Cambiamenti climatici e migrazioni

Biografia
Laureato in Scienze politiche con specializzazione in Relazioni internazionali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Dopo diverse esperienze formative e professionali in vari paesi (Spagna, Venezuela, Stati Uniti e Perù), ha da poco concluso un programma Leonardo presso la Delegazione del Governo della Navarra a Bruxelles

Un approccio sconsiderato alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito. Quello che risulta nuovo ai nostri giorni è la dimensione universale che il problema ha assunto in conseguenza dell’espansione tecnologica. L’uomo ha così sviluppato una mentalità sulla base della quale pretende di esercitare un dominio assoluto sulla natura. La brutalità del cambiamento del nostro clima è visibile anche in relazione al tema delle migrazioni di popolazione a causa di cambiamenti climatici.

Le migrazioni forzate per ragioni climatiche non sono una novità dei nostri tempi. Fin dall’antichità popolazioni intere si sono spostate da uno spazio all’altro per ragioni legate al clima. Tuttavia, sebbene i problemi climatici sono stati una delle ragioni principali per le prime migrazioni delle società antiche (si pensi all’Egitto o alla Mesopotamia), è altrettanto vero che queste comunità si trasferirono in cerca di migliori condizioni di vita più che per ragioni esclusivamente ambientali.
Ai nostri giorni, degrado ambientale e cambiamenti climatici si stanno convertendo in cause strutturali per la migrazione (e secondo molti esperti lo saranno sempre di più nel futuro).
Molti studiosi della materia sostengono che alcune parti del pianeta diverranno veri e propri “punti di espulsione” a causa dei cambiamenti climatici, originando trasferimenti di popolazione a causa della carenza di cibo e acqua, con inondazioni e tempeste che, come è già ampiamente visibile, aumenteranno in frequenza e gravità.

“Profughi del clima”, “rifugiati climatici”, “migranti climatici”, etc. In questo contesto anche la terminologia da adottare assume una fondamentale importanza. Il termine che verrà utilizzato per descrivere coloro che saranno costretti a spostamenti a causa di cambiamenti nel clima, avrà concrete ripercussioni sul diritto internazionale e sui conseguenti impegni da parte della Comunità internazionale. Tuttavia, la realtà è che allo stato attuale non c’è nessuna definizione internazionale accreditata per definire le persone che si spostano a causa di fattori ambientali.

L’Organizzazione Internazionale dei Migranti (OIM) suggerisce la seguente definizione: “Un migrante per cause ambientali è la persona o gruppo di persone che sono costrette a lasciare le loro case o decidono di farlo volontariamente a causa dei cambiamenti ambientali inevitabili, improvvisi o progressivi”. D’altra parte, per il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), migranti ambientali sono quegli individui che sono costretti ad abbandonare il loro habitat tradizionale, temporaneamente o permanentemente, a causa di un disturbo ambientale, sia se si tratti di un pericolo naturale come siccità, inondazioni o uragani, sia che si tratti di disturbi provocati da attività umane come i progetti industriali che diventano un pericolo per la salute e la sicurezza.

Secondo analisi del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), la maggior parte delle persone che emigrano a causa di questioni climatiche lo fanno spesso all’interno dei loro paesi. Questi migranti (che sono più numerosi dei rifugiati a causa di ragioni politiche o della guerra) si trovano in una sorta di limbo legale e concettuale, e non sono spesso visibili per quelle organizzazioni internazionali responsabili di raccogliere informazioni sul loro numero, sulla loro posizione o relativamente alla garanzia dei loro diritti umani.

A parere dell’OIM, ci sono stati almeno 25 milioni di sfollati e profughi ambientali nel 1995,  diventati 50 milioni nel 2010 e la stima del numero di persone che potrebbero essere a rischio è di 250 milioni per l’anno 2050 (altri studi stimano 700 milioni!). Numeri inquietanti, non c’è dubbio. È da osservare, inoltre, che si rafforza la cosiddetta “femminilizzazione” del fenomeno, in altre parole sempre più donne in fuga (rapporto donne-uomini è 3-1), e si conferma la media stimata in 6 milioni di donne e uomini costretti ogni anno a lasciare i propri territori.

Fattori determinanti per la migrazione ambientale sono la vulnerabilità, l’esposizione ai rischi e la capacità di ripresa. In questo senso è facilmente immaginabile una risposta diversa fra paesi del “nord” e del “sud” del mondo. Le stime dell’UNEP, infatti, ci dicono che le aree più interessate saranno l’Africa sub-sahariana, ma anche l’Asia, il golfo del Bengala e l’America centrale, nelle aree già aride. Più in dettaglio, è possibile già individuare delle popolazioni che a causa dei cambiamenti climatici dovranno nei prossimi decenni abbandonare le loro terre. Principalmente si tratta di popoli collocati nelle isole dell’Oceano Pacifico. Dal 2003, in Papua Nuova Guinea, le centinaia di abitanti delle isole Carteret sono costrette all’evacuazione, che potrebbe completarsi già alla fine di questo decennio, a causa del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il primato di essere i primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale. Sempre nel Pacifico, poi, i duemila abitanti dell’Isola di Ontong Java rischiano di vedere inghiottite dal mare le loro terre entro i prossimi anni. In quest’isola già da diversi anni sono ingenti i danni causati dall’intrusione dell’acqua salata che ha devastato le coltivazioni. Ma anche nelle isole Maldive, come nel resto del mondo, l’allarme ambientale sta facendo breccia al punto che nel 1990 si sono riunite nell’AOSIS (Alliance of Small Island States – http://aosis.info/) più di quaranta stati insulari appartenenti a Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale.

Tutto questo è già una realtà. Se il riscaldamento globale determina scarsità d’acqua, se intensifica il processo di desertificazione, se si procede alla distruzione delle foreste, se si determina un innalzamento delle acque dei mari, se i disastri naturali continuano a  moltiplicarsi, diviene logica conseguenza che, soprattutto le regioni più vulnerabili sia dal punto di vista geografico che politico-economico, siano maggiormente esposte ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. Le popolazioni del “sud del mondo” saranno così vittime inconsapevoli a causa di quei “mali”, come le emissioni e i modelli di consumi irresponsabili, cui loro hanno contribuito soltanto in maniera marginale. A questo proposito si osservi che, secondo un rapporto pubblicato pochi anni fa dal Global Humanitarian Forum di Ginevra (organizzazione internazionale no-profit che nel 2010 ha cessato le sue attività per mancanza di fondi a causa della crisi economica), le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai Paesi in via di sviluppo.

Le cause che generano le migrazioni forzate, dunque, possono ostacolare lo sviluppo dei popoli in diversi modi. Secondo l’OIM, alcuni esempi possono essere l’aumento della pressione sui servizi e le infrastrutture urbane, che mina la crescita economica, aumenta il rischio di conflitti e, anche tra gli stessi migranti, porta al deterioramento delle condizioni sanitarie, educative e sociali.
È verosimile che una delle peggiori conseguenze di questi massivi e forzati spostamenti umani sarà il collasso delle città. Decine di milioni di persone, infatti, potrebbero trovarsi a vivere in quartieri disagiati, in case inadeguate, con scarse risorse idriche e con pessimi servizi sanitari ed educativi. Indebolimento delle prestazioni sanitarie e dei programmi di vaccinazione poi, potrebbero rendere difficile il trattamento di malattie con conseguente aumento della mortalità.
Un ulteriore aspetto negativo deriverebbe dal fatto che per molte comunità del “sud del mondo” spostarsi significa perdere il collegamento con le proprie tradizioni ed essere costretti ad adottare stili di vita completamente diversi da quelle dei propri antenati.
Allo stesso tempo, ulteriori effetti di queste migrazioni forzate potrebbero essere: la disorganizzazione dei sistemi e l’indebolimento del mercato interno. La perdita di “capitale umano” sotto forma di forza lavoro. Tutto ciò può contribuire a limitare le opportunità economiche che a loro volta causerebbero ulteriori migrazioni. Lo spostamento di intere comunità su larga scala potrebbero ridisegnare la mappa etnica di molti paesi, accorciando la distanza tra i gruppi che vivevano separatamente e che potrebbero trovarsi a lottare per le stesse risorse.
Se i conflitti interni si esaspereranno, gli effetti arriveranno lontano, fino ad interessare anche i paesi più ricchi. Uno scenario estremamente serio in cui le società colpite maggiormente dai cambiamenti ambientali potrebbero trovarsi coinvolte all’interno di una spirale negativa di degrado ecologico, che le trascina in basso, dove scompaiono reti di sicurezza sociali, mentre violenza e tensioni aumentano.
In realtà, nonostante le numerose previsioni, nessuno allo stato attuale può chiaramente indicare gli effetti e le conseguenze, nella loro concezione più vasta, che su scala globale un fenomeno in così rapida evoluzione potrà avere. Riguardo alle conseguenze economiche, nell’ottobre 2006, il mondo è stato scosso da un Rapporto commissionato dal Governo inglese il quale sostiene che se si persevera sulla strada fino ad oggi intrapresa i mutamenti climatici potranno provocare una crisi, in termini economici, pari se non peggiore a quella della Grande Depressione.

Come è evidente, dunque, i mutamenti climatici provocano già spostamenti della popolazione e nei prossimi decenni vi sono a rischio intere comunità. Pensare che tutto ciò riguardi solo i paesi più poveri è un’illusione: le ripercussioni, come è stato detto, si faranno sentire per tutti su scala globale.
Oltre a consistenti investimenti per i paesi più a rischio, ed un approccio pratico alla preparazione di sistemi specifici per affrontare meglio i disastri naturali, la Comunità internazionale dovrà inoltre cercare un accordo su come trovare una sistemazione per le popolazioni coinvolte da questi fenomeni. In questo senso l’OIM rappresenta una importante realtà essendo la principale agenzia migratoria del mondo. Questa, oltre a garantire un aggiornamento sulle questioni che determineranno i flussi migratori negli anni a venire e ad incoraggiare un approccio ampio e completo alla mobilità umana, dovrà assistere i governi negli interventi operativi per affrontare con determinazione e capacità di gestione le sfide dei cambiamenti climatici.
Alla prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, che si aprirà nel dicembre 2011 a Durban, in Sudafrica, i delegati dovranno trovare lo spazio per affrontare anche questo importante tema dando risposte concrete ad intere comunità. Tuttavia, è facile prevedere che anche la Conferenza dovrà fare i conti con la nuova crisi economica che colpisce in maniera particolare i bilanci dei Paesi più ricchi. Se questo accadrà, il costo più alto lo dovranno pagare ancora una volta le popolazioni del “sud del mondo” già duramente colpite, loro malgrado, dai cambiamenti climatici.

Una risposta a “Cambiamenti climatici e migrazioni”

  1. Raffaele Langone

    Nella storia, le variazioni climatiche sono sempre state forti catalizzatori dei cambiamenti della vita e delle attività umane.
    In passato interi popoli sono scomparsi o hanno cambiato abitudini, territori, continenti a causa del clima. V’è stato in questo, e credo ci sarà ancora in futuro, una sorta di “determinismo climatico”.
    Il problema è che in passato le aggregazioni umane erano limitate a qualche migliaia, o tutto al più a qualche decina di migliaia di individui che facilmente, in caso di necessità, si spostavano dai luoghi dove vivevano e resi non più ospitali da alluvioni persistenti, siccità prolungate etc, ad aree e luoghi anche lontani, ma ospitali.
    Era presente una vulnerabilità alle variazioni climatiche tutto sommato contenuta.
    Con la crescita della popolazione e la forte urbanizzazione della nostra epoca questa vulnerabilità è, enormemente aumentata. Oggi, in un mondo di sette miliardi di individui e più caldo rispetto al passato, il potenziale per un disastro climatico ambientale è, infinitamente, maggiore. Facciamo continui sforzi per proteggerci da pericoli climatici di minore entità e nel contempo, mettiamo in essere azioni che ci porteranno a subire, più rare, ma più gravi catastrofi difronte alle quali non siamo preparati.
    Inondazioni, frane, tifoni, alluvioni, cicloni, siccità, carestie, epidemie, faranno parte sempre più della nostra vita.
    Occorrerebbe mettere in campo sin da ora azioni che riducano le emissioni in atmosfera dei gas serra, ma per quanto si predichi e si sottoscrivano accordi in tal senso, resta il fatto che queste continuano ad aumentare. Non si riesce a comprendere che sarebbe più facile modificare gli stili di vita e di consumo, mutando le regole economiche e la sensibilità culturale che li giustificano e sostengono, che affrontare i rischi ambientali conseguenti. Non è possibile, ad esempio, che si possa continuare a trovare nei mercati ortofrutticoli o nei supermercati delle città europee frutta esotica proveniente dal Brasile o dalla Thailandia. Per un chilogrammo di questa frutta resa disponibile sul banco del fruttivendolo sotto casa nostra sono stati immessi in atmosfera sette chili di gas serra tra monossido e biossido di carbonio. Allucinante.
    E ancora. Si spingono gli Stati a specializzarsi in determinate attività produttive costringendo, poi, gli stessi ad importare tutto ciò di cui hanno bisogno.
    Il libero flusso di capitali indotto dall’economia globalizzata unito al bassissimo costo della manodopera e alle condizioni di lavoro senza regole con cui si producono i beni, hanno reso conveniente, per le multinazionali e le corporations, installare impianti e fabbriche in determinate aree del mondo e trasportare poi le merci, lì prodotte, nei Paesi più sviluppati dove i consumatori sono in grado di pagare quelle stesse merci, profumatamente.
    Questo modo di fare, oltre a creare forti squilibri sociali, incide fortemente sull’inquinamento atmosferico. E’ acclarato che il trasporto, tra le attività umane, è il settore che, maggiormente contribuisce alle emissioni di anidride carbonica. Circa 650 milioni di veicoli circolanti sulle strade del mondo bruciano oltre il 55 per cento del petrolio estratto. Le nostre città sono piene di automobili i cui gas di scarico “corrodono” la vita di milioni di individui. In città le persone si spostano per fare questa o quella commissione, per raggiungere il posto di lavoro, per fare acquisti, ma nella stragrande maggioranza dei casi l’automobile usata trasporta il solo conducente. Uno spreco enorme, un schiaffo al buon senso. Ma questo spostarsi frenetico nella città è reso necessario dal modo indecente, insulso e irrazionale con cui, in passato, sono state progettate le città. Occorre una nuova filosofia urbanistica. Le persone devono poter avere a non più di 10 –15 minuti a piedi tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, lavorare, istruirsi, svagarsi, curarsi etc. Ridurre le cause e i motivi della mobilità urbana consentirà una drastica riduzione dei gas serra, e forse le città continueranno ad avere un senso perché potranno essere vissute, anzi “respirate”.
    Con la globalizzazione gli Stati, le Nazioni, hanno abdicato al proprio ruolo di regolazione degli interessi generali a favore di una libertà, pressoché incondizionata, delle società multinazionali e delle corporations. Il profitto ad ogni costo, costi quel che costi.
    Gia, oggi, le multinazionali condizionano pesantemente le decisioni di quelli che una volta “erano” gli Stati sovrani. Del resto, con la ricchezza e il potere di cui dispongono sono in grado di condizionare la politica e le scelte, non solo degli Stati – nazione, ma anche degli organismi internazionali. Posseggono e finanziano scuole, ospedali, università e laboratori di ricerca; hanno proprie flotte aeree, dispongono di propri eserciti di sicurezza, di servizi segreti, etc…Insomma, sono Stati negli Stati e sopra gli Stati. Il mondo è, di fatto, governato da chi è a capo di queste corporations. Pochi uomini sono in grado di condizionare la vita o la morte di miliardi di essere umani. Il loro paese è il globo terrestre, il loro campo d’ azione è l’intero pianeta, il loro governo è sui popoli e le moltitudini del globo terrestre. E gli Stati – nazione? E la democrazia? Per come oggi è organizzata la società sono un bluff, un bluff autentico. E’ diventata solo un gioco innocente per masse e popoli ritenuti deficienti. Queste masse si accapigliano a favore di Prodi o Berlusconi, per Aznar o Zapatero, per Bush invece che Kerry, per la Merckel invece che Schroder, pro o contro Blair o Chirac o Putin, non sapendo che questi decideranno solo il contingente, il giorno per giorno. Il futuro, il progetto di futuro per l’umanità è definito altrove, da poche menti, da chi è in grado di attivare “processi Maltusiani”. Meditare su questo, meditare.
    Nel frattempo si producono bulloni a Pechino per avvitarli a Roma, chips a Nuova Delhi per essere assemblati ad Oslo, le merci prodotte in Cina affollano gli scaffali delle metropoli americane ed europee. E i mezzi di trasporto necessari a questa danza delle merci inquinano e avvelenano l’aria e l’ambiente. Si continua ad operare come se bruciare petrolio non comportasse nulla al sistema ecologico globale. Sono importanti solo il momentaneo benessere, il reddito, il guadagno.
    Non ci si pone affatto il problema che tra pochissimi anni potremmo avere un’atmosfera estremamente energizzata dall’effetto serra e che, fenomeni metereologici estremi, potrebbero diventare la norma con tutto ciò che ne consegue. Non ci si pone affatto il problema che nel 2050, continuando con l’attuale tasso di crescita, saremo quasi dieci miliardi di individui. Ci sarà cibo per tutti?
    Già oggi sfruttiamo l’ambiente con una velocità maggiore rispetto a quella con cui esso si rigenera. E’ una situazione insostenibile oggi, figuriamoci nel 2050 con dieci miliardi di individui. Il pianeta non potrebbe sopportarlo. Quanto cibo, acqua, energia occorreranno? Venendo a mancare il petrolio e, non essendo completata la transizione ad una fonte energetica sostitutiva, cosa accadrà? E’ facile prevedere una involuzione autoritaria in tanti paesi, oggi, democratici.
    Chi fermerà le folle, i popoli, che patiranno di stenti per la mancanza di energia necessaria ad una vita normale?
    Con una popolazione mondiale in aumento e con il bisogno sempre crescente di energia per riscaldarsi, mangiare, curarsi, istruirsi, insomma per una vita decente, il fabbisogno di petrolio per la popolazione umana sarà enorme e con esso il conseguente inquinamento ambientale che produrrà una, inevitabile, decuplicazione delle emissioni dei gas serra.
    Sovrappopolazione, penuria di energia, inquinamento ambientale, riscaldamento atmosferico, non c’è che dire, una bella sfida per le “democrazie”. Reggeranno l’urto dei popoli infreddoliti, denutriti, fiaccati dalle malattie, dalla sete, dalle alluvioni, dai cicloni, dalla siccità, dalla fame, dalle freddi e prolungate nevicate, etc.?
    Una cosa è certa, torneranno a nascere Dei e ci si raccomanderà di nuovo ai Santi. La tragedia consiste nel fatto che, nonostante si preveda che il peggio possa accadere, chi può non fa nulla per far cambiare rotta alla nave dell’umanità. Razionalità e discernimento sembra abbiano abbandonato il libero arbitrio.
    Venendo a mancare il petrolio torneremo allo stile di vita del XVII secolo, prima che cominciassimo a sfruttare i combustibili fossili. Il risultato, pressoché immediato, di ciò sarà la sparizione del novanta per cento della popolazione mondiale. Sopravviverebbe, oltre ai pochi soliti noti, solo chi da sempre per vivere fa a meno dei combustibili fossili e dell’elettricità. Uno schiaffo alla civiltà, al mondo tecnologico, anche se comunque costoro dovrebbero fare i conti con i fenomeni estremi indotti dall’effetto serra. E tutto ciò capiterà solo perché si è voluto sostituire ed imporre ad un liberismo ragionato, ad un liberismo oserei dire “rinascimentale”, al liberismo della matematica di Nash, il Neoliberismo della scuola di Chicago.

    #2151

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