La guerra per le colonie

Biografia

Sabato 11 maggio, quasi 100.000 israeliani manifestano a Tel Aviv sotto l’egida della Peace Coalition – la formazione principale dell’opposizione pacifista composta dalla sinistra del partito laburista, il Meretz, Peace Now, il Foro delle famiglie in lutto, Netivot Shalom. Intervengono esponenti politici, personalità della cultura, dell’arte e dello spettacolo. La manifestazione nella piazza intitolata a Ytzhak Rabin è organizzata come parte di una campagna con il nome “Ritorniamo fra di noi, evacuiamo i territori”.

Ci angoscia e sgomenta l’insensatezza di una guerra che oppone israeliani e palestinesi da quasi un anno e mezzo, con uno stillicidio quotidiano di lutti e sofferenze. Un ciclo infernale di violenza, di ritorsioni e vendette, in cui la violenza di oggi è la reazione alla violenza del giorno prima, secondo le regole malate di una “faida barbarica” – come la definisce A. Margalit, filosofo dell’Università ebraica di Gerusalemme -, ed è giustificata, persino vantata come tale nelle orripilanti dichiarazioni dei palestinesi così come nel linguaggio ormai inquinato dei comunicati ufficiali di Israele.

Non si intravvede un senso politico alcuno in questa guerra. Da un lato, l’inutilità di una strategia di mera rappresaglia contro l’estremismo terrorista è provata purtroppo dalle crude statistiche sugli israeliani morti nell’anno di governo di Sharon, dal crescere del numero di palestinesi votati al suicidio omicida e dalla tenacia della resistenza palestinese alla repressione militare dell’occupante quando non vi sono spiragli di una ripresa della trattativa. Dall’altro, dovrebbe essere evidente ai palestinesi la vanità dei loro tentativi di piegare con l’azione militare e terroristica l’opinione pubblica di Israele: come dimostra la storia antica del conflitto fra ebrei e arabi, solo quando la violenza cessa e si negozia in vista di una soluzione politica, in Israele i moderati prevalgono sui massimalisti, l’umore del paese si dispone al compromesso e a pagare il prezzo delle concessioni che la pace esige.

Come afferma Amos Oz, uno dei più noti scrittori d’Israele, la guerra in atto nasconde in realtà due guerre che si combattono simultaneamente: l’una, “ingiusta”, è quella scatenata dal terrorismo islamico-fondamentalista contro Israele e gli ebrei per dare vita a uno stato islamico nella “Palestina araba”; l’altra, “giusta”, è quella del popolo palestinese che aspira a uno stato indipendente degno di questo nome. Specularmente, anche Israele combatte due guerre: una, giusta, per la difesa irrinunciabile del suo diritto ad esistere come popolo e come stato, accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente; l’altra, ingiusta e futile, per perpetuare l’occupazione dei territori e le colonie ebraiche ivi insediate.

Consideriamo prima di tutto i numeri. Secondo l’Istituto centrale di statistica di Israele, i coloni israeliani nella Cisgiordania e a Gaza – esclusi quindi quelli che risiedono nei quartieri allargati di Gerusalemme al di là della Linea verde (Gilo, Ramot, Pisgat Zeev, circa 190.000 persone) – sono 214.000; essi sono cresciuti di circa il 5% nel 2001, un tasso pari alla metà di quello registrato mediamente dal 1995. Anche nel pieno dell’intifada nel corso del 2001 soltanto in 45 dei 144 insediamenti il numero dei coloni è diminuito. Nella sola striscia di Gaza i coloni sono oltre 7.000, distribuiti in 16 insediamenti che occupano il 20% di quella terra depauperata e oppressa da una densità demografica fra le più elevate al mondo (1).

Il sostegno del bilancio pubblico all’espansione degli insediamenti è corposo e la disparità a sfavore di altri beneficiari in Israele vistosa. Negli ultimi 10 anni le colonie hanno ricevuto trasferimenti dallo stato per circa 800 USD annui pro capite, mentre le città in via di sviluppo in Israele circa 500 e i centri arabi in Israele appena 375. Nell’edilizia, i fondi pubblici finanziano il 50% nelle colonie, contro solo il 25% in Israele. Il numero di abitazioni costruite con fondi dello stato nei territori ha superato del 60% quelle entro la Linea verde. Questo è continuato anche dopo gli accordi di Oslo che sancivano un blocco nell’attività di costruzione negli insediamenti (2). Tutto ciò esclude le “bypass roads” – le strade costruite per gli spostamenti dei coloni nei territori e verso Israele – nonché i sussidi per l’acquisto di case nei territori.

Qual è la finalità politica di questa dissennata espansione degli insediamenti? Perché la loro diffusione anche nelle zone densamente abitate da palestinesi? Quei territori che dopo la guerra del 1967 dovevano essere merci di scambio in cambio del riconoscimento di Israele e della pace sono diventati luoghi permanenti di occupazione per impedire il formarsi di uno stato palestinese con una sovranità e continuità territoriale degne di uno stato piccolo ma autonomo. I territori sono diventati una estensione di fatto della sovranità israeliana; l’esercito è lì per proteggere i coloni e per affermare la sovranità di fatto di Israele in quei luoghi. L’occupazione ha prodotto i suoi effetti maligni: le restrizioni alle libertà di movimento, le vessazioni quotidiane ed umilianti, i posti di blocco. Ma negli ultimi mesi un numero crescente di soldati è stato ucciso dalle formazioni palestinesi più militanti proprio nelle vicinanze di alcuni degli insediamenti più minuscoli. I territori occupati sono diventati un ostacolo alla pace e paradossalmente una minaccia per la sicurezza stessa di Israele, dei suoi cittadini e dei suoi militari. Lo riconoscono gli stessi israeliani: secondo gli ultimi sondaggi (condotti il 5 maggio scorso dall’istituto di ricerca Dahaf), il 59% ritiene che il ritiro dai territori con l’evacuazione di larga parte degli insediamenti possa portare a un accordo di pace con i palestinesi e il 67% dichiara di preferire il ritiro unilaterale dell’esercito israeliano dai territori fino ai confini precedenti la guerra del giugno 1967.

Se il popolo di Israele riconosce di non potere dominare un altro popolo e di volere vivere in uno stato retto da un sistema democratico, dove gli ebrei siano maggioritari e padroni del proprio destino di nazione, secondo le motivazioni ispiratrici del sionismo, allora è necessario “liberarsi” dei territori e dare attuazione ai principi di Oslo che sancivano la coesistenza di due stati con confini riconosciuti e in rapporti di buon vicinato. La demografia è cruda nelle sue verità : secondo gli studi di Sergio della Pergola gli ebrei che vivono in Israele e nei territori sono oggi il 53% della popolazione complessiva di quell’area; saranno solo il 43-48% nel 2020 (3). Incorporando i territori, Israele sarebbe destinato quindi a diventare uno stato binazionale a maggioranza araba. Anche dal punto di vista della sicurezza agognata, Israele entro confini difendibili può offrire più sicurezza ai suoi abitanti rispetto alla situazione odierna con una popolazione nelle colonie strettamente avviluppata con quella palestinese.

Allora, che fare? Dati il numero, l’estensione e la forza degli interessi costituiti, non è pensabile evacuare forzatamente i coloni. Ma un’intesa tra Israele e i palestinesi, ancorché parziale e intermedia, nella forma di un accordo di pace o di una separazione unilaterale, impone lo sgombero in una prima fase di almeno 50-60.000 persone che vivono nelle colonie più lontane e disperse. Aggregando poi alcuni grossi insediamenti vicini alla Linea verde in blocchi contigui – come Barak aveva proposto e negoziato a Taba un anno fa (con lo scambio paritario di aree dello stato di Israele da cedersi al futuro stato di Palestina) e annettendoli a Israele insieme con i quartieri estesi di Gerusalemme, si darebbe una soluzione agli altri 150.000 coloni circa. Ma è molto difficile che Arafat accetti una soluzione del genere. Allora bisogna pensare a un sistema di incentivi per il rimpatrio volontario di buona parte dei coloni e consentire la presenza di altri nel rispetto della sovranità palestinese. Per i coloni che sono stati spinti da moventi pragmatico-materiali (il costo sussidiato delle case, la qualità della vita suburbana, gli incentivi fiscali) il rimpatrio è più agevole; essi si sono insediati nei territori quasi come dei “pendolari”, come se vivessero in Israele. Oggi con gli agguati terroristici lungo le strade e l’insicurezza, domani con la creazione di uno stato palestinese, essi vorranno ritornare entro i confini di Israele. Si può anche immaginare che in un futuro di pacifica coesistenza e confini aperti potranno sussistere comunità ebraiche con autonomia amministrativa in Palestina, così come vi sono vaste municipalità arabe in Israele: gli ebrei che resteranno saranno quindi residenti stranieri nello stato palestinese alle cui leggi dovranno sottostare.

Ma i coloni mossi dall’ideologia nazional-religiosa, convinti di adempiere ai dettami religiosi del possesso della terra e dei luoghi sacri, votati al mito della “Grande Israele”, si opporranno a ogni ipotesi di evacuazione. Essi dovranno però sottostare alle decisioni democratiche del loro governo.

Quanto potrà costare il rimpatrio? Facciamo una stima grossolana. Supponiamo che circa il 60- 70% sia disposto al ritorno – 130.000-150.000 persone ovvero circa 25-30.000 famiglie. Sulla base del costo medio delle abitazioni in Israele (circa 250.000 USD per una famiglia), si può stimare un costo di 6-8 miliardi di USD. Ad esso potrebbero concorrere, nell’ambito di una composizione complessiva del conflitto, oltre agli Stati Uniti e all’Unione Europea, l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo – che potrebbero acquistare le case dai coloni per cederle poi ai profughi palestinesi che si insediassero nel futuro stato palestinese (4). Anche gli ebrei della Diaspora dovrebbero dare il loro apporto: si tratta di riparare a un immane errore storico e politico dei governi di Israele. E’ nostro dovere contribuire a questo sforzo straordinario, per il futuro di Israele: sarebbe un modo saggio, concreto e non declamatorio, per affermare il legame solidale con un Israele ebraico, democratico, in pace con se stesso e con i suoi vicini.

Giorgio Gomel

(1) Peace Now, Facts on the ground since the Oslo agreement, December 2000

(2) Adva Center, Government allocations to Israeli settlements in the territories in the 1990s, citato in N. Strasler, Every settler a king, Haaretz, 1/2/2002

(3) Haaretz editorial, The obvious conclusion, 15/2/2002

(4) Sono debitore di quest’idea a Mark Heller, ricercatore del Jaffee Center for Strategic Studies dell’Università di Tel Aviv. Cfr. Mark Heller, Money for Peace, The Jerusalem Post, 8/3/2002.

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