Rubriche Contrappunti

Laissez faire?

0

Paolo Paesani, prendendo spunto da un libro di Franco Debenedetti sulla politica industriale e da un intervento recente dell’economista Deirdre Mccloskey,riflette sulle semplificazioni insite nella retorica dell’innovazione e della concorrenza e sulle conseguenti valutazioni estremamente negative del ruolo dell’intervento pubblico nell’economia. In particolare, Paesani sottolinea i limiti di una visione aprioristica e analiticamente poco articolata delle virtù del Mercato e dei vizi dello Stato.

Download PDF

La scorsa settimana l’Università di Catania ha ospitato il XIII Convegno annuale della Società Italiana per la Storia dell’Economia Politica (STOREP). L’economista statunitense Deirdre N. McCloskey, ospite d’onore del convegno, ha tenuto una lezione dal titolo “The TwoMovements in EconomicThought, 1700-2000: Up and Down the Hill of Lasciate Fare”. A un certo punto della sua lezione, la McCloskey, che si definisce postmoderna, pro-mercato, quantitativa, cristiana episcopale, femminista e aristotelica, si è alzata in piedi e tracciando nell’aria il grafico della domanda e dell’offerta, con un ampio gesto della mano ha indicato la traiettoria ascendente del reddito di un cittadino europeo tra il Settecento ed oggi. Il gesto serviva a ribadire l’idea che solo il mercato, la concorrenza e la libertà di scelta garantiscono una crescita durevole del benessere individuale, misurata attraverso l’incremento nella quantità, nella qualità e nella varietà dei consumi. Nell’interpretazione di McCloskey, i fallimenti del mercato (monopolio, esternalità, beni pubblici, informazione imperfetta) esistono ma non sono così importanti, così come non lo è la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. A contare davvero sono il laissez faire e la possibilità di muoversi liberamente nel mercato e di competere alla ricerca dell’alternativa migliore, del massimo profitto, della massima utilità. In questo modo il mercato premia la capacità di inventare e il merito individuale senza bisogno di interventi pubblici ad hoc.

Ascoltando le paroledi McCloskey, mi è tornato in mente un libro letto di recente Scegliere i vincitori, salvare i perdenti, scritto da Franco Debenedetti per la casa editrice Marsilio. Nel libro, Debenedetti racconta l’evoluzione della politica industriale in Italia dall’Unità ad oggi, soffermandosi su alcune vicende chiave nella storia del nostro paese, dalla creazione dell’IRI nel 1933 alla liquidazione del sistema delle Partecipazioni Statali, dalle privatizzazioni dei primi anni ’90 al recente attivismo della Cassa Depositi e Prestiti. Fin dalle prime pagine del libro, Debenedetti esprime la sua sfiducia nella capacità del potere pubblico di svolgere direttamente l’attività industriale e il suo scetticismo nei confronti della “politica per l’industria” col suo contorno di protezionismo, autarchia, keynesismo, programmazione, strategia, italianità. Più volte, nel libro, la politica industriale è definita idea insana, ossia irragionevole e dissennata.

Debenedetti basa questo giudizio severo sull’esperienza del nostro paese e più ancora sull’idea che l’impresa pubblica sia per sua natura incapace di produrre innovazione, cioè l’essenza stessa dell’attività d’impresa. Secondo Debenedetti, il dirigismo, la programmazione, la burocrazia e il determinismo che caratterizzano la politica industriale sono incompatibili con la sperimentazione e l’incertezza tipiche di ogni attività innovativa. Inoltre, l’impresa pubblica non risponde alle esigenze dei consumatori e del mercato ma a quelle dei burocrati e dei politici che ne dirigono l’attività ed anche per questo non ha incentivi a sperimentare, innovare, rischiare. Nel caso specifico del nostro paese, l’ampia disponibilità economica di cui hanno goduto le imprese pubbliche e la possibilità di trasferire sulla collettività gli oneri finanziari prodotti da scelte manageriali dissennate hanno ridotto ulteriormente gli incentivi a innovare, risparmiare, competere. Esattamente il contrario del mondo ideale di Debenedetti, popolato da imprenditori schumpeteriani, fondi di venture capitale, consumatori consapevoli, mercati ben regolati e uno Stato leggero, arbitro imparziale all’interno del gioco economico.

Tra la difesa del mercato condotta da McCloskey e la requisitoria di Debenedetti contro la politica industriale esistono interessanti analogie e punti di contatto. Per entrambi, sono le idee innovative, più che il capitale o le istituzioni, ad arricchire il mondo. Entrambi credono nelle virtù borghesi, nell’individualismo come base di un capitalismo solido, capace di produrre innovazione e benessere per tutti e nello Statoprincipalmente come fonte del diritto e delle regole. Entrambi traggono ispirazione da Smith, Hume, Schumpeter, Hayek. McCloskey ha ricordato più volte, con affetto, Milton Friedman. Debenedetti guarda con favore agli ordoliberali tedeschi e alla loro capacità di disegnare un cammino speciale per la Germania del secondo dopoguerra, un Sonderweg senza la politica industriale.

Partendo da queste premesse, McCloskey e Debenedetti conducono una difesa appassionata del mercato e del capitalismo privato, fondata su una visione ottimistica della concorrenza, su un’idea di libertà, di progresso, di guadagno e per questo accattivante e convincente. Detto questo,i loro argomenti, dal più ingenuo alla più sofisticato,si basano su alcune semplificazioni che vale la pena ricordare brevemente, come contrappunto a una visione così ottimistica.

L’innovazione e la concorrenza non sono fini a sé stesse ma contano nella misura in cui producono un miglioramento effettivo nel benessere delle persone, del benessere materiale dei consumatori, certamente, ma non solo in quello. Le imprese che soccombono, vittime dell’innovazione schumpeteriana, i lavoratori licenziati per lo stesso motivo, i piccoli negozi che chiudono per la concorrenza della grande distribuzione, sono esempi di come la concorrenza e l’innovazione non comportino solamente vantaggi e non per tutti. Certo, la concorrenza aguzza l’ingegno e spinge tutti a dare il meglio di sé per non restare indietro, per essere sempre un passo avanti agli altri e per non cadere vittima della selezione darwiniana. E’ possibile che alla fine il saldo tra profitti e perdite sia positivo, ma i costi, materiali e personali, sono lì e lo Stato, nell’ambito della sua funzione di garante degli equilibri sociali, può decidere di intervenire. Per alcuni far questo significa salvare i perdenti, altri lo chiamerebbero riduzione dei costi economici e sociali dell’innovazione.

La visione ottimistica del mercato e della concorrenza, con le curve di domanda e di offerta, l’equilibrio, la massimizzazione del benessere, la mano invisibile e tutto il repertorio si basa fra l’altro – è importante non dimenticarlo – sull’idea che tra i due lati del mercato vi sia assoluta simmetria. Come affermava Paul Samuelson nel 1957, in un mercato perfettamente competitivo, in realtà non importa distinguere chi assume da colui che viene assunto e potremmo immaginare lavoratori che scelgono datori di lavoro piuttosto che il contrario. In un mercato competitivo, nessun acquirente e nessun venditore, singolarmente, è in grado di alterare l’equilibrio del mercato a proprio vantaggio. Comparatori e venditori dispongono delle stesse informazioni e trattano da pari a pari, liberi di comprare o non comprare, vendere o non vendere sulla base della propria convenienza e dei prezzi di mercato – sintesi di ogni informazione – pienamente consapevoli degli effetti delle proprie scelte. Posto che valgano queste ipotesi ed altre che potremmo discutere (dall’assenza di barriere all’entrata o all’uscita all’ipotesi di mercati completi) e posto che i costi di transazione siano molto bassi è possibile dimostrare teoricamente che la concorrenza perfetta porta all’equilibrio Pareto-ottimale, punto in cui non si può modificare l’allocazione delle risorse per aumentare il benessere di qualcuno senza danneggiare contemporaneamente qualcun altro. Il problema è che i mercati del mondo reale non funzionano così.

Nel mondo reale,venditori e acquirenti finali non contrattano da pari a pari. In ogni mercato, sono presenti intermediari specializzati dotati di più informazioni degli altri e capaci di sfruttare queste informazioni a proprio vantaggio. Nel mondo reale, i prezzi non sempre racchiudono tutte le informazioni rilevanti e non sempre la concorrenza favorisce il miglioramento della qualità dei beni scambiati e delle condizioni di produzione. Nel mercato del lavoro, lavoratori e imprese non sempre godono dello stesso potere contrattuale, e spesso i primi devono adeguarsi alle decisioni delle seconde. I fallimenti del mercato, che McCloskey e Debenedetti minimizzano se non come giustificazione di interventi pubblici dannosi, fonte di spreco, clientele, corruzione, lungi dall’essere una curiosità sono piuttosto norma. E se il mercato fallisce, la concorrenza non c’è ed entra in gioco la politica economica con i suoi obiettivi e i suoi strumenti.Da qui il ruolo centrale della politica industriale, che della politica economica è parte, come politica per la concorrenza ma anche come politica per l’innovazione capace, per esempio, di sostenere innovazioni utili a favorire anziché spiazzare l’occupazione, come suggerito da Atkinson nel suo recente libro sulla disuguaglianza.

A questo punto, Debenedetti probabilmente osserverebbe che ai fallimenti del Mercato si oppongono quelli dello Stato, situazioni che, secondo la definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani, si verificano allorché i costi, diretti e indiretti, dell’intervento pubblico nell’economia, e della politica industriale nello specifico, superano i benefici, reali o potenziali.E aggiungerebbe che i fallimenti dello Stato sono peggiori di quelli del Mercato perché colpiscono l’intera collettività che non si può sottrarre ad essi con la stessa facilità con cui può uscire da un mercato concorrenziale. Sulla simmetria tra fallimenti del Mercato e fallimenti dello Stato molto si potrebbe scrivere e obiettare così come sulla necessità di analizzare quantificandoli costi e benefici degli uni e degli altri, per scoprire magari che tanti fallimenti dello Stato non sono più tali.

L’antitesi tra Mercato efficiente e Stato inefficiente è una semplificazione fuorviante. Il rapporto tra Stato e Mercato è simbiotico più che antitetico e il diverso livello di efficienza e il funzionamento dell’uno, buono o cattivo che sia, si riflette sull’altro. L’azione dello Stato può essere migliorata e il fatto di vederlo come una zavorra, un freno per gli animalspirits, una fonte di sprechi, rendite, corruzione da smantellare il prima possibile non aiuta a rendere quell’azione più efficace anzi lo ostacola. Per questi e per altri motivi, gli argomenti di McCloskey e Debenedetti, per i quali sembrano contare quasi solo la crescita e la concorrenza come criterio unico di valutazione, vanno presi con cautela, senza respingerli in toto ma prendendoli per quello che sono, non certo una verità rivelata, ma propaganda intelligente e efficace di un punto di vista legittimo al quale è possibile opporre punti di vista diversi, altrettanto legittimi, sostenuti da dati oggettivi e da forti valori sociali.

Download PDF

NESSUN COMMENTO

Commenta