Rubriche Contrappunti

La morte ad Haiti

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Luciano Barca il 18 giugno 2009 pubblicò una breve nota di commento sulle disastrose conseguenze del terribile terremoto abbattutosi sulla piccola repubblica caraibica. Ora pubblichiamo nuovamente quella breve nota che contiene considerazioni che potrebbero in buona misura applicarsi anche ai territori del Centro Italia devastati dal terremoto del 24 agosto

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Fino ad oggi l’isola caraibica di Haiti era oggetto di sogni di turisti ricchi e meno ricchi, di funzionari di questa o quella organizzazione. Ora quell’isola fa solo pensare alla morte. L’hotel Montana, caro agli italiani, che dominava la città dall’alto della collina, è crollato e ha aggiunto i suoi morti ai circa centomila che giacciono ancora insepolti. Centomila morti e più di trecentomila haitiani senza casa sono qualcosa di più di una catastrofe: sono un terribile atto di accusa per i governanti di questo mondo e per tutti coloro che solo oggi scoprono la disperata miseria del paese più povero di tutto l’emisfero occidentale.

Un terremoto del 7° grado della scala Richter è qualcosa di terribile. Ma il Giappone ci ha insegnato che anche terremoti di questa entità possono essere fronteggiati con misure antisismiche nelle costruzioni e con misure organizzative che ogni giapponese conosce e per la cui attuazione si allena più volte l’anno. La rete per dare il preallarme (sulle base del rilevamento delle scosse primarie) viene perfezionata ogni giorno e ogni giapponese sa il che fare e conosce il posto dove deve ricoverarsi.

Ma che cosa può sapere di tutto ciò un haitiano che dorme in baracche (ma anche importanti edifici pubblici di Port au Prince sono crollati) e non sa che cosa riuscirà a procurarsi per la cena?

Quei morti non li fatti solo il terremoto: li ha fatti anche la povertà e l’assenza di ogni misura organizzativa e preventiva. Li ha fatti lo schiavismo, il razzismo, la lunga dittatura. Li ha fatti la diseguaglianza tra ricchi e poveri, li ha fatti un turismo che non aiuta a conoscere il mondo in cui viviamo (per fortuna i giovani cominciano a ribellarsi a questo modo di viaggiare) ma chiude i viaggiatori in oasi che sembrano teatri di posa e i “locali” in ghetti dai quali uscire diventa ogni giorno più difficile. Salutiamo la solidarietà che si è messa in movimento. E’ la prima volta che vediamo una grande nave da guerra, una portaerei dotata di tutti gli armamenti più moderni, usata come nave soccorso e Guantanamo diventare base per gli aiuti. Ma tutto ciò non basta: occorre che la solidarietà verso “l’altro” diventi legge di comportamento giornaliero, che la collaborazione tra governi per prevenire le catastrofi che minacciano il nostro globo terrestre diventi prassi comune e che la lotta contro le disuguaglianze diventi elemento costante della nostra etica. Oggi non siamo uguali nemmeno nella morte. E a Rosarno si è pagata con la morte l’affermazione del diritto all’uguaglianza tra neri e bianchi.

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