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Dalla Visita del Papa a Roma Tre, due insegnamenti per l’Università

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Pasquale Tridico dà conto di quanto Papa Francesco ha detto in occasione della sua visita all’Università Roma Tre. Dopo aver presentato gli argomenti con i quali il Papa ha criticato il capitalismo contemporaneo, Tridico si sofferma sui due insegnamenti che si possono trarre da essi: la necessità di porre il lavoro e la produzione al servizio dell’uomo e di frenare il processo di finanziarizzazione con le sue negative conseguenze. Tridico conclude sostenendo che l’Università e la ricerca dovrebbero prestare attenzione a questi due insegnamenti.

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La visita di Papa Francesco all’Università Roma Tre, il 17 febbraio 2017, è di notevole importanza. La prima del Papa in un Ateneo (pubblico), e la prima durante la quale il Papa ha toccato temi scientifici e sociali oltre che etici e morali. Da questi temi vorrei ripartire per analizzare il messaggio di Francesco che vuole essere innanzitutto un messaggio alla comunità scientifica, soprattutto a quella che si occupa di temi sociali, nelle università pubbliche, chiarendo che l’Università di élite definite dal Papa “Università ideologiche”, formano agenti che riproducono le ideologie delle classi dominanti.

Più volte il Papa durante la sua visita si è soffermato sul tema dell’economia “liquida” ispirandosi al lavoro di Bauman, ed ha mandato alcuni chiari messaggi: l’economia attuale è dominata dalla non concretezza, da movimenti finanziari velocissimi che passano dalla rete; sono invisibili ma distruggono posti di lavoro, ad alcuni aumentano la paura ad altri le già smisurate ricchezze, creando pertanto disuguaglianza e disoccupazione.

Veniamo ai due insegnamenti suggeriti da Francesco per l’Università e la ricerca, in particolare quella di carattere sociale. L’economia liquida non è qualcosa che è emerso in modo spontaneo, ma è un fenomeno guidato da precise politiche economiche, suggerite tra l’altro da una precisa agenda di ricerca scientifica sociale. Quindi l’università ha avuto senz’altro, ed ha tutt’ora, un ruolo importante nell’alimentare direttamente le politiche prescelte ed indirettamente l’economia liquida. Anche per questo, il Papa rivolgendosi alla comunità scientifica di Roma Tre ha elaborato un vero e proprio “Manifesto della globalizzazione dal volto umano” come l’ha chiamato Andrea Riccardi sulle pagine del Corriere della Sera del 18 febbraio scorso.

Primo insegnamento. L’economia liquida è figlia di due politiche precise: la prima è la flessibilità del lavoro con la sua appendice principale per le persone, ovvero la precarietà del lavoro e dei redditi. Flessibilizzare il mercato del lavoro vuol dire comprimere il costo del lavoro, adeguarlo alle esigenze del capitale e della tecnologia. Il lavoro umano al servizio della produzione e dei profitti piuttosto che la produzione al servizio dell’uomo come suggerisce Francesco. In questo contesto non solo il lavoro diventa flessibile, liquido, ma l’intera società, che ruota intorno a questo modo di produzione, si adegua, si adatta, e per farlo ha bisogno di diventare liquida, nelle relazioni personali oltre che in quelle sociali ed economiche. La conseguenza per la vita degli uomini, ciò che maggiormente interessa Francesco, è devastante; tutto viene sacrificato per il lavoro, divenuto priorità assoluta: i figli, il tempo, le relazioni e gli affetti, oltre che l’anima, la fede e la devozione a Dio nella concezione religiosa del Papa. Inoltre, il paradigma del lavoro umano al servizio della produzione e dei profitti e non il suo contrario, crea sacche di povertà, lascia indietro gli ultimi i più deboli i più vulnerabili, quelli meno capaci di adattarsi, di flessibilizzarsi, di rendersi competitivi. E anche questo ovviamente non piace a Papa Francesco, e lo ripete più volte, contrapponendo cooperazione a competitività, altruismo ad egoismo, solidarietà ad individualismo, il dialogo alla conflittualità. E’ proprio il dialogo secondo il papa l’origine del bene, il primo passo verso una società migliore, a partire dalle famiglie, fino alla politica, fino alle relazioni internazionali dove la pace deve prevalere sulla guerra, e quindi il dialogo sulle bombe.

Secondo insegnamento. La seconda politica da cui discende l’economia liquida, ed a cui si è riferito Papa Francesco nella sua visita a Roma Tre, è la finanziarizzazione dell’economia, il regime di finanza globale che si è creato con il tipo di globalizzazione in cui viviamo attualmente, che favorisce la circolazione con un clic di beni e servizi oltre che di movimenti di capitale, ma limita quella degli uomini, intrappolati in una rete (questa sì concreta e reale) che diventa rete di morte nel “cimitero dei migranti” come Francesco ha avuto modo di chiamare il mare Mediterraneo.

Flessibilità del lavoro e finanziarizzazione dell’economia sono due fenomeni intimamente connessi: l’uno ha bisogno dell’altro. La finanza per massimizzare i suoi profitti (e i suoi dividendi) ha bisogno che le imprese – da essa controllate nell’economia reale – possano assumere e licenziare i lavoratori in tempi brevi, in modo da adeguare la dimensione delle imprese alle esigenze della produttività, attraverso il noto principio di “tagliare costi per ridistribuire profitti e dividendi”. In questo modello di Capitalismo finanziario i manager delle grandi multinazionali perseguono gli interessi dei loro shareholder, e il valore delle azioni non risente tanto della dimensione delle imprese controllate quanto della capacità di ampliare sempre più il divario tra ricavi e costi. Gli obiettivi hanno un orizzonte di breve periodo, e l’incentivo a realizzare investimenti produttivi – che nel breve periodo aumentano dimensione e occupazione e solo nel lungo periodo portano aumenti di produttività del lavoro – diventa secondario. In questo contesto, la precarietà e la disoccupazione diventano fattori funzionali al modello economico prevalente (il Capitalismo finanziario), con la conseguenza naturale del continuo aumento delle disuguaglianze.

Francesco contrappone la concretezza all’economia liquida, la rigidità alla flessibilità del lavoro, la certezza del lavoro all’insicurezza dei redditi, la “globalizzazione poliedrica” (aperta agli uomini e non ai clic della finanza, in cui ogni cultura conserva la propria identità) al capitalismo finanziario. L’Università e la ricerca scientifica, oltre che la politica, farebbe bene ad ascoltarlo.

Anche l’università e la comunità scientifica devono essere al servizio dell’uomo, della sua felicità del suo benessere. Lo studio come mezzo attraverso il quale la società migliora, creando modelli e paradigmi funzionali al suo benessere e non al benessere di pochi, delle elite come più volte Francesco ha ripetuto. La ricerca scientifica, posta davanti alle grandi problematiche della società, le affronti con etica, con rigore e con indipendenza. La ricerca sia al servizio non di interessi particolari, ma di interessi generali e quindi dell’umanità. Da questo discende che la ricerca, almeno quella di base, se deve perseguire obiettivi generali, non può che essere prevalentemente pubblica, finanziata quindi dallo stato per l’interesse di tutti e per il progresso dell’umanità.

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