Il Mezzogiorno, il federalismo e il coraggio dell’utopia

Biografia

Una frattura di fatto tra il ricco Nord ed il “problematico” Sud sta per essere reso un dato oggettivo. Le ragioni federaliste in questo nostro Paese possono essere tante e la progettazione di un moderno impianto federale per l’Italia, prima di tutto politico e in seconda o terza battuta anche fiscale, può rappresentare una via d’uscita dal pantano in cui versa il nostro Stato unitario, ma ben diversa è la propaganda leghista che da diversi anni maschera il nobile ideale federalista con un rozzo separatismo.

La realtà ci racconta, così come argomenta Giorgio Ruffolo nel suo ultimo libro “Un paese troppo lungo[1], edito da Einaudi, che mai come oggi le sorti del Nord e del Sud Italia sono sembrate più lontane. Il rischio, continua Ruffolo, è quello di «una decomposizione territoriale che vede un Nord sempre più simile ad un Belgio grasso e un Sud ridotto a colonia mafiosa»[2].

E allora, per citare uno come Lenin che non è più molto di moda, che fare?

Ci può essere un’alternativa tra un separatismo regionale-fiscale così in voga oggi e così celatamente supportato da una fetta consistente dell’establishment del nostro Paese e una vuota retorica dello Stato unitario risorgimentale che purtroppo sembra che trovi tra gli italiani le ragioni del consenso forse nel tricolore e certamente nella nazionale di calcio?

E ancora, di fronte a questi sbandamenti e a questo stato di cose, quali sono le risposte e le proposte che provengono dalla società meridionale?

A Sud si passa velocemente, all’interno del dibattito politico e culturale, da una difesa acritica dello status quo sic et simpliciter (senza nemmeno fare un esame di coscienza serio sugli sprechi e le inefficienze nel governo di importanti regioni meridionali, per non parlare in alcuni casi di provate collusioni con ambienti della criminalità organizzata) ad un nuovo tipo di leghismo in salsa siciliana, calabrese o campana che ritiene che a un atteggiamento rivendicativo del Nord vada contrapposto un atteggiamento altrettanto rivendicativo e parziale da parte del Mezzogiorno. Ma così il Paese si spezza e dell’Italia rimarrà poco o niente.

A nostro avviso, condividendo le preoccupazioni di Ruffolo, è urgente la necessità di ritrovare le ragioni storiche di un patto tra Nord e Sud, che saldi finalmente l’Italia in una rinnovata unità nazionale.  Detto in altri termini cambiare lo Stato per salvare la Nazione.

Ma per fare ciò bisogna prima di tutto dirsi disponibili al federalismo, se è vero come ha scritto Ermanno Rea qualche giorno fa su “Il Manifesto”[3], “che dal punto di vista statuale l’Italia non esiste; non è mai nata. Il divario Nord/Sud, così come lo abbiamo costruito pazientemente, un po’ alla volta, in maniera deliberata e consapevole lungo centocinquanta anni di storia, non ha eguali in tutto il mondo, fa dell’Italia un caso unico nella sua anomalia socio-economica”.

Dirsi disponibili al federalismo, guardando al tema del Mezzogiorno, però, non vuol dire assolutamente farsi complici della voglia di spezzatino che c’è nel Paese ma scommettere, così come ragionavano importanti meridionalisti come Dorso e Salvemini, sull’autonomia politica del Mezzogiorno come forza costituente di uno Stato nazionale per non relegarlo oggi a periferia dello spreco, come molti lo raccontano e lo vogliono.

Salvemini, come ricorda lo stesso Ruffolo, individuava nel federalismo “l’unica via per la soluzione del problema meridionale”. Problema meridionale storicamente connotato dal tema dell’arretratezza economica e sociale che oggi assume, in ampie zone del Sud ma non in tutte per fortuna, i caratteri del dominio della criminalità organizzata, del degrado delle grandi aree urbane, di un senso di illegalità e abusivismo diffuso, di inefficienza nel governo della cosa pubblica e di un uso improprio di risorse pubbliche, di un sistema politico-clientelare non basato sul merito, di una nuova emigrazione di giovani altamente scolarizzati.

E’ chiaro e consolidato altresì che il Mezzogiorno non è un blocco monolitico e che nelle pieghe dei tanti territori ci si può imbattere in tante realtà sociali e produttive innovative in grado anche di anticipare le dinamiche di mercato e le evoluzioni dei costumi. Però è vero anche che l’intero Mezzogiorno con qualche eccezione evidente vive una crisi di visione e di prospettiva che per forza di cose ha ripercussioni sulla sua capacità di organizzazione politica e di vitalità economica. Il Sud Italia, quindi, diventa sempre più lontano dal Centro-Nord anche in termini di infrastrutture, di vivibilità, di reti e collegamenti, di opportunità di lavoro, di livelli di istruzione (al di là dei tanti laureati meridionali), di qualità del sistema sanitario, di numero di aziende, di organizzazione del welfare locale. Se non si interviene con coraggio e con indignazione su questi fattori di contesto, al di là di alcune performances economiche e produttive positive, il nostro Sud è destinato silenziosamente a diventare “altro” non rispetto al Nord ma rispetto all’Italia stessa come Nazione, così come l’abbiamo conosciuta sino ad ora.

Ed è in questo quadro che si inserisce un’insoddisfazione politica crescente del Nord del Paese che trova le sue basi analitiche, secondo la tesi di Luca Ricolfi nel libro “Il sacco del Nord[4], negli squilibri esistenti tra quello che un territorio dà allo Stato e quello che riceve.

Ricolfi, per esempio, in un suo recente articolo ci spiega, riprendendo le tesi scritte ne “Il sacco del Nord”, che fatto 100 il reddito prodotto sul mercato, il cittadino lombardo consuma 50, quello calabrese 113. Così come l’intensità dell’evasione fiscale in Lombardia è pari al 12% e in Calabria l’85%. Le false pensioni di invalidità che costano alla collettività 8 miliardi di euro l’anno, nel Lombardo-Veneto sono sotto il 10% e invece in tre Regioni come Sicilia, Campania e Calabria si attestano su valori superiori al 50%[5].

La lettura analitica di Ricolfi, così come evidenzia Maurizio Franzini in un altrettanto recente articolo[6], certamente deriva da un uso parziale e orientato dei dati e dei relativi indicatori, soprattutto nella valutazione economica del maggior tempo libero al Sud che compenserebbe gli svantaggi derivanti da reddito e consumi pubblici, però dal mio punto di vista rende palese un clima culturale del Paese e un’offensiva del Nord a cui il Sud non potrà reggere a lungo se non accettando la sfida del cambiamento che passa necessariamente attraverso un’assunzione piena di  responsabilità delle proprie carenze (dove ci sono) e una promozione dei propri meriti e dei propri sforzi innovativi (dove sono riscontrabili e presenti).

Di fronte a questa realtà dei fatti, quindi, il federalismo può rappresentare principalmente per il Mezzogiorno un’opportunità per progettare un patto che sia il frutto di un nuovo equilibrio tra risorse e servizi e tra ricchezze e diritti. Il federalismo come questione nazionale utile a ragionare nuovamente sulla questione meridionale e come metodo condiviso per affermare due principi basilari: quello dell’equità tra i territori (che parli soprattutto alle regioni ed ai neonati egoismi del Nord) e quello della responsabilizzazione dei territori (che parli soprattutto alla dissipazione di risorse e alle tante inefficienze di molte aree del Sud).

Ma il federalismo anche come grande occasione di riscatto per quei territori del Mezzogiorno che con fatica e contro tutto e tutti hanno intrapreso la strada della qualità nello sviluppo economico, del rispetto della legalità, della realizzazione di interventi volte all’innovazione, alla ricerca e alla salvaguardia delle risorse ambientali e naturali.

Il Sud deve essere capace di accettare la sfida federale per dimostrare che è in grado di assumersi le proprie responsabilità e di risanare i propri conti.

Dall’accettazione della sfida federale scaturisce, dal mio punto di vista, l’utilità del ragionamento e delle proposte sostenute da Giorgio Ruffolo nel libro citato e in un suo articolo apparso su “La Repubblica” in data 12 Maggio 2010[7].

Proposte utopiche ha scritto qualcuno ma comunque proposte che tentano di parlare al futuro e richiamano in gioco speranze e visioni, a partire dalla società del Mezzogiorno, per ritrovare il senso comune dell’unità nazionale.

La proposta che ha fatto più discutere come l’istituzione di due grandi macro-regioni (una del Centro-Nord e una che comprende Sud e Isole), per esempio, può rappresentare un tentativo di risposta ai neocentralismi regionali e al relativo peso  opprimente delle pressioni localistiche, delle burocrazie locali e di una classe politica concentrata sul particulare così come può aiutare il Mezzogiorno ad autorappresentarsi e a pensarsi in funzione di se stesso e non in funzione di una continua rincorsa verso il Nord; inoltre questa “provocazione” delle due macro-regioni può aiutare la stipula di un patto forte per una rinnovata unità nazionale in cui 

si definisce un cammino di sviluppo comune tra le due grandi parti del Paese per finalizzare le rispettive autonomie fiscali verso un interesse economico e politico superiore. Questo impianto, inoltre, dove l’attenzione va posta più che sulle due macro-aree sul patto di sviluppo comune, deve essere sostenuto dall’implementazione di un Fondo di programmazione per un piano di risanamento e sviluppo destinato soprattutto alle aree urbane del Sud, il cui degrado rappresenta il primo ostacolo per sconfiggere le mafie e per affermare un più forte sviluppo civile ed economico del Mezzogiorno nell’ambito del Mediterraneo.

Mi rendo conto che l’utopia racchiusa in queste proposte è forte e la possibilità di realizzarle nel contesto dato sono molto scarse. Qualcun altro dirà che sono stupidaggini o qualcosa del genere. Qualcun altro ancora dirà che sono proposte leghiste. A mio parere, invece, ci aiutano se non altro a riflettere, a mettere in gioco e in discussione le nostre granitiche convinzioni, a ricercare vie d’uscita praticabili dall’immobilismo dell’Italia di oggi. E soprattutto ci obbligano a ragionare su obiettivi di lungo periodo su cui lavorare fin da oggi oppure, come diceva Enrico Berlinguer, ci fornisce dei “pensieri lunghi” su cui vale la pena di impiegare risorse, energie, intelligenze e passioni. Per il bene dell’Italia, a Sud come a Nord.

[1]G. Ruffolo, Un paese troppo lungo. L’Unità nazionale in pericolo, Einaudi Editore, Collane Passaggi, Dicembre 2009

[2]G. Ruffolo, Federalismo e separatismo, articolo apparso su “La Repubblica”, pag. 28, 12 Maggio 2010

[3]Ermanno Rea, Cara Italia mai nata, articolo apparso su “Il Manifesto”, 29 Maggio 2010.

[4]L. Ricolfi, Il Sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati, 2010.

[5] L. Ricolfi, Quelle misure che colpiscono alla cieca, articolo apparso su “La Stampa”, pag. 43, 28 Maggio 2010.

[6] M. Franzini, Il Mezzogiorno e le sue rappresentazioni. Due libri recenti a confronto, 14 Maggio 2010, Nel Merito (http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1058&Itemid=141).

[7]G.Ruffolo, Federalismo e separatismo, articolo apparso su “La Repubblica”, pag. 28, 12 Maggio 2010.


Una risposta a “Il Mezzogiorno, il federalismo e il coraggio dell’utopia”

  1. Luciano Barca

    Dispiace sinceramente che il giovane Claudio Novembre abbia preso un grosso abbaglio e abbia fatto propria quella che in Giorgio Ruffolo e’ una capricciosa astrazione e, nella Lega, un primario obiettivo: quello di spezzare l’Italia in due e abbandonare il Sud al suo destino. E’ da molti anni, da ben prima che la Lega scendesse in campo contro l’unità d’Italia, che Ruffolo è innamorato delle “macroaree”. Da quando si occupò di Diocleziano e della sua idea – siamo nel 300 d.c..- di dividere l’impero romano in una tetrarchia con capitale, per l’Oriente, Nicomedia (Izmit) dove Diocleziano si trasferì, e per l’Occidente, Roma e Mediolanum (Milano), con due imperatori – “Augusto” – due vice imperatori – Cesari – e molti governatori e proconsoli militari. Secondo Ruffolo questa divisione “salvò i due imperi”. Ognuno legge la storia come crede ed indubbiamente Diocleziano acquistò meriti in vari campi a partire da quello della riforma fiscale.
    Che le sue idee e le sue macroaree abbiano salvato i due imperi resta tuttavia un’asserzione non dimostrata. Aprirono di fatto trent’anni di sanguinose guerre civili, divisero l’Italia in due, con capitali Roma e Milano, spinsero ciò che rimaneva dell’Italia centro meridionale verso l’Africa, si conclusero con l’uccisione di due Cesari ed un Augusto da parte di Costantino e la nascita in Occidente del potere temporale della Chiesa cattolica, potere che si perpetuò fino al 1860 e di cui lo Stato del Vaticano rimane come qualcosa che è di più di un simbolo.
    Mi sembra difficile vedere in tutto ciò una luminosa idea da perseguire e con la quale illudersi di entrare nel mondo dei pensieri alti. All’ultima sortita di Ruffolo su Repubblica, Eugenio Scalfari ha giustamente risposto che Bossi espone con maggiore chiarezza le sue idee e che il risultato della divisione in due sarebbe esattamente quello che la Lega vuole :”un nord europeo e un sud magrebino”.
    Novembre finge di dimenticare che un’area speciale per il Sud fu già creata dalla democrazia Cristiana e che il Cesare che l’amministrava si chiamava presidente della Cassa del Mezzogiorno. I risultati furono, salvo poche eccezioni, disastrosi, anche perché a fronte dell’intervento cosiddetto “straordinario” venne a mancare l’intervento ordinario sempre più concentrato nel centro Nord. Fu merito del centro sinistra porre fine a tale assurda situazione e tentare di riportare ad unità l’intervento dello Stato, fortemente sbilanciato fin dal 1945 verso Torino e Milano (fu di fatto Vittorio Valletta a gestire il piano Unrra e il carbone che con esso arrivava e a decretare la morte di tutte le imprese sorte nel centrosud nel periodo della Linea di Cassino e della Linea gotica). E fu anche, dunque, merito di Ruffolo. Perché vedere come futuro un’esperienza già dolorosamente fatta e, per fortuna, archiviata?
    Duole e dispiace che a tutto ciò Claudio Novembre abbia aggiunto allusioni politiche sconcertanti a danno di chi crede e si batte per l’unità d’Italia e cerca elementi di riflessione nell’esperienza alta del Risorgimento.

    Luciano Barca

    PS. Qualcuno si chiederà perché io, direttore, non abbia esercitando le mie prerogative rifiutando la pubblicazione dell’articolo. Il motivo è essenzialmente uno: perché nel momento in cui avrei dovuto e potuto esercitare quella prerogativa, in nome della linea del giornale e dell’Associazione cui esso appartiene, era in atto in Italia un duro attacco alla libertà di stampa e non ho voluto compiere un atto di censura, anche se Novembre ha molte altre sedi da cui propagandare le sue idee. L.B.

    #618

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