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	<title>Etica ed Economia</title>
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		<title>Scenari possibili dopo la crisi globale</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 21:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MNuti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Relazione del prof. Domenico Mario Nuti tenuta per il seminario dal titolo &#8220;Scenari possibili dopo la crisi globale&#8221; organizzazione dall&#8217;Associazione Etica ed Economia il 14/12/2011 a Roma. SCARICA IL TESTO DELLA RELAZIONE]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Relazione del prof. Domenico Mario Nuti tenuta per il seminario dal titolo &#8220;Scenari possibili dopo la crisi globale&#8221; organizzazione dall&#8217;Associazione Etica ed Economia il 14/12/2011 a Roma.<br />
<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2012/01/Relazione_Nuti_Scenari_possibili_dopo_la_crisi_globale.pdf" target="_blank"></a></p>
<p><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2012/01/SeminarioEticaEconomia.pdf" target="_blank">SCARICA IL TESTO DELLA RELAZIONE</a></p>
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		<title>L’impatto della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 22:43:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fdamuri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[(Articolo vincitore del Premio &#8220;La crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;) Questo articolo valuta gli effetti della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano. Due terzi della diminuzione dell’occupazione avvenuta tra il quarto trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 sono stati dovuti a un calo della probabilità di trovare lavoro, mentre le transizioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Articolo vincitore del Premio &#8220;La crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo valuta gli effetti della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano. Due terzi della diminuzione dell’occupazione avvenuta tra il quarto trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 sono stati dovuti a un calo della probabilità di trovare lavoro, mentre le transizioni in uscita sono aumentate significativamente solo per i lavoratori con contratti a tempo. Le diminuzioni di reddito legate alla perdita dell’occupazione sono attutite parzialmente da un sistema di ammortizzatori sociali molto frammentato. Uno stress test mostra che il livello di copertura offerto è pro-ciclico, mentre la disuguaglianza dei redditi di lavoro è determinata dalle variazioni dei livelli di occupazione: la disuguaglianza del reddito tra gli occupati è poco influenzata dalla composizione dell’occupazione.<br />
<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2011/12/DAmuri_EE.pdf" target="_blank"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2011/12/DAmuri_EE.pdf" target="_blank">SCARICA L&#8217;ARTICOLO</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Risultati premio &#8220;la crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Verbale della Commissione Giudicatrice del Premio bandito dall’associazione Etica e Economia “la crisi ci ha insegnato che …” destinato al migliore saggio breve sul tema: L’Italia oltre il guado &#8211; per una ripresa della qualità  civile, sociale ed economica dello sviluppo.   Il giorno 15 Novembre 2011 alle ore 9 con mezzi telematici si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Verbale della Commissione Giudicatrice</p>
<p style="text-align: justify;">del Premio bandito dall’associazione Etica e Economia “la crisi ci ha insegnato che …” destinato al migliore saggio breve sul tema: L’Italia oltre il guado &#8211; per una ripresa della qualità  civile, sociale ed economica dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno 15 Novembre 2011 alle ore 9 con mezzi telematici si è riunita la commissione, nominata dall’Associazione Etica e Economia e composta dal Prof. Gilberto Seravalli presidente e dai membri Prof. Maurizio Franzini e dott.ssa Daniela Palma, per esaminare i saggi pervenuti all’indirizzo mail di Etica ed Economia (<a title="redazione@eticaeconomia.it" href="mailto:redazione@eticaeconomia.it" target="_blank">redazione@eticaeconomia.it</a>) entro il 15 ottobre 2011 in risposta al bando in epigrafe rivolto a giovani studiosi di età non superiore ai 35 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">I saggi pervenuti sono dieci e l’elenco degli autori è il seguente:</p>
<p style="text-align: justify;">1)      Caterina Vecchi</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Francesco D’Amuri</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Gianluca Palma</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Federico Quadrelli</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Andrea Faedda</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Gabriele Di Bella ed Emanuele Rizzo</p>
<p style="text-align: justify;">7)      Angelo Delli Quadri</p>
<p style="text-align: justify;">8)      Riccardo Di Virgilio</p>
<p style="text-align: justify;">9)      Silvia Grimaldi</p>
<p style="text-align: justify;">10)   Jacopo Moretti</p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione, in ottemperanza a quando precisato nel bando, ha valutato i saggi tenendo conto dei titoli di merito così specificati:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>capacità di analisi delle cause alla base del debole sviluppo del nostro paese e della sua insoddisfacente qualità civile, sociale ed economica;</li>
<li>qualità e affidabilità dei dati e delle tecniche quantitative utilizzate;</li>
<li>originalità e qualità della proposta o delle proposte di miglioramento della qualità dello sviluppo, anche alla luce delle esperienze di altri paesi;</li>
<li>solidità dell’apparato analitico sulla base del quale sono formulate tali proposte;</li>
<li>loro realizzabilità concreta.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Dopo attenta valutazione e adeguata discussione, la Commissione è giunta all’unanimità alla determinazione di assegnare il premio di duemila euro e di pubblicare sulla rivista mensile on-line “Menabò di Etica e Economia” e anche sulla rivista annuale dell’Associazione su supporto cartaceo il saggio di Francesco D’Amuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio di Francesco D’Amuri si concentra sugli effetti della crisi sull’occupazione. Dopo aver valutato in modo rigoroso questi effetti che sono stati rilevanti (due terzi della diminuzione del numero degli occupati è riconducibile alla diminuzione della domanda di lavoro, mentre la probabilità di perdere il lavoro è aumentata in maniera significativa per i lavoratori con contratti temporanei), il saggio si sofferma sul ruolo degli ammortizzatori sociali. Esso mostra che anche per i lavoratori coperti da sussidi, le coperture hanno breve durata, mentre l’assenza di uno schema universale di supporto al reddito rende più drammatiche le conseguenze della perdita di lavoro per lavoratori non coperti oppure per coloro i quali, alla ricerca di prima occupazione, vedono ridurre le possibilità di trovare impiego a causa della crisi. Ne conseguono raccomandazione in ordine alla riforma auspicabile del sistema degli ammortizzatori sociali. Un sistema più efficiente di ammortizzatori dovrebbe prevedere sussidi di durata proporzionale all’ammontare dei contributi versati prima del periodo di disoccupazione, superando l’attuale requisito di 53 settimane che introduce trattamenti totalmente differenziati per gli individui vicini alla soglia. Inoltre un sostegno al reddito universale dovrebbe essere reso disponibile ai lavoratori non coperti dai sussidi di disoccupazione ordinari.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione ha ritenuto che il saggio, per quanto non comprenda una analisi delle cause alla base del debole sviluppo del nostro paese e della sua insoddisfacente qualità civile, sociale ed economica (primo dei criteri di valutazione), risulta il migliore dei dieci pervenuti in un esame comparativo e sia valutabile come buono in rapporto agli altri criteri, specialmente: qualità e affidabilità dei dati e delle tecniche quantitative utilizzate, solidità dell’apparato analitico sulla base del quale sono formulate tali proposte, loro realizzabilità concreta.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Alle ore 13 la seduta è tolta.</p>
<p> </p>
<p>Letto e firmato: </p>
<p>Prof. Gilberto Seravalli </p>
<p>Prof. Maurizio Franzini </p>
<p>Dott. Daniela Palma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sviluppo economico e qualità della vita in Paolo Sylos Labini</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 22:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gguarini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo articolo, si ripropongono alcune significative riflessioni di Paolo Sylos Labini in relazione al complesso legame tra sviluppo economico e qualità della vita (Cfr. Corsi M., Guarini G. 2011), con particolare riferimento alla salute, all’ambiente e al lavoro. Partendo da un approccio smithiano, l’economista dedito allo studio delle principali dinamiche che coinvolgono lo sviluppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questo articolo, si ripropongono alcune significative riflessioni di Paolo Sylos Labini in relazione al complesso legame tra sviluppo economico e qualità della vita (Cfr. Corsi M., Guarini G. 2011), con particolare riferimento alla salute, all’ambiente e al lavoro. Partendo da un approccio smithiano, l’economista dedito allo studio delle principali dinamiche che coinvolgono lo sviluppo economico, concepisce l’aumento del benessere materiale in funzione del miglioramento delle condizioni immateriali di vita. Con tale metro di giudizio, valuta la situazione odierna delle economie dei paesi ricchi come una fase di transizione in cui la crescita materiale non solo non si accompagna sic et simpliciter ad una vita migliore, ma ne può determinare anche degli arretramenti. <br />
Salute. Sylos Labini considera opportuno per tutti coloro che si occupano dello studio dell’uomo, quindi anche per gli economisti, analizzare il fenomeno della salute. Per fare ciò, bisogna ovviamente avvalersi di esperti, ma quello che a lui interessa è correlare le condizioni di salute con i processi di sviluppo economico. Il punto fondamentale è che si può definire una transizione sanitaria secondo la quale in una società che passa da un’economia arretrata ad un’economia matura variano le malattie socialmente rilevanti.<br />
Nel primo stadio, le malattie socialmente rilevanti sono quelle infettive e quelle degli apparati respiratorio e digerente. Un basso livello di reddito pro-capite comporta una mancanza della quantità minima di beni indispensabili per condizioni di vita dignitose e sane: la malnutrizione indebolisce il sistema immunitario, e le insufficienti condizioni igieniche rendono molto più probabili le infezioni. Ciò che serve in questa fase è un aumento dei beni alimentari di prima necessità, ma anche infrastrutture di base quali una rete idrica e le fognature.  A fattori economici si affiancano poi conoscenze sanitarie di base e un’istruzione primaria. La rivoluzione industriale, secondo Sylos Labini, è da considerare non solo come rivoluzione tecnologica per aver innovato processi produttivi e prodotti, ma anche come rivoluzione culturale per aver diffuso conoscenze igieniche e mediche insieme alle strutture primarie necessarie per il miglioramento della salute.<br />
“E’ bene mettere nella massima evidenza che la rivoluzione industriale non va vista come un fenomeno puramente economico, ma come l’espressione di una rivoluzione culturale: essa consiste non solo nell’applicazione alle attività produttive ‘importanti invenzioni (in primo luogo della macchina a vapore), ma anche nella diffusione delle conoscenze igieniche e mediche e nella costruzione di opere pubbliche come acquedotti e fognature che mirano a migliorare le condizioni igieniche generali della popolazione, con la conseguenza di ridurre l’incidenza delle malattie infettive”. (Sylos Labini 2000, p.104)<br />
Nel secondo stadio, le malattie socialmente rilevanti riguardano i tumori, le malattie cardiovascolari e le malattie circolatorie cerebrali, definite da Sylos Labini le malattie delle “tre C” (cancro, cuore, cervello). Superato il soddisfacimento dei bisogni materiali elementari, disturbi psichici quali stress e frustrazioni sembrano caratterizzare la vita economica e sociale nei paesi sviluppati e ciò è confermato dall’incremento dei consumi di alcol, droghe e fumo.<br />
“Il fumo e l’alcol, come anche le droghe, hanno legami limitati e indiretti coi fattori economici. Forse la connessione sta in ciò, che il processo di sviluppo, oltre certi livelli, fa crescere il numero di persone sottoposte a stress e a frustrazioni di varia natura, fra cui è il senso di frustrazione e di vuoto che nasce proprio dal superamento dei problemi economici elementari. Tutte queste tensioni e frustrazioni, che chiaramente rientrano nell’area psichica, rappresentano incentivi al consumo, di tabacco, di alcol e di droghe. Sotto questo aspetto ci sarebbe, almeno per un certo periodo, una correlazione diretta e non inversa fra le malattie connesse coi detti fattori di rischio e lo sviluppo economico.” (Sylos Labini 1990, p.314)<br />
L’aspetto che si vuole mettere in evidenza è che prima di una certa soglia critica è importante la quantità di ricchezza prodotta, mentre successivamente risulta sempre più decisiva per la salute il modo in cui tale ricchezza viene prodotta. La relazione comunque tra malattie socialmente rilevanti e fattori economici è complessa: inizialmente questi ultimi hanno un ruolo predominante, mentre con il tempo la loro importanza va scemando, e si rafforza il ruolo delle conoscenze. Durante lo sviluppo, il passaggio da vecchie a nuove forme di malattie socialmente rilevanti è delicato in quanto il sistema economico deve adattarsi al soddisfacimento di nuovi bisogni sanitari. Sylos Labini riporta a tale proposito come esempio significativo il caso dell’Unione Sovietica. Secondo un rapporto del demografo Jean Bourgeois-Pichat del 1985, in tale paese l’aspettativa di vita si sarebbe ridotta in un ventennio da 72 a 69 anni. Analizzando le possibili spiegazioni, Sylos Labini è giunto alla conclusione che le cause riguardavano da una parte la carenza di farmaci quali antibiotici e di apparecchiature sanitari, dall’altra l’insufficienza dell’attività di ricerca  in ambito scientifico e tecnologico. L’esperienza sovietica conferma che nel secondo stadio dello sviluppo maturo la disponibilità di beni primari ed infrastrutture di base non è sufficiente per affrontare le malattie socialmente rilevanti, ma servono beni, strutture e conoscenze specialistiche, che sono appropriate per la prevenzione, la diagnosi e la cura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambiente. Secondo Sylos Labini, esistono danni ambientali dovuti alla miseria e altri dovuti all’opulenza. I primi riguardano la desertificazione e la deforestazione: in situazioni di rendimenti decrescenti della terra e di scarse conoscenze tecniche, i contadini, lottando ogni giorno per la sopravvivenza, tendono ad estendere le terre coltivabili attraverso il disboscamento per aumentare la produzione; ciò causa l’erosione del suolo,  stravolge il regime delle acque così da generare le desertificazione, soprattutto nei paesi dell&#8217;Africa Subsahariana. In tal modo, pochi benefici di breve periodo causano elevati costi di lungo periodo (Cfr. Sylos Labini 2004, p.64). Nella fase dell’opulenza vi sono invece i problemi legati all’inquinamento prodotto dalla crescita economica. Ovviamente, come fa notare lo stesso Sylos Labini, anche nei paesi in via di sviluppo sono presenti problemi legati all’inquinamento, ma certamente in misura contenuta rispetto ai paesi ricchi. Come si è visto, anche in questo caso, sembra che in una prima fase lo sviluppo economico sia notevolmente positivo, mentre in seguito gli effetti positivi si affievoliscono e quelli negativi si acuiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualità del lavoro. Per Sylos Labini il vero obiettivo dello sviluppo economico dovrebbe essere “rendere soddisfacente e gratificante il lavoro, che soprattutto nei paesi sviluppati non è più tanto faticoso, quanto monotono e ripetitivo” (Cfr. Sylos Labini 2004, pp.110-111). Nelle prime fasi dello sviluppo, quando bisogna soddisfare i bisogni essenziali il lavoro è visto solo come un’inevitabile pena ma, negli stadi successivi di sviluppo, il lavoro appare sempre più come “la condizione per un inserimento pieno nella vita sociale” (Cfr. Sylos Labini 1991, p. 16.).  In altri termini “man mano che il reddito medio cresce diminuisce di importanza l&#8217;impiego in quanto pura fonte di guadagno e crescono di peso la qualità del lavoro e la corrispondenza fra studi e impiego” (Cfr. Sylos Labini 1999, p. 14.).  Dunque, soprattutto nei paesi occidentali, per migliorare la qualità della vita diviene sempre più importante la qualità del lavoro, il cui primo ostacolo è rappresentato dall&#8217;alienazione, problema analizzato e denunciato da Smith (come anche da altri esponenti dell’illuminismo scozzese) (Cfr. Smith 1776, cap. V.) e poi ripreso da Marx. Se Smith intravedeva soprattutto nell&#8217;istruzione primaria obbligatoria per tutti l&#8217;antidoto a tale fenomeno, secondo Sylos Labini i mezzi per ridurla sono diversi.<br />
Il primo mezzo è l’attività di ricerca che ha due effetti positivi: rendere più gratificanti i lavori esistenti con un effetto sostituzione tra mansioni di bassa ed alta qualifica, e creare nuovi posti di lavoro di maggiore valore professionale rispetto a quelli eliminati (un effetto sostituzione à la Babbage) (Cfr. Corsi 1984). Il secondo mezzo è l’innovazione dei lavoratori nel senso che questi, partecipando direttamente a processi di innovazione, possono esprimere e migliorare la propria creatività; ciò può essere incentivato attraverso leggi o clausole ad hoc nei contratti di lavoro.<br />
“Se i lavoratori non si sentono dei semplici esecutori, ma partecipano attivamente e creativamente a quello che stanno facendo, allora il lavoro cessa di essere alienante e diventa gradevole. A mio giudizio, l’alienazione rappresenta una delle peggiori malattie del genere umano e ogni strada va seguita per combatterla. In primo luogo, va considerata la partecipazione dei lavoratori alle attività e alla gestione delle imprese nelle forme più diverse. Poco fa abbiamo considerato la partecipazione diretta dei lavoratori all’attività innovativa. Altre forme si concretano nella partecipazione agli utili, agli aumenti di produttività o, più in generale, alla gestione; e qui dobbiamo distinguere le piccole dalle grandi imprese” (Sylos Labini, 2004 p.105)<br />
Soprattutto i sindacati dovrebbero promuovere, insieme agli imprenditori, degli incentivi alla creatività dei lavoratori dipendenti &#8211; siano essi operai, tecnici della produzione o impiegati amministrativi -, al fine di generare piccole innovazioni tecniche e organizzative che comunque hanno un effetto positivo sulla produttività (Cfr. Sylos Labini 2003, pp.145-148. ).<br />
Il terzo mezzo è la partecipazione dei lavoratori all&#8217;attività dell&#8217;impresa, attraverso la condivisione del programma di investimenti, la partecipazione agli utili, la cogestione. La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell&#8217;impresa rende il clima più sereno, riduce gli attriti tra capitale e lavoro, responsabilizza i dipendenti e contribuisce a fare vivere i lavoratori da protagonisti il processo produttivo. Inoltre la partecipazione attiva dei lavoratori offre maggiori motivazioni al lavoro dipendente e riduce il rischio di imbrogli e di corruzione da parte dei manager; queste forme di partecipazione dovrebbero essere incentivate più che imposte per legge. Secondo Sylos Labini la creatività è un importante anticorpo dell’alienazione, non solo per il soddisfacimento dei risultati che si ottengono, ma soprattutto per l’attività in sé che nobilita l’uomo e aumenta la sua autostima. Riferendosi al suo lavoro di economista, Sylos Labini afferma che la creatività deve caratterizzare anche la scienza economica ed in tal senso sconfessa l’idea di Carlyle di scienza economica come scienza triste affermando: “Dice Carlyle che l’economia è una scienza triste. Non è così, se si riconosce che l’economia non meno delle altre scienze è mossa da uno sforzo di creatività, una delle poche cose veramente soddisfacenti della vita, quali che siano i risultati” (Cfr. Sylos Labini 2005, p.10.).</p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia<br />
Corsi M. (1984), “Il sistema di fabbrica e la divisione del lavoro: il pensiero di Charles Babbage”, Quaderni di Storia dell&#8217;Economia Politica, n.3, pp.111-29.<br />
Corsi M. Guarini G. (2011) “Measuring Progress of Italian Regions: A Classical Approach”, Economiaz, Revista Basca de Economia, n.78, pp.342-369.<br />
Smith A. (1776), An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations, W.Strahan and T. Cadell, London; ed. critica, a cura di R.H.Campbell, A.S. Skinner, Oxford University Press, Oxford 1976; trad. it., La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1995.<br />
Sylos Labini P. (1990), “Malattie socialmente rilevanti ed evoluzione economica”, Stato e mercato, no.30, pp.303-18.<br />
Sylos Labini P. (1991), “Sviluppo economico e sviluppo civile”, (estratto) Bari economica n.3.<br />
Sylos Labini P. (1999), “Quattro idee chiave per il centrosinistra”, La Repubblica, 2/12/1999,  p.14.<br />
Sylos Labini P. (2000), Sottosviluppo: una strategia di riforme, Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2003), Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato,Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2004), Torniamo ai classici. Produttività del lavoro, progresso tecnico e sviluppo economico, Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2005), “Primo, bloccare il declino”, Il Sole 24 ore, 1/9/2005, p.10.</p>
<p style="text-align: justify;">* <a href="mailto:giulio.guarini@tesoro.it">giulio.guarini@tesoro.it</a>; Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica. Ringrazio Marcella Corsi per i suoi preziosi suggerimenti. Resto il solo responsabile di eventuali errori e omissioni. Le opinioni qui espresse non impegnano il Ministero dello Sviluppo Economico.</p>
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		<title>Cambiamenti climatici e migrazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 22:41:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>IAbbadessa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un approccio sconsiderato alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito. Quello che risulta nuovo ai nostri giorni è la dimensione universale che il problema ha assunto in conseguenza dell&#8217;espansione tecnologica. L’uomo ha così sviluppato una mentalità sulla base della quale pretende di esercitare un dominio assoluto sulla natura. La brutalità del cambiamento del nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un approccio sconsiderato alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito. Quello che risulta nuovo ai nostri giorni è la dimensione universale che il problema ha assunto in conseguenza dell&#8217;espansione tecnologica. L’uomo ha così sviluppato una mentalità sulla base della quale pretende di esercitare un dominio assoluto sulla natura. La brutalità del cambiamento del nostro clima è visibile anche in relazione al tema delle migrazioni di popolazione a causa di cambiamenti climatici.</p>
<p>Le migrazioni forzate per ragioni climatiche non sono una novità dei nostri tempi. Fin dall&#8217;antichità popolazioni intere si sono spostate da uno spazio all&#8217;altro per ragioni legate al clima. Tuttavia, sebbene i problemi climatici sono stati una delle ragioni principali per le prime migrazioni delle società antiche (si pensi all&#8217;Egitto o alla Mesopotamia), è altrettanto vero che queste comunità si trasferirono in cerca di migliori condizioni di vita più che per ragioni esclusivamente ambientali.<br />
Ai nostri giorni, degrado ambientale e cambiamenti climatici si stanno convertendo in cause strutturali per la migrazione (e secondo molti esperti lo saranno sempre di più nel futuro).<br />
Molti studiosi della materia sostengono che alcune parti del pianeta diverranno veri e propri “punti di espulsione” a causa dei cambiamenti climatici, originando trasferimenti di popolazione a causa della carenza di cibo e acqua, con inondazioni e tempeste che, come è già ampiamente visibile, aumenteranno in frequenza e gravità.</p>
<p>“Profughi del clima”, “rifugiati climatici”, “migranti climatici”, etc. In questo contesto anche la terminologia da adottare assume una fondamentale importanza. Il termine che verrà utilizzato per descrivere coloro che saranno costretti a spostamenti a causa di cambiamenti nel clima, avrà concrete ripercussioni sul diritto internazionale e sui conseguenti impegni da parte della Comunità internazionale. Tuttavia, la realtà è che allo stato attuale non c&#8217;è nessuna definizione internazionale accreditata per definire le persone che si spostano a causa di fattori ambientali.</p>
<p>L&#8217;Organizzazione Internazionale dei Migranti (OIM) suggerisce la seguente definizione: &#8220;Un migrante per cause ambientali è la persona o gruppo di persone che sono costrette a lasciare le loro case o decidono di farlo volontariamente a causa dei cambiamenti ambientali inevitabili, improvvisi o progressivi&#8221;. D&#8217;altra parte, per il Programma delle Nazioni Unite per l&#8217;Ambiente (UNEP), migranti ambientali sono quegli individui che sono costretti ad abbandonare il loro habitat tradizionale, temporaneamente o permanentemente, a causa di un disturbo ambientale, sia se si tratti di un pericolo naturale come siccità, inondazioni o uragani, sia che si tratti di disturbi provocati da attività umane come i progetti industriali che diventano un pericolo per la salute e la sicurezza.</p>
<p>Secondo analisi del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), la maggior parte delle persone che emigrano a causa di questioni climatiche lo fanno spesso all&#8217;interno dei loro paesi. Questi migranti (che sono più numerosi dei rifugiati a causa di ragioni politiche o della guerra) si trovano in una sorta di limbo legale e concettuale, e non sono spesso visibili per quelle organizzazioni internazionali responsabili di raccogliere informazioni sul loro numero, sulla loro posizione o relativamente alla garanzia dei loro diritti umani.</p>
<p>A parere dell&#8217;OIM, ci sono stati almeno 25 milioni di sfollati e profughi ambientali nel 1995,  diventati 50 milioni nel 2010 e la stima del numero di persone che potrebbero essere a rischio è di 250 milioni per l&#8217;anno 2050 (altri studi stimano 700 milioni!). Numeri inquietanti, non c&#8217;è dubbio. È da osservare, inoltre, che si rafforza la cosiddetta “femminilizzazione” del fenomeno, in altre parole sempre più donne in fuga (rapporto donne-uomini è 3-1), e si conferma la media stimata in 6 milioni di donne e uomini costretti ogni anno a lasciare i propri territori.</p>
<p>Fattori determinanti per la migrazione ambientale sono la vulnerabilità, l&#8217;esposizione ai rischi e la capacità di ripresa. In questo senso è facilmente immaginabile una risposta diversa fra paesi del “nord” e del “sud” del mondo. Le stime dell&#8217;UNEP, infatti, ci dicono che le aree più interessate saranno l’Africa sub-sahariana, ma anche l’Asia, il golfo del Bengala e l’America centrale, nelle aree già aride. Più in dettaglio, è possibile già individuare delle popolazioni che a causa dei cambiamenti climatici dovranno nei prossimi decenni abbandonare le loro terre. Principalmente si tratta di popoli collocati nelle isole dell’Oceano Pacifico. Dal 2003, in Papua Nuova Guinea, le centinaia di abitanti delle isole Carteret sono costrette all’evacuazione, che potrebbe completarsi già alla fine di questo decennio, a causa del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il primato di essere i primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale. Sempre nel Pacifico, poi, i duemila abitanti dell’Isola di Ontong Java rischiano di vedere inghiottite dal mare le loro terre entro i prossimi anni. In quest’isola già da diversi anni sono ingenti i danni causati dall’intrusione dell’acqua salata che ha devastato le coltivazioni. Ma anche nelle isole Maldive, come nel resto del mondo, l’allarme ambientale sta facendo breccia al punto che nel 1990 si sono riunite nell&#8217;AOSIS (Alliance of Small Island States &#8211; <a href="http://aosis.info/">http://aosis.info/</a>) più di quaranta stati insulari appartenenti a Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale.</p>
<p>Tutto questo è già una realtà. Se il riscaldamento globale determina scarsità d’acqua, se intensifica il processo di desertificazione, se si procede alla distruzione delle foreste, se si determina un innalzamento delle acque dei mari, se i disastri naturali continuano a  moltiplicarsi, diviene logica conseguenza che, soprattutto le regioni più vulnerabili sia dal punto di vista geografico che politico-economico, siano maggiormente esposte ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. Le popolazioni del “sud del mondo” saranno così vittime inconsapevoli a causa di quei “mali”, come le emissioni e i modelli di consumi irresponsabili, cui loro hanno contribuito soltanto in maniera marginale. A questo proposito si osservi che, secondo un rapporto pubblicato pochi anni fa dal Global Humanitarian Forum di Ginevra (organizzazione internazionale no-profit che nel 2010 ha cessato le sue attività per mancanza di fondi a causa della crisi economica), le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai Paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Le cause che generano le migrazioni forzate, dunque, possono ostacolare lo sviluppo dei popoli in diversi modi. Secondo l&#8217;OIM, alcuni esempi possono essere l&#8217;aumento della pressione sui servizi e le infrastrutture urbane, che mina la crescita economica, aumenta il rischio di conflitti e, anche tra gli stessi migranti, porta al deterioramento delle condizioni sanitarie, educative e sociali.<br />
È verosimile che una delle peggiori conseguenze di questi massivi e forzati spostamenti umani sarà il collasso delle città. Decine di milioni di persone, infatti, potrebbero trovarsi a vivere in quartieri disagiati, in case inadeguate, con scarse risorse idriche e con pessimi servizi sanitari ed educativi. Indebolimento delle prestazioni sanitarie e dei programmi di vaccinazione poi, potrebbero rendere difficile il trattamento di malattie con conseguente aumento della mortalità.<br />
Un ulteriore aspetto negativo deriverebbe dal fatto che per molte comunità del “sud del mondo” spostarsi significa perdere il collegamento con le proprie tradizioni ed essere costretti ad adottare stili di vita completamente diversi da quelle dei propri antenati.<br />
Allo stesso tempo, ulteriori effetti di queste migrazioni forzate potrebbero essere: la disorganizzazione dei sistemi e l&#8217;indebolimento del mercato interno. La perdita di &#8220;capitale umano&#8221; sotto forma di forza lavoro. Tutto ciò può contribuire a limitare le opportunità economiche che a loro volta causerebbero ulteriori migrazioni. Lo spostamento di intere comunità su larga scala potrebbero ridisegnare la mappa etnica di molti paesi, accorciando la distanza tra i gruppi che vivevano separatamente e che potrebbero trovarsi a lottare per le stesse risorse.<br />
Se i conflitti interni si esaspereranno, gli effetti arriveranno lontano, fino ad interessare anche i paesi più ricchi. Uno scenario estremamente serio in cui le società colpite maggiormente dai cambiamenti ambientali potrebbero trovarsi coinvolte all&#8217;interno di una spirale negativa di degrado ecologico, che le trascina in basso, dove scompaiono reti di sicurezza sociali, mentre violenza e tensioni aumentano.<br />
In realtà, nonostante le numerose previsioni, nessuno allo stato attuale può chiaramente indicare gli effetti e le conseguenze, nella loro concezione più vasta, che su scala globale un fenomeno in così rapida evoluzione potrà avere. Riguardo alle conseguenze economiche, nell&#8217;ottobre 2006, il mondo è stato scosso da un Rapporto commissionato dal Governo inglese il quale sostiene che se si persevera sulla strada fino ad oggi intrapresa i mutamenti climatici potranno provocare una crisi, in termini economici, pari se non peggiore a quella della Grande Depressione.</p>
<p>Come è evidente, dunque, i mutamenti climatici provocano già spostamenti della popolazione e nei prossimi decenni vi sono a rischio intere comunità. Pensare che tutto ciò riguardi solo i paesi più poveri è un&#8217;illusione: le ripercussioni, come è stato detto, si faranno sentire per tutti su scala globale.<br />
Oltre a consistenti investimenti per i paesi più a rischio, ed un approccio pratico alla preparazione di sistemi specifici per affrontare meglio i disastri naturali, la Comunità internazionale dovrà inoltre cercare un accordo su come trovare una sistemazione per le popolazioni coinvolte da questi fenomeni. In questo senso l&#8217;OIM rappresenta una importante realtà essendo la principale agenzia migratoria del mondo. Questa, oltre a garantire un aggiornamento sulle questioni che determineranno i flussi migratori negli anni a venire e ad incoraggiare un approccio ampio e completo alla mobilità umana, dovrà assistere i governi negli interventi operativi per affrontare con determinazione e capacità di gestione le sfide dei cambiamenti climatici.<br />
Alla prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, che si aprirà nel dicembre 2011 a Durban, in Sudafrica, i delegati dovranno trovare lo spazio per affrontare anche questo importante tema dando risposte concrete ad intere comunità. Tuttavia, è facile prevedere che anche la Conferenza dovrà fare i conti con la nuova crisi economica che colpisce in maniera particolare i bilanci dei Paesi più ricchi. Se questo accadrà, il costo più alto lo dovranno pagare ancora una volta le popolazioni del “sud del mondo” già duramente colpite, loro malgrado, dai cambiamenti climatici.</p>
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		<title>Corso di Alta Formazione in &#8220;Progetti e politiche rivolti ai Luoghi&#8221; &#8211; 5 Borse di studio</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 06:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si rende noto che la Regione Basilicata mette a disposizione n. 5 borse di studio per la frequenza del Corso di Alta Formazione in “Progetti e Politiche rivolte ai Luoghi” organizzato dalla Fondazione Francesco Saverio Nitti, che si terrà a Villa Nitti in Maratea nella primavera del 2012. Il bando e il programma del Corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Si rende noto che la Regione Basilicata mette a disposizione n. 5 borse di studio per la frequenza del Corso di Alta Formazione in “<em>Progetti e Politiche rivolte ai Luoghi</em>” organizzato dalla Fondazione Francesco Saverio Nitti, che si terrà a Villa Nitti in Maratea nella primavera del 2012. Il bando e il programma del Corso sono scaricabili dal sito della Fondazione Nitti <a href="http://www.fondazionefsnitti.it/nitti/attivita_attivita.asp">http://www.fondazionefsnitti.it/nitti/attivita_attivita.asp</a>, mentre le istruzioni per la domanda sono disponibili sul sito della Regione Basilicata alla pagina <a href="http://portalebandi.regione.basilicata.it/portalebandi/detail-bando.jsp?id=409">http://portalebandi.regione.basilicata.it/portalebandi/detail-bando.jsp?id=409</a></p>
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		<title>Si è passata la misura</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 20:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Firmatari vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La gravità della situazione è ben nota e sono ben note le sollecitazioni provenienti dall’Europa per il risanamento della finanza pubblica. In questo contesto si assiste al moltiplicarsi delle iniziative legislative, più o meno tecnicamente attrezzate e praticabili, volte a porvi rimedio. L’obbiettivo di rassicurare in questo modo i mercati può essere di per sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La gravità della situazione è ben nota e sono ben note le sollecitazioni provenienti dall’Europa per il risanamento della finanza pubblica. In questo contesto si assiste al moltiplicarsi delle iniziative legislative, più o meno tecnicamente attrezzate e praticabili, volte a porvi rimedio. L’obbiettivo di rassicurare in questo modo i mercati può essere di per sé condivisibile, anche se rimane qualche perplessità circa l’efficacia delle soluzioni normative prospettate.<br />
Gravi dubbi, più che perplessità, suscita l’idea di utilizzare addirittura la Carta costituzionale, non solo per affermare un principio sacrosanto quale è quello della “equità intergenerazionale”, ma anche per l’introduzione di regole che, a parte ogni altra considerazione, sono intrinsecamente legate a situazioni storiche comunque contingenti, da superare, e che quindi non debbono avere quel carattere di stabilità che è l’elemento fondante di ogni norma costituzionale.<br />
Ma non può che causare un netto dissenso un punto che riguarda il merito di queste proposte. Non si tratta della previsione di limitazioni all’indebitamento, che in effetti potrebbe rispondere alle esigenze del momento; neppure si tratta del vincolo al pareggio dei bilanci pubblici, che come misura congiunturale potrebbe risultare utile anche se, nel caso dell’Italia, di difficile attuazione per l’ingente ammontare del debito pubblico complessivo che annualmente deve essere rimborsato, anche per l’elevato importo della spesa per interessi.<br />
Si tratta della previsione di un limite all’entità della spesa pubblica, che addirittura si vorrebbe inserire nella Costituzione: il riferimento è alla proposta di legge costituzionale presentata al Senato il 2 agosto scorso, che all’art. 2 fissa il limite del 45% del PIL alle spese totali (dunque di qualsiasi genere) delle amministrazioni pubbliche. E’ pur vero che la proposta in questione prevede la possibilità di derogare al divieto, in via di eccezione, con legge da approvare con la maggioranza di due terzi: questa possibilità di deroga appare soltanto di facciata, basti pensare che una maggioranza del genere corrisponde a quella richiesta per sottrarre a referendum le modifiche alla Costituzione.<br />
Un’ipotesi del genere nulla ha a che vedere con i problemi del debito pubblico e della sua sostenibilità, ma intende limitare la spesa in quanto tale e, in tal modo, impedire  anche le spese  indispensabili per lo sviluppo economico e sociale del Paese che potrebbero ben essere finanziate con un aumento della pressione fiscale e con una adeguata attuazione del principio di progressività del prelievo.<br />
A ben vedere una norma siffatta entra in insanabile contrasto con tutta la prima parte della Costituzione, ed in particolare con l’art. 2 (il dovere di solidarietà) e con l’art 3 (l’eguaglianza sostanziale). Per non parlare degli articoli che fissano obiettivi di crescita civile della Repubblica: lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale (art. 9); la famiglia (art 31), la salute (art. 32), l’istruzione (artt. 33 e 34), il lavoro (artt. 35-37), l’assistenza sociale (art. 38). La nostra Costituzione non adotta un modello sociale determinato, proprio perché vuole che esso sia il risultato della  dialettica tra opzioni politiche diverse, nel rispetto di alcuni valori inviolabili di solidarietà e di eguaglianza.<br />
Naturalmente questi valori possono essere sentiti con intensità diverse e possono essere coniugati in modi differenti, ma l’introduzione del principio del limite di spesa renderebbe problematica la stessa proposizione di politiche di progresso e di solidarietà. A tanto non erano arrivati neanche gli antesignani del liberismo antistatuale alla Thatcher o alla Reagan e, a maggior ragione, a tanto non sono giunte né le modifiche apportate alla Costituzione tedesca nel 2009 o alla Costituzione spagnola in questi giorni né quelle in corso di approvazione alla Costituzione francese.<br />
Una versione come quella desumibile dalla citata proposta di legge parrebbe più coerente con il programma di partiti conservatori che non di formazioni liberali e progressiste. E ciò per il semplice motivo che la spesa pubblica, come il prelievo fiscale, è fattore di redistribuzione sociale ed ineliminabile condizione per assicurare servizi pubblici e  infrastrutture essenziali .<br />
Predeterminare un limite alla spesa, e di conseguenza al prelievo, significa rinunziare a governare la società ed il suo sviluppo.<br />
Non  si può dunque tacere un profondo sgomento nel constatare che tra i firmatari della proposta di legge citata vi sono numerosi senatori del Partito Democratico.</p>
<p>Antonio Brancasi<br />
Carlo Marzuoli<br />
Francesco Merloni<br />
Gaetano Azzariti            [azzariti@libero.it]<br />
Salvatore Biasco            [salvatore.biasco@fastwebnet.it]<br />
Luigi Bobbio                  [lubobbio@libero.it]<br />
Sergio Bruno                  [sbrunos@fastwebnet.it]<br />
Franco Crespi                [francrespi@virgilio.it]<br />
Renato Giannetti<br />
Oreste Massari               [oreste.massari@uniroma1.it]<br />
Gianfranco Pasquino       [gianfranco.pasquino@fastwebnet.it]<br />
Laura Pennacchi             [laura.pennacchi@fastwebnet.it]<br />
Mario Pianta                   [mario.pianta@uniurb.it]<br />
Giuseppe Pisauro            [giuseppe.pisauro@uniroma1.it]<br />
Michele Prospero            [Michele.Prospero@uniroma1.it]<br />
Ambrogio Santambrogio  [AMBROGIO@unipg.it]</p>
<p>Chi volesse aderire a questa lettera può farlo scrivendo a: Antonio Brancasi [brancasi@unifi.it], Carlo Marzuoli [marzuoli@unifi.it], Francesco Merloni [merloni@unipg.it].</p>
<p> <br />
<strong>Nuove adesioni<br />
</strong><br />
Nicola Acocella<br />
Umberto Allegretti<br />
Alberto Bagnai<br />
Daniele Barbieri<br />
Luciano Berselli<br />
Paolo Bosi<br />
Aurelio Bruzzo<br />
Antonio Caputo<br />
Massimo Carli<br />
Amabile Carretti<br />
Giacomo Casarino<br />
Livia Castelli<br />
Davide Cavaglieri<br />
Alessandro Dal Piaz<br />
Paolo De Ioanna<br />
Vincenzo Di Biasi<br />
Lorenzo Fanoli<br />
Luciano Gallino<br />
Alfonso Gianni<br />
Enrico Giovannetti<br />
Isidoro Davide Mortellaro<br />
Antonella Palumbo<br />
Ferdinando Parlati<br />
Daniele Poto<br />
Fabio Ranchetti<br />
Gianni Rinaldini<br />
Claudio Riolo<br />
Francesco Scacciati<br />
Alessandro Somma<br />
Patrizia Villa<br />
Gennaro Zezza</p>
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		<title>Il sindacato e la crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 09:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel mese di luglio di quest’anno il New York Times ha pubblicato le conclusioni di una ricerca condotta da un gruppo di economisti americani sui dati della crisi. In Italia ne ha dato notizia un supplemento di La Repubblica con un ampio e limpido articolo di Federico Rampini. Il dato accertato dagli economisti americani e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel mese di luglio di quest’anno il New York Times ha pubblicato le conclusioni di una ricerca condotta da un gruppo di economisti americani sui dati della crisi. In Italia ne ha dato notizia un supplemento di La Repubblica con un ampio e limpido articolo di Federico Rampini. Il dato accertato dagli economisti americani e cioè che la crisi ha colpito in modo più grave i Paesi desindacalizzati, a partire dagli Stati Uniti, e in maniera più leggera invece i Paesi con un forte livello di sindacalizzazione, a partire dalla Germania avrebbe potuto infatti provocare un fertile dibattito in un paese come il nostro in cui le misure per la ripresa vengono sempre rinviate a un tempo futuro e dove nessuno si è sentito di lanciare un’idea nuova, per rilanciare l’economia. Tanto più fruttuoso avrebbe potuto essere un dibattito del genere qualora ci si fosse spinti a cercare di capire il perché del nesso tra il livello della crisi e il livello della sindacalizzazione. Su tale tema il sociologo avrebbe probabilmente assunto il dato sulla sindacalizzazione come un indice del grado di socializzazione di un paese e dunque come l’indice di ripresa di una società del “noi” a fronte della società degli “io” entrato ovunque in crisi. Altri si sarebbe potuto spingere più avanti individuando nella sindacalizzazione un grado essenziale della partecipazione solidale dei cittadini alle scelte di fondo di un paese. Io, modestamente da elementare cultore della economia classica, alle cui verità mi hanno richiamato in tempo fascista uomini come Piero Sraffa e Raffaele Mattioli avrei forse potuto ricordare  che il valore in economia è la quantità di lavoro comunemente necessaria a produrre una merce e mettere a confronto come espressione più facile di questo valore il salario quale risulta da un avanzato processo sindacale e cioè da vertenze – scontri – innovazioni – compromessi costituenti con la partecipazioni di milioni di cittadini il processo di sindacalizzazione. E’ vero che anche in assenza di esso il mercato esprime lo stesso un salario. Ma quale salario sarà espresso da un mercato che non è più quello smithiano ma è il mercato delle finanziarie prive di regole, dei monopoli e degli oligopoli? Sarà inevitabilmente un salario che tende a coincidere con il salario di sussistenza del paese più povero appartenente all’area globalizzata e dunque un valore notevolmente inferiore a quello prodotto dal processo di sindacalizzazione. E come si può pensare che se il valore di riferimento è collocato così in basso non siano negativamente influenzati da ciò tutti gli altri valori dell’economia? In ogni caso non sarà certo da questo salario-valore che verrà una spinta all’innovazione, alla ricerca, agli investimenti tesi a ridurre la quantità di lavoro necessaria per una merce. Ma innovazione, ricerca, investimenti sono condizioni assolutamente necessarie per una ripresa. Ma forse proprio perché il dato della ricerca americana porta a questa conclusione che si è preferita scegliere la strada del silenzio e ignorare uno dei pochi stimoli che dagli economisti è venuto alle note riflessioni sulla crisi. Per quanto riguarda il breve periodo appare evidente la correlazione tra bassi salari e scarsità della domanda sul mercato.</p>
<p>          Luciano Barca</p>
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		<title>Alcune idee per lo sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 12:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SFerrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatto che di fronte ad un qualsiasi inconveniente, malfunzionamento, guasto o quant’altro, la prima operazione da fare sia quella di capire di che si tratta per vedere se e come sia possibile intervenire per eliminare quell’inconveniente, sembra un’osservazione più che ovvia. Se quindi un paese si accorge di avere dei malfunzionamenti non in assoluto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fatto che di fronte ad un qualsiasi inconveniente, malfunzionamento, guasto o quant’altro, la prima operazione da fare sia quella di capire di che si tratta per vedere se e come sia possibile intervenire per eliminare quell’inconveniente, sembra un’osservazione più che ovvia.<br />
Se quindi un paese si accorge di avere dei malfunzionamenti non in assoluto, che sarebbero sempre discutibili, ma a fronte di funzionamenti almeno migliori dei paesi con cui convive normalmente, sembrerebbe necessario, in base a quella ovvietà, domandarsi che cosa si è rotto o che cosa funziona in maniera poco efficace.<br />
Nel caso dell’economia italiana le cose che si sono “rotte” sono, per unanime riconoscimento, almeno due: il livello del debito, elevato ma, soprattutto, che rischia di uscire di controllo – e la precisazione non é ininfluente – e il processo di sviluppo, costantemente inferiore a quello dei paesi dell’Unione, e certamente non recuperabile in virtù di avanzamenti di mera natura qualitativa. L’attenzione critica verso la questione del debito si accentua proprio in relazione al secondo elemento critico, e cioè di una crescita che non consente di tenere sotto controllo il debito. Cinicamente occorre notare, inoltre, come mentre per abbassare il debito “basta” ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, per lo sviluppo le ricette sono vaghe, spesso contraddittorie, incerte, discusse e discutibili, spesso legate ad interventi keynesiani che sono frenati proprio dalla concomitante necessità di ridurre la spesa pubblica. Questa difficoltà evidentemente aumenta quando le cause restano incerte, poco convincenti, contestate o, addirittura, sconosciute. Fatto sta che se si cerca di recuperare un’interpretazione delle cause della nostra debolezza, ci si trova di fronte non solo a questa difficoltà, ma a vere e proprie ricostruzioni di comodo: non si sa come chiamare altrimenti tutta quella serie di “cause” attribuite al lavoro in relazione al costo e alla flessibilità. Queste “cause” non reggono la prova dei dati fattuali e dei confronti statistici, che dimostrano esattamente il contrario, nel senso che in Italia il costo del lavoro è il più basso, l’orario di lavoro medio mensile è il più alto e lo stesso vale per la flessibilità. Tuttavia per non pochi anni queste interpretazioni hanno tenuto banco.<br />
Rimangono pur tuttavia veri i dati relativi alla produttività del lavoro nel senso che in Italia da una certa data in poi – dalla metà degli anni ’80, per la precisione &#8211; la variazione percentuale di questa grandezza è stata inferiore a quella registrata in altri paesi. Se mettiamo insieme questi due dati e cioè quelli relativi al costo e quelli relativi alla produttività del lavoro si ricava un indizio un po’ più serio e cioè la necessità di porre attenzione al prodotto che sta al numeratore della produttività del lavoro e allora si scoprirà che il valore aggiunto dei prodotti manifatturieri italiani ha avuto un andamento progressivamente minore di quello che si è verificato negli altri paesi.<br />
Questi confronti statistici ci consentono di osservare un altro aspetto centrale in questa ricerca delle cause del nostro declino, e cioè il periodo di decorrenza del fenomeno che come accennato si colloca intorno alla metà degli anni ‘80. Un’informazione essenziale come è facilmente immaginabile ma che non si ritrova in “letteratura” dove prevalgono ricostruzioni di tipo congiunturali e di breve o medio periodo. In questi ultimi anni le vicende e la tempistica della crisi internazionale sono assunte a riferimento anche di questioni del tutto estranee. Naturalmente non nel senso che il nostro paese è estraneo alle vicende internazionali, ma nel senso che la questione del nostro declino è di molto precedente, ed essendo di natura diversa, non può essere attribuita a quella crisi.<br />
Il perché da quelle date si sia determinato questo scollamento competitivo del nostro sistema produttivo potrà essere oggetto di ulteriori ricostruzioni, resta comunque il fatto che questo minore valore aggiunto deriva dal fatto che &#8211; contrariamente all’andamento della domanda internazionale che ha puntato su prodotti tecnologici per i quali la struttura del mercato offriva e offre tutt’ora ben noti maggiori margini di profitto – noi abbiamo conservato una specializzazione produttiva e una capacità d’innovazione tecnologica sostanzialmente statiche o almeno ridotte rispetto a quelle dei paesi avanzati.<br />
Il massimo che può concepire una cultura liberista per correggere questo “difetto” è quello di offrire agevolazioni alle imprese per la spesa in ricerca e sviluppo. Purtroppo quel ritardo non si cura con queste ricette e sperare di incidere significativamente sul cambiamento di specializzazione produttiva con qualche incentivo per la spesa in ricerca è, a dir poco, di un semplicismo ammirevole. Anche questa questione meriterà qualche successivo approfondimento.<br />
Nel frattempo è bene tenere presente come la capacità di utilizzare il patrimonio delle conoscenze scientifico-tecnologiche chiama in causa anche le questioni sintetizzate sotto lo slogan del “nuovo modello di sviluppo”. E i cambiamenti necessari per affrontare i contenuti che essi sottendono, richiedono il ricorso alle conoscenze contenute nella dinamica di quel patrimonio. Se è vero che quelle conoscenze possono dar luogo a scelte diverse e non sempre apprezzabili, non è rimanendo estranei e “ignoranti” che si controllano quelle scelte.<br />
Lungo questo percorso anche altre saranno le questioni che si dovranno affrontare, incominciando dalle situazioni di crescente disponibilità produttive non coperte da una domanda solvibile, sino alla riduzione dell’alienazione del lavoro che dovrebbe essere in testa ad una politica economica progressista. Facendo a meno del patrimonio delle conoscenze scientifico-tecnologiche non solo non si esce dalla crisi attuale, ma non si sarà in grado nemmeno di affrontare i problemi di domani.</p>
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		<title>Keynes: riformare il capitalismo attraverso un nuovo sistema di valori</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 22:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>APasetto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Keynes si parla sempre molto. Anche in questa crisi le ricette keynesiane sono spesso evocate come rimedio alla situazione intricata in cui viene a trovarsi l’economia mondiale. Ma le proposte di Keynes per uscire dalla grande crisi degli anni Trenta affondano le radici in una visione del capitalismo ben precisa – quella di un sistema di per sè incapace, se lasciato libero a se stesso, di assicurare la piena occupazione e lo sviluppo – che a volte si tende a dimenticare. Questa instabilità di fondo dipende essenzialmente dal fatto che l’economia è fatta di uomini e donne in carne e ossa, le cui decisioni vengono prese in condizioni di incertezza e possono essere dettate da un’ampia gamma di moventi, non sempre riconducibili alla razionalità pura e al mero interesse personale. E’ chiaro che qui entra in gioco anche la concezione etica degli esseri umani, un aspetto su cui erroneamente si sorvola troppo spesso e che è invece importantissimo considerare non per motivi moralistici, ma perché è da lì che partono le decisioni, le scelte, i comportamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Keynes non ha sviluppato molto il rapporto fra etica ed economia, anche perché preso dall’affrontare altri problemi più urgenti. Tuttavia nelle sue opere “minori” emergono squarci di luce sull’etica e sulla sua concezione del capitalismo, che è estremamente interessante considerare. Le idee e gli spunti che offre il grande economista di Cambridge sono quasi sempre originali e sorprendenti, eterodossi e provocatori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi suoi scritti Keynes dimostra di avere sempre ben presente il legame tra capitalismo e società, un rapporto che può essere più o meno forte a seconda del periodo storico. Il successo del capitalismo è legato alla coesione e al consenso sociali, come dimostra ampiamente l’esperienza storica. In questo senso è interessante osservare la distinzione che Keynes fa tra il capitalismo dell’Ottocento e il capitalismo dei “tempi moderni”. Lo spiega chiaramente nel suo bellissimo pamphlet <em>Le conseguenze economiche della pace</em> del 1919. Il capitalismo ottocentesco era dotato di una sua intrinseca coesione interna, perché si fondava su una tacita intesa tra le classi agiate e le classi povere. Da un lato, la classe emergente dei nuovi imprenditori e capitani d’industria, cui andava la quota di gran lunga maggiore del reddito prodotto, preferiva reinvestire e non spendere l’enorme ricchezza in suo possesso, alimentando così l’accumulazione del capitale e la crescita. Dall’altro lato, il proletariato industriale, che non aveva ancora sviluppato una vera coscienza critica e forse inconsapevolmente condivideva l’idea di progresso portata avanti dai capitani d’industria e dalla classe politica dominante, era disposto ad accettare un’iniqua distribuzione dei redditi in cambio, appunto, del tacito impegno degli industriali a reinvestire. Questo tacito accordo, come Keynes già nel 1919 intuisce, è però molto fragile. Infatti, dopo la prima guerra mondiale l’equilibrio va in frantumi. I capitalisti non sono più disposti a sacrificare sull’altare dell’accumulazione le ricchezze guadagnate, mentre, tra le classi povere, sulla spinta sia del socialismo sia del cattolicesimo sociale, comincia a farsi strada l’idea di una società più giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1917 in Russia scoppia la rivoluzione d’ottobre. Nel 1925 Keynes dedica alla nascente Unione Sovietica un saggio intitolato <em>Un breve sguardo alla Russia</em>. Egli non ha alcuna stima del comunismo dal punto di vista economico, perché ne vede i profondi limiti, ma sottolinea la sua immensa forza come religione che attrae le masse.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il capitalismo moderno – egli scrive nel saggio del ’25 – è assolutamente irreligioso, privo di unità interna, senza molto senso civico, spesso – ma non sempre – mera congerie di possessori e arrivisti. Per sopravvivere, un sistema del genere deve avere non solo un moderato successo, ma un immenso  successo. Nel XIX secolo era in certo qual senso idealistico; in ogni caso era un sistema coeso e sicuro di sé. Non solo aveva un successo enorme, ma nutriva speranze in un continuo crescendo di successi in futuro. Oggi il suo successo è moderato e niente di più. Se il capitalismo irreligioso vuol sconfiggere una volta per tutte il religioso comunismo non basta che economicamente sia più efficiente: deve essere molte volte più efficiente. Credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di garantire gli standard di vita esistenti, ma di portarci gradualmente verso un paradiso dove saremmo stati relativamente liberi da preoccupazioni economiche. Ora dubitiamo che l’uomo d’affari ci stia conducendo verso chissà quale destinazione migliore. Come mezzo, egli è tollerabile, come fine non è soddisfacente. Ci si comincia a chiedere se i vantaggi materiali di tenere l’economia e la religione in compartimenti stagni siano sufficienti a controbilanciare gli svantaggi di natura morale.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, a distanza di quasi novantanni, sappiamo tutti che il comunismo ha ampiamente perso la sfida con il capitalismo, ma vediamo altrettanto chiaramente i profondi limiti di una concezione etica del capitalismo assolutamente inadeguata a soddisfare le esigenze dell’uomo di oggi. Ma qui è ancora una volta Keynes a sorprenderci, quando critica l’utilitarismo, la filosofia morale alla base del marginalismo, la teoria economica allora e ancor oggi dominante. In una nota a pie’ pagina del saggio dedicato ad Alfred Marshall nel 1924 egli scrive: “Come sono deludenti, ora che li conosciamo, i frutti della brillante idea di ridurre la scienza economica a un’applicazione matematica del calcolo edonistico di Bentham!”. E in un’altra nota contenuta in <em>La fine del laissez-faire </em>(1926), riporta, condividendolo, un giudizio di Coleridge, scrittore inglese dell’Ottocento: “Gli utilitaristi distrussero ogni elemento di coesione, trasformarono la società in un campo di battaglia per interessi egoistici e colpirono alla radice qualsiasi forma di ordine, patriottismo, poesia e religione.”</p>
<p style="text-align: justify;">Keynes non sviluppa una filosofia etica alternativa all’utilitarismo. Spesso però emerge nei suoi scritti una critica esplicita all’avidità, alla brama di accumulare ricchezza fine a se stessa, alla “sacra fame dell’oro”. In <em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em> (1931) egli scrive: “Nel momento in cui l’accumulazione di ricchezza cesserà di avere l’importanza sociale che le attribuiamo oggi, i nostri codici morali non saranno più gli stessi. Saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudoprincipi che ci affliggono da duecento anni, e che ci hanno spinto a far passare alcune fra le più ripugnanti qualità umane per virtù eccelse. Potremo finalmente permetterci di assegnare al desiderio di denaro il suo giusto valore. L’amore per il denaro, per il possesso del denaro – da non confondersi con il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita -, sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali. E finalmente saremo liberi di accantonare tutte le abitudini sociali e le pratiche economiche che riguardano la distribuzione della ricchezza e gli incentivi e i disincentivi economici che oggi manteniamo in vita a ogni costo, per quanto siano, di per sé, disgustosi e ingiusti, ritenendoli essenziali all’accumulazione di capitale.”</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, Keynes, come evidenziano le conclusioni di <em>Un breve sguardo alla Russia</em>, invoca “un nuovo sistema di valori che scaturisca in modo naturale da un esame sereno del nostro intimo sentire in relazione alla realtà esterna.” E così dicendo il grande economista di Cambridge ci indica la strada da percorrere, che è quella di ricostruire le basi su cui si fonda l’economia, partendo appunto da un sistema di valori consono alle esigenze dell’uomo in sintonia con i tempi in cui viviamo. Nonostante i suoi limiti e i suoi problemi, Keynes continua a credere nel capitalismo come sistema economico e sociale, ma in un capitalismo con una buona dose di riformismo, capace cioè di autocorreggersi e rigenerarsi ad ogni svolta della storia.<strong></strong></p>
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