare a ragionare come Adam Smith, nel ‘700, su lavoro produttivo e improduttivo e capire da dove deriva “La ricchezza delle nazioni”.

Per questo l’università italiana è una delle peggiori del mondo. Sono laureato a Cambridge-King’s College, e ho insegnato in almeno una dozzina di università di tutto il mondo, ma non ho mai visto una situazione così indecente. Moltiplicando poi le sedi universitarie in ogni cittadina italiana non solo si è moltiplicato il numero dei docenti, ma sono stati creati migliaia di posti di impiegati per l’amministrazione di questo numero pauroso di sedi universitarie, il cui lavoro e quasi del tutto inutile.

Il vero “nemico di classe“ è il parassitismo che blocca i salari degli operai e mantiene torme di fannulloni che lucrano sulla spesa pubblica.

Poiché il debito non può aumentare ed è necessario ridurre il deficit, è progressivamente cresciuta la pressione fiscale e per questo le imprese non possono aumentare i salari mentre le entrate fiscali vanno a mantenere schiere di parassiti, in ogni regione ed in ogni settore, molte volte sfruttando la buona fama di  centri di assoluta eccellenza.

Che fare? In primo luogo tutti coloro che svolgono un lavoro produttivo devono unire le loro forze perché sono la vera forza della sinistra italiana al momento inesistente. Operai che trasformano il loro lavoro in prodotti industriali che, venduti sul mercato globale, ci consentono di essere ancora uno dei paesi più ricchi del mondo; agricoltori e pastori che sono in grado di produrre beni eccellenti; tutti coloro che svolgono servizi produttivi: medici e insegnanti (quelli veri); più la schiera dei disoccupati e dei lavoratori precari. Tutte queste categorie devono unirsi contro il comune nemico: il parassitismo. Essi sono quella che un tempo e in un modello diverso fu la mitica classe operaia. Di questo schieramento, poiché svolgono un lavoro altamente produttivo, devono fare parte, a mio avviso, anche i piccoli imprenditori e molti managers.

Questa ultima proposta richiede una spiegazione. La struttura industriale italiana ha caratteri assolutamente originali, spesso non confrontabili con altri paesi industriali. Per questo assistiamo spesso ad informazioni statistiche e confronti che sono semplicemente ridicoli.

 Nel 1995 – dati OCSE – l’Italia divenne il quarto paese del mondo per produzione industriale. Nel 1994 il prestigioso istituto americano, IMD Institute for Management and Developement, situava l’Italia al 32° posto, dopo la Colombia, la Turchia e il Portogallo.

Molto spesso si legge su tutta la stampa italiana ed internazionale che il tasso di crescita della produttività dell’industria in Italia non cresce ed è sempre arretrato rispetto agli altri paesi industriali. In realtà una struttura produttiva composta al 75 % da piccole imprese, che spesso si aggregano in forma di distretto industriale, che hanno una produzione altamente qualitativa, è in grado di  determinare  incrementi di produttività che non sono misurabili secondo criteri standard tradizionali elaborati per realtà industriali assai diverse come quella tedesca o americana. Ho insegnato Economia Industriale per trenta anni nella Facoltà di Scienze Statistiche della Università di Roma “La Sapienza “ e ho qualche nozione sulla misurazione statistica della produttività.

L’Italia, da trenta anni, è il terzo produttore di macchine utensili mondiale, dopo la Germania e il Giappone. Si producono più impianti in Italia che negli USA. Le macchie utensili, cioè gli impianti, contengono una massa enorme di innovazione tecnologica. Il maggiore importatore delle ottime macchine italiane era la Germania ed ora è la Cina. E’ ovvio che se si producono macchine di livello altissimo, la produttività deve crescere molto più di quanto non dicano le statistiche. E la spiegazione di questo fenomeno – come vedremo – ci dice anche come, nella maggior parte dei casi, l’imprenditore stia dalla parte del “lavoro produttivo” esattamente come i suoi operai. E come il suo nemico sia il parassitismo finanziato con la crescente pressione fiscale.

La risposta stà nel processo di “learning by doing” cioè di un continuo imparare mentre si produce, che in Italia non solo si svolge all’interno dell’impresa, ma spesso si attua in un distretto con un dialogo continuo fra gruppi di imprese. E questo è un fenomeno tipicamente italiano.

Ma quando, in continuazione, operai, manager ed imprenditori, discutono insieme su i miglioramenti che si possono apportare al processo produttivo e al prodotto, si crea una forma di solidarietà – basata sulla stima reciproca – fra imprenditore ed operai, che non ha più nulla a che vedere con la vecchia lotta di classe.

Ho visitato, qualche anno fa, la Agusta di Frosinone dove si producono i migliori elicotteri del mondo. La prima cosa che il direttore mi ha confidato è stata: ”noi produciamo i migliori elicotteri del mondo perché abbiamo i migliori operai del mondo“. Ogni pezzo dell’elicottero è siglato dall’operaio che lo ha prodotto. Se vi sono imprecisioni si discute tutti insieme come eliminarle e, molto spesso, si aggiungono innovazioni nate dalla correzione dell’errore. Il direttore, ogni anno va in giro per le scuole del frusinate per contattare i migliori studenti con borse di studio in modo da produrre il nuovo tipo di operaio–tecnico protagonista del learning by doing. Se la scuola pubblica che è in crisi di vecchiaia capisse quali sono le vere esigenze della struttura che mantiene in vita questo paese e la smettesse di imporre lo studio di cose che hanno perso qualunque interesse e formasse, col concorso delle imprese, allievi capaci di capire tecnologia e qualità ed estetica, il rapporto fra scuola e società sarebbe assai più vero ed utile.

Ma anche il sindacato ora col caso Marchionne ha riscoperto il “padrone “ cattivo nemico di classe e quindi ha ritirato fuori tutti i luoghi comuni del secolo scorso. Non è più così. Da un lato – come spiega Adamo Smith – ci sono i lavoratori produttivi, i precari e i disoccupati (che dovrebbero unirsi in un solo movimento politico) e, contro di loro si erge la schiera iperprotetta dei parassiti che si mangiano, con alti stipendi, la maggioranza delle risorse finanziarie pubbliche. Ed essendo parassiti stanno uccidendo per dissanguamento questo povero paese.

4 Responses a “Lavoro produttivo e parassitismo: i nuovi termini della lotta di classe”

  1. Gentile Professore,
    lei m’insegna che la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è faccenda complessa, che temo non possa essere ricondotta all’opposizione fra “operai dell’industria, della agricoltura, dei servizi produttivi” e “tutti coloro, e sono tantissimi che lavorano (si fa per dire, in molti casi) e percepiscono uno stipendio pagato dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse strutture amministrative”.

    In Italia esiste, bensì, il problema di una pubblica amministrazione usata come mero strumento di distribuzione del reddito (e naturalmente anche acquisizione di consenso e scambio di favori), in assenza di una previdenza sociale universalistica, e questa è senz’altro una tara che pregiudica, sotto molti aspetti, il funzionamento della pubblica amministrazione stessa. Insomma, ci sono i costi delle inefficienze, e ci sono i costi delle politiche sociali che andrebbero realizzate come tali e non attraverso assunzioni nella PA, ma ci sono anche dei costi che sono puramente e semplicemente quelli necessari per il funzionamento di una pubblica amministrazione. Se è così, di fronte al suo articolo, la domanda da porsi è: una volta eliminati questi costi, riteniamo necessario e opportuno avere una pubblica amministrazione, e pagarne il prezzo?
    Perché se crediamo che, puramente e semplicemente, un paese moderno non possa fare a meno di una pubblica amministrazione, e persino di una serie di servizi pubblicamente offerti e amministrati (e medici e insegnanti, che Lei rubrica fortunatamente fra i lavoratori produttivi, offrono anch’essi un servizio pubblico e sono retribuiti con risorse pubbliche) se crediamo questo, dico, dovremmo smetterla di usare l’equazione “pubblica amministrazione uguale parassitismo”, da cui non possiamo cavare alcuna indicazione utile, e cominciare invece a domandarci in che modo ottenere il massimo risultato dalla spesa che sosteniamo pubblicamente.

    Gli sforzi in questa direzione ci sono, e sono molti, e in molti casi eccellenti – il nostro SSN ha, in termini di efficienza, il secondo miglior risultato fra paesi OCSE, e uno dei sistemi di programmazione e gestione meglio sviluppati al mondo.
    Questi sforzi si scontrano, naturalmente, con il problema della funzione sociale della spesa pubblica, ma sono gravemente ostacolati proprio dall’assunto che i dipendenti pubblici siano parassiti, troppi in ogni caso: per esempio, il blocco del turn over così spesso previsto nelle finanziarie dell’ultimo decennio ha significato penalizzare le amministrazioni efficienti, che non avevano un eccesso di personale rispetto alle loro effettive necessità. Oppure, in concreto, può succedere che un ospedale acquisti un apparecchio radiografico di ultima generazione, e non possa farlo funzionare a tempo pieno perché ha il divieto di assumere i radiologi che dovrebbero utilizzarlo.

    Infine, questo assunto è dannoso in modo più profondo, e apparentemente difficile da intendere per molti riformatori della PA. Il modello Agusta, che lei giustamente cita, ha bisogno di due fattori essenziali e correlati: responsabilità, da parte dei lavoratori, e riconoscimento da parte dell’organizzazione. L’una non si può dare senza l’altra, e questo fa parte dell’abc del management, da Mintzberg in poi: io mi sento responsabile del mio lavoro, e lo firmo, e sono leale e collaboro con l’organizzazione, perché l’organizzazione mi riconosce degno di questa responsabilità e riconosce il valore del mio contributo. E’ un rapporto di fiducia. Se l’organizzazione mi dà del parassita, non attribuisce valore al lavoro che faccio, concentra i suoi sforzi non sulla collaborazione ma sulla sanzione e il controllo, questa fiducia, e con essa responsabilità, qualità ed efficienza del lavoro.

    #1277
  2. Guido

    Mi scusi ma l’argomentazione al secondo capoverso di questo articolo è veramente incredibile! Nel senso che non ci si può credere.

    I nostri genitori, pubblici impiegati, prima della esplosione del debito pubblico, con la cessione del quinto dello stipendio potevano contrarre un mutuo per comperare una casa.
    Provate ora a comprare qualcosa con 1/5 del nostro stipendio!

    Allora piuttosto che avviare una battaglia tra poveri, non sarebbe meglio dire che nel nostro paese (e non solo) c’è un problema serissimo di ridistribuzione della ricchezza?

    #1279
  3. andrea saba

    cara dottoressa Ferlini, grazie per la sua risposta, molto interssante. Io sono un po’ provocatorio, ma ho riferito mie esperienze personali sul mondo del parassitismo. Non ho mai detto che la pubblica amministrazione sia parassitaria, ma in essa si annidano parassiti spesso mimetizzati, che è difficilissimo scoprire. Sul Corriere della Sera di oggi 12 marzo c’è un breve articolo sul CNEL che, in un rapporto ufficiale, ha clamorosamente sbagliato i dati sulla crescita del PIL in Italia. Dice il CNEL che “in dieci anni il PIL è cresciuto del 157%” mentre in realtà -come rileva l’articolista Sergio Rizzo, il PIl è cresciuto del 24,7% a prezzi correnti. Sono anni che dico e scrivo che in Italia esistono una serie di enti inutili e che è necessario eliminarli, iniziando dalla testa che è appunto il CNEL, organo costituzionale che dovrebbe dare consigli al governo e al parlamento, ma non si è mai saputo quale fosse l’opinione del CNEL sui maggiori problemi italiani: sulle pensioni, sulle energie alternative, su una politica nuova per il sud, etc. A cosa serve? Costa 20 milioni l’anno.
    E’ ovvio che una pubblica amministrazione è indispensabile, ma deve avere un livello di efficienza compatibile con un paese moderno. E’ difficilissimo scovare le forme di parassitismo che spesso si annidano dentro istituzioni serissime, come l’università dove accanto a centri di assoluta eccellenza, vivono schiere di inutili docenti ed impiegati. Se l’enorme debito pubblico non fosse stato usato per spesa corrente, ma per investimenti, l’efficienza sarebbe assai maggiore e la disoccupazione minore. cordiali saluti Andrea Saba

    #1280
  4. Gentile Professore, la ringrazio: le provocazioni sono uno strumento utile a sollecitare il pensiero, sono un punto di partenza che permette di vedere i nodi, e anche ciò che non ci sta bene, in modo più semplice e chiaro.
    Ma non ci si può fermare a questo punto di partenza. Inefficienza e parassitismo ci sono, ma ci sono (o meglio: ci sono stati) anche molti e sani sforzi per combatterli, sforzi che sono tutto il contrario delle parole d’ordine di massa sugli enti inutili, i bamboccioni, i fannulloni … cominciamo a parlare di questi sforzi (come d’altronde fa, utilmente, questo blog), e dei loro risultati e dei loro fallimenti, e di quel che si può fare: questa mi sembra una cosa non solo utile, ma necessaria.

    #1307

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