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	<title>Etica ed Economia</title>
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	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 11:06:25 +0000</pubDate>
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		<title>Incontro con Giorgio Ruffolo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 11:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>etica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eticaeconomia.it/?p=1349</guid>
		<description><![CDATA[Nel ciclo di incontri, seminari, convegni che Etica ed Economia dedica allo studio della crisi economica il giorno martedi 23 marzo 2010 alle ore 16 nel Salone Sturzo di Palazzo Baldassini, in via delle Coppelle n. 35, Roma:
 
                      l&#8217;on. Giorgio Ruffolo
                  Presidente del Centro Europa Ricerche
 
       introdurrà sul tema &#8220;La crisi: tornare a Keynes?&#8221;
 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 14pt;">Nel ciclo di incontri, seminari, convegni che Etica ed Economia dedica </span><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 14pt;">allo studio della crisi economica </span><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;">il giorno <strong>martedi 23 marzo 2010 </strong></span><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;">alle <strong>ore 16</strong> nel Salone Sturzo di Palazzo Baldassini, in via delle </span><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;">Coppelle n. 35, Roma:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">                      </span><strong>l&#8217;on. Giorgio Ruffolo</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">                  </span></span></strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 12pt;">Presidente del Centro Europa Ricerche</span><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 16pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">   </span></span></strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 14pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">    </span>introdurrà sul tema <strong>&#8220;La crisi: tornare a Keynes?&#8221;</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 14pt;"> </span></strong></p>
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		<title>Diseguaglianze e infelicità</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 09:12:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[La conquista di una società più egualitaria è aspirazione antica dei lavoratori. Ora essa viene riproposta, in termini scientifici, da una coppia di scienziati inglesi, Richard Wilkinson e Kate Picket*, partendo dalla verificata relazione tra diseguaglianze e infelicità. E&#8217; la diseguaglianza infatti - dice una loro ricerca che dà alla teoria un poderoso supporto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">La conquista di una società più egualitaria è aspirazione antica dei lavoratori. Ora essa viene riproposta, in termini scientifici, da una coppia di scienziati inglesi, Richard Wilkinson e Kate Picket*, partendo dalla verificata relazione tra diseguaglianze e infelicità. E&#8217; la diseguaglianza infatti - dice una loro ricerca che dà alla teoria un poderoso supporto di dati - che è all&#8217;origine non solo, come è intuitivo, del malessere della fascia di reddito più bassa, ma di mali che colpiscono l&#8217;intera società. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">La ricerca era partita dal tentativo di capire i motivi della correlazione tra livelli di reddito <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>e salute, ma si è via via estesa ad altre correlazioni con tutti i vari fattori che creano malessere e infelicità (almeno per la grande maggioranza della popolazione) nelle società economicamente più sviluppate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">A giudizio degli autori, sono ormai parecchie le società in cui la pura crescita economica ha esaurito i suoi effetti benefici. Per migliaia di anni la crescita e, dunque l&#8217;innalzamento delle condizioni materiali, è stato il modo più efficace per migliorare la qualità della vita umana. Oggi in molti paesi non è più così. Lo dicono i risultati di migliaia di rilevazioni fatte in ventitré paesi sviluppati e - aggiungo io, dato che è, per esempio, assente la Cina - caratterizzati dal tradizionale modo di produzione capitalistico. Sono paesi che vanno dagli Stati Uniti all&#8217;Europa, e quindi comprendono l&#8217;Italia, dall&#8217;Asia all&#8217;Australia. Per gli Stati Uniti l&#8217;esame è stato particolarmente esaustivo e distinto per</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">i cinquanta diversi stati che formano la Confederazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Di ognuno dei paesi esaminati è stato rilevato l&#8217;andamento del reddito medio e l&#8217;andamento di una serie di fattori che contribuiscono a creare il benessere della persona umana. Ebbene è stato rilevato che, oltre un certo livello di reddito medio, gli incrementi non modificano più l&#8217;andamento dei vari fattori presi in esame e che i mali antichi o nuovi della società - da quelli sanitari a quelli relativi al basso livello culturale e al rendimento scolastico, dall&#8217;inquinamento dell&#8217;atmosfera alla diffusione delle droghe o ai tassi di incarcerazione, sono tanto più gravi quanto maggiori sono le disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Ciò è risultato vero perfino per i disturbi mentali e, per quanto riguarda gli <em>States, </em>anche per gli omicidi. Di contro l&#8217;indagine conferma che nei paesi sviluppati è possibile innalzare la qualità della vita (indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite che comprende speranza di vita, livello di istruzione e prodotto interno lordo pro capite) senza forzare ulteriormente la crescita economica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Wilkinson e Pickett sono ben coscienti che quanto essi vanno affermando non costituisce una loro scoperta. L&#8217;ipotesi, per esempio, che sostenibilità sociale e sostenibilità ambientale vadano di pari passo risale al rapporto presentato nel 1980 da Willy Brandt. Ma sono anche coscienti che sull&#8217;umanità si è abbattuto il ciclone liberista di Margareth Thatcher e che esso ha nascosto sotto il telone della religione liberista una serie di verità che l&#8217;umanità aveva acquisito grazie a scienziati e politici che avevano onorato l&#8217;Europa, l&#8217;Asia e le Americhe. Dal liberismo è nata non solo una religione che ha cancellato acquisizioni fondamentali ma anche un modo di concepire la vita in modo antisociale così che i vizi dell&#8217;uno per cento ricco della popolazione appaiono come mete da raggiungere per chiunque sia &#8220;furbetto&#8221; e privo di etica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">E&#8217;, per questo che gli autori sono ripartiti da zero e sono tornati con intelligenza e umiltà di scienziati a verificare correlazione e correlazione riempiendo centinaia di grafici, sapendo che &#8220;gli studiosi di scienze naturali non debbono convincere le singole cellule o gli atomi ad accettare le loro teorie, mentre invece gli scienziati sociali si scontrano quotidianamente con una schiera di opinioni individuali e di potenti interessi costituiti&#8221;. A queste opinioni essi hanno risposto con migliaia di dati: dati che confermano in modo indiscutibile che anche mortalità infantile, minore altezza media, basso peso alla nascita, depressione, diffusione dell&#8217;AIDS risultano maggiormente diffusi là dove maggiore è la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Dall&#8217;esame risultano non solo confermate le tesi degli autori, ma forniti stimoli ad approfondire alcuni aspetti. Non è naturalmente un caso che tra i paesi con il maggior benessere e la maggiore uguaglianza si trovi la Svezia. Si tratta di un paese dotato, grazie ai governi socialdemocratici, di un potente meccanismo redistributivo di imposte e sussidi e un grande ed efficiente sistema assistenziale. Fu per questo che nel corso della ricerca di vie ad una maggiore uguaglianza e a migliori performances, nel rispetto della libertà e del mercato, Enrico Berlinguer, guardò con grande interesse alla sua esperienza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Desta invece meraviglia che al primo posto - subito prima della Svezia - si collochi il Giappone, che non solo, come osservano gli autori, è quanto di più diverso possa esistere dalla Svezia, ma che ha una spesa pubblica sociale, in proporzione al reddito nazionale, tra le più basse tra i principali paesi sviluppati. Il fatto è, suggeriscono gli autori, che esistono diversi modi di redistribuire il reddito e che dal dopoguerra in Giappone la disparità dei redditi è esigua come in Svezia. Ma è proprio su questi &#8220;diversi modi&#8221; (quello giapponese sembra implicito nel modo di produrre e nelle regole di mercato)<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>che appare opportuno un approfondimento da parte delle forze politiche interessate a definire una politica diversa da quelle che prospettano i profeti dell&#8217;arricchimento individuale in una lotta di tutti contro tutti. Lotta che finisce con il distruggere il concetto stesso di società e che è inevitabilmente vinta da chi ricco lo è già.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Mi auguro che questo libro abbia diffusione e solleciti una maggiore attenzione alle ineguaglianze in termini di <em>capabilities</em> (Sen) e cioè guardando all&#8217;insieme delle risorse relazionali di cui una persona dispone.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">E&#8217; vero che chi si ferma ai problemi della distribuzione del reddito, sia funzionale (salari, profitti e rendite) sia personale (persone, famiglie comunità) senza risalire a quelli del modo di produrre commette un grave errore. Ma è anche vero che se non si parte dai problemi della distribuzione e delle disuguaglianze, soprattutto in un Paese come l&#8217;Italia nel quale, dal 1991, le quote di reddito che vanno a lavoro dipendente e autonomo vanno discendendo mentre aumenta la quota dei redditi da capitale, si rischia di non farsi capire dalla gente. Non è frutto del caso che, sempre in Italia, l&#8217;azione redistributiva dello Stato attraverso i trasferimenti reali sia minima rispetto agli altri paesi europei. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">                                                                     </span><strong><span style="mso-spacerun: yes;">   </span>Luciano Barca </strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 2.45pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; tab-stops: 496.15pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 10pt;">* </span></strong><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Richard Wilkinson, Kate Pickett - La misura dell&#8217;anima - serie bianca Feltrinelli, Milano, novembre 2009.</span></strong></p>
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		<title>Urge aprire un dibattito sulla TAV Torino-Lione</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/urge-aprire-un-dibattito-sulla-tav-lione-torino.html</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 09:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>etica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nove esperti hanno analizzato costi e benefici della TAV Torino Lione: Boitani, Manghi, Mercalli, Panti, Prud&#8217;homme, Ramella, Ranci, Scarpa, Silva. Su www.lavoce.info è possibile trovare i nove contributi. Ne diamo qui la sintesi: 
Il dibattito sulla TAV Torino - Lione sembra una contrapposizione tra un disegno ambizioso di sviluppo e una resistenza locale di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 5pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Nove esperti hanno analizzato costi e benefici della TAV Torino Lione: Boitani, Manghi, Mercalli, Panti, Prud&#8217;homme, Ramella, Ranci, Scarpa, Silva. Su </span></em><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">www.lavoce.info<em> </em></span></strong><em><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">è possibile trovare i nove contributi. Ne diamo qui la sintesi: </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 5pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">Il dibattito sulla TAV Torino - Lione sembra una contrapposizione tra un disegno ambizioso di sviluppo e una resistenza locale di un partito del No. La questione è in realtà diversa. È naturale che il Piemonte preferisca avere un’infrastruttura moderna piuttosto che non averla. È comprensibile che gli abitanti della Valle di Susa si oppongano a un investimento che ritengono li danneggi (nonostante le compensazioni promesse) e che a loro non serve. Ma bisogna che qualcuno faccia un conto sui pro e contro di una decisione di spesa che riguarda il Paese intero.<br />
La linea (per la parte di competenza italiana) costerebbe tra <strong>15 e 20 miliardi di euro</strong>, come tre ponti di Messina. I contributi europei coprirebbero meno del 30% della sola tratta internazionale (la galleria di base); il resto lo pagherebbe lo Stato italiano, quello che lamenta carenza di risorse e fatica a mantenere la sostenibilità della finanza pubblica. Con una spesa analoga si può fare molto. Si potrebbe, scrive Orazio Carabini su Il Sole 24 Ore del 27 gennaio 2010, cablare tutta l’Italia a 100 Mb. Cominciando dal Piemonte, nel caso.<br />
La domanda è allora: <strong>quale sarà il beneficio dell’opera</strong>? Gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della TAV Torino - Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La Torino - Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci (circa un’ora) verso e dalla Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1% dei movimenti che si effettuano in Piemonte e <strong>meno dello 0,1% a scala nazionale</strong>.<br />
I più gravi problemi di congestione si riscontrano a ridosso delle grandi aree urbane (esempio: tangenziale di Torino) e non alle frontiere con l’estero (autostrada da Torino a Bardonecchia). L’attuale <strong>livello di utilizzo</strong> sia dell’autostrada che della linea ferroviaria che collegano l’Italia con la Francia è molto al di sotto della capacità che servirà per i traffici per i prossimi decenni (il Fréjus ha funzionato bene anche con livelli di traffico doppi rispetto a quelli attuali nel periodo di chiusura del traforo del Monte Bianco).<br />
Uno spostamento di domanda dalla strada alla ferrovia, a detta degli stessi sostenitori dell’opera, potrebbe avvenire solo con l’imposizione di divieti o di prelievi fiscali aggiuntivi sul trasporto su gomma, ossia incrementando il costo del trasporto e rendendo più difficoltose le esportazioni per le nostre imprese.<br />
Se l’impatto sulla mobilità è minimo, anche i <strong>benefici</strong> ambientali dell’opera sarebbero del tutto <strong>trascurabili</strong>. Considerando gli elevatissimi consumi energetici nella costruzione dell’infrastruttura, le emissioni complessive di CO<sub>2</sub> saranno forse più elevate con la Torino - Lione che senza.<br />
Nel complesso, non solo “il debito aggregato degli Stati italiano e francese aumenterà di 16 miliardi, ma la gestione dell’opera andrà ad accrescere il loro <strong>deficit</strong> per i successivi quaranta anni”, conclude l&#8217; analisi costi-benefici dell’opera.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Gli autori della ricerca invitano gli autori di analisi che forniscano risultati diversi, a pubblicarle e ribadiscono: non siamo nella situazione di centocinquanta anni fa, quando fu costruito il traforo ferroviario del Frejus. La realizzazione di quel traforo significò ridurre i tempi di spostamento da un paio di giorni, a dorso di mulo, a poche ore. Oggi il <strong>risparmio</strong>, come già detto, sarebbe <strong>di un’ora</strong>.<br />
Non è una questione di essere o non essere in Europa. Il Corridoio Cinque ancora non è molto di più che un tratto di pennarello su una carta geografica e non corrisponde ad un’infrastruttura unica, con caratteristiche omogenee. Contrariamente a quanto spesso affermato, la <strong>Commissione Europea</strong> non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi lungo il Corridoio sia effettuato con una linea ad Alta velocità/capacità. Lungo quell’asse, non risultano essere in costruzione altre linee AV/AC, al di fuori della tratta Torino-Lione, mentre è realizzata la Torino-Milano ed è in progettazione avanzata la Milano-Venezia. <strong>Sia ad est che a ovest dell’Italia</strong> le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione verso Parigi, perché le linee AV francesi sono state costruite per far passare solo treni passeggeri.<br />
Questi argomenti, nonostante il lavoro dell’Osservatorio tecnico governativo appositamente costituito, attendono ancora di essere dibattuti con sereno equilibrio. </span></p>
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		<title>La deregulation e i fattori della crisi</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/la-deregulation-e-i-fattori-della-crisi.html</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 08:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mmagnani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[1. La crisi scoppiata nell’autunno del 2008 ha superato il suo punto più acuto ma pesa ancora sulle prospettive di crescita delle economie e sulla stabilità del sistema finanziario internazionale. Deve essere inclusa a pieno titolo nel ristrettissimo numero delle “grandi crisi” che hanno segnato la storia del capitalismo. Innescate da speculazioni le più svariate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">1.</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> La crisi scoppiata nell’autunno del 2008 ha superato il suo punto più acuto ma pesa ancora sulle prospettive di crescita delle economie e sulla stabilità del sistema finanziario internazionale. Deve essere inclusa a pieno titolo nel ristrettissimo numero delle “grandi crisi” che hanno segnato la storia del capitalismo. Innescate da speculazioni le più svariate (si pensi<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>ai<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>tulipani olandesi), tutte le crisi finanziarie sono accomunate dalla sequenza che dallo scoppio della bolla speculativa conduce al crollo della fiducia, alla caduta dei prezzi, al prosciugamento del credito e alla recessione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">2</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. Quali sono stati i fattori principali che hanno favorito nell’ultimo decennio l’accumulo sfrenato di posizioni crescentemente rischiose da parte degli operatori finanziari?<span style="mso-spacerun: yes;">    </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Il progresso tecnico<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>ha abbattuto i costi di comunicazione, di elaborazione e di conservazione dei dati; vi si è accompagnato un utilizzo massiccio di tecniche di ingegneria finanziaria sempre più sofisticate. Ne è disceso per le banche una contrazione dei rapporti di credito tradizionali, fondati sulla conoscenza del cliente, a fronte di una corrispondente diffusione rapidissima di strumenti trattati sui mercati finanziari, caratterizzati da una opacità sempre maggiore e di cui le cartolarizzazioni dei mutui immobiliari statunitensi costituiscono l’esempio paradigmatico.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La <em>deregulation </em>ha abbattuto le barriere di entrata, stimolando la concorrenza fra i prodotti finanziari e le imprese sui vari mercati. Il venir meno di regole stringenti all’attività degli operatori ha accresciuto significativamente i profili di rischio. Basti menzionare le vittoriose resistenze opposte dai responsabili della politica economica americana alla regolazione del mercato dei <em>Credit Default Swap</em>, l’allentamento dei vincoli regolamentari posti in capo alle banche di investimento da parte della <em>Security Exchange Commission</em>. Se ne potrebbero fare altri.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Nel complesso ne sono scaturiti per un periodo non breve effetti positivi sull’efficienza dei mercati finanziari (anche tramite l’affermazione del modello <em>originate to distribute </em>che consente di distribuire il rischio a una molteplicità di soggetti) e indirettamente sulla crescita delle economia; ma al prezzo di generare endogenamente<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>le forze che hanno poi condotto all’esplosione del sistema. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">3</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. Tutto ciò era evitabile? La domanda tocca come è chiaro questioni di sostanza concernenti non solo l’azione delle autorità pubbliche, ma anche il ruolo svolto dalla teoria economica corrente; più in generale ancora, le ragioni sottostanti i fenomeni di<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>acuta instabilità del sistema capitalistico di cui questa crisi è manifestazione. Per alcuni tira aria da resa dei conti. Ad esempio, Robert Skidelsky, autore - oltre che di una monumentale e apprezzata biografia di Keynes - di un recentissimo volume sulla riacquistata attualità del pensiero keynesiano, indica in tre dogmi della professione il nucleo duro dell’incapacità degli economisti di percepire l’aumento dei rischi presenti nel sistema e – indirettamente - dei <em>policy maker</em> di governare i mercati finanziari:<span style="mso-spacerun: yes;">   </span>aspettative razionali, modello di ciclo reale (<em>real business cycle)</em> e mercati efficienti. Le prime implicano che il valore atteso delle variabili rilevanti per le scelte economiche degli agenti è uguale (a meno di un errore casuale) a quello generato dal modello corretto dell’economia, che tutti conoscono e usano nel formare le proprie aspettative. Secondo il modello di ciclo reale, dato che domanda e offerta sono in equilibrio per l’assunto di aspettative razionali di cui sopra, le fluttuazioni dell’economia sono spiegabili<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>solo in termini di shocks che colpiscono il sistema produttivo. L’assunto di mercati efficienti proclama che i prezzi degli strumenti finanziari contengono la migliore stima possibile dei rischi ad essi associati, date le informazioni disponibili. I rischi si possono quindi calcolare con precisione statistica, utilizzando all’uopo distribuzioni di probabilità standard.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">4</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. Nel suo complesso, questa impostazione si basa<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>sulle<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>capacità di autocorrezione dei mercati, sulla connessa irrilevanza delle istituzioni preposte al loro corretto funzionamento, sull’esistenza di incentivi capaci di indurre automaticamente il grado di regolazione adeguato. Essa ha grandemente influenzato il contesto culturale entro cui si sono mosse le autorità; ne è risultata incrinata anche la capacità di cogliere il valore segnaletico delle turbolenze che hanno caratterizzato la storia finanziaria recente prima dell’attuale crisi (debito sudamericano nel 1982, caduta di Wall Street del 1987, Messico nel 1994, tigri asiatiche nel 1997, bolla dei titoli tecnologici del 2000). In tutte queste occasioni il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan reagì allentando la politica monetaria, ritenendo che ciò fosse sufficiente per domare quei fenomeni speculativi che in un discorso del 2002 rimasto <em>ex post</em> famoso definì come sintomo della normale fisiologia dei liberi mercati. L’ampia espansione monetaria praticata dalla Fed non si scontrò con lo scoglio dell’inflazione grazie alla pressione al ribasso sui prezzi al consumo esercitata dalla crescita esplosiva delle importazioni dalla Cina; questa stessa innalzava i prezzi degli <em>asset</em>, in particolare quelli delle abitazioni, favorendo la formazione della bolla. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">5.</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> Alcuni autori osservano che la crisi ha riflesso non solo la miopia delle autorità di politica economica, ma anche l’azione di altri fattori che hanno reso sostenibile nel tempo la bolla finanziaria, prolungando l’espansione straordinaria dell’economia americana prima del 2008. Tommaso Padoa Schioppa, nel suo recente <em>La veduta corta</em>, li individua nella forte dinamica del consumo delle famiglie statunitensi favorito dalla bolla immobiliare, nel connesso formarsi di un cospicuo disavanzo delle partite correnti negli USA e nell’impiego dell’enorme formazione di risparmio da parte della Cina nell’acquisto di titoli di debito statunitensi, che ha neutralizzato la pressione al ribasso sul dollaro che si sarebbe altrimenti materializzata. Con la crisi sarebbe venuto meno il modello di crescita che ha caratterizzato il sistema economico mondiale negli ultimi venti anni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Conclusioni più radicali possono essere tratte se si vede nella crisi il segno del declino del modello che ha dominato la cultura economica e - in non piccola parte - anche politica a partire dalla svolta liberista di Ronald Reagan e Margaret Thatcher alla fine degli anni settanta. In questa vena, il punto essenziale sarebbe quello di riconoscere nuovamente un ruolo essenziale all’operatore pubblico, non solo in termini di regolatore, ma anche in termini di offerta pubblica di beni sociali essenziali, quali l’istruzione, la sanità, la previdenza: insomma, di nuovo come negli anni trenta, più Stato e meno mercato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">6</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. Naturalmente non sono venuti meno i difensori convinti della cultura economica dominante, per i quali le crisi finanziarie non solo sono per loro natura imprevedibili ma rappresentano il minore dei mali: il libero mercato non è perfetto, ma gli interventi pubblici sortiscono, tranne pochi e ben individuati casi, effetti ancora peggiori. Ma posizioni così estreme sono minoritarie anche fra chi ritiene che la teoria economica non abbia responsabilità significative in ciò che è successo; secondo costoro è all’interno di questo pensiero – più propriamente all’interno della parte microeconomica di tale teoria -<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>che si sono maggiormente sviluppati gli studi sulle innumerevoli deviazioni dall&#8217;ipotesi d&#8217;efficienza e d&#8217;informazione perfetta che possono spiegare la formazione di bolle speculative nei prezzi delle attività. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">In realtà<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>non può essere messo in dubbio che l’analisi macroeconomica del settore finanziario e in particolare del mercato del credito - cruciale per comprendere ciò che è successo - non è stata oggetto di significativi sviluppi negli ultimi decenni nell’ambito di quel paradigma. Vi ha, ad esempio, contribuito maggiormente un economista keynesiano come Hyman Minsky. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">7</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. In questo contesto, l’entità e la natura degli interventi pubblici sono ancora<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>oggetto, soprattutto negli Stati Uniti, di un forte dibattito fra gli economisti, incentrato in primo luogo sull’utilità dell’intervento di bilancio a sostegno delle economie nell’azione di contrasto della crisi, utilità che è sostanzialmente negata dagli economisti della scuola dominante per i quali l’impatto delle manovre di bilancio sull’economia non può che essere, al di là del brevissimo periodo, pressoché nullo.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Comunque la si voglia mettere, appare comunque difficile esorcizzare l’influenza della Teoria Generale e della esperienza successiva sul modo con cui la politica economica ha reagito a questa crisi. Quella del 1929 vide una caduta dei corsi azionari<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>di analoga entità a quella registrata oggi, ma l’impatto sulle economie reali fu nettamente superiore a quello attuale: nel 1929-32 il Pil mondiale cadde del 17%;<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>secondo le previsioni degli organismi internazionali, nel 2009 la flessione del PIL mondiale sarebbe di circa un punto percentuale (3 % nelle economie avanzate), a cui seguirebbe una dinamica di segno nuovamente positivo l’anno successivo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Questa differenza di andamento risente sicuramente delle diversa natura degli squilibri dell’economia mondiale nei due casi, ma non vi è dubbio che l’efficacia delle politiche di stabilizzazione – sostanzialmente neglette nel pensiero economico degli anni venti - sia oggi enormemente superiore. L’apporto delle autorità di politica economica è stato decisivo nel sostenere i mercati con manovre non convenzionali di politica monetaria, nel soccorrere in vario modo le istituzioni finanziarie, in generale<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>con un’espansione massiccia dei bilanci per supportare la domanda e l’occupazione. L’azione pubblica si è rilevata essenziale per ridurre il rischio di un collasso del sistema finanziario, anche avviando revisioni radicali nella regolazione dei mercati e degli intermediari finanziari e nella attività di supervisione a fini prudenziali. Rimangono ancora naturalmente tutt’altro che trascurabili i rischi di ricadute legati al necessario smantellamento degli aiuti e alla graduale correzione dei forti squilibri nei conti pubblici che si sono creati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">8</span></strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">. La crisi, confermando che i mercati non sono capaci di autoregolamentarsi, ha altresì confermato le difficoltà di far coesistere un mercato mondiale tendenzialmente sempre più integrato con l’assenza di una autorità di pari livello capace di regolarlo. Il conflitto latente fra Stati nazionali e globalizzazione dell’economia è emerso in altri modi e con esiti tragici all’inizio del XX secolo. Se, come ci mostra nuovamente questa crisi, le soluzioni non possono essere ricercate nelle proprietà taumaturgiche del <em>doux commerce</em> vagheggiate da Montesquieu, non possono di certo neanche basarsi su nuove forme di nazionalismo e di protezionismo.<span style="mso-spacerun: yes;">     </span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L&#8217;economia della conoscenza e la rivoluzione del capitalismo cognitivo</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/leconomia-della-conoscenza-e-la-rivoluzione-del-capitalismo-cognitivo.html</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lmurrau</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’economia ed il modo di produrre hanno subito nel corso degli ultimi trent’anni cambiamenti epocali: la fine del fordismo, la globalizzazione, la smaterializzazione della produzione. Queste tre cifre del capitalismo contemporaneo, hanno un tratto comune di portata rivoluzionaria: il ruolo svolto dalla conoscenza nei processi di produzione.
Ai giorni d’oggi, tranne che per le attività labour [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">L’economia ed il modo di produrre hanno subito nel corso degli ultimi trent’anni cambiamenti epocali: la fine del fordismo, la globalizzazione, la smaterializzazione della produzione. Queste tre cifre del capitalismo contemporaneo, hanno un tratto comune di portata rivoluzionaria: il ruolo svolto dalla <em style="mso-bidi-font-style: normal;">conoscenza </em>nei processi di produzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ai giorni d’oggi, tranne che per le attività <em style="mso-bidi-font-style: normal;">labour intensive</em>, il lavoro è divenuto totalmente lavoro cognitivo e l’esperienza del consumo attribuisce valore al significato o al servizio (immateriali) incorporati al bene materiale, piuttosto che al bene materiale di per sé. Ciò ha determinato un grande cambiamento nell’economia reale, con il passaggio ad una forma di capitalismo cognitivo, in cui la conoscenza come <em style="mso-bidi-font-style: normal;">incipit</em> alla discontinuità e all’innovazione è il vero motore della crescita economica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La conoscenza possiede tre qualità fondamentali, che ne fanno una risorsa peculiare, non assimilabile ad altre: 1) si propaga facilmente, andando oltre il concetto di proprietà; 2) perde valore nel corso del tempo - l’intervallo di tempo con cui generalmente la conoscenza perde valore è molto breve -, specie a causa dei processi imitativi, e questo richiede un investimento consistente e costante per ricreare o rigenerare conoscenza; 3) ha un uso “non rivale” e quindi può essere condivisa (il fatto che stia usando della conoscenza non impedisce ad altri di farlo).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ora, fino a che concepiamo lo sviluppo fatto di macchinari, capannoni o unità di lavoro create, stiamo pensando ad un concetto di “sviluppo estensivo” - cioè ad uno sviluppo guidato da processi di accumulazione del capitale e del lavoro, sostenibili fino al punto in cui la produzione è massima e la disponibilità di spazi consente ulteriore accumulazione - ma non possiamo immaginare che esso possa essere propagato, rigenerato, condiviso. La conoscenza come “fattore della produzione” è invece incorporata nelle macchine e nella professionalità degli uomini e si identifica con la componente invisibile del prodotto. In questo caso, pensiamo ad uno sviluppo “qualitativo” o “intensivo”, in cui ciò che conta non sono il numero degli occupati o di metri quadri assegnati alle attività produttive, ma il valore aggiunto addizionale a cui quell’occupato o metro quadro di superficie produttiva in più conducono.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La velocità con cui la conoscenza si propaga sta cambiando per effetto di due dei fenomeni soprarichiamati, la globalizzazione e la smaterializzazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Per quanto riguarda il primo aspetto, soprattutto nel Mezzogiorno sono oggi presenti economie che puntano alla valorizzazione degli <em style="mso-bidi-font-style: normal;">assets</em> locali per lo sviluppo, creano reti relazionali e produttive locali, anche forti e solide, ma queste reti rimangono spesso circoscritte al luogo di partenza. L’economia della conoscenza sta invece diventando un’economia sempre più globale, cioè un’economia che si propaga e si moltiplica su reti lunghe o extra-locali. Al fine di poter sfruttare i benefici prodotti dall’economia della conoscenza, ma direi più correttamente, per non restare ai margini dei nuovi processi dello sviluppo economico, occorre necessariamente allargare le reti locali, proiettandole sui circuiti delle reti globali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Con riferimento invece alla smaterializzazione della produzione, è accaduto oramai che nel processo produttivo il grosso del valore aggiunto si è trasferito dalla manifattura alle fasi della produzione immateriali (il design, la progettazione, la pubblicità, la moda, il servizio al cliente, la rete commerciale, etc.). In termini di utilità che l’utilizzatore percepisce ed è disposto a pagare, infatti, il valore del prodotto materiale che esce dallo stabilimento è ormai solo una frazione minore – e continuamente decrescente – del prezzo d’acquisto. Per esempio, se pensiamo alla moda, ciò che fa la differenza nella decisione d’acquisto, è soltanto in minima parte la manifattura (ad es. il confezionamento), mentre le componenti decisive sono la qualità dei materiali, il design, la campagna pubblicitaria; cioè tutte quelle componenti che richiedono un’attività collegata al lavoro dell’intelletto. Lo stesso vale per altri innumerevoli prodotti – in cui vi è una notevole parte di contenuto intellettuale - che inseriamo tutti i giorni nel nostro paniere dei consumi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La propagazione della conoscenza per lo sviluppo richiede la formazione di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">comunità epistemiche</em> – termine coniato dall’economista Rullani -: cioè comunità che condividono un medesimo sapere ed hanno in comune i linguaggi per accedere e poter utilizzare questo sapere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Per sua natura, un territorio non è una comunità epistemica, tranne che per quei casi - riferibili ai distretti industriali della Terza Italia -, in cui conoscenze e - detto in termini becattiniani o alla Brusco -<em style="mso-bidi-font-style: normal;"> saperi diffusi</em> si sono sedimentati e tramandati nel tempo, dando luogo a <em style="mso-bidi-font-style: normal;">nucleoli</em> che hanno condiviso conoscenze tacite ed un medesimo modello di organizzazione produttiva e di divisione del lavoro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Oggi queste comunità epistemiche sono diventate molto complesse e grandi e non coincidono più con le comunità locali. In questa nuova organizzazione mondiale della produzione, un sistema locale ha grosse possibilità di sviluppo non se “contiene” al suo interno un grande patrimonio di conoscenze, ma se appartiene ai circuiti di molte comunità epistemiche. E’ semmai il patrimonio di conoscenze e le risorse distintive della comunità che apportano valore aggiunto alle comunità epistemiche di cui si fa parte, attribuendo maggiore forza competitiva alla singola comunità apportatrice all’interno dell’universo competitivo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ma prima ancora di questo occorre che gli attori territoriali (istituzioni, privati e società civile) abbiano una stessa visione delle priorità e del tipo di conoscenza su cui investire e da propagare (cioè se deve essere la conoscenza del turismo piuttosto che dell’industria, quella dell’impresa tessile piuttosto che quella agricola, quella della tecnologia, dell’ambiente, ecc.), al fine di decidere con quale identità, precisa e ben identificabile, la propria comunità intende uscire dal proprio guscio per giocare la partita dello sviluppo vero. </span></p>
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		<title>Crisi e stato sociale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 07:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pciofi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto i durissimi colpi convergenti della crisi economica e della sistematica azione demolitrice dei governi sta ormai agonizzando in Italia e in Europa lo stato sociale, fondamentale conquista di civiltà della seconda metà del Novecento legata alle lotte del movimento dei lavoratori e all’azione politica di diverse forze d’ispirazione socialista, comunista e cattolica. Ormai siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Sotto i durissimi colpi convergenti della crisi economica e della sistematica azione demolitrice dei governi sta ormai agonizzando in Italia e in Europa lo stato sociale, fondamentale conquista di civiltà della seconda metà del Novecento legata alle lotte del movimento dei lavoratori e all’azione politica di diverse forze d’ispirazione socialista, comunista e cattolica. Ormai siamo vicini al punto di rottura, da cui non si esce con qualche aggiustamento del sistema che ne attenui le distorsioni e gli effetti negativi, bensì attraverso un cambiamento radicale di modello: in senso progressista o, all’opposto, regressivo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ma non sembra di avvertire, nelle forze politiche d’opposizione come pure nell’opinione democratica e di sinistra, la drammaticità della stretta di fronte alla quale si trova il Paese. Eppure dovrebbe essere chiaro che un avanzamento in senso progressista che muova dai diritti sociali conquistati nel Novecento, peraltro tipici della natura stessa dello Stato democratico, comporta oggi, nelle mutate condizioni del mondo, l’affermazione di una visione globale di un welfare universalistico, il cui punto d’appoggio imprescindibile sta per noi italiani nei principi fondamentali della Costituzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Del degrado e del disfacimento dello stato sociale nella sua configurazione attuale ci parlano le innumerevoli vertenze in difesa dell’occupazione, gli operai e i ricercatori che salgono sui tetti, i picchetti e i cortei al centro di Roma, le processioni senza fine al ministero dello sviluppo economico, dove si affastella un numero incredibile di microtrattattive spesso senza sbocco. Fiat, Alcoa, Ispra, Eutelia… Adesso anche Italtel, il cui drastico ridimensionamento, dopo aver sepolto l’informatica italiana, ci porterebbe fuori anche dai servizi alle telecomunicazioni. Nomi illustri e meno illustri di un elenco che a scriverlo tutto ci vorrebbero alcune pagine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La piena<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>occupazione, che era il perno sui cui si reggeva il modello di stato sociale ideato da sir William Beveridge, oggi è solo un pallido ricordo. Tra il 2008 e il 2009 abbiamo perso in Italia 600 mila posti di lavoro. La disoccupazione raggiunge livelli inediti nel corso di una crisi che molti astrologi non avevano previsto e oggi dichiarano superata (la funzione delle previsioni economiche di economisti e uomini di governo - ha osservato J. K. Galbraith - «è quella di rendere rispettabile l’astrologia»), mentre i salari scendono inesorabilmente rispetto a profitti e rendite, e noi ormai occupiamo il 23° posto in Europa. In compenso, le ore di cassa integrazione toccano la cifra record di un miliardo, e in pari tempo aumentano i lavori precari, deregolati e al nero, che penalizzano soprattutto le donne e i giovani. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Le disuguaglianze crescono, e noi siamo uno dei paesi più disuguali al mondo. Ma c’è di più, giacché il sistema fiscale opera una redistribuzione della ricchezza <em>a contrario</em>, privilegiando i grandi ricchi. In tal modo i salariati e i lavoratori dipendenti vengono penalizzati due volte: perché contribuiscono in misura di gran lunga prevalente al finanziamento dello Stato nelle sue articolazioni centrali e periferiche, e perché ricevono in cambio prestazioni inadeguate, comunque oggi del tutto insufficienti a fronteggiare le conseguenze della crisi. E sullo sfondo occhieggia il mostro dell’evasione, ormai da tempo responsabile della crisi fiscale dello Stato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Meno male che, come sostiene senza pudore Tremonti, nell’azione di governo «la priorità è andata alla <em>conservazione </em><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>(il corsivo è mio) dello stato sociale». Ma conservazione è una parola che sta bene in bocca ai conservatori, categoria cui il ministro non appartiene, essendo egli in realtà un modernizzatore regressivo. Infatti, insieme ai suoi colleghi ex socialisti Sacconi e Brunetta, Giulio Tremonti è artefice della trasformazione dello stato sociale universalistico, fondato sull’uguaglianza dei cittadini e sulla centralità del lavoro, in stato assistenziale compassionevole, fondato sulla disuguaglianza e sulla centralità del capitale, nel quale i ricchi comprano i servizi di qualità e i bisognosi vengono assistiti al minimo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Così stiamo transitando dai diritti uguali per tutti ai diritti ad assetto variabile (il diritto di proprietà come propulsore dello sviluppo, il diritto sociale come freno allo sviluppo) e poi alla semplice negazione dei diritti e alla privatizzazione universale, che ha investito la sanità, le pensioni e i servizi sociali, l’istruzione e l’università, e andando oltre anche l’acqua, la protezione civile e la difesa, perfino i cimiteri. Fino ai rapporti di lavoro. Fino alla negazione, per i lavoratori dipendenti, di poter decidere sul loro contratto, vale a dire sul loro destino. Nel momento in cui sale da più parti la critica al “libero mercato”, indicato come responsabile della crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando, proprio al “libero mercato” ci si affida per cambiare i connotati dello stato sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Emblematico degli orientamenti del governo, e dell’azione sistematica volta a trasformare in senso regressivo conquiste di portata storica, è il disegno di legge 1441 quater B approvato a fine gennaio dalla Camera e ora davanti al Senato, che letteralmente capovolge i fondamenti del diritto del lavoro. La novità è che, per legge, si da mano libera all’impresa, cioè al capitale, di configurare e gestire il rapporto di lavoro, “liberando” il lavoratore di fondamentali tutele formali e sostanziali, e ponendolo in una posizione di totale subalternità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">In sintesi (ma il disegno di legge merita un’analisi - e una denuncia - ben più ampie e circostanziate), le tutele vengono traslate sull’impresa a danno dei lavoratori, per i quali diventerà estremamente difficile impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere adeguati risarcimenti, vincere cause di lavoro. Con un occhio di particolare riguardo, come si conviene, per le imprese che fanno ricorso allo sfruttamento dei lavoratori precari, viene azzerata l’efficacia <em>erga omnes</em> del contratto nazionale e reso ancor più deregolato il mercato del lavoro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Mediante la «certificazione», affidata a una molteplicità di enti e consulenti, sarà possibile trasformare in «regolari» contratti con retribuzioni e norme peggiori di quelle della contrattazione nazionale, e rendere legali motivi aggiuntivi - ossia non previsti dalla legge e dai contratti collettivi - per licenziare liberamente i dipendenti. Allo stesso modo, è prevista la rinuncia preventiva del lavoratore a rivolgersi al magistrato in caso di controversie. Inoltre, nei casi di conversione dei contratti a tempo indeterminato, l’imprenditore inadempiente se la cava con una sanzione monetaria, e il risarcimento per i lavoratori a termine irregolari viene limitato a un’indennità variabile da 2,5 a 12 mesi. E per finire, la riforma degli ammortizzatori sociali è posticipata di 2 anni, ma l’obbligo scolastico viene anticipato a 15 anni se si lavora come apprendista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Rispetto alla modernizzazione regressiva della destra, il maggior partito di opposizione, nel suo percorso lungo la linea Pds-Ds-Pd, non è stato in grado di delineare e praticare una reale alternativa. E ciò per la ragione evidente, ma da molti disinvoltamente ignorata, che esso stesso si è convertito all’idea della centralità dell’impresa, e alla banalizzazione della teoria di Rifkin sulla fine del lavoro, approdando su un’isola di nessuno dove è vero tutto e il contrario di tutto. Non per caso un’indagatrice attenta come Laura Pennacchi si domandava già sul finire degli anni Novanta se il sistema del welfare non fosse considerato «un impaccio o un ingombro da superare magari evolvendo verso uno ‘stato sociale minimo’ o rieditando un ‘welfare solo per poveri’».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Resta il fatto che, assumendo l’idea della centralità dell’impresa, il centrosinistra, a cominciare dalla legge Treu del ’97, si è collocato esso stesso su una linea di modernizzazione regressiva sostanzialmente subalterna, dando il là alla deregolazione dei rapporti di lavoro e alimentando così precarietà e disgregazione sociale, da cui oggi prendono corpo, sotto la pressione della crisi, fenomeni sempre più frequenti e minacciosi di una guerra tra poveri. Nativi contro stranieri, outsider contro insider, disoccupati contro occupati, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, figli contro padri. E’ la guerra di tutti contro tutti, in cui fermentano anche tensioni geopolitiche e i germi di una nuova possibile guerra tra gli Stati. Verso questi deprecabili esiti spingono non solo gli effetti distruttivi della crisi e le scelte della destra. Pesa anche, e in modo sempre più evidente, l’assenza di un’alternativa praticabile da parte dell’opposizione, nella dimensione nazionale ed europea. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Per cambiare lo stato sociale lungo una linea di modernizzazione progressista e di riforma avanzata, ben visibile nei principi fondamentali e negli indirizzi della Costituzione, non si tratta di cancellare il lavoro come fondamento della Repubblica, e dunque come fattore coesivo della società e formativo della persona, ma al contrario di superare lo schema fordista, centrato sull’operaio massa di sesso maschile, su cui lo stato sociale del Novecento è stato impiantato, come pure di cancellarne le distorsioni burocratiche e clientelari. In altri termini, è necessario muovere dalle straordinarie trasformazioni che il lavoro e l’intera società hanno subito in conseguenza della rivoluzione informatica e scientifica, della femminilizzazione dei lavori e della crescita dei servizi, della diffusione del lavoro instabile e precario soprattutto tra i giovani e gli stranieri per ridisegnare l’intero sistema della sicurezza sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Il fatto che fondamentali diritti sociali siano stati conquistati in una diversa fase storica non è una buona ragione per cancellarli. Al contrario, è necessario muovere da quelle conquiste, che hanno visto protagonisti il movimento operaio e i partiti della sinistra che lo hanno rappresentato, per realizzare un nuovo avanzamento di civiltà. Ma come? Questo è il problema. Se vogliamo stare con i piedi per terra e fare i conti con la realtà non possiamo ignorare che la globalizzazione capitalistica, intesa come gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale, ha distrutto o fortemente indebolito i tre pilastri sui cui lo stato sociale novecentesco è stato costruito in Europa: lo Stato nazionale, il potere dei sindacati operai, la rappresentanza politica del lavoro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Oggi è chiaro che al di fuori della dimensione europea, su cui anche i sindacati dovrebbero trovare una base comune di rilancio per poi cercare il filo di un’azione comune nel mondo, non è pensabile di poter costruire la trama di un nuovo efficace sistema di sicurezza sociale. Ma è altrettanto chiaro che senza il protagonismo politico degli operai e dei lavoratori dipendenti manuali e intellettuali, che maggiormente patiscono gli effetti distruttivi della crisi e del meccanismo economico fondato sulla dittatura del capitale, non vi sarà un avanzamento di civiltà nelle relazioni sociali e dunque una nuova più avanzata riscrittura dello stato sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Noi italiani abbiamo però una bussola per muoverci nella direzione giusta, ed è la Costituzione di questa Repubblica fondata sul lavoro. E’ d’importanza decisiva, per costruire un nuovo protagonismo politico di massa, che le forze di sinistra e d’opposizione, a cominciare dai Ds, dicano in modo chiaro e senza sottintesi, qui ed ora, nello svolgersi drammatico della crisi globale, se considerano la Costituzione non un pezzo di carta cui rendere omaggio nelle celebrazioni ufficiali ma un concreto progetto per cambiare l’Italia, su cui investire nel presente e nel futuro. In caso contrario c’è da essere molto pessimisti sulle sorti dello stato sociale e della democrazia in questo Paese.</span></p>
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		<title>Manifesto per la libertà del pensiero economico</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AssociazioneSylos</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Manifesto si propone di suscitare una discussione aperta sugli orientamenti della ricerca economica e delle sue implicazioni politiche e culturali, riprendendo i temi della “Lettera al Direttore” pubblicata su “Repubblica” il 30 settembre 1988, e firmata da Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Orlando D’Alauro, Giorgio Fuà, Siro Lombardini, Sergio Ricossa e Paolo Sylos Labini. L’Associazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff9900;"><span style="color: #000000;"><em>Il Manifesto si propone di suscitare una discussione aperta sugli orientamenti della ricerca economica e delle sue implicazioni politiche e culturali, riprendendo i temi della “Lettera al Direttore” pubblicata su “Repubblica” il 30 settembre 1988, e firmata da Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Orlando D’Alauro, Giorgio Fuà, Siro Lombardini, Sergio Ricossa e Paolo Sylos Labini. L’Associazione Paolo Sylos Labini, che si è fatta promotrice dell’iniziativa, raccoglie le adesioni </em>(<a href="http://www.syloslabini.info/online/?page_id=864">per aderire clicca qui</a>)<em>.</em></span></span></p>
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		<title>Protezione civile e potere assoluto</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/protezione-civile-e-potere-assoluto.html</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 14:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>TAg</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Manuele Bonaccorsi - potere assoluto (la protezione civile al tempo di Bertolaso) Edizioni Alegre, Roma, nov. 2009, euro 12,00
Un libretto agile, pieno di fatti, notizie e dati relativi al modo di essere in Italia della Protezione Civile. Un modo strano, che ignora la prevenzione e ha poteri extra legem per intervenire in mille campi, dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Manuele Bonaccorsi - potere assoluto (la protezione civile al tempo di Bertolaso) Edizioni Alegre, Roma, nov. 2009, euro 12,00</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Un libretto agile, pieno di fatti, notizie e dati relativi al modo di essere in Italia della Protezione Civile. Un modo strano, che ignora la prevenzione e ha poteri extra legem per intervenire in mille campi, dai meeting religiosi a quelli sportivi, dai viaggi pastorali dei pontefici romani ai grandi incontri internazionali, dall&#8217;immigrazione al terrorismo islamico fino agli eventi sportivi. Ma che in nome dell&#8217;emergenza, affermata come tale anche quando si tratta di eventi programmati da anni e che dovrebbero essere affrontati dall&#8217;amministrazione ordinaria (decine di Ministri e Ministeri, Regioni, Province, Comuni), scavalca ogni procedura e controllo e ha inventato un nuovo strumento di governo più imperativo di qualsiasi legge: le ordinanze. E che, ancora in nome dell&#8217;emergenza e lo stratagemma dei grandi eventi, si erge, anche come stipendi e indennità varie (l&#8217;ultima di duecento ore di straordinario festivo e notturno introdotta il 28 luglio 2006 sempre con ordinanza della Presidenza del Consiglio), al di sopra di polizia, carabinieri, vigili del fuoco, impiegati della pubblica amministrazione. Il governo per l&#8217;emergenza Abruzzo ha stanziato per i vigili del fuoco (che hanno svolto e svolgono il lavoro più pericoloso) circa 1 euro al giorno di straordinario a testa. Ma se un funzionario di terza area della Protezione civile va all&#8217;Aquila aggiunge allo stipendio (più che doppio rispetto ad un Vigile) 70 euro lordi al giorno di indennità più i rimborsi spese. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il libro affronta e documenta le modalità di intervento della Protezione Civile dai mondiali di nuoto (50 milioni di euro per gli impianti utilizzati e 400 milioni di euro per impianti e servizi che <span style="text-decoration: underline;">non </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>sono serviti alla competizione) alle molteplici gare d&#8217;appalto per lavori del mancato G8 della Maddalena coperti dal segreto di Stato ed eseguiti spesso da lavoratori irregolari o in nero. E dedica l&#8217;ultima parte ad una inchiesta sul territorio fatta all&#8217;Aquila dove sono sorti i villaggetti cari a Berlusconi, ma dove nulla o quasi è stato finora ricostruito e dove la gente provvisoriamente emigrata non torna: &#8220;Senza lavoro, nelle case è inutile tornare&#8221;. Non a caso il Sindaco è stato privato di ogni potere nella gestione dell&#8217;emergenza. A differenza di quanto in passato è avvenuto nel Friuli o ad Ancona.</span></span></p>
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		<title>L&#8217;Unione europea dopo il trattato di Lisbona: la necessità di un europeismo critico</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/lunione-europea-dopo-il-trattato-di-lisbona-la-necessita-di-un-europeismo-critico.html</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 20:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ggravini</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Europa e Politica Internazionale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.eticaeconomia.it/?p=1334</guid>
		<description><![CDATA[Con cadenza piuttosto regolare chi osserva le vicende dell’integrazione europea si trova a scrivere un contributo su l’Unione europea all’indomani di un nuovo trattato che questa ha sottoscritto. Nel 1986 è stato siglato l’Atto unico europeo, poi nel 1992 il trattato sull’Unione europea (quello di Maastricht), poi il trattato di Amsterdam nel 1997, poi quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Con cadenza piuttosto regolare chi osserva le vicende dell’integrazione europea si trova a scrivere un contributo su l’Unione europea all’indomani di un nuovo trattato che questa ha sottoscritto. Nel 1986 è stato siglato l’Atto unico europeo, poi nel 1992 il trattato sull’Unione europea (quello di Maastricht), poi il trattato di Amsterdam nel 1997, poi quello di Nizza nel 2001 e buon ultimo il trattato di Lisbona l’anno passato. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta i governi dei Paesi che compongono quella che dopo Maastricht si chiama Unione europea hanno sfornato in media un trattato ogni 5-6 anni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">In termini di produzione legislativa potrebbe dunque sembrare che negli ultimi tempi vi sia stata un’imponente accelerazione dell’intensità di integrazione fra cittadini europei e passi sostanziali verso la creazione di una comunità politica e culturale, così come auspicato nel nostro Paese da pensatori federalisti come Altiero Spinelli a partire dal 1941.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La verità è che il processo che si è sempre più rafforzato a partire dal 1986 è in verità quello della creazione di un mercato unico organizzato intorno ad una valuta comune, adottata a partire dalla sua entrata in vigore solo da alcune nazioni cardine del sistema dell’Unione europea. L’esponenziale crescita della produzione normativa a livello europeo, nonchè del ruolo di agenzie regolatrici come la Commissione europea, la Banca centrale europea e la Corte di giustizia di Lussemburgo è stata indispensabile a tenere in piedi il mercato unico e a consentirne l’epocale allargamento a dieci Paesi dell’Europa dell’Est.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’impianto istituzionale creato nel 1951 con la Comunità del carbone e dell’acciaio e fondato su un esecutivo sovranazionale, la Commissione europea, e un potere legislativo intergovernativo, il Consiglio dei ministri, ha retto con qualche evoluzione – consistente principalmente nel rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo eletto a suffragio universale – fino ad oggi. Ma sono mutate le finalità del progetto europeo, con la scomparsa delle pur episodiche ambizioni politiche e federaliste, e si sono totalmente eclissati i tentativi di armonizzazione in campo sociale e culturale. Ciò è avvenuto mentre cambiavano radicalmente anche lo scenario politico e sociale dei Paesi membri di quella che oggi è l’Unione europea.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Le nazioni dell’Europa occidentale erano fino agli anni Settanta nazioni ad “economia mista”, imperniate su imprese pubbliche, sindacati autorevoli e partiti radicati nel tessuto sociale. Quelle dell’Europa di Maastricht sono nazioni che hanno oramai privatizzato quasi tutti i settori economici industriali e le infrastrutture (l’Italia sembra avviarsi anche alla privatizzazione della rete gas che è stata una delle principali protagoniste della sua crescita industriale), ridotto il ruolo del pubblico nell’erogazione dei servizi a scuola e sanità, e modificato il Dna delle organizzazioni dei lavoratori fino a farne i principali collaboratori del mondo imprenditoriale. Per i governi dell’Europa di Maastricht, Bruxelles è la sede di un potere sovranazionale spesso platealmente vituperato, ma in realtà indispensabile in quanto fornisce strumenti per giustificare una riduzione dell’intervento pubblico e garantire una maggiore intrusione del mercato nella vita quotidiana dei cittadini.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Questo spostamento di senso dell’integrazione europea in meccanismo che favorisce le dinamiche del mercato, in normative in “negativo” che mettono in concorrenza regimi fiscali e condizioni di lavoro, non poteva avvenire con un sostegno popolare. Almeno non nei Paesi dell’Europa occidentale nei quali sistemi di protezione sociali si sono coniugati con libertà democratiche. E questo nonostante l’indubbia popolarità di misure che hanno favorito la facilità degli spostamenti fra i Paesi europei come quelle degli accordi Schengen, il fascino di alcune azioni riguardanti la mobilità tra gli studenti universitari e il credito accordato a Bruxelles come potenziale creatrice di un modello alternativo che tanta attrazione ha saputo esercitare sui Paesi usciti dal comunismo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">I trattati europei che costituiscono la costituzione materiale dell’Unione europea sono talmente voluminosi e complicati da non costituire piacevole lettura serale per i cittadini europei, ma di per sé questo non avrebbe impedito una radicale opposizione agli assetti dell’Europa di Maastricht. Il ricorso a strumenti di partecipazione popolare diretta non avrebbe consentito cessioni di sovranità così penalizzanti per la tutela del potere d’acquisto dei salari e per il sistema di protezione sociale nazionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La ribellione delle elite europee</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La “ribellione delle elite”, cosi come definita in una saggio di Christopher Lasch, è un fenomeno che si è manifestato negli Stati Uniti prima ancora che nel Vecchio continente: la tassazione ha funzionato nell’ultimo trentennio come strumento di redistribuzione di reddito verso i ricchi, mentre le classi alte statunitensi si sono fisicamente separate dal resto della popolazione andando ad abitare nei “sobborghi” delle grandi città. Ma anche l’Europa occidentale a partire dagli anni Ottanta ha conosciuto il fenomeno dello spostamento massiccio di reddito verso rendite e profitti - secondo l’Ocse tra il 1988 e il 2008 il 13 per cento del reddito italiano si è spostato dai salari a rendite e profitti, nell’Europa dell’Est non ne parliamo –. Mentre i vincitori europei della globalizzazione e del mercato unico non si sono fisicamente separati dal resto della popolazione – lo stesso non si può dire per residenze fiscali e conti in banca – le elite ribelli europee hanno contribuito ad accentuare il distacco del terreno delle decisioni strategiche politiche ed economiche dal territorio nazionale e locale. L’ascesa del potere regolativo di Bruxelles, che fino agli anni Ottanta non aveva esercitato nessun tipo di arbitrato sugli attori economici del mercato europeo, nè mai era mai seriamente intervenuto a reprimere alterazioni della corretta dinamica della concorrenza, è pienamente parte di questo processo che in qualche misura è avvenuto anche a livello mondiale con l’ascesa del poter regolativo di istituzioni economiche sovranazionali come Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio. Le elite ribelli costruiscono un nuovo diritto internazionale che, in apparenza è latore di idee progressiste, dai diritti umani, alla libertà d’impresa, alla concorrenza, mentre in realtà agisce scientificamente contro i più deboli e indebolisce la possibilità delle comunità nazionali di ergersi a difesa dei cittadini svantaggiati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Nel suo recentissimo volume <em>The New Old World</em> Perry Anderson<span style="color: red;"> </span>traccia in modo magistrale il percorso della storia dell’integrazione europea e l’evoluzione delle teorie approntate per darne conto. Ammirato delle realizzazioni senza precedenti delle leadership europee del secondo dopoguerra, egli è allo stesso tempo critico per un dibattito pubblico sull’Unione europea ancora incapace di assumere connotati critici. Non risparmia affondi ad intellettuali come il filosofo tedesco Jurgen Habermas, il cui prestigio ha contribuito a diffondere in parte del mondo intellettuale il mito di un costituzionalismo europeo fondato sulla cittadinanza e sui diritti, mentre il linguaggio della realtà raccontava una storia diversa da quello della filosofia. Perry Anderson, che da tempo insegna negli Stati Uniti, è stato uno dei fondatori della <em>New Left</em> britannica che mirava negli anni Sessanta a sprovincializzarsi grazie ad una maggiore conoscenza delle vicende intellettuali dell’Europa continentale (dall’esistenzialismo di Sartre, ai “quaderni rossi” in Italia) e ad una rilettura di Marx libera dalla stretta ortodossia del marxismo inglese. Ha contribuito a dar vita e diretto la <em>New Left Review</em> dove hanno scritto in modo continuativo alcuni tra i maggiori intellettuali del secondo dopoguerra, da E.P. Thompson ad Edward Said. Insieme ai suoi colleghi ed amici, tra gli italiani per esempio Carlo Ginzburg, questo gruppo di intellettuali ha cercato di mettere in rilievo come le dinamiche di tipo culturale non possano essere considerate meno importanti di quelle economiche per comprendere i meccanismi di azioni del potere statale, mentre in particolare Anderson ha sempre rivolto l’attenzione alle questioni di tipo istituzionale e “costituzionale” che per il marxismo tradizionale sono secondarie perchè semplicemente cristallizzazione di determinati rapporti di classe. Sono stati gli esponenti della New Left inglese, insieme agli studenti delle università americane, i primi critici della guerra in Viet Nam all’inizio degli anni Sessanta, fra i primi nel mondo occidentale a comprendere l’importanza della fine del colonialismo e dell’emergere del pensiero ‘terzomondista’, ed anche fra i primi critici dell’imperialismo, non solo come meccanismo di dominazione militare ma anche come strumento di asservimento culturale ed economico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Proprio due costanti dei suoi interessi, fascinazione per la dimensione istituzionale della politica, ma anche interesse per le dinamiche del potere imperiale nelle relazioni internazionali, hanno portato Anderson a scrivere un libro di 600 pagine sull’integrazione europea. Un volume che, sebbene sia in larga parte una raccolta di saggi, conferma la superiorità del mondo anglosassone nel formulare grandi visioni della storia dell’Europa del Novecento e delle sfide ad essa riservate nel secolo appena iniziato. Anderson giunge infatti dopo che lo storico inglese Alan Milward aveva così bene smontato alcuni dei miti federalisti sulle origini della Comunità europea e dopo che, più recentemente, storici acuti ed eleganti come Mark Mazower a di Tony Judt hanno ricostruito le vicende novecentesche dell’Europa con uno sguardo libero dalla necessità di ricostruire il passato in nome della cooperazione, pace e prosperità auspicati per l’Europa futura. Mettendo in parallelo le vicende dell’Europa capitalista e di quella comunista come esperienze intrecciate e non solo parallele, questi storici hanno riconosciuto la debolezza della democrazia nel Continente, le persistenti tensioni ideologiche e sociali al suo interno, mentre si sono mostrati interessati al rilancio dell’integrazione europea negli anni Ottanta come strumento per resistere alla globalizzazione e come possibile formazione di un “modello” alternativo. Anche se l’analisi di Mazower e Judt sul fenomeno dell’integrazione è solo accennata, nulla di egualmente acuto hanno saputo ancora fare gli storici dell’Europa continentale, pur implicati in un prezioso lavoro di scavo di documentazione archivistica che però, nell’assenza di visioni d’insieme, rischia comunque di confermare incessantemente la tesi di partenza dell’integrazione europea come necessaria, ineludibile e benefica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’interesse di Anderson per la dimensione istituzionale ha orientato la sua attenzione verso quello che è certo l’esperimento di governo regionale più originale dalla fine degli imperi coloniali. D’altra parte la sua consuetudine con la critica alle dinamiche del potere imperiale degli Stati Uniti gli ha permesso di comprendere le differenze tra la strategia di Washington e il progetto dell’Unione europea, ma allo stesso tempo di sottolinearne le similitudini e l’apparente ruolo sub-imperiale che sta assumendo l’Europa a 27 nella stabilizzazione della regione. Il merito maggiore di <em>The New Old World</em> è di smascherare una vulgata di Bruxelles, quella dell’Unione europea come fonte di benessere, esperimento multiculturale, modello di coesione sociale, per indagare invece la natura profondamente elitaria del processo e le profonde resistenze a livello popolare che questo sta generando.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">A dimostrazione della natura sempre più apertamente e volutamente “elitaria” dell’Unione europea sta la vicenda, troppo presto dimenticata ma che invece deve restare fondativi per un europeismo critico, della mancata approvazione di quella che è stata giornalisticamente definita “Costituzione europea”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Della necessità di un nuovo trattato europeo che predisponesse l’Unione europea al suo allargamento simultaneo (Big Bang) a dieci Paesi dell’Europa dell’Est si era deciso nel Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001. Serviva infatti un nuovo trattato che adattasse le istituzioni europee al più grande allargamento del processo d’integrazione europea, non solo in termini di popolazione ma anche in termini di divario di condizioni economiche fra le regioni coinvolte.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Secondo la Commissione presieduta da Romano Prodi il nuovo trattato avrebbe dovuto essere diverso da quelli passati: l’occasione storica avrebbe offerto la possibilità di dotare il mercato di un’anima, tanto che per redigere le nuove regole sarebbe stato approntato un inedito organismo chiamato, senza grande riguardo per i ben più partecipati processi costituenti negli Stati Uniti e in Francia, Convenzione europea. A presiedere la Convenzione venne scelto dai governi Valèry Giscard d’Estaing, un liberale francese già capo di Stato alla metà degli anni Settanta e tra i fondatori della Commissione trilaterale, cioè un perfetto esponente delle elite ribelli internazionali, non sospetto di velleità federaliste e di simpatie verso la causa di una Europa sociale. In un momento di delirio collettivo si è anche scelto di chiamare il nuovo trattato in fase di negoziazione con il termine di Costituzione, sebbene nella storia non ci sia mai stata alcuna Costituzione la cui redazione non sia stata il frutto di processi rivoluzionari e di episodi, non di rado violenti, di partecipazione popolare. Il risultato, dal quale ogni proposta innovativa dei convenuti è stato accuratamente espunto dai Governi, era un testo presentato nel 2003 che di buono e innovativo conteneva quasi unicamente l’inclusione, nel corpo di un trattato di 311 pagine, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Sottoposta al giudizio popolare in Francia il 29 maggio 2005 la Costituzione di Giscard, pur votata da quasi l’intero arco parlamentare, è stata sonoramente bocciata con il 55 per cento dei voti. Solo 3 giorni dopo, a dimostrazione che il problema non era semplicemente l’allergia gallica al sovranazionale, la stessa Costituzione è stata respinta dagli olandesi con una percentuale ancora più larga pari al 62 per cento. Così i cittadini di due dei Paesi fondatori dell’Unione europea, in particolare quelli residenti nelle periferie delle grandi città e delle regioni povere, sia quelli di destra che temevano l’allargamento ad Est che quelli di sinistra che vedevano progressivamente sgretolarsi i fondamenti dello Stato sociale, avevano rifiutato un papello dal nome altisonante, ma che in realtà non era altro che un trattato alla vecchia maniera che costituzionalizzava il dominio delle priorità della concorrenza economica su quelle relative alla cooperazione e alla convivenza fra popoli. Dopo qualche tempo di stordimento, le diplomazie europee tornarono al lavoro e produssero, questa volta attraverso una tradizionale Conferenza intergovernativa, un nuovo testo che non era altro che il medesimo di Giscard, depurato del riferimento ai simboli dell’Unione europea e della Carta dei diritti. Il nuovo testo, siglato dai governi nel 2007, è stato presto approvato dai parlamenti francese e olandese, e questa volta prudentemente senza ricorrere a consultazioni popolari, con il nome di trattato di Lisbona.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’unico Paese che per legge era costretto a tenere un referendum sul trattato di Lisbona era l’Irlanda, mentre nessuno degli altri 26 governi dell’Unione ha avuto il coraggio o l’accortezza di sottoporlo a giudizio popolare. Nel 2008 si è tenuto dunque il referendum e anche questa volta i cittadini irlandesi, abitanti di un Paese ritenuto un modello di successo dell’Unione europea, hanno votato contro il trattato di Lisbona: a votare contro anche qui furono in particolare i ceti popolari e la classi media a reddito fisso. Ma agli elettori di un piccolo Paese dell’Unione europea non è consentito bloccare un processo che coinvolge nazioni ben più ricche e potenti e quindi, dopo una passata di ombretto, sempre lo stesso trattato è stato nuovamente sottoposto a referendum in Irlanda. Nel frattempo però l’Irlanda, fiore all’occhiello dell’Unione europea che si vantava di aver contribuito alla crescita del Paese con i fondi strutturali, scopriva che in realtà la sua economia era fondata su tassazione da paradiso fiscale e investimenti finanziari e edilizi, e la sua economia crollava come un castello di speculazioni nell’impatto violento con la crisi finanziaria internazionale. Per tenersi in piedi dipendeva dal sostegno dei partner europei e delle organizzazioni economiche internazionali. In questo nuovo scenario ai cittadini irlandesi non restava che bere la ministra di Lisbona se volevano la garanzia di sostegni finanziari dagli alleati europei.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La vicenda di Lisbona svela i meccanismi di un’integrazione sempre più temuta dai cittadini europei, che in compenso vengono considerati dalla grande stampa e dalla maggioranza degli intellettuali che ben pensano, ignoranti e zotici solo per essere attaccati all’idea che le istituzioni che li governano dovrebbero rispondere in primo luogo ai loro bisogni più elementari di sicurezza. Un’integrazione in cui ai Paesi più piccoli non vengono consentiti rifiuti nè <em>opting out</em>, mentre ad altri, come alla Gran Bretagna, si concede di non adottare l’euro e rifiutare la Carta dei diritti. La sintesi della penosa situazione in cui si trova il processo di formazione di una comunità politica in Europa è egregiamente svolta in questo passo del libro di Anderson:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Socialmente, vi è oggi nell’Unione europea una sperequazione del reddito più<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>ampia che negli Stati Uniti, con relazioni inter-etniche più violente. Economicamente, le sue prestazione a partire dalla crisi del regime neoliberista negli Stati Uniti sono peggiori e le reazioni popolari alla crisi economica più conservatrici […]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’integrazione era stata concepita negli anni Cinquanta su una serie di premesse, mentre si è cristallizzata su un assetto differente. Monnet che le ha dato avvio, l’immaginava come la creazione di un federazione sopranazionale capace, non solo di liberare i fattori della produzione in un mercato unificato, ma di intervento macroeconomici e di redistribuzione sociale. Quello in cui essa si è trasformata non lo avrebbe rassicurato. Hayek, che ne ha osservato gli inizi con riserve e che non ha mai espresso grandi apprezzamenti nei suoi confronti – come avrebbe potuto accettare una Politica agricola comune? – intendeva l’integrazione come una profilassi negativa, la demolizione delle barriere al commercio e il blocco di ogni interferenza popolare con i meccanismi del mercato. Anch’egli non sarebbe soddisfatto dall’Unione europea di oggi. Ma fra le due concezioni, questa si è evoluta in una forma molto più vicina a quanto da lui auspicato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">E così entra in vigore il trattato di Lisbona. Con esso vengono tra l’altro istituite due nuove figure che avrebbero dovuto fare da pernio per un rilancio della personalità europea in un mondo di nuove potenze che non accettano più regole imposte da altri: un presidente del Consiglio europeo in carica per due anni e mezzo, e un “ministro degli Esteri” europeo con il ruolo di vicepresidente della Commissione. Segno dei tempi è che, dopo accaniti mercanteggiamenti nei quali è stato liquidato anche un candidato credibile come l’italiano Massimo d’Alema, è stato formato quello che alcuni hanno definito un “trio monnezza” europeo: confermato presidente della Commissione europea l’inetto Manuel Barroso, forse il peggiore presidente della storia della Commissione nonchè protagonista come Primo ministro portoghese dell’incontro delle Azzorre del 2003 durante il quale Bush e Blair hanno annunciato la loro disastrosa crociata contro l’Iraq; “ministro degli Esteri” una baronetta inglese che partecipa appieno della tradizionale ostilità britannica contro qualsiasi ipotesi di personalità autonoma europea e che, nel presentarsi, ha risposto alla domanda di un parlamentare europeo riguardo un possibile seggio unico europeo nell’Onu, dicendo che “di queste amenità lei non si cura”; e come presidente del Consiglio europeo un belga, fedele alleato dell’asse franco-tedesco e piazzato in quel ruolo a non far nulla e con lo scarso prestigio di una nazione che, come vedremo, in realtà non esiste più.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Dopo due anni di crisi economica, il mercato unico e la moneta unica non sembrano ancora del tutto aver scampato i pericoli mortali, e comunque il Continente dovrà affrontare delle sfide per le quali non è certo che un modello di integrazione così elitario, senza adeguate forme di democrazia a livello europeo, possa reggere senza generare rivolte. La caratteristica dei modelli elitari è quella di essere deboli, specie nei momenti di crisi, e di poter essere sostenuti solo con sempre maggiori alienazioni della democrazia o con strumenti polizieschi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Linee di frattura e interrogativi per il futuro</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’allargamento all’Europa dell’Est ha significato allo stesso tempo un grande processo di riunificazione, ma ha anche determinato ed incancrenito nuove linee di frattura. Queste linee di frattura passano allo stesso tempo ai confini delle nazioni e dentro gli stessi confini nazionali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il fenomeno sempre più evidente in Europa è infatti quello delle crescenti sperequazioni fra regioni ricche e regioni povere all’interno degli Stati nazionali. Il caso del Mezzogiorno italiano e del modo in cui le sue performance si stanno allontanando da quelle del Nord è sempre più evidente anche nel pervasivo ruolo assunto dalla criminalità che ne controlla alcune zone, nei massicci tassi di disoccupazione giovanile, nella dipendenza da un impiego pubblico scarsamente produttivo e nell’abbandono dei siti industriali. Il degrado progressivo del Mezzogiorno si palesa a chi, prendendo un treno, scenda sotto Napoli vedendosi sgretolare sotto gli occhi la qualità stessa del servizio ferroviario, mentre fuori dal finestrino può osservare l’accumulo di nuove abitazioni abusive alle porte di centri storici che vanno in malora. L’Italia, per usare una bella metafora di Giorgio Ruffolo, è un “Paese lungo”, sempre più lungo, e l’integrazione europea non sta contribuendo ad accorciarlo. Ma lo stesso dicasi per la Germania dell’Est che, nonostante massicci investimenti della sua parte occidentale, che per poco non mettevano a repentaglio la nascita dell’euro, vota massicciamente per gli ex-comunisti; fino ad arrivare al caso più clamoroso di rottura di unità nazionale ottocentesca che è quello del Belgio. Una cartolina di invito per la festa del Capodanno 2009, recapitata dall’Istituto di cultura fiamminga a New York, ha determinato uno scandalo in patria, ma è la manifestazione di un destino che pare ineluttabile: raffigurava le Fiandre unite all’Olanda e il Belgio francofono unito alla Francia. Ciò accade perchè nel mercato europeo della lotta di tutti contro tutti, le imprese più potenti schiacciano quelle più piccole creando conglomerati sempre più grandi, le città si popolano a discapito delle campagne, le regioni più ricche sottraggono risorse a quelle più povere, e le nazioni più forti costituiscono irresistibili poli di attrazione rispetto a quelle che non hanno risorse per proteggere i propri cittadini.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La crisi economica ha accentuato questo processo di divisione tra i “salvati”, le grandi nazioni che nel complesso hanno tenuto in termini di occupazione e di prospettive per il futuro, e i “sommersi”, le nazioni che stanno andando alla deriva. Così come ha accentuato le crescenti sperequazioni territoriali all’interno degli stessi confini nazionali che ha come sbocco la ripresa massiccia dell’emigrazione. L’Europa dell’Est, che fino alla crisi del 2007 aveva conosciuto tassi di crescita rilevanti per effetto delle delocalizzazioni e degli investimenti di natura finanziaria dall’Europa occidentale, si è ritrovata soggetta alla fuga dei capitali e alla contrazione dell’occupazione di quelle industrie (come ad esempio la Fiat) che sono state costrette dai sindacati a difendere l’occupazione in patria. Nazioni come la Lituania, la Romania e l’Ungheria hanno evitato la bancarotta solo grazie a massicci prestiti del Fondo monetario internazionale: prestiti pari ad oltre 50 miliardi di dollari che hanno forse salvato le banche ma anche fatto sì che nel 2009 la Lituania sia cresciuta del -16 per cento e l’Ungheria del -6,7 per cento. E le “cure” del Fondo si sa quanto possano essere rigide per il tessuto sociale, a dare per esempio credito ad uno studio di ricercatori di Yale e Cambridge apparso su <em>PLoS Medicine</em> secondo il quale i prestiti del Fondo, e i tagli che essi hanno imposto al sistema di prevenzione sanitaria a partire dalla fine del Comunismo, sono indirettamente responsabili di un aumento dei casi di mortalità per tubercolosi nell’Europa dell’Est, dal 6,2 per cento nel 1992 al 13,3 nel 2002. Lo stesso è però vero per quelle nazioni che erano state vendute come bandiere dei maggiori successi dei fondi strutturali dell’Unione europea come Spagna e Irlanda che conoscono tassi di disoccupazione tripli della media europea, esplosione del deficit pubblico, tassi sul debito maggiori rispetto ai partner, e che hanno sfiorato la bancarotta sotto la pressione della speculazione finanziaria internazionale. Nella stessa condizione si trova la Grecia dove, mentre movimenti sociali sempre più dinamici e radicali hanno spostato nelle ultime elezioni l’asse politico verso i socialisti, il governo di Papandreu sarà costretto dai partner comunitari ad imporre ai suoi cittadini la peggiore medicina della storia della Grecia con un taglio draconiano del deficit e una contrazione dei già bassissimi salari pubblici: politica dalle conseguenze ancora imprevedibili per l’ordine pubblico e la coesione sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Questa situazione di caos alla quale i Paesi dell’Unione europea possono rispondere solo con misure di emergenza, ma che non hanno modo di risolvere in modo strutturale, ha messo in evidenza una volta di più l’assenza di un governo dell’economia da accompagnare al “patto di stabilità” che è stata un’assurda creazione dell’Europa di Maastricht. Così come pone allo scoperto l’esiguità di un budget per politiche di coesione e di carattere redistributivo che è pari a circa il 35 per cento del bilancio dell’Unione. Il che non sarebbe male se non fosse che l’intero bilancio dell’Unione può arrivare al massimo a l’1,24 per cento del Prodotto europeo (l’Unione non può per legge andare in deficit): in pratica quindi i fondi di coesione per le aree e le regioni più svantaggiate a disposizione di Bruxelles si aggirano intorno ai 40 miliardi di euro, circa lo stesso ammontare che il Fondo monetario ha prestato in un anno ai soli tre paesi citati dell’Europa dell’Est. Per quanto per esempio il rapporto Barca, presentato lo scorso anno, possa consentire un ragionamento su una migliore allocazione di quelle scarse risorse, con un maggiore coinvolgimento delle comunità locali e scavalcando in qualche misura i governi nazionali, l’entità dei fondi a disposizione è assolutamente inadeguata al meccanismo di concentrazione della ricchezza che il Mercato unico e l’euro stanno incentivando a spese dell’occupazione nelle nazioni più zoppicanti e delle aree interne meno competitive. La teoria delle “aree monetario ottimali” ci insegna che non possono stare in piedi unificazioni monetarie tra aree così diverse l’una con l’altra, senza imponenti strumenti redistributivi di carattere strutturale. Purtroppo, per tutti gli anni Novanta e fino ad oggi, la scienza economica ha abbandonato<span style="color: red;"> </span>ogni tentativo di indagine libera e coraggiosa in favore di una fede religiosa e mal risposta nelle virtù del libero commercio e nella potenza creativa del mercato dei capitali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’altra divisione che si è solo accresciuta nell’Europa di Maastricht è quella fra classi sociali. Un ministro italiano formato in Banca d’Italia aveva una volta detto che le differenze fra i mezzi a disposizione dei singoli cittadini europei si sarebbero sempre più assottigliate in quanto, come consumatori, potevano avvalersi dei voli a basso costo di Ryanair. La scoperta che la possibilità di consumi a basso costo non ha nulla a che spartire con la conduzione di una vita dignitosa è più evidente in un momento in cui la disoccupazione a livello europeo tocca il 10 per cento, mentre i sistemi carcerari di molti Paesi sono allo strenuo. La divisione è oggi: fra occupati e i disoccupati, tra gli occupati a termine e quelli con un posto fisso, fra coloro che possono godere di una rendita familiare e quelli che ne sono privi, fra coloro che conoscono le lingue e possono cercare altrove possibilità di lavoro e chi è incastrato nel proprio paesino, fra coloro che hanno un permesso di soggiorno e quelli costretti a lavorare in nero sotto schiaffo, fra chi abita nei centri e nelle periferie delle grandi città. Mentre i cittadini italiani possono affollare i centri commerciali per accaparrare merci in saldo si scarsa qualità, essi hanno subito una impressionante perdita di potere d’acquisto con i salari reali che in vent’anni sono diminuiti del 16 per cento. Ma non sono gli italiani a stare peggio in Europa, almeno fin tanto che possono continuare ad attingere alla ricchezza e al risparmio accumulato dalle famiglie, che è la vera ragione per cui nel nostro Paese ancora non si vedono rivolte per il pane tra disoccupati e sottoccupati. A stare peggio sono i nuovi cittadini e lavoratori europei, quelli che hanno reso il continente europeo per la prima volta dal XVI secolo una regione di immigrazione che oggi comprende, ad esempio, tra i 15 e i 18 milioni di cittadini musulmani, mentre in generale gli immigrati aumentano al ritmo di 1,7 milioni l’anno. Multiculturalismo è lo slogan con cui la Commissione affronta il problema; l’altro strumento essendo la restrizione agli ingressi. Ma è evidente che uno slogan come quello del multiculturalismo non è una risposta sufficiente ad evitare violenze come quelle delle <em>banlieux</em> parigine e come quelle recenti di Rosarno in Calabria con la sua sanguinosa caccia agli immigrati. Esiste evidentemente la necessità di una risposta europea alla questione dell’immigrazione che deve essere allo stesso tempo di tipo culturale, favorendo attivamente l’integrazione e non solo la creazione di ghetti, ma anche economica mettendo in comune risorse per scuole, corsi di lingue, interventi sanitari e quanto altro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Con l’idea del Mercato unico e la sua ancella dell’unificazione monetaria il Presidente della Commissione Jacques Delors puntava a rendere la Comunità europea una protagonista delle globalizzazione a metà degli anni Ottanta. L’idea portante dietro l’Atto unico europeo è chiaramente espressa nel suo diario:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La crescita<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>dei mercati e la deregolamentazione ci saranno con o senza di noi. Il vento che soffia in quella direzione è forte. Si tratta di sapere se il pilota della barca può reagire al vento e trovare una traiettoria che sia un buon compromesso fra, da un lato, l’evoluzione dell’ambiente internazionale e delle idee, e dall’altro, la difesa dei nostri interessi e del modello europeo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Tutta la forza di un progetto politico e culturale è stata messa dietro un’idea mercantile e ne sono risultate schiacciate proprio la dimensione politica e culturale. Con il mercato unico si sono creati i simboli della Comunità, dalla bandiera con dodici stelle fino all’utilizzo dell’Inno alla gioia, simboli ai quali si è dato vita allo stesso momento in cui Michail Gorbaciov lanciava la sua personale idea di una “casa comune europea”. L’idea del leader sovietico, ambigua quanto si vuole, era comunque giunta con almeno dieci anni di ritardo, dopo che la gran parte degli europei aveva abbracciato con entusiasmo il modello di una società fondato sulla necessità di competere nell’economia mondiale, e allo stesso tempo gli uni con gli altri. Il Mercato unico di Delors significava abolizione di dazi e di protezioni legali, libero movimento del capitali, e non l’armonizzazione di standard sociali o la creazione di una cultura condivisa. E infatti tutti i tentativi posti in essere dalla Commissione europea per diffondere un sentire comune sono stati subordinati all’idea di giustificare <em>ex-post </em>il crescente potere economico di Bruxelles, come nel caso dell’azione Jean Monnet che ha maggiormente premiato i professori universitari esperti di diritto dell’Unione europea e della concorrenza; oppure del tentativo di promuovere un mercato giovanile del lavoro flessibile e adattabile attraverso l’Erasmus e le successive riforme universitarie che, con il processo di Bologna, hanno omogeneizzato al ribasso l’istruzione e la ricerca superiore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Le definizioni di “potenza civile”, “sogno europeo”, “potenza gentile”, “modello costituzionale europeo”, sono invenzioni di intellettuali raffinati che cercano visibilità negli ambienti che contano. Invenzioni senza alcun rapporto con la realtà. La realtà è che, presi assieme, i Paesi dell’Unione europea costituiscono uno dei più grandi aggregati commerciali ed economici del mondo, ma che continuano a comportarsi in modo disunito e mercantilistico, e proprio così sono visti da tutti i Paesi con i quali si confrontano, come dimostrano ampiamente gli studi sulla percezione dell’immagine dell’Unione europea nel mondo. Ma senza far ricorso a dati statistici e questionari, basterebbe il buon senso di fermare per strada un immigrato sudamericano o cingalese e chiedergli cosa rappresenta per lui l’Unione europea.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">La dura verità è che l’Unione europea non sarà mai in grado di proiettare una seria ed autonoma azione esterna se non dando vita ad un proprio modello sociale, culturale ed economico che ribalti quello oggi fondato sul mercato unico. Infatti ad un sistema economico europeo che demolisce sempre di più i beni pubblici, lascia libero spazio all’azione di una finanza rapace, chiude a riccio le sue frontiere all’immigrazione, non può che corrispondere un’azione internazionale dello stesso tenore. Nel migliore dei casi il ruolo assegnato agli europei è stato, come definito da Robert Kagan, quello di costituire il polo “Venere” di una saldissima alleanza con il “Marte” degli Stati Uniti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Dopo la crisi economica sono stati proprio gli Stati Unti a promuovere il passaggio dal G8 al G20, con un relativo allargamento della platea dei decisori delle regole dell’economia internazionale. Gli europei, a parte qualche dichiarazione radicale quanto velleitaria sulla necessità dell’introduzione di una Tobin Tax sulle transizioni finanziarie di natura speculativa, sembrano più che altro preoccupati di non perdere posizioni nelle attuali organizzazioni economiche internazionali, dal Fondo monetario alla Banca mondiale, delle quali fino ad oggi sono stati uno dei due timonieri. Per il resto non hanno saputo nemmeno al loro interno coordinarsi per misure comuni sulla crisi economica, affidando ad autonome decisioni nazionali gli interventi di salvataggio di banche e di imprese nazionali, in primo luogo quelle automobilistiche. Proprio perchè dotati di capacità decisionali nell’ambito della politica economica gli Stati Uniti crescono di più dei Paesi dell’Unione europea, senza considerare le performance delle altre economie emergenti. Sulle questioni ambientali, trainati da alcuni Paesi particolarmente sensibili al tema e avanzati nell’industria delle energie alternative, gli europei prendono posizioni dure sulla necessità di riduzione delle emissioni, ma si dimostrano incapaci di negoziare efficacemente con nazioni come Cina, India e Brasile che solo più recentemente si sono affacciate allo sviluppo industriale e che possono impegnarsi ai sacrifici necessari solo in cambio di modifiche strutturali dell’economia internazionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Governance</span></em><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">, insieme all’altra celebrata invenzione dei politologi europei che è la <em>multilevel governance</em>, è una definizione complicata per significare che la politica non conta più e che le decisioni vengono affidate ad organismi tecnici senza che si capisca chi gestisce il potere decisionale e con quale legittimazione. <em>Authority</em>, altro prodotto dell’ingegneria giuridica anglosassone (dell’energia, delle telecomunicazioni, etc), vuol dire in pratica che il pubblico perde ogni peso nella diretta gestione di settori economici, anche strategici, e si deve affidare a tecnici della regolazione che hanno come unico compito quello di compiacere il mondo imprenditoriale. Messi insieme, <em>governance</em> europea e <em>authority </em>nazionali ed europee, vogliono dire soprattutto che i cittadini vengono espropriati della possibilità di decidere direttamente delle istituzioni che li governano, nonchè della qualità e dei prezzi dei servizi, anche quelli più essenziali, dei quali beneficiano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Queste modificazioni sono state auspicate dalla sinistra europea degli anni Novanta che vedeva nelle istituzioni “apolitiche” di Bruxelles una garanzia contro il populismo e contro le pressioni delle opinioni pubbliche avverse a politiche di risanamento. Ai governi nazionali sarebbe rimasta la pur remunerativa gestione del quotidiano e quella della salute e dell’istruzione, ma le grandi decisioni economiche sarebbero state prese da tecnici prudenti, ma sempre al servizio di potenti interessi economici organizzati. I governi si sarebbero così trasformati da decisori in gestori – infatti proprio negli anni Novanta in Italia è il periodo d’oro dei “governi tecnici” –. Questo fu in sostanza il riformismo europeo dal quale lo stesso Romano Prodi, un poco tardivamente, ha preso parzialmente le distanze in un articolo pubblicato il 14 agosto 2009 dal titolo “Il riformismo in europea ha fallito”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">Paradossalmente a far politica in Europa è rimasta solo la destra, ma nella sua versione identitaria e, in politica estera, nel suo velleitario tentativo di risuscitare orgoglio e priorità nazionali, spesso a discapito dei propri vicini, sempre nel più assoluto disinteresse per le aree più arretrate del Pianeta dalle quali provengono la maggioranza degli immigrati. La destra elegge nani esperti nella comunicazione che fanno finta di fare politiche indipendenti, ospitando le tende di Gheddafi a Villa Pamphilj e, poco dopo, congratulandosi con gli israeliani per i bombardamenti a Gaza, mentre in realtà rendono i propri Paesi sempre meno capaci di grandi visioni. Perchè, in fondo, la vera sfida non è semplicemente quella di ritrovare la capacità di prendere decisioni a livello locale, o nazionale, ma la vera sfida è quelle di immettere dosi di democrazia in ambito europeo, in modo che l’intera costruzione non si essicchi sotto i colpi della crisi economica e delle difficoltà di alcuni Paesi, specie dell’Europa meridionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: 11.35pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-family: Garamond;">E a ben vedere le ipotesi sul campo sono oggi due. Si può proseguire lungo la via tecnocratica adottata fino ad oggi, magari promuovendo l’ulteriore integrazione – per esempio sulla politica economica o fiscale – di un gruppo di testa che costituisca il cuore dell’Unione europea. Ma in questo modo si lascerebbero invariati i meccanismi attuali della <em>governance</em> e non si farebbe altro che alimentare la divisione fra nazioni che contano e nazioni che sono ai margini dell’Unione europea. Oppure è possibile percorrere la via, molto più rischiosa, dell’introduzione di nuove norme nei trattati che: garantiscano i beni comuni europei contro ogni privatizzazione, aboliscano il Patto di stabilità e crescita e promuovano una politica estera comune e autonoma dalle alleanza militari del passato, frenino la concorrenza al ribasso fra le normative del lavoro, e affrontino tutte queste sfide ambiziose con il ricorso a consultazioni popolari, permettendo l’elezione del Presidente della Commissione europea e non la sua nomina da parte dei Governi, rafforzando il peso di partiti, dei sindacati e delle associazioni nel processo normativo dell’Unione europea. Delle due è questa seconda strada l’unica in qualche modo ambiziosa, mentre “l’Europa a due velocità” potrebbe appena bastare a garantire la sopravvivenza di un sistema che, allo stato delle cose, e senza passi avanti almeno sulla politica economica e la costituzione di un bilancio europeo per gli interventi di emergenza, è in piena crisi.</span></p>
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		<title>Taranto. La crisi e la scommessa del futuro</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 06:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cnovembre</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[La città di Taranto e la parola crisi sono due immagini che troppo spesso negli ultimi tempi sono state accostate con insistenza e il più delle volte non a torto.
Una crisi economica e sociale più complessiva che ormai comprende gli ultimi quindici anni di vita della città, che è sostanzialmente la crisi di un modello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La città di Taranto e la parola crisi sono due immagini che troppo spesso negli ultimi tempi sono state accostate con insistenza e il più delle volte non a torto.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Una crisi economica e sociale più complessiva che ormai comprende gli ultimi quindici anni di vita della città, che è sostanzialmente la crisi di un modello di sviluppo economico basato unicamente sull’acciaio e sulla presenza in città del più grande impianto siderurgico d’Europa (l’ILVA, ex-Italsider), si è acuita e ha manifestato tutte le tensioni produttive e occupazionali, latenti e non latenti, in occasione della grande crisi internazionale del 2009 e che purtroppo, stando a quanto dicono rapporti autorevoli e analisti competenti, continuerà a produrre i suoi effetti nel corso del 2010.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La crisi di sistema a cui abbiamo assistito nell&#8217;ultimo anno non ha fatto altro che evidenziare con forza e con maggiore resa plastica le contraddizioni, gli squilibri e la necessità di una riforma radicale di un modello di sviluppo della città che risulta ormai obsoleto e soprattutto a rischio rottura, laddove la possibile rottura, così come espliciterò successivamente, riguarda certamente gli aspetti economico-produttivi ma coinvolge soprattutto la dimensione sociale e la dimensione ecologico-ambientale.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La crisi mondiale quindi si è innestata con decisione su altri fattori di crisi molteplici e differenti che da anni<span style="mso-spacerun: yes;">   </span>sono germogliati e piano piano cresciuti nel contesto tarantino. Alcuni di questi fattori sono strettamente legati al dominio economico, sociale e finanche esistenziale che l’ILVA svolge a Taranto ed esercita sugli stessi abitanti della città e altri invece risultano essere di natura diversa (politici e amministrativi soprattutto ma anche culturali). Insieme hanno fatto sì che Taranto nell’ultimo decennio ha rappresentato in molti frangenti, se così possiamo dire, la visualizzazione geografica e fisica del concetto astratto di crisi e un esempio di scuola, sotto gli occhi di tutti, del fallimento dello sviluppo della grande industria nel Mezzogiorno così come era stato immaginato dalle classi dirigenti nazionali negli anni ’50 del secolo scorso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Una città tutta abbarbicata nella difesa di un grande complesso industriale, altamente inquinante e altamente lesivo del paesaggio e delle altre potenziali opportunità di sviluppo della città, ha determinato un progressivo impoverimento di un capitale sociale cittadino, che in alcune fasi è stato anche molto attivo, ed ha imprigionato il futuro di Taranto ad una rappresentazione delle proprie occasioni di sviluppo economico e occupazionale tendenzialmente “bicefala”, legata a doppio filo a due grandi<em style="mso-bidi-font-style: normal;"> items</em>: l’ILVA appunto e la Marina Militare e il relativo arsenale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Questo status è completato dall&#8217;esistenza a Taranto di una grande incompiuta dalle potenzialità enormi che è il porto.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Nel tempo è sempre stata evidenziata l&#8217;invidiabile posizione geografica del porto di Taranto ma ancora oggi lo scalo stenta a decollare, nonostante conservi la seconda posizione nella graduatoria italiana dietro Genova come porto industriale ed è confermata la tendenza dello scalo portuale a diventare sempre di più porto <em style="mso-bidi-font-style: normal;">hub</em> per attività di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">transhipment</em> nel Mediterraneo con un aumento di volumi per i trasferimenti dei container dalla nave madre alle navi <em style="mso-bidi-font-style: normal;">feeders</em> dirette ai porti regionali di recapito finale. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Questi punti di vantaggio si scontrano però da una parte con la crisi economica internazionale che ha frenato i traffici legati ai prodotti siderurgici influenzando negativamente le attività portuali in questo settore e dall&#8217;altra con la necessità che l&#8217;area portuale ha di realizzare urgenti e imminenti lavori di bonifica fondali, di programmazione dei dragaggi e di costruzione tanto di una piattaforma logistica quanto di un&#8217;opera di infrastrutturazione dell&#8217;area cosiddetta retro-portuale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Taranto, quindi, la città bicefala, tutta marina e acciaio e con un porto che stenta a decollare, ha visto il proprio orizzonte di sviluppo, troppo asfittico e troppo poco diversificato, essere concausa di altre crisi che prepotentemente si sono abbattute sulla città e sulla vita dei cittadini. <em style="mso-bidi-font-style: normal;">In primis </em>la crisi ambientale e della salute pubblica, determinata dalle forti emissioni di diossina nell’atmosfera da parte dello stabilimento ILVA e dalla presenza in città anche della raffineria del gruppo ENI, che ha visto aumentare in modo spaventoso tra i cittadini, soprattutto del quartiere Tamburi, il numero di tumori e leucemie e che ha messo a nudo la realtà che vede l’ILVA non rispettare i limiti di legge di emissioni di diossina e un’autorità pubblica che quasi mai ha controllato in modo puntuale il rispetto della normativa in materia ambientale da parte dell&#8217;ILVA.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Alla crisi ambientale, che ha messo in discussione, nel dibattito pubblico in città, il ruolo dell’ILVA a Taranto e la necessità di cercare un compromesso alto tra le ragioni dell’occupazione e le ragioni della salvaguardia<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>della salute e dell’ambiente, si sono sovrapposte tensioni occupazionali riconducibili alla crisi del settore dell’acciaio e alle dinamiche proprietarie dell’ILVA, passata da una proprietà pubblica al controllo del gruppo imprenditoriale privato Riva.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Tali tensioni occupazionali che oggi, in tempo di crisi mondiale, si presentano sotto forma di riduzione del personale e di ricorso massiccio alla Cassa Integrazione Guadagni, nell’ultimo decennio si sono anche manifestate sotto forma di continuo sfaldamento delle stabilità occupazionali garantite dal famoso “posto fisso all’Italsider” e sempre più lavoratori precari e a tempo determinato sono entrati a lavorare in fabbrica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La precarietà è entrata all’ILVA e con essa sono aumentati i casi di “morti bianche” ed è cresciuto un sostanziale allentamento sia dei controlli che di programmi di formazione e apprendistato in materia di sicurezza sul lavoro. La sicurezza sul lavoro e il tema del rispetto dell&#8217;inviolabilità della vita delle persone quando si recano al lavoro è una grande questione aperta nella città di Taranto ai tempi della crisi e ampio è il confronto in città, tra lavoratori, sindacati e proprietà dell&#8217;ILVA, per immaginare soluzioni condivise e finalizzate a rendere più umana e più normale la vita dei lavoratori all&#8217;interno di questo grande “mostro” industriale.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">In questo scenario difficile e compromesso si è inserita, quattro anni or sono, una crisi di tipo politico e amministrativo che ha condotto l&#8217;Ente Comune di Taranto alla totale bancarotta dei propri conti pubblici e al commissariamento da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con una passività accertata di 637 milioni di euro. Negli anni che vanno dal 2000 al 2006 è cresciuto a dismisura un buco di bilancio nelle casse comunali e durante l&#8217;anno 2006 la città ha visto suo malgrado gli stipendi dei dipendenti comunali non pagati per mesi, lampioni senza energia elettrica, autobus di linea fermi e spazzatura per strada.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Un caso emblematico quindi di cattiva amministrazione pubblica e di sperpero di denaro pubblico che si è consumato paradossalmente proprio negli anni in cui Taranto metteva a frutto i fondi europei del programma comunitario Urban, riqualificava parti storiche della città e si presentava ad occhi esterni come una città in rinascita che guardava, per esempio, al turismo e al suo grande e antico patrimonio culturale e archeologico per ridisegnare strade inedite del proprio percorso di sviluppo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Nel 2007 la città, dopo la fase del commissariamento, è tornata al voto ed è stato eletto sindaco a sorpresa<span style="mso-spacerun: yes;">   </span>Ippazio Stefàno battendo i candidati ufficiali dei due più grandi schieramenti politici (il centrodestra e il centrosinistra).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La lezione della bancarotta del Comune è servita a far sì che a Taranto fosse inaugurata una stagione maggiormente incentrata sulla sobrietà in materia di conti pubblici e sulla consapevolezza di dover rispondere con mezzi nuovi alla crisi ambientale che, come abbiamo sottolineato, rappresenta un&#8217;emergenza, di dover dialogare con fermezza con la proprietà dell&#8217;ILVA su questo problema e sulla crisi occupazionale, di dover per forza di cose costruire e programmare strade territorializzate e locali allo sviluppo non solo economico ma anche sociale e culturale della comunità tarantina.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La crisi economica mondiale dell&#8217;ultimo anno e la sempre maggiore crisi ambientale della città, evidenziata dai sempre crescenti valori di diossina nell&#8217;aria, ha segnato la vita recente di Taranto e ha determinato risposte conseguenti di tipo politico e amministrativo da parte di Enti quali il Comune e la Regione, così come<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>ha determinato prese di posizione importanti da parte delle parti sociali, nonché risposte spontanee di comitati di cittadini e associazioni culturali e l&#8217;affacciarsi sulla scena di nuove intraprese economiche che si contraddistinguono per voler dare a Taranto altri contenuti per il suo futuro che non siano soltanto acciaio, raffineria e marina militare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La Regione Puglia con l&#8217;approvazione della legge regionale n.44 del 2008, la cosiddetta legge “anti-diossina”, è intervenuta per costringere di fatto l&#8217;ILVA a ridurre in modo considerevole le emissioni di diossina e furani nell&#8217;ambiente e quindi a </span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">contenere le concentrazioni di diossine nei fumi emessi dal camino dell&#8217;impianto di agglomerazione dagli attuali 10 nanogrammi/Nm3 entro la soglia di 0.4 nanogrammi/Nm3 e il Comune è stato a fianco della Regione nel fare pressione sul gruppo Riva affinchè venissero rispettati i limiti imposti dalla legge il più presto possibile. Il gruppo Riva si è impegnato a far questo entro dicembre 2010 e questo per la città può considerarsi già un buon risultato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Nell&#8217;affrontare la crisi ambientale Taranto ha dovuto confrontarsi con la crisi mondiale dell&#8217;ultimo anno avendo l&#8217;ILVA come termometro attendibile della crisi stessa. Il 7 novembre 2009 sono scadute le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria attivata nel 2008 e che hanno interessato fino a 6.000 dipendenti del gruppo Riva e sui mercati internazionali la domanda d’acciaio è rimasta sostanzialmente bassa. Nel 2010 la produzione dello stabilimento, secondo le previsioni, non dovrebbe superare il 50% dopo essere calata del 70% nell&#8217;anno 2009.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Il 2010 si prospetta, quindi, un anno per niente positivo e segnato dal quasi certo ricorso alla cassa integrazione straordinaria per circa 12.000 dipendenti del colosso siderurgico e serpeggia la paura che tale situazione di crisi si riversi inevitabilmente sui 3.000 lavoratori degli appalti e sui lavoratori con contratti a tempo determinato che non potrebbero beneficiare di alcun sostegno al reddito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">La grave situazione della cassa integrazione ILVA, infatti, è solo uno degli aspetti gravi della tenuta occupazionale ed economica del territorio tarantino perché la crisi ha coinvolto l&#8217;intera area industriale e<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>soggetti già in sofferenza come la Belleli e l&#8217;indotto Arsenale – Appalto Comune Taranto porta alla previsione a breve di più di 10.000 lavoratori interessati, mentre al contempo sono aumentati il numero dei licenziamenti a partire dai lavoratori precari, toccando in totale circa 100 aziende appartenenti a tutti i settori, dal manifatturiero all’agroalimentare, dai servizi al commercio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">Emblematica la situazione dell&#8217;azienda Vestas, azienda operante nel campo dell&#8217;energia eolica, che ha comunicato la chiusura degli stabilimenti per due mesi e la cassa integrazione per 350 operai.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Queste situazioni di crisi occupazionali da parte del tessuto delle imprese locali si è sovrapposto a quello della redditività che è andata peggiorando man mano che la congiuntura economica andava a deteriorarsi nel corso degli ultimi due anni. Alla ridotta redditività va aggiunta anche la ridotta capacità delle imprese di autofinanziarsi e la maggiore tensione finanziaria determinata dall&#8217;allungamento dei tempi di incasso dei pagamenti.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Questo stato delle cose chiama in causa il ruolo del sistema del credito che di fronte alla maggiore richiesta di liquidità da parte del sistema industriale ha risposto con comportamenti sempre più selettivi nell&#8217;erogazione del credito come conseguenza dell&#8217;aumento del rischio in tempi di congiuntura sfavorevole.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La politica restrittiva esercitata dalle banche sta colpendo molto le piccole e medie imprese dell&#8217;area di Taranto, storicamente caratterizzate, così come molte imprese del Mezzogiorno, da fenomeni di sottopatrimonializzazione e sottocapitalizzazione.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il momento difficile è evidenziato anche dalle richieste avanzate dalle imprese del territorio nei confronti del sistema bancario. Tali richieste sono sempre più orientate ad operazioni di ristrutturazione e consolidamento del debito che non verso l&#8217;erogazione di finanziamenti per realizzare nuovi investimenti.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">A queste situazioni di crisi, di cui sono parte integrante i rapporti difficili tra sistema del credito e mondo delle imprese,</span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;"> la città ha risposto, da una parte con una ripresa delle attività sindacali nelle fabbriche e un acuirsi di un conflitto sociale che sembrava ormai sopito e dall&#8217;altra con un proliferare di comitati civici che fanno loro le battaglie per una città più pulita in cui l&#8217;ILVA investe per migliorare la qualità degli impianti e abbassa<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>sensibilmente le emissioni di diossina. In queste nuove e vecchie lotte si scorge il dilemma di una città come Taranto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">Lo scontro-incontro “lavoro e occupazione” e “salvaguardia dell&#8217;ambiente” domina la scena della città e apre degli interrogativi importanti per cercare di comprendere appieno la nuova identità produttiva e socio-culturale che Taranto vuole avere nel suo prossimo futuro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">Una identità che comincia ad apparire in maniera frammentata e discontinua ma che ci dice in maniera chiara che il futuro è già avviato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">I frammenti di questa nuova identità hanno i volti dei ragazzi e delle ragazze che all&#8217;interno di Taranto Vecchia, grazie ai fondi del programma regionale per le politiche giovanili “Bollenti Spiriti”, hanno messo su iniziative socio-economiche nel campo dell&#8217;ecologia (raccolta differenziata dei rifiuti e pratiche di riciclo e riuso dei materiali), della cultura teatrale e musicale nonché dei servizi sociali di vicinato oppure la scelta di Taranto e del quartiere Tamburi come <em>location </em>di set cinematografici anche importanti, grazie all&#8217;azione e al supporto dell&#8217;agenzia regionale per il cinema Apulia Film Commission; uno su tutti va citato il film “Marpiccolo”, girato di recente interamente a Taranto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">Ma la nuova identità che Taranto faticosamente sta costruendo passa anche da due temi essenziali che sono quello di “Taranto città della salute” e il rilancio di una infrastruttura strategica e importante come il porto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">La visione di “Taranto città della salute” si concretizza nella scelta, sponsorizzata fortemente dalla Regione Puglia in collaborazione con la Fondazione San Raffaele di Milano, di realizzare a Taranto un grande polo ospedaliero di eccellenza che avrà il nome di “San Raffaele del Mediterraneo”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-fareast-font-family: TTE26B5658t00; mso-bidi-font-family: TTE26B5658t00;">Il grande ospedale verrà realizzato sulla base del progetto tecnico-sanitario presentato dalla Fondazione San Raffaele di Milano e la Regione destinerà a Taranto per l&#8217;operazione un finanziamento complessivo di 210 milioni di euro, a cui si aggiungeranno fondi nazionali e un contratto di leasing per vent&#8217;anni.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Il «San Raffaele del Mediterraneo» avrà 570 posti letto e sorgerà su settantamila metri quadrati de­stinati alla struttura ospeda­liera e quattromila alle aule in cui si farà attività di ricerca e attività di laboratorio e didattica. Sa­rà localizzato al quartiere Paolo Sesto in un terreno di diciotto ettari della Fintecna, società del gruppo Iri che nella stessa<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>zona possiede altre aree su cui ha progettato di edificare. La gestio­ne del polo ospedaliero sarà di tipo misto pubblico-privato con la creazione di una Fondazione formata da Regione, Asl e Ospedale San Raffaele di Milano. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Con questo progetto ambizioso<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>già in fase di avvio Taranto mette un altro tassello nella ridefinizione del suo orizzonte di sviluppo e cerca di guardare al futuro congiuntamente al rilancio delle prospettive strategiche del ruolo dell&#8217;infrastruttura porto all&#8217;interno dell&#8217;area di libero scambio del Mediterraneo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';">Su quest’ultimo aspetto giocano a favore le possibili intese commerciali tra la TCT, braccio operativo di Evergreen, e Hutchinson Wampoa, il più grande terminalista del mondo, che ha avviato trattative per operare all&#8217;interno del molo polisettoriale di Taranto, con la probabilità che questo porti all&#8217;arrivo di altri vettori internazionali come Cosco e Zin.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Fondamentale, inoltre, sarà il ruolo che il porto di Taranto saprà assumere sia come possibile primo porto di approdo delle navi oceaniche appena entrate nel Mediterraneo e sia come ultimo porto in uscita, cercando così di svolgere il ruolo di porta d´accesso<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>di questo importante canale di transito dell´interscambio internazionale delle merci che è ormai il Mar Mediterraneo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Da queste brevi note emergono, anche se in maniera ancora troppo frazionata, le basi su cui Taranto può costruire il suo futuro di città medio-grande, affacciata sul mare, al centro del Mediterraneo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il mare, appunto, può divenire la chiave della visione strategica di questa città laddove il mare sta a significare, oltre che la costruzione di una nuova possibilità economica e gestionale per il porto legata anche al traffico passeggeri, il rilancio di un settore tradizionale dell’economia tarantina come il mercato ittico e dei mitili in particolare (le famose cozze tarantine).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Ma il mare è anche la chiave, se ben collegato al discorso porto e all’attivazione di linee marittime per passeggeri, per rilanciare il turismo culturale in una città che vanta un patrimonio storico-archeologico di grande valore (le testimonianze importanti della Magna Grecia), un museo archeologico tra i più attrezzati del Mezzogiorno e una città vecchia che da un punto di vista architettonico e della sua localizzazione risulta essere di grande interesse. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Tutto ciò però deve essere inserito in un quadro d’azione concretissimo che deve prevedere al centro dell’elaborazione futura dello sviluppo di questa città la costruzione istituzionale, sociale ed economica di un nuovo patto tra la città nelle sue diverse articolazioni e l’ILVA attraverso l’impegno della proprietà (il gruppo Riva).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 6pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il rilancio di Taranto può avvenire e con esso si può concretizzare la messa in opera di tante iniziative economiche, imprenditoriali e infrastrutturali solo se l’ILVA decide di scommettere su questa città e, di concerto e con il supporto delle istituzioni pubbliche a vari livelli, decide di farsi promotrice di nuovi investimenti nel campo dell’innovazione tecnologica, del riammodernamento degli impianti di produzione e della salvaguardia dell’ambiente, dando la possibilità così a questa città non solo di salvaguardare il suo potenziale occupazionale ma anche di prevedere nuove prospettive di lavoro future e di rinsaldare un accordo con la città con l’obiettivo di curarsi di più della salute dei cittadini e del suo compromesso stato ecologico.</span></p>
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