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Il lungo sonno dell’Italia e dell’Eurozona/1

Francesco Farina in un articolo di cui su questo numero pubblichiamo la prima parte riflette sul dibattito economico che in Italia vede una contrapposizione fra chi dà tutte le colpe della deprecabile condizione del paese all’Euro e chi replica che i responsabili del declino italiano siamo solo noi. Farina sostiene che bisognerebbe riconoscere che la crisi dell’Eurozona si è sovrapposta alla crisi dell’economia italiana, e che l’austerità è stata una sciagura che ha aggravato l’impasse della nostra crescita, accentuando i fenomeni di isteresi.

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Nelle cronache politiche ed economiche italiane tiene banco il dibattito intorno all’unione monetaria. Fino a non molto tempo fa la posizione pro oppure contro la permanenza dell’Italia nell’Eurozona si sovrapponeva al giudizio ottimistico oppure pessimistico sull’economia italiana. Coloro che infatti si professavano piuttosto delusi dalla performance dell’Europa dopo quindici anni di moneta unica vedevano anche nero sulla crescita del PIL e dell’occupazione in Italia. Ed al converso, la valutazione positiva sulle capacità dell’economia italiana di uscire dalla recessione seguita alla crisi finanziaria contribuiva in modo decisivo a formare il giudizio sulle virtù dell’euro per un paese della Periferia qual è il nostro. In altri termini, i verdetti su Italia ed Europa – quali che fossero – andavano a braccetto.

L’impressione è che in questi ultimi tempi le cose non stiano più così. Quanto più è emersa la gravità e la pervasività dei costi dell’austerità, e quanto più è caduto nel discredito l’impianto teorico sugli “effetti non-keynesiani dei consolidamenti fiscali”, su cui tale politica si fonda, tanto più le posizioni su euro ed Italia si sono estremizzate. Non si crede più nel legame fra le due crisi ed il loro possibile superamento. Oggi, per molti di coloro che vedono nell’euro un fallimento, l’Italia andrebbe assolta, essendone la vittima. E viceversa: se l’Italia è colpevole dei suoi mali, perché il paese è fermo da decenni, l’euro è sollevato da qualsiasi responsabilità.

Secondo la prima visione, le cose sono andate bene in Italia fino a che c’erano potenti strumenti di politica economica a disposizione del governo – in primis, la svalutazione del tasso di cambio nominale – mentre oggi regole fiscali miopi quali Patto di Stabilità e Fiscal Compact ci hanno privato della libertà di usare lo stimolo fiscale per fare ripartire la crescita. Nella sua versione più moderata, il problema è la non-ottimalità dell’area valutaria europea, causata da un’unione monetaria priva dell’Unione fiscale e dell’Unione bancaria. Questi due pilastri, avrebbero dovuto entrare in funzione fin dal 1999, in quanto indispensabili (come probabilmente c’era da aspettarsi) a permettere la coesistenza nell’unione monetaria del Centro, il gruppo dei paesi avanzati, con la Periferia, il gruppo dei paesi arretrati.

Oggi sarebbe troppo tardi per metterli in piedi, dopo che l’austerità ha provocato l’ulteriore allargamento della divergenza reale, contribuendo a creare un enorme solco, che rischia di diventare anche identitario, fra le due aree. I tanti dissidi riguardo alle due Unioni complementari alla moneta comune ne sono un’ampia conferma. Stando così le cose, l’indicazione è di fare marcia indietro: i cambi fissi vanno bene per il primo gruppo, la cui competitività è garantita dal più basso costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP), mentre i cambi flessibili vanno bene per il secondo gruppo (ripristinando la valuta nazionale, i paesi periferici potrebbero nuovamente far ripartire la crescita ricorrendo ai classici strumenti del cambio nominale e della finanza pubblica).

Secondo la visione alternativa, la crisi della crescita in Italia affonda al contrario le proprie radici nell’esaurimento dei fattori che nei primi decenni del dopoguerra hanno sostenuto la sviluppo. In questa narrativa, il paese è successivamente affondato a causa di una serie lunghissima di eventi negativi: la crisi della grande impresa privata e pubblica; l’espansione del debito pubblico che oggi paghiamo con la sfiducia dei mercati finanziari nella capacità dei governi italiani di tornare ad un rapporto debito pubblico/PIL sostenibile; la scarsa capacità della maggior parte degli imprenditori piccoli e medi di fare investimenti innovativi; il mancato rafforzamento del capitale umano; e così via. La conclusione è che l’economia italiana va male a prescindere dalla non-ottimalità dell’Eurozona e dagli effetti dell’austerità, perché quindici anni di sostanziale stasi della produttività avrebbero creato fenomeni di isteresi tali da rallentare la ripresa della produzione e dell’occupazione.

Questa posizione dimentica il lungo sonno della crescita economica in Italia. Molto schematicamente, la fase di crescita accelerata dell’economia italiana nei primi decenni del dopoguerra coincise con un periodo eccezionale. In quegli anni, come Piketty ci ha mostrato, il reddito aumentava e la diseguaglianza all’interno dei paesi si riduceva parallelamente all’aumento dei salari e dei consumi. Nei successivi due decenni, che hanno all’incirca coinciso con il ventennio dei cambi fissi ma aggiustabili dello SME, il doppio nesso di causalità fra aumento della produttività ed espansione delle esportazioni è stato sostenuto – a tassi di crescita del PIL molto inferiori, ed al prezzo di un incremento della disoccupazione strutturale – prima da investimenti di sostituzione del capitale al lavoro (che hanno permesso l’affermarsi dei settori di nicchia, in presenza dei periodici riaggiustamenti del tasso di cambio resi necessari dai ricorrenti deficit commerciali), e poi dal sostegno della spesa pubblica alla domanda aggregata.

Lo scenario si modifica radicalmente a partire dall’adesione alla moneta unica. Non soltanto perché la fine della sovranità monetaria ha fatto venire definitivamente meno il recupero di competitività rispetto alle maggiori economie europee che vantavano un CLUP inferiore al nostro; ma anche perché il contesto dei mercati internazionali era fortemente peggiorato per i nostri tradizionali settori esportatori, data la concorrenza aggressiva delle economie del Sud-Est asiatico e soprattutto della Cina. Le vicende di molti paesi dell’Eurozona fra il 1999 ed il 2008 hanno poi dimostrato che non è la maggiore spesa pubblica, che in un’area fortemente integrata si riversa in un forte aumento delle importazioni, a causare l’aumento del deficit commerciale. E’ l’aumento del deficit commerciale connesso alla perdita di competitività ad avere incentivato i governi ad espandere la spesa pubblica; o meglio, a non ridurla, contestualmente all’abbassamento della spesa per interessi guadagnato con l’adesione all’euro, prima che la crisi producesse tassi di crescita vicini o inferiori allo zero, con conseguente risalita del rapporto debito pubblico / PIL.

Come in un recente saggio ha ben argomentato Andrea Boitani (Sette luoghi comuni sull’economia, Laterza, 2017) in modo più approfondito di quanto sia qui possibile, la crescita economica dipende dall’alta produttività, che a sua volta consente di avere alti salari, che forniscono uno stimolo alla domanda. Tutto ciò dovrebbe fare riflettere sulla possibilità che si possa oggi ripetere l’esperienza di un periodo prolungato di ripresa, sostenuto dal continuo indebolimento di una rediviva lira italiana. Per avere un successo non effimero, una ripresa trainata dalla svalutazione del cambio ha bisogno di importanti fattori complementari. Ad esempio, negli anni ’90 un importante fattore complementare fu in Irlanda la strategia della competizione fiscale; ed in Svezia la notevole qualità delle politiche attive del lavoro e del capitale umano. Oggi il sistema delle complementarietà è molto più complesso. I lavori empirici di Aghion e coautori (Si veda, fra gli altri, P. Aghion, U. Akcigit, e P. Howitt, What Do We Learn From Schumpeterian Growth Theory?, NBER Working Paper 2013), diretti a verificare in modo rigoroso la validità dei modelli di teoria della crescita, dimostrano che il fattore principale che sostiene la dinamica di lungo periodo delle economie avanzate è la capacità di rischiare degli imprenditori con investimenti capaci di applicare alla produzione il flusso delle conoscenze. Lungo questi nuovi sentieri della crescita, un ruolo centrale è svolto da efficienti strutture creditizie e finanziarie e dal sostegno esterno di politiche pubbliche di incremento del capitale umano e di ri-training dei disoccupati causati dalla schumpeteriana “distruzione creatrice” di sostituzione delle produzioni a fine ciclo.

La lezione più importante su cui meditare, nel dibattito in corso sull’opzione Italexit, è che viviamo in un mondo dove la creazione di ricchezza (e, possibilmente, di benessere) ha luogo in mercati di concorrenza imperfetta, dove gli investimenti innovativi sono favoriti dall’eccellenza dei laboratori di R&D e sono incentivati da una efficiente difesa delle rendite generate dai brevetti. Un segnale importante è che nei paesi sulla frontiera tecnologica – a partire dagli Stati Uniti – le grandi imprese sono anche le più anziane, in quanto alla base della loro crescita dimensionale c’è proprio la capacità di innovazione. Tutti vogliamo che l’Italia continui ad appartenere al novero del gruppo di paesi di punta nell’economia globale. Tutti però anche sappiamo che l’Italia non gode delle pre-condizioni per la crescita appena descritte. Tali pre-condizioni vanno ben al di là dell’aumento di breve periodo delle esportazioni permesso dall’indebolimento del tasso di cambio, perché consistono nella capacità di cavalcare le “onde” del progresso tecnologico, dove la competizione si fa con la qualità e non sulla riduzione del prezzo permessa dal cambio debole. E’ quindi illusorio rimettere indietro le lancette agli anni dell’aggiustamento del cambio della lira.

Senza parlare, per ragioni di spazio, del problema dell’ingente quantità di debito pubblico italiano detenuta all’estero, la cui eventuale ridenominazione nella nuova lira dovrebbe fare tremare i polsi. In sintesi, l’uscita dell’Italia dall’euro, con il ritorno alla politica di svalutazione del cambio nominale, equivarrebbe alla svalutazione reale avviata dalla Grecia con il taglio di salari, spesa sanitaria e spesa pensionistica. Ai fini della ripresa di una crescita duratura, ambedue le strade paiono di corto respiro. Per affrontare la navigazione verso la terra incognita della “nuova lira” e della libertà di disporre in deficit di aggiuntive risorse pubbliche (il cosiddetto “spazio fiscale”, che i vincoli di Bruxelles oggi non ci concedono), l’Italia dovrebbe disporre di un assetto istituzionale interno – una stabilità del sistema politico ed una governance macroeconomica efficiente capace di sostenere la forte volatilità finanziaria in cui inevitabilmente precipiteremmo – al di fuori dell’attuale stato di cose.

Pertanto, la situazione dell’Eurozona potrà volgere al bello una volta che la Germania, il paese che di fatto ha imposto l’austerità, approverà l’avvio – se non della mutua responsabilità sul debito pubblico dei paesi membri – almeno delle seguenti riforme: 1. Il riequilibrio fra i saldi delle partite correnti dei vari paesi membri, da realizzare in primo luogo attraverso l’aumento dei salari tedeschi ed il conseguente incremento della domanda interna che favorirebbe le esportazioni dei paesi della Periferia; 2. Un completamento dell’Unione Bancaria, che preveda l’assicurazione dei depositi a condizioni del bail-in meno punitive e senza quella prevista valutazione del debito sovrano nel portafoglio delle banche che sarebbe una palla al piede per la ripresa dei paesi della Periferia; 3. La creazione di istituti di mutua assicurazione in grado di invertire la tendenza all’allargamento della divergenza reale fra Centro e Periferia, a cominciare da un programma di assicurazione della disoccupazione, da realizzare attraverso un meccanismo di trasferimenti compatibile con l’esigenza di non premiare comportamenti di azzardo morale e di rassicurare i risparmiatori dei paesi ricchi del Continente.

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