Dal PIL all’economia della qualità

Biografia

Il PIL ha una posizione centrale nella vita politica ed economica. L’importanza che esso ricopre per la programmazione economica ha investito di fatto anche l’economia politica, facendo di un progresso inteso come “crescita” il fine ultimo di ogni programma di politica economica.

La crescita viene infatti assunta come parametro di riferimento per misurare lo stato di salute di un sistema politico-economico ed il prodotto interno lordo ne costituisce l’unità di misura privilegiata.

Nel 1933 uno staff di ricercatori governativi presso il Ministero del Commercio degli Stati Uniti d’America, guidati dall’economista di origine ucraina Simon Kuznets  mise a punto la formula del Gross National Product, che sarebbe diventata il prototipo di quello che noi chiamiamo PIL.

Da allora il governo americano, e via via altri governi, hanno assunto questa misura come un riferimento ufficiale per l’attuazione della politica economica.

Da subito, però, furono riconosciuti i suoi limiti, anche dallo stesso Kusnets, che si sentì in dovere di mettere in guardia il Senato americano, in un suo intervento del 1934, con le seguenti parole: (“The welfare of a nation can scarcely be inferred from a measurement of national income as defined above”. “Il benessere di una nazione può essere difficilmente rappresentato da una misura di produzione nazionale come quella su esposta”).

Le riserve di Kuznets sulla bontà della misura del PIL avrebbero portato lo stesso economista a rompere il suo rapporto con il Ministero del Commercio, negli anni ‘40, quando il Ministero non volle ammettere l’apporto del lavoro domestico come un’importante componente del PIL stesso.

Il concetto di PIL, infatti, ignora completamente le prestazioni lavorative fornite su base volontaria, il più delle volte svolte dalle donne, che invece spesso costituiscono una sorta di vero e proprio “collante sociale”. Questa esclusione dipende semplicemente dal fatto che si tratta di lavoro non retribuito il quale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, rappresenta tuttavia una fetta non irrilevante della società e dell’economia

E’ importante chiedersi quale sia, e se esiste, la differenza sostanziale tra un’analisi dello sviluppo che metta al primo posto la crescita economica e quindi la crescita del prodotto interno lordo pro-capite e un’impostazione incentrata sull’espansione delle libertà sostanziali.

Accade spessissimo che il livello del reddito non rappresenti un indicatore adeguato di aspetti come la libertà di vivere a lungo, la possibilità di trovare un impiego e vivere liberi dalla criminalità, la possibilità di non ammalarsi.

Tutte queste variabili, qui elencate, sono estranee al reddito e non strettamente collegate alla prosperità economica.

Una nuova consapevolezza, quindi, induce oggi una larga platea di attori sociali e istituzionali a considerare con attenzione non solo gli indicatori della crescita economica ma anche i fondamentali dello sviluppo sociale, data l’evidenza di profonde disuguaglianze tra paesi e paesi, la notizia di forme odiose di sfruttamento, stime fondate degli alti livelli di povertà, l’emergere di nuove insicurezze tra gli stessi ceti medi delle economie sviluppate.

La volatilità sempre maggiore dei mercati finanziari ha generato crisi dagli altissimi costi sociali in termini di impoverimento e disoccupazione, come stanno sperimentato lavoratori e imprenditori in tanti paesi industrializzati e non.

Quello che secondo un’accezione antica o novecentesca potremmo definire “progresso” è sicuramente correlato positivamente al PIL ma il PIL non è l’unica determinante e, in alcuni casi, potrebbe dare informazioni addirittura fuorvianti.

Altre dimensioni del vivere sociale, quali il livello d’istruzione, l’emancipazione femminile, la qualità ambientale, la salute pubblica, incidono fortemente sull’acquisizione di un modus vivendi incentrato sull’idea di qualità e di benessere.

Gli obiettivi possibili non possono essere tutti compressi nell’indicatore di ricchezza del PIL. Occorre, invece, disporre di indicatori della qualità sociale.

La critica del PIL è antica, quasi coetanea della sua stessa invenzione. Economisti famosi, e tra questi alcuni suoi inventori, misero in guardia da un suo uso scorretto, come indicatore di benessere sociale.

Da tempo gli economisti hanno argomentato questa ovvia verità; e su tutti Georgescu Rogen, Amartya Sen, Herman Daly, ecc.ecc.

La non significatività del PIL come indicatore della pubblica felicità, tanto per citare Hirschman, è ormai luogo comune.

L’esigenza, quindi, è quella di definire le grandi dimensioni del benessere e della qualità sociale (es. ambiente, istruzione, salute, sicurezza personale, sicurezza economica); di costruire per ciascuna di esse un indicatore significativo; di affiancare questi indicatori sociali a un nuovo PIL; e infine di scegliere la combinazione ottimale che può essere assunta come obiettivo.

Non si tratta certo di un problema tecnico, ma di una formidabile innovazione politica. Si tratta di costruire proposte intelligenti per una moderna welfare society.

Partendo da una riflessione critica sul concetto di Prodotto Interno Lordo, quindi, si vuole giungere a un più ampio concetto di qualità, della vita e della produzione, misurabile quantitativamente grazie  alla elaborazione di un nuovo indicatore.

Una rivoluzione dell’indice, insomma, che porti pian piano al superamento del PIL attraverso l’uso di un indicatore che tenga conto degli aspetti più rilevanti delle nostre vite, dall’ambito sociale all’uso dell’ambiente.

Il PIL nel corso degli anni si è proposto come misuratore del benessere di uno Stato-paese ma, come abbiamo visto, ne sono stati evidenziati i limiti, sottolineando la non stretta correlazione tra PIL e benessere sociale, tra PIL e qualità della vita.

In quanto il PIL cresce al crescere delle transazioni economiche e delle spese, l’aumento di spese può anche essere sintomo di malessere. Più spese per disastri ecologici e lotta alla criminalità fanno crescere il PIL ma non sono indice di  benessere di una comunità.

Quale allora l’alternativa? Quale la risposta a un indicatore che non tiene opportunamente conto del concetto di qualità?

La risposta più realistica e praticabile può essere quella di superare il PIL a partire dal PIL; ovvero ricercare un indicatore che ci fornisca informazioni utili a programmare il cammino di una comunità, e da un punto di vista economico, e da un punto di vista sociale ed ambientale, partendo da quello che c’è e dagli sforzi scientifici già intrapresi in tal senso.

Un percorso di affinamento, in qualche modo tracciato, che porti a sostituire “lordo” con “qualità”, la L con la Q.

 

Nel suo saggio Benessere umano e ambiente naturale, Partha Dasgupta, docente all’Università di Cambridge, tenta di stabilire strumenti scientifici che includano anche dati come la salute della popolazione, i diritti civili e politici o l’impatto delle attività umane sull’ambiente.

Dasgupta ha lavorato all’elaborazione di un indicatori quale il prodotto nazionale netto verde, che è un indice che cerca di valutare in modo più completo la ricchezza di una nazione, compresi gli elementi umani e naturali.

Dasgupta con i suoi studi sullo sviluppo sostenibile ha dimostrato l’insufficienza degli indicatori economici che si usano abitualmente per misurare il benessere umano nonché, riprendendo Robert D.Putnam, l’importanza del capitale sociale e delle reti di relazioni informali.

Filosofi, scienziati naturali, studiosi della società, secondo Desgupta, devono lavorare insieme. Troppo spesso, infatti, i governi si affidano esclusivamente agli economisti o ai tecnici di settore per pianificare le proprie politiche di sviluppo. Sembra ormai chiaro, invece, che per ottenere un benessere umano in armonia con l’ambiente naturale occorre la collaborazione di tutti i settori di studio coinvolti.

Riconoscere la qualità come modello di sviluppo significa, infatti, possedere la percezione razionale ed empirica di far parte di un ecosistema dalle sorti inseparabili e quindi produrre il riconoscimento dell’interdipendenza che obbliga tutti a riformulare le ragioni di una possibile coesione civile e sociale in cui, come afferma Castoriadis, “i valori economici non siano più unici, dove l’economia sia rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo”.

L’evidenza empirica dimostra che nonostante l’incremento dei redditi e dei consumi degli ultimi cinquant’anni, i rischi e i costi associati al degrado ambientale, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la disgregazione sociale nonché le malattie che minacciano i progressi fatti in termini di aspettativa di vita, sembrano mettere a repentaglio il futuro di una società orientata alla sostenibilità, qualora si programma e si orienta lo sviluppo di una comunità tenendo in conto solo fattori di ordine meramente economico-quantitativo.

Bisogna riequilibrare il rapporto tra mercato e società. Bisogna comporre la divaricazione tra PIL e qualità sociale. Ed allora, come suggeriva in un suo articolo Giorgio Ruffolo, dobbiamo disporre di indicatori precisi della qualità sociale.

”La identificazione di una serie di indicatori sociali permetterebbe di costruire il ritratto concreto di una società non ad una dimensione e di assumere quegli indicatori come punto di riferimento dell’azione politica: l’educazione, l’ambiente, la sicurezza, la partecipazione politica, la vivacità culturale, la salute, l’ambiente, non evocati in discorsi, ma identificati concretamente in traguardi”.

 

 

 

 

 

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