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	<title>Etica ed Economia &#187; Segnaliamo</title>
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		<title>Risultati premio &#8220;la crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Verbale della Commissione Giudicatrice del Premio bandito dall’associazione Etica e Economia “la crisi ci ha insegnato che …” destinato al migliore saggio breve sul tema: L’Italia oltre il guado &#8211; per una ripresa della qualità  civile, sociale ed economica dello sviluppo.   Il giorno 15 Novembre 2011 alle ore 9 con mezzi telematici si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Verbale della Commissione Giudicatrice</p>
<p style="text-align: justify;">del Premio bandito dall’associazione Etica e Economia “la crisi ci ha insegnato che …” destinato al migliore saggio breve sul tema: L’Italia oltre il guado &#8211; per una ripresa della qualità  civile, sociale ed economica dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno 15 Novembre 2011 alle ore 9 con mezzi telematici si è riunita la commissione, nominata dall’Associazione Etica e Economia e composta dal Prof. Gilberto Seravalli presidente e dai membri Prof. Maurizio Franzini e dott.ssa Daniela Palma, per esaminare i saggi pervenuti all’indirizzo mail di Etica ed Economia (<a title="redazione@eticaeconomia.it" href="mailto:redazione@eticaeconomia.it" target="_blank">redazione@eticaeconomia.it</a>) entro il 15 ottobre 2011 in risposta al bando in epigrafe rivolto a giovani studiosi di età non superiore ai 35 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">I saggi pervenuti sono dieci e l’elenco degli autori è il seguente:</p>
<p style="text-align: justify;">1)      Caterina Vecchi</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Francesco D’Amuri</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Gianluca Palma</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Federico Quadrelli</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Andrea Faedda</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Gabriele Di Bella ed Emanuele Rizzo</p>
<p style="text-align: justify;">7)      Angelo Delli Quadri</p>
<p style="text-align: justify;">8)      Riccardo Di Virgilio</p>
<p style="text-align: justify;">9)      Silvia Grimaldi</p>
<p style="text-align: justify;">10)   Jacopo Moretti</p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione, in ottemperanza a quando precisato nel bando, ha valutato i saggi tenendo conto dei titoli di merito così specificati:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>capacità di analisi delle cause alla base del debole sviluppo del nostro paese e della sua insoddisfacente qualità civile, sociale ed economica;</li>
<li>qualità e affidabilità dei dati e delle tecniche quantitative utilizzate;</li>
<li>originalità e qualità della proposta o delle proposte di miglioramento della qualità dello sviluppo, anche alla luce delle esperienze di altri paesi;</li>
<li>solidità dell’apparato analitico sulla base del quale sono formulate tali proposte;</li>
<li>loro realizzabilità concreta.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Dopo attenta valutazione e adeguata discussione, la Commissione è giunta all’unanimità alla determinazione di assegnare il premio di duemila euro e di pubblicare sulla rivista mensile on-line “Menabò di Etica e Economia” e anche sulla rivista annuale dell’Associazione su supporto cartaceo il saggio di Francesco D’Amuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio di Francesco D’Amuri si concentra sugli effetti della crisi sull’occupazione. Dopo aver valutato in modo rigoroso questi effetti che sono stati rilevanti (due terzi della diminuzione del numero degli occupati è riconducibile alla diminuzione della domanda di lavoro, mentre la probabilità di perdere il lavoro è aumentata in maniera significativa per i lavoratori con contratti temporanei), il saggio si sofferma sul ruolo degli ammortizzatori sociali. Esso mostra che anche per i lavoratori coperti da sussidi, le coperture hanno breve durata, mentre l’assenza di uno schema universale di supporto al reddito rende più drammatiche le conseguenze della perdita di lavoro per lavoratori non coperti oppure per coloro i quali, alla ricerca di prima occupazione, vedono ridurre le possibilità di trovare impiego a causa della crisi. Ne conseguono raccomandazione in ordine alla riforma auspicabile del sistema degli ammortizzatori sociali. Un sistema più efficiente di ammortizzatori dovrebbe prevedere sussidi di durata proporzionale all’ammontare dei contributi versati prima del periodo di disoccupazione, superando l’attuale requisito di 53 settimane che introduce trattamenti totalmente differenziati per gli individui vicini alla soglia. Inoltre un sostegno al reddito universale dovrebbe essere reso disponibile ai lavoratori non coperti dai sussidi di disoccupazione ordinari.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione ha ritenuto che il saggio, per quanto non comprenda una analisi delle cause alla base del debole sviluppo del nostro paese e della sua insoddisfacente qualità civile, sociale ed economica (primo dei criteri di valutazione), risulta il migliore dei dieci pervenuti in un esame comparativo e sia valutabile come buono in rapporto agli altri criteri, specialmente: qualità e affidabilità dei dati e delle tecniche quantitative utilizzate, solidità dell’apparato analitico sulla base del quale sono formulate tali proposte, loro realizzabilità concreta.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Alle ore 13 la seduta è tolta.</p>
<p> </p>
<p>Letto e firmato: </p>
<p>Prof. Gilberto Seravalli </p>
<p>Prof. Maurizio Franzini </p>
<p>Dott. Daniela Palma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Corso di Alta Formazione in &#8220;Progetti e politiche rivolti ai Luoghi&#8221; &#8211; 5 Borse di studio</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/corso-di-alta-formazione-borse-di-studio.html</link>
		<comments>http://www.eticaeconomia.it/corso-di-alta-formazione-borse-di-studio.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 06:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Si rende noto che la Regione Basilicata mette a disposizione n. 5 borse di studio per la frequenza del Corso di Alta Formazione in “Progetti e Politiche rivolte ai Luoghi” organizzato dalla Fondazione Francesco Saverio Nitti, che si terrà a Villa Nitti in Maratea nella primavera del 2012. Il bando e il programma del Corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Si rende noto che la Regione Basilicata mette a disposizione n. 5 borse di studio per la frequenza del Corso di Alta Formazione in “<em>Progetti e Politiche rivolte ai Luoghi</em>” organizzato dalla Fondazione Francesco Saverio Nitti, che si terrà a Villa Nitti in Maratea nella primavera del 2012. Il bando e il programma del Corso sono scaricabili dal sito della Fondazione Nitti <a href="http://www.fondazionefsnitti.it/nitti/attivita_attivita.asp">http://www.fondazionefsnitti.it/nitti/attivita_attivita.asp</a>, mentre le istruzioni per la domanda sono disponibili sul sito della Regione Basilicata alla pagina <a href="http://portalebandi.regione.basilicata.it/portalebandi/detail-bando.jsp?id=409">http://portalebandi.regione.basilicata.it/portalebandi/detail-bando.jsp?id=409</a></p>
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		<title>Si è passata la misura</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/si-e-passata-la-misura.html</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 20:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Firmatari vari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[La gravità della situazione è ben nota e sono ben note le sollecitazioni provenienti dall’Europa per il risanamento della finanza pubblica. In questo contesto si assiste al moltiplicarsi delle iniziative legislative, più o meno tecnicamente attrezzate e praticabili, volte a porvi rimedio. L’obbiettivo di rassicurare in questo modo i mercati può essere di per sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La gravità della situazione è ben nota e sono ben note le sollecitazioni provenienti dall’Europa per il risanamento della finanza pubblica. In questo contesto si assiste al moltiplicarsi delle iniziative legislative, più o meno tecnicamente attrezzate e praticabili, volte a porvi rimedio. L’obbiettivo di rassicurare in questo modo i mercati può essere di per sé condivisibile, anche se rimane qualche perplessità circa l’efficacia delle soluzioni normative prospettate.<br />
Gravi dubbi, più che perplessità, suscita l’idea di utilizzare addirittura la Carta costituzionale, non solo per affermare un principio sacrosanto quale è quello della “equità intergenerazionale”, ma anche per l’introduzione di regole che, a parte ogni altra considerazione, sono intrinsecamente legate a situazioni storiche comunque contingenti, da superare, e che quindi non debbono avere quel carattere di stabilità che è l’elemento fondante di ogni norma costituzionale.<br />
Ma non può che causare un netto dissenso un punto che riguarda il merito di queste proposte. Non si tratta della previsione di limitazioni all’indebitamento, che in effetti potrebbe rispondere alle esigenze del momento; neppure si tratta del vincolo al pareggio dei bilanci pubblici, che come misura congiunturale potrebbe risultare utile anche se, nel caso dell’Italia, di difficile attuazione per l’ingente ammontare del debito pubblico complessivo che annualmente deve essere rimborsato, anche per l’elevato importo della spesa per interessi.<br />
Si tratta della previsione di un limite all’entità della spesa pubblica, che addirittura si vorrebbe inserire nella Costituzione: il riferimento è alla proposta di legge costituzionale presentata al Senato il 2 agosto scorso, che all’art. 2 fissa il limite del 45% del PIL alle spese totali (dunque di qualsiasi genere) delle amministrazioni pubbliche. E’ pur vero che la proposta in questione prevede la possibilità di derogare al divieto, in via di eccezione, con legge da approvare con la maggioranza di due terzi: questa possibilità di deroga appare soltanto di facciata, basti pensare che una maggioranza del genere corrisponde a quella richiesta per sottrarre a referendum le modifiche alla Costituzione.<br />
Un’ipotesi del genere nulla ha a che vedere con i problemi del debito pubblico e della sua sostenibilità, ma intende limitare la spesa in quanto tale e, in tal modo, impedire  anche le spese  indispensabili per lo sviluppo economico e sociale del Paese che potrebbero ben essere finanziate con un aumento della pressione fiscale e con una adeguata attuazione del principio di progressività del prelievo.<br />
A ben vedere una norma siffatta entra in insanabile contrasto con tutta la prima parte della Costituzione, ed in particolare con l’art. 2 (il dovere di solidarietà) e con l’art 3 (l’eguaglianza sostanziale). Per non parlare degli articoli che fissano obiettivi di crescita civile della Repubblica: lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale (art. 9); la famiglia (art 31), la salute (art. 32), l’istruzione (artt. 33 e 34), il lavoro (artt. 35-37), l’assistenza sociale (art. 38). La nostra Costituzione non adotta un modello sociale determinato, proprio perché vuole che esso sia il risultato della  dialettica tra opzioni politiche diverse, nel rispetto di alcuni valori inviolabili di solidarietà e di eguaglianza.<br />
Naturalmente questi valori possono essere sentiti con intensità diverse e possono essere coniugati in modi differenti, ma l’introduzione del principio del limite di spesa renderebbe problematica la stessa proposizione di politiche di progresso e di solidarietà. A tanto non erano arrivati neanche gli antesignani del liberismo antistatuale alla Thatcher o alla Reagan e, a maggior ragione, a tanto non sono giunte né le modifiche apportate alla Costituzione tedesca nel 2009 o alla Costituzione spagnola in questi giorni né quelle in corso di approvazione alla Costituzione francese.<br />
Una versione come quella desumibile dalla citata proposta di legge parrebbe più coerente con il programma di partiti conservatori che non di formazioni liberali e progressiste. E ciò per il semplice motivo che la spesa pubblica, come il prelievo fiscale, è fattore di redistribuzione sociale ed ineliminabile condizione per assicurare servizi pubblici e  infrastrutture essenziali .<br />
Predeterminare un limite alla spesa, e di conseguenza al prelievo, significa rinunziare a governare la società ed il suo sviluppo.<br />
Non  si può dunque tacere un profondo sgomento nel constatare che tra i firmatari della proposta di legge citata vi sono numerosi senatori del Partito Democratico.</p>
<p>Antonio Brancasi<br />
Carlo Marzuoli<br />
Francesco Merloni<br />
Gaetano Azzariti            [azzariti@libero.it]<br />
Salvatore Biasco            [salvatore.biasco@fastwebnet.it]<br />
Luigi Bobbio                  [lubobbio@libero.it]<br />
Sergio Bruno                  [sbrunos@fastwebnet.it]<br />
Franco Crespi                [francrespi@virgilio.it]<br />
Renato Giannetti<br />
Oreste Massari               [oreste.massari@uniroma1.it]<br />
Gianfranco Pasquino       [gianfranco.pasquino@fastwebnet.it]<br />
Laura Pennacchi             [laura.pennacchi@fastwebnet.it]<br />
Mario Pianta                   [mario.pianta@uniurb.it]<br />
Giuseppe Pisauro            [giuseppe.pisauro@uniroma1.it]<br />
Michele Prospero            [Michele.Prospero@uniroma1.it]<br />
Ambrogio Santambrogio  [AMBROGIO@unipg.it]</p>
<p>Chi volesse aderire a questa lettera può farlo scrivendo a: Antonio Brancasi [brancasi@unifi.it], Carlo Marzuoli [marzuoli@unifi.it], Francesco Merloni [merloni@unipg.it].</p>
<p> <br />
<strong>Nuove adesioni<br />
</strong><br />
Nicola Acocella<br />
Umberto Allegretti<br />
Alberto Bagnai<br />
Daniele Barbieri<br />
Luciano Berselli<br />
Paolo Bosi<br />
Aurelio Bruzzo<br />
Antonio Caputo<br />
Massimo Carli<br />
Amabile Carretti<br />
Giacomo Casarino<br />
Livia Castelli<br />
Davide Cavaglieri<br />
Alessandro Dal Piaz<br />
Paolo De Ioanna<br />
Vincenzo Di Biasi<br />
Lorenzo Fanoli<br />
Luciano Gallino<br />
Alfonso Gianni<br />
Enrico Giovannetti<br />
Isidoro Davide Mortellaro<br />
Antonella Palumbo<br />
Ferdinando Parlati<br />
Daniele Poto<br />
Fabio Ranchetti<br />
Gianni Rinaldini<br />
Claudio Riolo<br />
Francesco Scacciati<br />
Alessandro Somma<br />
Patrizia Villa<br />
Gennaro Zezza</p>
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		<title>La vetta: più difficile da abitare che da raggiungere</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/la-vetta-piu-difficile-da-abitare-che-da-raggiungere.html</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 17:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flogiudice</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Non basta sacrificarsi una vita per arrivare in cima. In cima, una volta arrivati, bisogna anche saperci stare, perché l’alta quota può confonderti, farti perdere l’orientamento e indurti in una caduta rovinosa. E’ il caso di Carlo Marcelletti, noto cardiochirurgo italiano, marchigiano. Conduce studi brillanti, si laurea e si specializza con il massimo dei voti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non basta sacrificarsi una vita per arrivare in cima. In cima, una volta arrivati, bisogna anche saperci stare, perché l’alta quota può confonderti, farti perdere l’orientamento e indurti in una caduta rovinosa.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il caso di Carlo Marcelletti, noto cardiochirurgo italiano, marchigiano. Conduce studi brillanti, si laurea e si specializza con il massimo dei voti, prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti. Dedica la sua giovinezza allo studio, si impegna con incessante abnegazione per realizzarsi umanamente e professionalmente, decide di diventare un grande medico, e lo diventa. In pochi anni è primario ospedaliero, e ben presto viene riconosciuto come il medico più bravo nel campo delle operazioni al cuore dei bambini, il massimo esponente della cardiochirurgia pediatrica italiana. Un vero e proprio luminare, più autorevole di un’enciclopedia medica. Viene chiamato a dirigere diversi centri e reparti pediatrici. Fonda e dirige un’Accademia medica ad Amsterdam ed un’associazione senza fini di lucro per raccogliere fondi, aiutare i bambini malati di cuore e le loro famiglie e dare borse di studio ai giovani medici specializzandi. Diventa un simbolo della scienza applicata alla salute nel nostro Paese. Viene chiamato ad insegnare in diverse università nel mondo. Opera e guarisce migliaia di piccoli pazienti, accrescendo la stima e la riverenza intorno alla sua persona. Gli ospedali e i centri di cura se lo contendono.  </p>
<p style="text-align: justify;">Ma potere e successo diventano con il tempo ingovernabili e lo inducono in errore. All’ospedale Civico di Palermo, dov’è primario, favorisce l’acquisto illecito di forniture mediche da imprenditori della sanità che gli chiedono complicità e lo ricambiano con regali vari. Firma falsi mandati di pagamento, in cambio si fa pagare le partite allo stadio, le vacanze al mare, l’appartamento dell’amante con la quale nel frattempo ha iniziato una relazione, regali e privilegi di ogni tipo. Instaura una relazione con la figlia dell’amante, una tredicenne, con cui si scambia messaggi erotici al telefonino.</p>
<p style="text-align: justify;"> Viene intercettato e indagato, iniziano i processi giudiziari per produzione di materiale pedopornografico, concussione, truffa ai danni dello Stato e peculato, che rivelano le sue fragilità umane nonché il sistema di affari nel quale è coinvolto, insieme ad altri sanitari, e di cui è colonna portante. Presto è sulle pagine di tutti i giornali italiani e le intermittenti televisive dedicano al suo caso molto spazio e risonanza.  </p>
<p style="text-align: justify;">Viene condannato agli arresti domiciliari. Tutti i sacrifici fatti cominciano ad essere umiliati, la sua persona diventa simbolo della corruzione medica e dello scandalo sessuale. Al paesaggio paradisiaco della vetta, si sostituiscono le pareti  spigolose ed impietose della caduta.  Al senso di onnipotenza, il senso di vuoto. Non lo sopporta. Prima si dimette dall’incarico, poi si uccide con un’overdose di farmaci. Muore il 6 maggio 2009 nello sgomento e nell’angoscia di quanti avevano beneficiato della sua grandezza umana e professionale, di quanti, tantissimi, egli stesso aveva sottratto alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché dopo una vita all’insegna della prudenza e dell’impegno,  una carriera così brillante e così  tanti onori e glorie, si finisce con lo sbagliare così? Probabilmente perché la vetta, pur stupenda, è assai delicata, più facile da raggiungere che da abitare. Dove i movimenti devono essere più accorti e la responsabilità massima in tutti gli aspetti del vivere, in quanto il fascino del panorama può tradirti e farti cadere nel vuoto da altezze vertiginose e farti perdere, in poco tempo, ciò che avevi messo una vita a conquistare.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Oltre la crisi: partecipazione democratica e diritti sociali</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/oltre-la-crisi-partecipazione-democratica-e-diritti-sociali.html</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 11:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RTrezzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Relazione di Riccardo Terzi alla Riunione inaugurale della Consulta Programmatica SPI-CGIL del 24 febbraio 2011 a Roma La decisione di dar vita ad una “Consulta programmatica” è una scommessa impegnativa, e molti potrebbero obiettare che un tale compito non rientra nelle competenze istituzionali dello Spi, le quali non dovrebbero valicare il confine di una tradizionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Relazione di Riccardo Terzi alla Riunione inaugurale della Consulta Programmatica SPI-CGIL del 24 febbraio 2011 a Roma</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La decisione di dar vita ad una “Consulta programmatica” è una scommessa impegnativa, e molti potrebbero obiettare che un tale compito non rientra nelle competenze istituzionali dello Spi, le quali non dovrebbero valicare il confine di una tradizionale tutela sindacale dei redditi da pensione. Noi scegliamo, coscientemente, di rompere con questa logica minimalista e corporativa, nella convinzione che nel tema dell’invecchiamento, visto in tutte le sue implicazioni individuali e collettive, rientrano tutti i grandi nodi della vita civile e dell’organizzazione sociale, che dunque è la stessa nostra funzione di “rappresentanza” che può essere pienamente svolta solo se abbiamo uno sguardo “generale”. Non è quindi uno sconfinamento arbitrario, ma è l’unico modo per prendere sul serio il nostro lavoro. Ecco perché ci occupiamo non di un segmento, ma dell’insieme, ovvero del modello sociale che regola tutto il complesso delle relazioni. Occorre cioè vedere come le singole parti non sono comprensibili separatamente, ma solo all’interno di una visione generale, e ciò vale, in modo evidente, per il tema dell’invecchiamento, che finisce per essere del tutto travisato se lo si affronta come un capitolo settoriale, in una logica di tipo assistenziale, mentre all’opposto la condizione degli anziani è un metro di misura della qualità sociale complessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa nostra prima riunione, possiamo soffermarci su alcune premesse di analisi, cercando di cogliere quelli che sono i tratti dominanti dell’attuale fase politica. Potranno poi seguire approfondimenti più mirati, intorno ai singoli ambiti specifici, così da articolare, nel modo più preciso possibile, il nostro programma di lavoro. Diciamo , nel titolo di questo incontro, “oltre la crisi”, non perché siamo già incamminati lungo una via di uscita, ma perché c’è bisogno di una progettazione di lungo periodo, che non resti incagliata nelle misure di emergenza. La politica attuale è tutta giocata sui tempi corti, sulla tattica contingente, con l’attenzione rivolta in modo ossessivo all’andamento dei sondaggi, e nessuno sembra avere il senso della prospettiva, ovvero uno sguardo lungo e strategico, capace di vedere le tappe possibili di un processo storico, che va pazientemente organizzato e preparato. Restano così in ombra i dati strutturali e di fondo dell’attuale crisi, in quanto crisi di sistema, che investe, insieme, la struttura economica e le istituzioni politiche. La grande illusione che sembra orientare i comportamenti politici dei maggiori paesi europei è che ci si possa limitare a qualche misura di emergenza, in attesa che possa riprendere a funzionare, a pieno regime, il meccanismo della crescita economica, negli stessi termini e con la stessa logica del passato. Si gettano così le basi per nuovi futuri sconvolgimenti, perché si agisce solo sugli effetti e non sulle cause della crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia, in modo particolare, appare del tutto bloccata, incapace anche dei più moderati programmi di riforma. È del tutto fuorviante, a mio giudizio, l’immagine ricorrente della “transizione”, la quale sottintende che abbiamo intrapreso un cammino e che si tratta solo di portarlo a termine. Dalla prima alla seconda Repubblica, dalla democrazia dei partiti alla democrazia dei cittadini, da un sistema consociativo a un sistema bipolare: dietro queste formule c’è l’idea che si tratti solo di allentare la presa del sistema dei partiti e che sia sufficiente un ridisegno istituzionale, per liberare le energie della società civile. È un’illusione che ritorna periodicamente, dalla commissione bicamerale fino alle ricorrenti esternazioni del Presidente della Repubblica. Il mio dubbio è che si rovesci l’ordine delle priorità, perché una politica istituzionale non potrà essere efficace se non c’è anche, prioritariamente, un’azione che incide nella struttura sociale. Tutta l’enfasi sulle riforme istituzionali ha questo significato: prendere atto di un cambiamento che è già avvenuto, nella prassi politica reale e nella coscienza civile del Paese, e dare a tale cambiamento un adeguato fondamento giuridico, con una riscrittura complessiva delle regole democratiche. La transizione è, appunto, il coronamento di questo processo. C’è tutta una retorica al servizio di questa tesi: la società civile è più avanti rispetto alla politica, è già una società post-ideologica, individualizzata, bipolarizzata, ed è la politica che deve mettersi al passo di questi mutamenti. Lo schema interpretativo è il nuovo contro il vecchio, l’innovazione contro la conservazione, la vitalità della società civile contro la forza di inerzia della partitocrazia. I cosiddetti “rottamatori” sono gli interpreti conseguenti di questo tipo di rappresentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che non funziona in questo schema non è l’asprezza della critica al sistema politico, che spesso coglie nel segno, ma è la “pars costruens”, la quale è di una fragilità disarmante, perché si riduce alla retorica di una società civile immaginata e idealizzata. La società è già oltre, secondo questa interpretazione, perché si è liberata dei miti e dei conflitti del Novecento, e ciò che guida le persone, in questo mondo globalizzato, non è più la forza delle ideologie e delle appartenenze, ma è solo il calcolo delle convenienze individuali, che per sua natura si sottrae alle costruzioni astratte e artificiose della politica.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora, venute meno le tradizionali identità ideologiche, con il loro carico ormai solo ingombrante di progettualità o di utopia, l’unico criterio che resta in piedi è la governabilità del sistema, vale a dire l’affermazione di un potere che non sia più condizionato dal pluralismo inquieto e inconcludente delle idee. A questa medesima conclusione giunge anche il realismo rassegnato di Giuseppe De Rita: c’è solo la dimensione del contingente, ci sono solo processi da accompagnare e da regolare, e non c’è, oltre questa sfera del quotidiano, nessuno spazio possibile per una politica come progetto. Il mondo post-ideologico è il mondo che si sbarazza della fatica di pensare e che per questo si consegna alla nuda fattualità, alla forza del potere, perché la società individualizzata ha bisogno solo di essere disciplinata e trattenuta da un potere che garantisca la sicurezza collettiva. Alla fine c’è questo rovesciamento: la società civile si sottomette ad un potere controllato, e tutta la retorica intorno alla “democrazia dei cittadini” finisce nel nulla, perché i cittadini sono solo gli spettatori di un gioco politico sul quale non hanno nessuna influenza. La “seconda Repubblica” è nata su questa basi, su queste premesse, ed ha quindi in sè, nella sua ragione fondante, lo spirito dell’antipolitica, perché è esattamente la politica, ovvero la dimensione collettiva, ciò di cui dobbiamo liberarci. Questa è stata l’ideologia dominante in tutto l’ultimo ventennio, a destra come a sinistra, e l’attuale situazione di estremo degrado della vita pubblica non è che il punto di arrivo di questo lungo processo. Non si tratta solo di Berlusconi, come dovrebbe essere evidente, ma di tutto un indirizzo politico che, a questo punto, occorre avere la forza di rovesciare nelle sue premesse e nei suoi fondamenti. Per questo, possiamo dire di essere nel mezzo di una “mutazione”, che investe le forme della politica e l’insieme della nostra condizione civile, e dentro questa mutazione, se non vogliamo subirla passivamente, vanno individuate e mobilitate tutte le risorse possibili per uno sbocco democratico, per un esito che non sia il trionfo della passività e dell’adattamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul piano strettamente politico, la prima mossa che occorre fare è la critica del mito del bipolarismo. Questo mito ha prodotto una generale semplificazione, per cui non siamo più capaci di leggere la realtà in tutte le sue articolazioni e nella complessità dei suoi processi. Anche il nostro cervello finisce per essere bipolarizzato, capace di vedere solo un lato, e non l’insieme della realtà. E la bipolarizzazione tende a fare piazza pulita di tutte le autonomie, di tutte le istituzioni intermedie, di tutti gli organi di garanzia. Anche il sindacato ne è investito, perché ci stiamo avviando drammaticamente, senza averne piena consapevolezza, verso la bipolarizzazione tra un sindacato di governo e un sindacato di opposizione, consumando così tutto le risorse dell’autonomia, dell’essere cioè una forza di rappresentanza sociale che non si lascia mai organizzare dall’esterno e rifiuta qualsiasi rapporto di subordinazione al quadro politico, quale che esso sia. E questa violenta pressione della politica bipolare sta mettendo in crisi la magistratura, l’informazione, l’associazionismo, perché non è più ammissibile nessuno spazio di autonomia, ma tutti devono essere schierati, lottizzati, reclutati in uno dei due campi contrapposti.</p>
<p style="text-align: justify;">Io penso, all’opposto, che proprio il principio di autonomia possa essere il cardine su cui costruire un nuovo e diverso sistema politico: autonomia dei soggetti politici, delle rappresentanze sociali, delle istituzioni territoriali, dei corpi sociali intermedi. Dobbiamo uscire, al più presto, da questa stagione di follia, che ha tutto appiattito, semplificato, snaturato, per cui non c’è più uno spazio pubblico, un luogo di confronto, ma solo lo spettacolo infinitamente ripetuto di uno scontro di fazioni, nel quale la posta in gioco non è quella delle idee, ma è solo quella del potere. È la democrazia la vittima sacrificale di questo meccanismo, proprio perché siamo ridotti ad essere gli spettatori passivi di un gioco che non ci appartiene. Dobbiamo mettere in primo piano, io credo, tutto il tema della democratizzazione delle strutture di potere e dei processi decisionali, contrastando apertamente, sul piano teorico e su quello pratico, le spinte che si sono dispiegate verso un sistema di tipo oligarchico e autoritario. Ciò vuol dire ripensare gli strumenti, gli spazi e i tempi di  una democrazia possibile, nella dimensione locale come in quella globale. Di fronte all’accelerazione di tutti i processi di cambiamento , la risposta ricorrente è che non ci possiamo più permettere i tempi lunghi della democrazia, e che occorre garantire la rapidità della decisione. Imboccata la strada del decisionismo, il resto viene da sè, e tornano così di moda tutti gli antichi argomenti del pensiero antidemocratico: la competenza, l’autorità, la responsabilità individuale di chi esercita il potere, contro le turbolenze di una democrazia di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">È un tema complicato, perché non disponiamo di risposte sufficienti, e sicuramente è ormai fuori tempo l’idea di ripristinare il ruolo svolto nel passato dai grandi partiti di massa, perché quel sistema è andato a pezzi e oggi non esistono propriamente partiti politici, ma cartelli elettorali, gruppi di pressione, potentati locali. Il campo della politica non è riuscito a strutturarsi, a darsi una forma stabile, ed è esposto alle più svariate scorribande, al trasformismo più sfacciato, e al continuo proliferare di nuove sigle e di nuovi avventurieri. È indicativo il fatto che il partito di più lunga tradizione sia oggi la Lega Nord di Umberto Bossi, che a qualcuno sembrava al suo sorgere una manifestazione del tutto aleatoria, un caso irrilevante di folklore locale. E allora, non possiamo fare a meno dei partiti, da un lato, ma dobbiamo anche saper immaginare una democrazia che non sia affidata esclusivamente al sistema dei partiti, ma che abbia una dinamica più ampia, un respiro allargato, coinvolgendo un più vasto arco di forze. Se analizziamo ciò che è accaduto negli ultimi mesi, vediamo all’opera una mobilitazione civile che ha assunto nuove forme: il mondo della scuola, le iniziative autonome della Cgil, fino all’ultima straordinaria manifestazione delle donne. Sono tutti movimenti che si sviluppano nell’autonomia del sociale, che hanno un impatto politico, ma non transitano direttamente dal sistema dei partiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso metodo delle primarie può essere, a determinate condizioni, un modo per allargare gli spazi della partecipazione e per introdurre un po’ di dinamismo nelle strutture ossificate dei partiti. E vanno attentamente studiate tutte le esperienze di democrazia partecipata, tutti i diversi tentativi di sottoporre le decisioni pubbliche al dibattito e ad una libera e responsabile decisione dei cittadini, secondo determinate procedure. Dobbiamo cioè smentire, sulla base di esperienze effettive, la tesi dell’inconcludenza della democrazia e costruire un’alternativa praticabile al modello decisionista. La democrazia non può ammettere limiti, ma è per sua natura universalistica, inclusiva, e non ci possono essere aree protette che sfuggono al suo controllo. Nel momento in cui viene limitata, circoscritta, la democrazia perde la sua forza d’urto, la sua carica innovativa. Ed è proprio ciò che oggi sta accadendo, il che determina una crescente stanchezza democratica, perché si sono salvate solo le forme e si è perduta la sostanza. Ciò che va dunque elaborato è un programma democratico conseguente, che assuma come sua premessa l’estensione massima possibile delle procedure democratiche in tutti gli ambiti della vita sociale, contro tutte le strozzature burocratiche e oligarchiche che hanno ostruito i canali della partecipazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi democratica, d’altra parte, si incrocia con la crisi sociale, e i due processi si alimentano reciprocamente. Non funziona il teorema dello “Stato minimo”, della politica che si ritira e lascia libero campo all’autonomia della società civile. Non funziona perché non ci sono forti istituzioni della società civile che siano in grado di supplire alle debolezze della politica, e la società stessa è attraversata da fratture, da corporativismi, da illegalità diffuse, e appare infiacchita la coscienza civile del paese, perché c’è tutto un sottofondo di rancori, di egoismi, di intolleranze che viene emergendo. Una politica di privatizzazione dello spazio pubblico ha quindi solo l’effetto di affidare la tenuta sociale del paese alla spontaneità dei meccanismi competitivi, i quali, lasciati a se stessi, producono una crescita illimitata delle diseguaglianze e allargano tutta l’area delle esclusioni. L’idea dell’autoregolazione sociale è, in queste condizioni, un mito privo di qualsiasi fondamento.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito, viene spesso evocato in modo improprio il principio della “sussidiarietà”, facendolo semplicemente coincidere con la privatizzazione. Ma è un trucco verbale, perché la sussidiarietà, così come è definita anche nella Carta Costituzionale, non è il dominio del privato sul pubblico, ma la loro integrazione e collaborazione, in vista del bene comune, ed essa quindi prende senso come un nuovo possibile fattore di coesione sociale. La destra ha in mente una traiettoria del tutto diversa, come dimostra anche l’idea di una revisione costituzionale per liberare tutta l’attività economica da ogni vincolo di responsabilità. L’adesione entusiastica del Governo al “modello Marchionne” si spiega così, coerentemente, perché è un caso emblematico della rottura tra impresa e società, tra impresa e territorio, tra capitalismo e democrazia, e il modello che si vuole imporre è quello di un dominio unilaterale ed esclusivo dell’impresa, senza avere tra i piedi nè la contrattazione sindacale nè il controllo democratico. Tutti i rischi sociali sono così scaricati dall’impresa sui lavoratori e sul territorio, perché essa può sempre in modo unilaterale decidere se, dove e quando investire. Come questa operazione possa apparire a qualcuno come una sfida riformista, o come una nuova frontiera della partecipazione dei lavoratori, è uno dei tanti indecifrabili misteri della politica attuale. Resta aperto il problema di quale sia la via più efficace per contrastare il nuovo corso imprenditoriale aperto dalla Fiat. Ma, intanto, è di straordinaria importanza il fatto che una quota assai elevata di lavoratori, nonostante il ricatto, abbia tenuto una posizione di resistenza, e che la Cgil abbia saputo rappresentare questo disagio sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è chiaro che non può bastare la resistenza, e che occorre una risposta strutturata, fondata sulla più rigorosa analisi dei processi produttivi e dei possibili modelli di organizzazione del lavoro. Non è un tema solo sindacale, ma è piuttosto uno dei grandi nodi della politica, proprio perché si tratta di chi e di come si decide, e di quale dovrà essere l’assetto economico del Paese. Il centro-destra, su questo come su altri problemi, ha una sua perversa coerenza, e non è facile afferrarne la sostanza, perché c’è una miscela di arroganza e di impotenza, di dominio autoritario e di resa incondizionata al mercato. Questo è il berlusconismo: un potere che ha gli aspetti caricaturali del regime, ma che in realtà è un potere vuoto, perché i veri centri di decisione stanno altrove. Per questo non basterà liberare il campo dall’attuale impresentabile Presidente del Consiglio, anche se questo è il primo ineludibile passo per tentare di aprire una nuova stagione politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non dimentichiamoci che dietro lo spettacolo grottesco della fine dell’impero c’è tutto il groviglio delle contraddizioni e dei conflitti sociali, e ci sono gli esiti di una politica che ha rinunciato a governare i processi, lasciando libero campo alle spinte più distruttive. C’è un’analisi sociale che deve essere aggiornata e approfondita. Non mi convince la tesi della “fine del sociale”, l’idea cioè che il processo di individualizzazione abbia dissolto ogni dimensione collettiva, per cui si tratta ormai solo di diritti individuali, di autonomia della persona, di domande di libertà. Questa dimensione individuale oggi emerge con più forza, ma è essa stessa il risultato di un processo sociale, e una astratta contrapposizione tra individuale e collettivo non consente una effettiva comprensione dei mutamenti che sono in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Accenno solo a tre grandi trasformazioni che investono la nostra struttura sociale. Sono tre ondate che sconvolgono tutti gli equilibri preesistenti, e che mettono alla prova il nostro sistema di welfare. In primo luogo, c’è l’ondata demografica, con il fortissimo innalzamento delle aspettative di vita, il che determina un quadro del tutto nuovo, nella vita delle persone, nelle relazioni familiari, nel modo di organizzare la vita sociale, nella domanda di servizi e di spazi pubblici. È l’intero modello sociale che ha bisogno di essere ridefinito e ripensato. Ma finora c’è stato solo un approccio angusto, in una logica assistenzialistica, senza vedere tutta la dimensione del problema, nei suoi aspetti politici, culturali, esistenziali, senza una strategia volta a valorizzare tutte le risorse potenziali del mondo degli anziani, il quale rischia così di essere messo ai margini, senza svolgere nessun ruolo sociale. È il tema dell’invecchiamento attivo, sul quale da tempo lavora lo Spi, con il supporto del lavoro di ricerca svolto dall’Ires-Cgil.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda grande ondata è quella migratoria. È un grande processo storico, di portata mondiale, che può esser affrontato solo con una visione globale, non in una logica di emergenza, ma in una prospettiva di integrazione e di ridefinizione dei confini della cittadinanza. Qui potrebbe essere utile una revisione costituzionale, perché la Costituzione è stata scritta in una fase storica in cui l’Italia era un paese di migranti, mentre oggi il processo si è rovesciato. Ma dovrebbe essere chiaro, se stiamo ai fondamenti della nostra Costituzione, alla sua logica inclusiva e al suo carattere universalistico, che oggi è necessario allargare il concetto di “sovranità popolare”, includendo tutti quelli che in Italia vivono, lavorano, e concorrono in varie forme allo sviluppo economico. Norme più semplificate per la cittadinanza e diritto di voto sono i due passaggi necessari per una inversione di rotta. Le posizioni della Lega e dell’attuale Governo sono incompatibili con il disegno costituzionale, perché sono guidate da una logica persecutoria e discriminatoria, e su questo è indispensabile condurre una battaglia politica e culturale a viso aperto, senza farsi condizionare dai calcoli elettorali.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, c’è tutto il grande sommovimento che ha investito le forme del lavoro, con un processo che ha del tutto ribaltato il rapporto tra lavoro garantito e lavoro precario, per cui la precarietà è divenuta la regola, l’orizzonte di vita in cui si trovano schiacciate tutte le nuove generazioni, con un mutamento della condizione esistenziale di cui non si sono misurate tutte le conseguenze. Il tema è il lavoro, come indispensabile fattore di identità e di dignità. Non possiamo assecondare le fughe utopiche verso una società del non-lavoro, nè possiamo limitarci all’estensione degli ammortizzatori sociali, i quali sono necessari, ma sono pur sempre un surrogato, una misura di emergenza. Se un’intera generazione perde un ancoraggio forte con il lavoro, le conseguenze sono devastanti. In questo senso, è aperto potenzialmente un conflitto generazionale. Ma vanno correttamente indagate le cause e le ragioni di questo conflitto, evitando le troppo facili e sbrigative banalità che troppo spesso ci vengono proposte. Nella sostanza, il conflitto non riguarda essenzialmente il rapporto tra le generazioni, ma il modello sociale che si è affermato, il quale produce nuove drammatiche diseguaglianze, che investono tutte le diverse generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, il tema della condizione giovanile e delle sue prospettive è un tema decisivo, e potenzialmente esplosivo, che dobbiamo esplicitamente affrontare, e forse potrebbe essere questo l’oggetto di un nostro prossimo appuntamento. Bisogna rimettere mano alla politica previdenziale, che oggi non è in grado di offrire ai giovani nessuna seria prospettiva, e alle regole del mercato del lavoro, per mettere un freno che sia efficace ai processi di precarizzazione oggi dilaganti. Occorre cioè un nuovo patto di solidarietà tra le generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, è tutta l’architettura del welfare che deve essere ridefinita alla luce di questi profondi cambiamenti sociali, e questo richiede un intenso e impegnativo lavoro di progettazione politica, sulla base di una analisi della realtà. In questo consiste essenzialmente il lavoro che ci proponiamo di svolgere. Oggi ci limitiamo a tracciare alcune linee generali, ma è evidente che dobbiamo andare oltre, e costruire proposte, progetti, linee programmatiche concrete. Possiamo dire che tutti i temi che abbiamo qui indicati (l’invecchiamento, l’immigrazione, il lavoro) hanno in comune il concetto di cittadinanza,  l’idea cioè che debba esserci una cornice universale di diritti, a sostengo della dignità della persona, nelle diverse fasi della sua vita e nella varietà delle sue condizioni sociali. Il principio regolatore resta quello fissato dalla Costituzione, là dove la persona è pensata nelle sue relazioni sociali ed è definita come titolare di diritti fondamentali di libertà e di autonomia, che la Repubblica “riconosce” e garantisce, e che dunque hanno un valore primario e non possono dipendere dal variare delle situazioni politiche. È questo l’orizzonte in cui inquadrare tutte le singole concrete proposte: l’universalità dei diritti sociali, il principio di eguaglianza, la costruzione di una comune cittadinanza, nel quadro nazionale e in quello europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi tutto ciò può apparire velleitario, perché tutti i processi reali vanno in tutt’altra direzione. Ma è importante, io credo, fissare dei principi, degli obiettivi strategici, e definire così una precisa e chiara identità culturale, senza escludere per questo la possibilità di una politica tatticamente manovrata, in rapporto alle situazioni concrete. Così, ad esempio, tutto il tema del federalismo, che è oggi al centro dell’agenda politica del Governo e del Parlamento, va definito nei suoi principi, va ricondotto cioè ad una idea di cittadinanza unitaria e universale. L’autonomia dei poteri locali riguarda le politiche concrete, le forme organizzative, ma non i diritti di cittadinanza, e va quindi garantita l’unitarietà dell’ordinamento giuridico, contro i possibili strappi tra Nord e Sud, tra realtà forti e realtà deboli, e contro ogni forma di chiusura e di arroccamento delle singole comunità. A queste condizioni,ma solo se esse sono tenute ferme con coerenza, il federalismo può essere un importante risorsa per il rinnovamento politico e istituzionale. Così, su un altro piano, tutto il tema della costruzione unitaria dell’Europa deve essere il terreno di una precisa e incalzante iniziativa politica, e non possiamo più nasconderci dietro una generica retorica europeista. Quello che si è chiamato il “modello sociale europeo” è oggi sotto attacco, e l’Europa non ha un indirizzo, una missione visibile e riconosciuta, ma è attualmente solo il luogo di defatiganti mediazioni. Se si continua così, l’idea di Europa è destinata a perdere, nella coscienza di massa, qualsiasi significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un periodo di devastazione del dibattito politico, dobbiamo tornare ad occuparci di ciò che è davvero essenziale, dell’idea di società, del progetto, dei fini dell’agire politico, e su questo vanno misurate le tattiche, le alleanze, gli obiettivi parziali. Non aspettiamo che sia la politica a darci delle risposte. Ma pensiamo che sia nostro diritto e nostro dovere lavorare in questa prospettiva, partendo dalla parzialità del nostro punto di osservazione, ma sapendo che la democrazia vive del confronto e del conflitto tra le tante parzialità. E abbiamo l’ambizione non di superare la parzialità, ma di aprirla ad una dimensione più ampia, e per questo abbiamo bisogno del contributo, libero e critico, di ciascuno di voi.</p>
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		<title>I filosofi e le donne</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 19:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPorta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e costume]]></category>
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		<description><![CDATA[La tesi secondo la quale, nei rapporti fra i filosofi e le donne, i primi agiscano sulle seconde sulla base di una prospettiva di dominio è invero suggestiva e trova la sua origine nel pensiero della teologia della liberazione, in generale, e in quello del filosofo Enrique Dussel, in modo particolare. E’ questo il cardine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tesi secondo la quale, nei rapporti fra i filosofi e le donne, i primi agiscano sulle seconde sulla base di una prospettiva di dominio è invero suggestiva e trova la sua origine nel pensiero della teologia della liberazione, in generale, e in quello del filosofo Enrique Dussel, in modo particolare. E’ questo il cardine intorno al quale ruota il lavoro di Antonino Infranca <em>I filosofi e le donne </em>(manifestolibri, Roma 2010, pp. 143, € 18,00). Forse, dopo aver affrontato la lettura, ci si rende conto che sarebbe stato più appropriato limitare, anche nel titolo, il campo dell’indagine ad alcuni filosofi e alle loro donne. Infatti l’autore prende in considerazione quattro coppie famose della storia della filosofia e ne analizza i rapporti muovendosi in continuazione fra livello teoretico e livello sentimentale. Le coppie sono formate da Abelardo ed Eloisa, Georg Lukács e Irma Seidler, Martin Heidegger e Hannah Arendt, Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel racconto delle parole d’amore che queste coppie si sono scambiate, l’autore rinviene analogie e differenze ma anche un filo che collega fra loro queste vicende, le rende omogenee: da queste storie si possono leggere i sistemi dei quattro filosofi presi in considerazione e il valore di tali sistemi “perché la filosofia non è un mero strumento di pensiero, ma è anche un sistema di dominio e di potere” (p. 14).</p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando separatamente il pensiero di Abelardo e quello di Eloisa, il pensiero di Heidegger e quello della Arendt, le sollecitazioni che Lukács ricevette dalla prima moglie Yelena Grabenko e dalla seconda Gertrud Bortstieber -piuttosto che il rapporto patologico con Irma Seidler- sarebbe stato possibile costruire un percorso narrativo, come lo definisce lo stesso Infranca, che non avrebbe rinvenuto nella libertà assoluta di Sartre-De Beauvoir la soluzione al presunto nesso di sottomissione della donna all’uomo nella realizzazione di un sistema filosofico. Ci si vuol chiedere quanto un rapporto d’amore pesi sull’attività del pensiero, sull’attività politica e pubblica, quanto ne indichi le coordinate e fino a che punto agisca da elemento di stimolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel tentativo di proporre una risposta, balza agli occhi la relazione fra Gramsci e la moglie Giulia Schucht. Si obietterà che il primo non fu filosofo e la seconda non diventò una pietra miliare del pensiero filosofico novecentesco. Pur accogliendo parzialmente l’obiezione, si ricorderà che Gramsci scrisse, in una famosa lettera del periodo precarcerario, che senza l’incontro con Giulia non avrebbe mai compreso il significato della lotta e del pensiero vissuto avendo come oggetto la trasformazione del mondo: e questo, credo, ne fa un filosofo, precisamente quel filosofo democratico di cui scrive nei <em>Quaderni</em>, traduttore nella lingua del Novecento della marxiana filosofia della prassi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore di Antonio per Giulia, così tipologicamente legato ad un’esperienza di vita tesa alla trasformazione del mondo, è esempio vivente di una fedeltà che abbatte  le inferriate della cella carceraria e si proietta all’esterno, diventa incontro di anime altrimenti condannate alla solitudine e alla separazione, dà corpo ad un microcosmo di sentimenti che è la cellula originaria di quel macrocosmo di rapporti interpersonali in cui si trovano a convivere ansie e preoccupazioni per il “particulare” con stimoli a costruire quel marxiano “sogno di una cosa” a cui non è dato rinunciare, né ora né mai. Senza un’appassionata presenza femminile poco sarebbe possibile all’uomo: “Non posso dire alla gente: voi mi fraintendete, non sapete che cosa si nasconde in verità nel mio cuore. Sarebbe semplicemente ridicolo”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha ragione Infranca quando afferma, citando la De Beauvoir che a sua volta cita Marx, che il suo è un libro marxista in quanto il rapporto dell’uomo all’uomo “è il rapporto dell’uomo alla donna” (p. 15). Ma la meraviglia della filosofia sta nel fatto che essa crea il rapporto proprio a partire dal femminile, come Diotima per Socrate, come Giulia per Antonio: la donna che, liberando se stessa, libera anche l’uomo con cui con-divide la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto di genere viene affrontato, nel libro, “sub specie aeternitatis”, a partire dalla consapevolezza che, seppure l’uomo propende al dominio e fa della parola uno strumento con cui, appunto, domina e costruisce un sistema di pensiero, dietro ogni sua appropriazione, o presunta tale, si nasconde l’affrancamento da parte della donna, il suo essere-proprio-così-com’è nel ribaltamento dei ruoli e nell’assunzione della sua particolarità. In questo senso, il tema del lavoro di Infranca sembra essere più la bellezza che la filosofia, quella bellezza che spinozianamente si presenta come letizia, come “amor Dei intellectualis”, ricomposizione del rapporto in un’armonia che è non tanto nel pensiero, quanto nella natura e in quel suo presentarsi come riappropriazione dell’umanità dell’uomo e della femminilità della donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle quattro coppie intorno a cui discute Infranca sono presenti forme categorialmente diverse del dominio maschile: la volontà, l’opera, il riconoscimento, l’individuo. Il nesso hegeliano fra forma e contenuto in cui il rapporto uomo-donna si realizza diventa strumentale rispetto alle quattro categorizzazioni proposte nel volume e soggiace ad una volontà di potenza al maschile che, però, le stesse vicende narrate mettono in discussione. Quella simpatia, che Infranca traduce in modi diversi (p. 83), sembrerebbe non diventare mai con-divisione, perfetta corrispondenza del concavo con il convesso, sostanziale riempimento di quel vuoto esistenziale a cui è riuscito a sopravvivere soltanto Spinoza, ritrovandosi il suo sodale nel pensiero di un paio di secoli dopo, cioè Nietzsche, in piena pazzia a causa della sua solitudine. Con-dividere vuol dire che ciò che apparentemente il genere divide si ricompone in unità attraverso il recupero di quell’altro da sé che è già parte della totalità del sé. Insomma, il “cane morto” Hegel è il vero convitato di pietra del libro di Infranca, il suo assoluto protagonista, quello Hegel che scrive: “Unificazione vera, amore vero e proprio, ha luogo solo fra viventi che sono uguali in potenza, e che quindi sono viventi l’uno per l’altro nel modo più completo, e per nessun lato l’uno è morto rispetto all’altro”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Infranca spinge ad una conclusione che soltanto in apparenza sembra contrastare con i suoi presupposti: le quattro donne rappresentate sono “eccezionali”, nel senso kierkegaardiano del termine, proprio perché forniscono il loro decisivo contributo alla realizzazione della posizione dei filosofi con cui costruiscono un rapporto di con-divisione; non ne subiscono il fascino teoretico, il dominio del pensiero, ma donano a quel pensiero ciò che esso, privato del loro contributo, non avrebbe mai potuto avere: la bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lelio La Porta</p>
<p> </p>
<hr size="1" /><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> H. Arendt, <em>Che cosa resta? Resta la lingua materna</em>, in <em>Archivio Arendt 1. 1930-1948</em>, Feltrinelli, Milano 2001, p. 51.</p>
<p><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> G. W. F. Hegel, <em>Scritti teologici giovanili II, </em>Guida Editori, Napoli 1977, p. 529.</p>
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		<title>Un’analisi interdisciplinare ai fenomeni economici: l’economia cognitiva</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 11:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>GPalma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Quando abbandoniamo il nostro studio e ci impegniamo nelle faccende della vita comune, le conclusioni [della ragione] sembrano svanire, come i fantasmi del mattino, e ci è difficile conservare perfino quelle convinzioni che avevamo raggiunto con difficoltà”. D. Hume 1739 Nel 2002, l’Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il Premio Nobel per l’economia a Vernon [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“Quando abbandoniamo il nostro studio e<br />
ci impegniamo nelle faccende della vita comune,<br />
le conclusioni [della ragione] sembrano svanire,<br />
come i fantasmi del mattino,<br />
e ci è difficile conservare perfino quelle convinzioni<br />
che avevamo raggiunto con difficoltà”.</em> D. Hume 1739</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2002, l’Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il Premio Nobel per l’economia a Vernon Smith “<em>per aver affermato la rilevanza degli strumenti di laboratorio per l’indagine empirica in economia</em>” e a Daniel Kahneman “<em>per aver integrato intuizioni della ricerca psicologica nella scienza economica</em>”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a>. La decisione dell’Accademia ha sancito la rilevanza di un approccio all’analisi dei fenomeni economici diverso rispetto a quello proposto dall’economia neoclassica.</p>
<p style="text-align: justify;">É un fatto degno della massima attenzione che, nel corso dell’ultimo ventennio, stiano aumentando tra gli stessi economisti del <em>mainstream</em> le prese di distanza dalla cosiddetta “<em>finzione di Walras</em>” (<em>cfr.</em> Zamagni 1994), dall’idea cioè che compito primario ed esclusivo dell’economia sia lo studio del rapporto fra uomo e natura, ovvero tra uomo e cose<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei principali scopi perseguiti dalla scuola di Losanna (da cui trae ispirazione l’economia neoclassica), è stato il tentativo di <em>purificare</em> la scienza economica. I fondatori di questa scuola, fra i quali possiamo annoverare Leon Walras e Vilfred Pareto, hanno trattato il non economico come irrazionale. É noto come loro chiamino <em>residuo</em> il non economico, vale a dire tutto quanto si discosti dall’economia pura. Per raggiungere questo obiettivo, si è reso necessario (da parte di questi autori) appropriarsi del metodo della fisica in modo da elaborare leggi certe, assiomatiche ed interrelate dal principio di necessità. Ne è risultato un modello <em>atomistico,</em> che ipotizza il comportamento del singolo agente come volto esclusivamente alla ricerca del massimo piacere con la minima fatica<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>. L’agente sceglie in condizioni di conoscenza perfetta. Le informazioni sono acquisite senza sforzi e senza costi. Esiste tra gli agenti un elevato grado d’interdipendenza, poiché le azioni dell’uno sono fortemente influenzate da quelle altrui. Emerge un quadro d’interazione alquanto complesso che il mercato atomistico di concorrenza perfetta riesce a semplificare. Non sussistono dunque problemi di organizzazione o di informazione di cui l’economista debba occuparsi: nella posizione d’equilibrio, tutte le complicazioni che discendono dai rapporti tra uomo e uomo scompaiono; accade addirittura che in condizione di equilibrio, l’uomo in quanto tale, si spogli delle sue determinazioni storico-sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esigenza riconosciuta invece è quella di considerare adeguatamente la complessità dei fenomeni economici e dei processi che guidano le scelte degli individui. Negli ultimi anni, a questa esigenza ha cercato di rispondere una nuova branca dell’economia, denominata <em>economia cognitiva</em>. Questa recente disciplina studia le operazioni di ragionamento e i processi di adattamento assunti dagli attori economici nel corso delle loro interazioni (Walliser 2001). Si parla di adattamento perché gli agenti, nelle loro scelte, non si comportano secondo quanto previsto dalle curve di preferenze descritte dagli economisti tradizionali, ma violano apparentemente, la razionalità. Le violazioni della razionalità economica non sono episodiche ma, come osserva Kahneman, sistematiche.</p>
<p>Al riguardo lo studioso israeliano asserisce che:</p>
<p style="text-align: justify;">“la classica teoria delle scelte fissa una serie di condizioni di razionalità che sono forse necessarie ma difficilmente sufficienti: esse, infatti, consentono di definire come razionali molte scelte palesemente sciocche” (Kahneman 1994, p. 23). “Nessuno ha mai creduto seriamente che tutti gli esseri umani abbiano sempre credenze razionali e prendano invariabilmente decisioni razionali. Il principio di razionalità viene generalmente inteso come un’approssimazione, fondata sulla convinzione (o speranza) che gli scostamenti dalla razionalità si facciano rari quando la posta è alta o tendano a scomparire del tutto sotto i colpi della disciplina del mercato” (Kahneman 2003, p. 87).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Si potrebbe affermare che l’economia cognitiva nasca dal bisogno di approfondire le ragioni di questa “<em>ricorrenza dell’irrazionalità</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale materia di studio si consolida e si diffonde a partire dalla fine degli anni Ottanta, e soprattutto nel corso degli anni Novanta, quando affiorano la complementarietà e le affinità tra i contributi resi dai vari economisti nel corso degli anni Cinquanta<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio nella metà del Novecento erano emersi risultati sperimentali che mettevano in discussione la validità del modello standard dell’azione razionale. In particolare vanno ricordati: il <em>paradosso di Allais</em> nel 1952 e lo studio empirico dei processi decisionali nelle imprese condotto da Cyert, Trow e Simon nel 1956<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “<em>paradosso di Allais</em>” è probabilmente il più celebrato risultato nella storia dell’economia sperimentale<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn6">[6]</a>. Nel 1952 a Parigi, Allais presentò il suo celebre <em>paradosso</em> ad una platea composta dai migliori economisti della sua generazione: fra gli altri, i futuri Nobel Paul Samuelson, Milton Friedman e Kenneth Arrow, ed altri “giganti” come Jacob Marschak, Leonard Savage ed Oskar Morgenstern. Il suo scopo era duplice: a) mostrare che il metodo assiomatico della teoria dell’utilità soggettiva attesa, proposto da von Neumann e Morgenstern nel loro studio del 1944, non forniva un’adeguata teoria descrittiva delle scelte in condizione di incertezza; b) manifestare l’esigenza di modificarne i criteri formali, non solo per catturare il comportamento ‘anomalo’ osservato, ma per legittimarlo come perfettamente razionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1953 l’economista francese pubblicò, sulla rivista <em>Econometrica,</em> un articolo in cui esponeva i risultati dell’esperimento, nel quale i soggetti sperimentali dovevano esprimere delle preferenze fra varie alternative<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn7">[7]</a>. Egli confutò la teoria dell’utilità attesa, dimostrando che la definizione assiomatica di razionalità non permetteva né di descrivere né di predire le decisioni economiche<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn8">[8]</a>. In particolare, l’economista francese, inaugurando il metodo sperimentale nella teoria del consumatore, invalidò il principio dell’indipendenza introdotto da Savage, secondo cui le preferenze del consumatore sono indipendenti dal modo in cui le opzioni vengono messe a confronto<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn9">[9]</a>. Allais in questo modo dimostrò che i limiti della teoria dell’utilità attesa non riguardavano solo le decisioni caratterizzate da incertezza, alle quali essa non era affatto applicabile, ma anche a quelle caratterizzate da rischio<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati ottenuti indicavano inoltre l’impossibilità di racchiudere tali aspetti psicologici in procedure formali, come quelle che caratterizzano la teoria dell’utilità attesa. Si rilevò che, l’applicazione delle probabilità alla funzione di utilità ordinale, non si era dimostrata sufficiente per superare i limiti connessi al riferimento a categorie psicologiche, come i desideri e le credenze individuali. Il contributo dello scienziato francese ottenne scarsa attenzione tra gli economisti statunitensi, ma alle critiche di Allais fecero eco molti anni più tardi le elaborazioni in positivo di Kahneman e Tversky che, con la <em>Prospect</em><em> Theory</em>, accolsero ed estesero le posizioni del premio Nobel francese (1988).</p>
<p style="text-align: justify;">Come si sosteneva precedentemente, a partire dagli anni ’50 numerosi sforzi sono stati compiuti da diversi studiosi al fine di approfondire l’analisi della “razionalità” nella scelta economica. Un contributo decisivo in questa direzione è stato fornito dalla <em>scuola comportamentista americana,</em> grazie ai lavori di eminenti studiosi quali Simon, Cyert, March e Newell<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn11">[11]</a>. In termini generali la scuola <em>comportamentista di Carnegie</em>, partendo da un approccio di tipo empirico fortemente “<em>grounded on reality</em>”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn12">[12]</a>, ha criticato la nozione di razionalità assoluta propria dell’approccio neoclassico concentrando la propria attenzione più specificatamente sui limiti computazionali, cognitivi e informativi propri dell’agente economico pervenendo alla definizione di un concetto più “debole” di razionalità comunemente noto in letteratura con il termine di <em>“razionalità limitata” (bounded rationality</em>). Questi autori hanno mostrato che gli agenti economici piuttosto che essere dei perfetti ottimizzatori adottano, dati i loro limiti cognitivi, regole pratiche di comportamento (<em>heuristics</em>) che consentono loro da un lato di semplificare i propri modelli decisionali, dall’altro di coordinarsi con gli altri agenti al fine di ridurre il grado di incertezza caratteristica di sistemi economici complessi<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn13"><sup><sup>[13]</sup></sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicazione di questi lavori suscitò interesse, ma non alterò l’orientamento prevalente della scienza economica. Occorrerà aspettare quindi la fine degli anni Ottanta per constatare i primi mutamenti verso un sostanziale ripensamento della teoria economica <em>mainstream</em>. Una delle ragioni di questa sfasatura è da attribuire alla variegata natura di questi lavori e più in generale delle matrici dell’economia cognitiva, che sono state individuate come tali solo successivamente. Un altro motivo di questo ritardo è dovuto al fatto che, negli anni Cinquanta, le tecniche di ottimizzazione avevano raggiunto un elevato livello di perfezione formale, rivelandosi molto efficaci, ma allo stesso tempo molto complesse. Bisogna sottolineare che i <em>teorici dell’ottimizzazione</em> spesso non hanno tenuto in conto i problemi derivanti da un eccessivo dispendio di tempo di calcolo, da parte degli individui, per poter effettuare delle scelte (Rizzello 1997).</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dagli anni Settanta Daniel Kahneman ed il suo più giovane collega psicologo Amos Tversky, hanno pubblicato decine di lavori scientifici in cui è stata ampiamente discussa una nuova modalità di studio su come le persone valutano l’incertezza e prendono decisioni<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn14">[14]</a>. Di particolare rilievo, a tal riguardo, appare il loro contributo nello studio dei principi psicologici che governano il determinarsi delle alternative nel processo di <em>decision–making</em>, mostrando come le preferenze varino sensibilmente in base alle modalità con cui esse si presentano e vengono identificate.</p>
<p style="text-align: justify;">In concreto, Kahneman e Tversky mostrano per la prima volta in maniera efficace come i giudizi degli individui siano il prodotto finale dell’azione di particolari meccanismi cognitivi quali la <em>rappresentatività</em>, la <em>disponibilità</em> e l’<em>ancoraggio</em>. Con questi termini viene fatto riferimento a specifici processi cognitivi che, in maniera del tutto inconsapevole, dirigono e influenzano in modo determinante la maggior parte delle nostre decisioni quotidiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Kahneman nel suo saggio, scritto in collaborazione con Amos Tversky, <em>Judgement under Uncertainty: Heuristics and Biases</em> (1974, p. 31) afferma che:</p>
<p style="text-align: justify;">“molte decisioni vengono prese sulla base di convinzioni riguardanti la probabilità di eventi incerti, come il risultato di un’elezione, la consapevolezza di un imputato o la futura quotazione di una moneta. Il più delle volte, queste congetture sono espresse con frasi come: “Penso che&#8230;, Ci sono buone possibilità che&#8230;, È improbabile che…, e via dicendo, e qualche volta assumono persino forma numerica, con l’enunciazione di quote o probabilità soggettive”.</p>
<p style="text-align: justify;">I due studiosi hanno dato inizio ad un lungo percorso che ha progressivamente messo in discussione la validità descrittiva dell’assunzione di razionalità e del modello normativo dell’utilità attesa, proposto da von Neumann. Le loro ricerche hanno, come punto di partenza, la constatazione e valutazione di apparenti <em>anomalie cognitive</em> e contraddizioni osservabili nel comportamento quotidiano delle persone. In particolar modo essi osservano che gli individui, posti di fronte ad una scelta, si comportano in maniera significativamente diversa, mostrando una propensione al rischio oppure un’avversione ad esso, a seconda di come la scelta e le opzioni vengono presentate loro. L’esempio proposto dai due psicologi è il seguente: le persone sono disposte ad attraversare un’intera città per risparmiare 5 euro per un capo che ne costa 15, mentre non sono disposte a fare altrettanto per risparmiare la stessa cifra per l’acquisto di un capo che è venduto a 125 euro. Questo fenomeno viene rappresentato con la <em>teoria del framing</em> <em>delle decisioni </em>ossia della loro ‘contestualizzazione’ (il termine italiano è probabilmente inadeguato essendo a differenza dell’inglese <em>framing</em>, troppo carico di significato realistico-descrittivo anziché psichico), teoria che a sua volta si ricompone o presuppone delle riflessioni<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste riflessioni, gli autori sono arrivati a dimostrare come le preferenze vengano espresse nel momento stesso in cui viene posto il problema e in funzione del modo in cui le informazioni sono presentate di volta in volta, non essendovi, quindi, un modo per la nostra mente di garantire l’esistenza di un ordine di preferenze e credenze che sia coerente e determinato a priori<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn16">[16]</a>. Secondo Kahneman infatti, i requisiti formali di coerenza della cosiddetta razionalità economica sono <em>psicologicamente impossibili</em><strong> </strong>e non possono essere soddisfatti dalla mente umana. Sarebbe un errore intendere questa posizione come rifiuto radicale della razionalità. Essa implica invece, che la sola nozione realistica di razionalità diventa quella di <em>razionalità limitata</em>, un concetto introdotto da Simon diversi anni prima, nel quale viene presa in considerazione l’asimmetria ricorrente nelle scelte quotidiane degli uomini<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn17">[17]</a>.</p>
<p>Ecco il commento che diede Tversky (1977) dopo i loro studi: </p>
<p style="text-align: justify;">“[...] Daniel Kahneman e io abbiamo studiato i processi cognitivi sottostanti la formazione di preferenze e credenze. La nostra ricerca ha mostrato che i giudizi soggettivi generalmente non obbediscono ai principi normativi fondamentali della teoria delle decisioni. Al contrario, i giudizi umani sembrano seguire principi che talvolta conducono a risposte ragionevoli e talaltra a errori gravi e sistematici. Inoltre la nostra ricerca (<em>cfr.</em> Tversky &amp; Kahneman 1974; Kahneman &amp; Tversky 1979) mostra che gli assiomi della scelta razionale sono spesso violati in maniera sistematica dagli intervistati, sia smaliziati sia ingenui, e che le violazioni sono spesso ampie e fortemente persistenti. Alcuni dei <em>bias</em> osservati, come la <em>fallacia del giocatore</em> e la <em>fallacia di regressione</em> (Tversky &amp; Kahneman <em>op. cit.</em>), sono reminiscenze di illusioni percettive. In entrambi i casi, la risposta erronea originaria non perde la sua attrattiva anche quando l’intervistato ha appreso la risposta corretta”.</p>
<p style="text-align: justify;">Condividendo l’idea di Karl Polany secondo cui “<em>we know more then we can tell</em>”, tentativo di questo lavoro è quello di stimolare una riflessione critica sulla formulazione classica della teoria della razionalità<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn18">[18]</a> e più in generale proporre un criterio di osservazione alternativo, magari più complesso e criticabile rispetto ad altri, da adottare in futuro nella lettura dei fenomeni socio-economici.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Riferimenti Bibliografici</span></p>
<p style="text-align: justify;">Allais M. (1952), &#8220;Le comportament de l&#8217;homme rationnel devant le risque: Critique des postulats de l&#8217;école Américaine”, <em>Econometrica</em>, 21, pp. 503-546.</p>
<p style="text-align: justify;">Egidi M. &amp; Rizzello S. (2003), “Cognitive Economics: Foundations and Historical Evolution”, <em>Department of Economics “S. Cognetti de Martis”</em>, Torino, Working Paper 4/2003; trad. it. “Economia Cognitiva: fondamenti ed evoluzione storica&#8221;, <em>Sistemi intelligenti: rivista quadrimestrale di scienza cognitiva e intelligenza artificiale</em>, 2003, vol. 2, pp. 221-246.</p>
<p style="text-align: justify;">Hume D. (1985), <em>A Treatise of Human Nature</em>, Penguin Books, London, [1739-1749].</p>
<p style="text-align: justify;">Kahneman D. (1994), “New Challenges and Theoretical Economics”, <em>Journal of Institutional and the Theoretical Economics</em>, (1994), 150, 1, pp. 18-36; trad. it. “Nuove sfide al principio di razionalità”; in Kahneman D. (2007), pp. 1-30.</p>
<p style="text-align: justify;">Kahneman D. (2003), “A Psycological Perspective on Economics”, <em>American Economic Review</em> (Proceedings), 93, 2, pp. 162-168; trad. it. “Una prospettiva psicologica dell’economia”; in Kahneman D. (2007), pp. 85-97.</p>
<p style="text-align: justify;">Kahneman D. (2004), “Toward National Well-Being Accounts”, <em>American Economic Review</em> (Proceedings), 94, 2, pp. 429-434; trad. it. “Verso una contabilità nazionale del benessere”; Kahneman D. (2007), pp. 98-113.</p>
<p style="text-align: justify;">Kahneman D. (2007), <em>Economia della felicità</em>, Il Sole 24 ore, Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Katona G. (1951), <em>Psychological Economics of Economic Behaviour</em>, Mc-Graw-Hill, New York; trad. it. <em>L’analisi psicologica del comportamento umano</em>, Etas Libri, Milano, 1964; in Rizzello S. (1997).</p>
<p style="text-align: justify;">Knight F.H. (1921), <em>Risk, Uncertainty and Profit</em>, Hougton Mifflin Company, Boston.</p>
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<p style="text-align: justify;">Neumann J. von &amp; J Morgenstern O. (1944), <em>Theory of Games and Economic Behavior</em>, (seconda ed. ampliata 1947), Princeton University Press, Princenton (NJ).</p>
<p style="text-align: justify;">North D.C. (1996), “Economics and Cognitive Science”, <em>Archive at WUSTL working paper</em>, <a href="http://129.3.20.41/eps/eh/papers/9612/9612002.pdf">http://129.3.20.41/eps/eh/papers/9612/9612002.pdf</a> (visited. 3/5/2009) </p>
<p style="text-align: justify;">Novarese M. &amp; Rizzello, S. (1999), “Origin and Recent Developments of Experimental Economics”, <em>Storia del Pensiero economico</em>, 37 <a href="http://ideas.repec.org/p/wpa/wuwpmh/0409001.html">http://ideas.repec.org/p/wpa/wuwpmh/0409001.html</a> (visited 10/12/2008).</p>
<p style="text-align: justify;">Novarese M. &amp; Rizzello S. (2004), <em>Economia Sperimentale</em>, Bruno Mondadori, Milano. </p>
<p style="text-align: justify;">Pareto V. (1906). <em>Manuale di economia politica, con una introduzione alla scienza sociale,</em> Società editrice libraria, Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Piattelli Palmarini M. &amp; Motterlini M. (2005) (a cura di), <em>Critica della ragione economica</em>, Il Saggiatore, Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Rizzello S. (1997), <em>L’economia della mente</em>, Laterza<em>, </em>Roma-Bari; trad. ingl. <em>The Economics of the Mind</em>, Edward Elgar, Aldelshot, 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">Simon H.A. (2000), <em>Scienza economica e comportamento umano,</em> Edizioni di Comunità<em>,</em> Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">Simon H.A. &amp; March J.C. (1958), <em>Organizations</em>, John Wiley, New York; trad. it. <em>La teoria dell&#8217;organizzazione</em>, Edizioni di Comunità, Torino, 1966.</p>
<p style="text-align: justify;">Tversky A. (1977), “On the elicitation of preferences: descriptive and prescriptive considerations”, in Piattelli Palmarini M. &amp; Motterlini M. (2005).</p>
<p style="text-align: justify;">Tversky A. &amp; Kahneman D. (1974), “Judgment under uncertainty: Heuristics and Biases”, <em>Science</em>, New Series, 185 (1974), 4157, 1124-1131; trad. it. “Il giudizio in condizioni d’incertezza euristiche e bias”; in Kahneman D. (2007), pp. 31-57.</p>
<p style="text-align: justify;">Tversky A. &amp; Kahneman D. (1986), “Rational Choice and the Framing of Decisions”, <em>Journal of Business</em>, vol.59, n.4, pt.2, pp. 251-278.</p>
<p style="text-align: justify;">Walliser B. (2001), “What Cognitive Economics is about”, <em>Cognitive Economy, Proceedings of the French School Economie Cognitive</em>, Cnrs, <a href="http://www.cenecc.ens.fr/EcoCog/Livre/Drafts/walliser2.doc">www.cenecc.ens.fr/EcoCog/Livre/Drafts/walliser2.doc</a></p>
<p style="text-align: justify;">Walras L.M. (1874), <em>Éléments d’économie politique pure, ou théorie de la richesse sociale</em>, Corbaz, Lausanne; trad. it. <em>Elementi di economia politica pura</em>, UTET, Torino, 1974.</p>
<p style="text-align: justify;">Zamagni S. (1994), “Economia e filosofia”, <em>Dipartimento di Scienze Economiche</em>, <em>JEL</em>, A 12, B 41, Bologna.</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> <em>Cfr.</em> Nobel Press Release (2002), <a href="http://www.nobel.se/economics/laureates/2002/">http://www.nobel.se/economics/laureates/2002/</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Come si legge nell’opera <em>Elements of Pure Economics </em>di Leon Walras: “assumendo l’equilibrio possiamo anche spingerci ad astrarre dall’imprenditore e considerare semplicemente i servizi produttivi come se fossero scambiati direttamente fra loro” (Walras 1974, p.71). Pareto estenderà poi la “finzione di Walras” fino a comprendervi anche l’analisi del comportamento del consumatore. A tal proposito è rimasta celebre l’affermazione di Vilfred Pareto secondo cui non c’è alcun bisogno di sapere chi sia il consumatore; tutto quanto si richiede, ai fini della teoria, è la conoscenza della sola mappa di indifferenza e ovviamente del vincolo di bilancio (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> Nell’economia neoclassica, il principio per il quale si ritiene che i fenomeni sociali possano essere spiegati efficacemente a partire dagli individui che in essi intervengono è alla base del concetto di <em>homo oeconomicus</em> e del principio del <em>self-interest</em>. Esso si sposa bene con la filosofia neoclassica utilitaristica, di derivazione <em>benthamita</em>, secondo la quale il benessere sociale (<em>welfare</em>) è dato dalla semplice somma del benessere individuale (<em>well-being</em>) degli appartenenti ad una data popolazione. Come noto, Bentham definisce l’<em>utilità</em> di un oggetto, in termini edonistici, come capacità di quel oggetto di procurare effettivamente piacere; mentre <em>l’ordinalismo paretiano</em> fissa l’attenzione sulla preferenza o desiderabilità per un oggetto, con il quale l’utilità diventa un costrutto teorico inferito dalle scelte osservate. A tal proposito, Edgeworth (1881) immaginò un “<em>edonimetro</em>”, un apparecchio in grado di registrare in modo continuo l’utilità individuale (nel senso adottato da Bentham, come sensazioni positive o negative del momento), definendo la felicità attraverso l’integrale dell’utilità misurata nel tempo (<em>cfr.</em> Kahneman 2004, pp. 100-102).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a> L’economia cognitiva affonda le sue radici già nel Settecento e soprattutto nell’Ottocento, con alcuni contributi rispetto ai quali emergono fortissime affinità concettuali, prima fra tutte quelle di Marshall, Menger e Veblen.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a> Fra gli altri economisti che apportarono nuove idee, in quella fase storica, si possono annoverare Katona (suo è il <em>survey method</em>), Markowitz ed Ellsberg.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref6">[6]</a> È utile ricordare che di solito viene segnalato come lavoro capostipite dell’economia sperimentale quello di Edward Chamberlin del 1948, mentre Novarese e Rizzello (2004) pongono la prova di Louis Leon Thurstone del 1931, come primo esperimento in economia a scopo didattico. In quel esperimento si verificava la teoria neoclassica del consumatore attraverso un’osservazione empirica (la stima) di una curva di indifferenza individuale. La cosa interessante fu che, il lavoro di Thurstone non fu pubblicato su una rivista di economia ma bensì sul <em>Journal of Social Psychology</em>. Questo vicenda non fu un fatto isolato ma era una prassi ben consolidata in quegli anni. (<em>cfr.</em> Novarese &amp; Rizzello 2004, pp. 13-14).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref7">[7]</a> La tecnica sperimentale utilizzata da Allais fu molto semplice e si basava sull’uso di questionari ipotetici che non prevedevano alcuna remunerazione. I soggetti dovevano compiere due scelte tra alternative diverse (fra A e B) e (fra C e D). Ciascuna alternativa era caratterizzata da un diverso esito, certo o aleatorio (<em>cfr.</em> Novarese &amp; Rizzello <em>op. cit.</em>, p. 17).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref8">[8]</a> Leonard Savage, che aveva preso parte alla conferenza tenuta da Allais, pubblicò nel 1954 <em>Foundations of Statistics,</em> nel quale analizzava i fondamenti statistici dell’utilità attesa. In esso propose una soluzione al paradosso di Allais presentando il medesimo prospetto sottoforma di estrazione. La differenza fra le due interpretazioni sta nel fatto che, mentre Savage giustificava il manifestarsi di queste distorsioni (<em>bias</em>) causate da un errore, l’economista francese le considerava come un fatto normale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref9">[9]</a> Per il <em>principio dell’indipendenza</em>, il soggetto impegnato in una scelta, dovrebbe trascurare gli esiti uguali dal momento che essi sono indifferenti ai fini della sua scelta. Di fatto però, i soggetti coinvolti nell’esperimento, fecero scelte non coerenti tra loro e infransero in questo modo il principio di indipendenza e di conseguenza invalidando così la teoria dell’utilità attesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref10">[10]</a> L’economista Frank Knight sosteneva che non siamo in grado di prevedere gli eventi futuri perchè non conosciamo tutte le variabili del presente (Knight 1921, p. 201). Nel suo contributo egli giunge ad elaborare una differenza fondamentale per la scienza economica: la differenza tra <em>rischio ed incertezza</em>. Il <em>rischio</em> rappresenta una condizione nella quale è possibile tracciare una distribuzione di probabilità dei risultati tale da riuscire ad assicurarsi contro tale condizione. La natura oggettivamente misurabile della probabilità che si può assegnare a ciascuna delle conseguenze, porta Knight a definire il rischio come <em>incertezza determinata</em>. Quando invece la probabilità che si può attribuire alle conseguenze di una decisione è indeterminata, non misurabile oggettivamente, la decisione è caratterizzata da <em>incertezza</em>. Ciò significa che il rischio può essere annullato attraverso un calcolo, mentre l’incertezza rimane.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref11">[11]</a> Alla Graduate School of Industrial Administration l’economista americano, assieme a Cyert e March, sviluppò un nuovo approccio alla comprensione del comportamento umano nelle istituzioni e organizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref12">[12]</a> Considerata come una teoria che parte dai dati della ricerca empirica ed è costruita dagli studiosi attraverso l’indagine sul campo valorizzando gli elementi che di volta in volta emergono, la <em>Grounded Theory</em> si configura come un modo di intendere il percorso dell’analisi sociologica (e non solo) e ha come suo fondamento “quello di ricercare teorie sociologiche sulle basi dei dati emersi della ricerca” (<em>cfr.</em> Gosetti 2004, p. 193).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref13">[13]</a> Si ricorda che Knight (1921) aveva già affermato che gli individui sono dotati di un’intelligenza limitata, ma che essa è in grado di<em> svilupparsi col mondo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref14">[14]</a> Del suo rapporto con Tversky, Daniel Kahneman offre vivace memoria in un recente contributo autobiografico. “<em>We were a team, and we remained in that mode for well over a decade. The Nobel Prize was awarded for work that we produced during that period of intense collaboration</em>”. Per informazioni biografiche su Daniel Kahneman: <em>cfr.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2002/kahneman-autobio.html">http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2002/kahneman-autobio.html</a>, <a href="http://www.princeton.edu/pr/home/02/1009_kahneman/hmcap.html">http://www.princeton.edu/pr/home/02/1009_kahneman/hmcap.html</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Kahneman">http://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Kahneman</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref15">[15]</a> Circa il <em>framing effect</em> famoso resta l’esempio della ‘malattia asiatica’ nel quale un rimedio che salva con certezza un numero limitato di vite viene preferito (in forza della avversione al rischio) a un rimedio alternativo che può salvare tutte le vite con un limitata probabilità ma che può anche condurre a perdere tutte le vite. Quando la stessa scelta viene riformulata in termini di possibili perdite la preferenza si inverte e, piuttosto che accettare la perdita certa di un determinato numero di vite, si preferisce correre il rischio di un rimedio incerto che tuttavia ha qualche probabilità di salvare tutte le vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref16">[16]</a> Le prove raccolte in questi anni da Kahneman e i suoi colleghi suggeriscono che gli episodi vengono giudicati più attraverso alcune “istantanee” che con una rappresentazione continua simile a un filmato. Le istantanee sono, in realtà, montaggi che possono miscelare impressioni tratte da varie sezioni dell’esperienza. L’<em>esperienza</em> nella sua globalità viene valutata in base alla media ponderata dell’utilità di questi momenti di sintesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref17">[17]</a> Schelling (1984) sostiene che la nostra storia personale nel corso del tempo può essere descritta come una sequela di distinte personalità che possono esprimere preferenze incompatibili e prendere decisioni che influenzano la formazione delle personalità successive.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref18">[18]</a> Nella teoria neoclassica la concezione di razionalità ha subito diversi adattamenti, ma alla base si è sempre posto il principio secondo cui gli agenti massimizzano (o, in eguale misura, minimizzano) qualche funzione obiettivo (utilità attesa, profitto, ecc.) dati i vincoli cui sono sottoposti (vincolo di bilancio per il consumatore, tecnologia per l’imprenditore, e così via). Tutti i tradizionali risultati sistemici cui la teoria neoclassica perviene derivano dal considerare il comportamento degli operatori quale strettamente ottimizzante.</p>
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		<title>Cari soci, amici e lettori</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Dec 2010 10:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Etica ed Economia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari soci di Etica ed Economia, cari amici sostenitori, cari lettori, giungano a voi e alle vostre famiglie gli auguri sinceri del Menabò che entra nel suo ventunesimo anno di vita e che spera di accompagnarvi ancora a lungo nelle vostre ricerche, riflessioni, iniziative. Insieme agli auguri consentite all’anziano presidente di  farvi giungere l’amichevole sollecito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cari soci di Etica ed Economia, cari amici sostenitori, cari lettori, giungano a voi e alle vostre famiglie gli auguri sinceri del Menabò che entra nel suo ventunesimo anno di vita e che spera di accompagnarvi ancora a lungo nelle vostre ricerche, riflessioni, iniziative.<br />
Insieme agli auguri consentite all’anziano presidente di  farvi giungere l’amichevole sollecito ai soci per rinnovare il versamento della quota di iscrizione e agli amici un sollecito a farci giungere con un’offerta il vostro sostegno. Ogni aiuto dato al volontariato è un contributo a creare nuclei di associazionismo e di incontro e ciò è molto importante in una società che fatica a ritrovare le vie della socializzazione e della libera collaborazione tra le persone, vie decisive per uscire dalla crisi economica e democratica.<br />
Lo sforzo di Etica ed Economia di far incontrare su un piano di assoluta parità giovani studenti e ricercatori con professori e scienziati continuerà con lo stesso impegno del 2010 sia con iniziativa proprie sia con iniziative già avviate in collaborazione con altre fondazioni e associazioni antiche e nuove. Vi invitiamo tutti a partecipare ad esse, ad aiutarci nelle ricerca e informazione sulle misure atte a fronteggiare le cause della crisi e a rafforzare il ruolo dell’Europa che è ormai il campo di ogni iniziativa che voglia misurarsi con le americhe ad occidente nonché con la Cina e l’India ad Oriente. Il Menabò diventi uno dei luoghi della vostra ricerca nonché uno dei luoghi del vostro impegno di cittadini.</p>
<p>                                                              Luciano Barca</p>
<p style="text-align: left;">Per il sostegno ad Etica ed Economia potete servirvi dei bonifici bancari versando sul nostro conto bancario BNL all’IBAN</p>
<p style="text-align: left;">- <strong>IT 15 I 01005 03373 000000004286</strong> -</p>
<p style="text-align: justify;">oppure tramite assegno inviato in busta chiusa all’Associazione Etica ed Economia, via Panaro 14, 00199 Roma</p>
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		<title>Povertà e criminalità: un progetto di ricerca</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 19:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Etica ed Economia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Il Laboratorio di Etica e Economia in &#8220;Verso Itaca&#8221; L’associazione Etica e Economia partecipa alla rete di associazioni di recente costituzione “Verso Itaca” che è attiva sui temi della legalità e della lotta alla criminalità ed ha una proiezione internazionale con specifiche attività di formazione-intervento in America Latina. Le competenze che Etica e Economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. Il Laboratorio di Etica e Economia in &#8220;Verso Itaca&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’associazione Etica e Economia partecipa alla rete di associazioni di recente costituzione “Verso Itaca” che è attiva sui temi della legalità e della lotta alla criminalità ed ha una proiezione internazionale con specifiche attività di formazione-intervento in America Latina. Le competenze che Etica e Economia mette a disposizione della rete per interventi formativi riguardano le tematiche relative alla crisi economica: cause, conseguenze, con particolare attenzione al tema della legalità (in collaborazione con l’associazione “Libera”). Anche nel quadro di questo impegno Etica e Economia ha avviato un programma di ricerca su “Povertà e criminalità” secondo le linee indicate nelle pagine seguenti. A questo scopo si è costituito un Laboratorio con un Comitato di Indirizzo composto da Luciano Barca, Fabrizio Barca, Maurizio Franzini, Giampiero Marchesi, Gilberto Seravalli, e da un gruppo di lavoro composto da Mattia Ciampicacigli, Luca Murrau, Davide Nardelli, Sergio Scicchitano, Gilberto Seravalli. Il Laboratorio è aperto, e sono invitati a partecipare ricercatori e studenti che fossero interessati a seguirne le attività.</p>
<p><strong>2. Primo rapporto del progetto di ricerca &#8220;Povertà e criminalità&#8221;</strong></p>
<p><strong>Premessa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Povertà ed esclusione sociale alimentano l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata che a loro volta rendono difficile combattere la povertà e sostenere i processi di sviluppo e inclusione sociale. La criminalità, tuttavia, non prospera solo in condizioni di sottosviluppo dove recluta persone che non riescono ad ottenere reddito e lavoro nelle attività legali. Essa cerca, anzi, ambiti territoriali e settori economici ricchi, che spesso riesce a penetrare e stravolgere, dove trova basi materiali e sete di guadagno che vogliono vincere in fretta e senza scrupoli la competizione con le attività che rispettano le norme. Se da una parte, quindi, esiste indubbiamente un nesso circolare tra criminalità e povertà che opera nelle “trappole di arretratezza”, dall’altra la criminalità può costituire anche un fattore autonomo di riflusso e di ostacolo allo sviluppo economico e sociale dove esso sia già avviato e perfino dove sia consolidato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nesso causale tra povertà e criminalità è dunque complesso e merita una particolare attenzione per quanto l’analisi non sia facile. Non è facile la decifrazione dei suoi meccanismi come non è facile l’analisi empirica. Questa è ostacolata da dati che, a parte altre considerazioni sulle fonti e sulla qualità delle informazioni statistiche disponibili, sono da utilizzare con attenzione critica in quanto soffrono sempre di distorsioni specifiche. Le denunce di atti di criminalità, per esempio, sono soggette all’influenza del timore di ritorsioni e al dubbio che siano inutili. Potrebbe accadere che poche denunce e quindi relativamente bassi indici di attività criminali si riscontrino in aree e settori in cui la criminalità sia al contrario talmente diffusa da costituire un deterrente per la sua stessa rilevazione.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte lo studio di queste complesse relazioni tra povertà e criminalità non ha solo un interesse speculativo. Da esso dipende sia l’efficacia delle politiche volte a combattere fenomeni sociali degenerativi che minacciano la nostra convivenza civile e il progresso e sia l’idea stessa che abbiamo del nostro vivere collettivo e, in definitiva, dei valori, delle identità e degli interessi del mondo in cui viviamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se tali nessi sono complessi questo implica che l’assunzione secondo cui un aspetto sia riducibile sistematicamente all’altro appare in linea di principio non corretta e può essere fuorviante. Può essere gravemente sbagliato pensare che lo studio della criminalità sia superfluo dal momento che la sua diffusione si tradurrebbe sistematicamente e rapidamente in povertà, la quale dovrebbe quindi costituire il vero, privilegiato e unico fenomeno da indagare. Così come potrebbe essere sbagliato considerare superfluo lo studio della povertà assumendo che la criminalità sia la sua causa principale e come tale da esplorare in modo prioritario o esclusivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema povertà e criminalità si presenta in sostanza come uno dei terreni, se non il principale, in cui si percepisce immediatamente la pertinenza della critica ad un approccio “aggregato” al grado di bene-essere della società. La convinzione ormai abbastanza diffusa è che le nostre condizioni di vita e quelle del nostro prossimo non siano bene rappresentate dal livello del Pil pro capite, e neppure da qualche altro indicatore sintetico di “sviluppo umano”. E non solo perché una media non rappresenta in modo adeguato la collocazione individuale o di gruppi nella distribuzione del reddito o dello sviluppo umano. Ma anche perché le condizioni di vita effettive possono essere gravemente manchevoli in qualche aspetto, anche se non in altri, ma non esiste una possibile compensazione tra di essi. Non ci potrebbe per nulla consolare, per esempio, né da un punto di vista individuale né da un punto di vista collettivo, se il nostro reddito monetario fosse sufficiente a pagare vitto e alloggio dignitosi (o perfino lussuosi) per noi e la nostra famiglia se poi la sanità e la scuola non funzionassero, e se vivessimo una condizione di continua insicurezza dato che fosse la criminalità organizzata a controllare il territorio. Anche un reddito molto alto sarebbe inadeguato se dovessimo pagare noi privatamente il costo della costituzione e mantenimento di una sanità e di una scuola di qualità e se soprattutto dovessimo pagare per la libertà e sicurezza. Un alto reddito monetario potrebbe consentirci solo di andare da qualche altra parte dove sanità e scuola funzionassero e dove lo stato di diritto fosse effettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte la multidimensionalità e la conseguente pluralità di indicatori si scontrano con un’esigenza importante di sintesi e di chiarezza comunicativa. La multidimensionalità nasce e si giustifica soprattutto dal lato operativo, perché appare indispensabile come premessa e guida a buone politiche, che siano efficaci in ordine al migliore bene-essere<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a> individuando e agendo su specifici terreni, come per esempio la scuola, la sanità, la criminalità, i diversi e multiformi aspetti della povertà. Dal lato operativo però è essenziale che l’analisi circa lo stato di una società comunichi in modo efficace con la politica e con la cittadinanza. Se lo scopo di tale analisi è informare per mobilitare azioni conseguenti e congrue, allora i suoi messaggi non devono essere troppo complicati, devono essere chiari e se possibile facilmente comprensibili. Si profila dunque un dilemma tipico. L’approccio unidimensionale (come quello del Pil) è gravemente manchevole perché trascura la non sostituibilità tra i diversi lati del bene-essere, ma nello stesso tempo ha il vantaggio di fornire un’indicazione chiara e semplice come misura o proxy del bene-essere stesso. L’approccio multidimensionale è molto superiore in quanto ad analisi del bene-essere effettivo, ma potrebbe condurre a molti indicatori che possono – tra l’altro – essere tra loro variamente correlati in modo differente in diversi luoghi così che la loro interpretazione potrebbe risultare difficile agli stessi esperti, e tanto più ai cittadini e ai politici. Per questa ragione sono stati proposti diversi metodi di “aggregazione” degli indicatori multidimensionali. Un indice aggregato perde, ovviamente, i vantaggi informativi della multidimensionalità come tale, cioè prima dell’aggregazione. Non perde invece la superiorità rispetto all’unidimensionalità (il Pil) che prima aggrega e poi identifica i poveri come le persone sotto un certa soglia dell’indice aggregato. Un’aggregazione a partire da indicatori multidimensionali conserva sempre il fatto che prima si contano i poveri secondo le diverse dimensioni e poi si sommano (o si aggregano secondo algoritmi adeguati). Non è comunque una perdita di poco conto. Un discreto lavoro è stato fatto, perciò, per giungere a metodi di calcolo aggregativo che riducano al minimo tali svantaggi senza rinunciare a risultati semplici pur conservando lo spirito dell’approccio multidimensionale. Nelle proposte più recenti (Alkire, Foster 2009), l’indice aggregato è in grado di utilizzare dati multidimensionali anche ordinali e non solo cardinali, combina l’approccio dell’intersezione (secondo cui si considera povero chi è deprivato in tutte le dimensioni considerate) e dell’unione (secondo cui si considera povero chi è deprivato in almeno una di queste dimensioni), ed è decomponibile, non viene distorto, cioè, se è applicato a un sottogruppo della popolazione (proprietà importante che permette di considerare gruppi specifici cui indirizzare specifiche politiche). In definitiva, per quanto non esista o non esista ancora un metodo standard consolidato che contemperi in modo ottimale multidimensionalità e semplicità comunicativa, questo ostacolo non appare insormontabile e comunque non costituisce un’obiezione decisiva contro l’approccio multidimensionale, al quale – perciò – deve ora essere rivolta la nostra attenzione.</p>
<p><strong>Gli indicatori multidimensionali e la “idea di giustizia” di Amartya Sen</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema povertà e criminalità si colloca in modo centrale nell’ambito della riflessione moderna sull’inevitabile multidimensionalità delle valutazioni del bene-essere, nell’ambito perciò dei non banali problemi di fondazione, costruzione ed impiego di adeguati indicatori, nell’ambito &#8211; in definitiva &#8211; di quella cultura della multidimensionalità che si sta gradualmente affermando ma deve essere responsabilmente alimentata.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto analitico la questione accennata in premessa dei nessi tra povertà e criminalità assume importanza cruciale. Se infatti si potesse ritenere la povertà riconducibile alla criminalità nel senso che l’una dipende sistematicamente dall’altra, allora avremmo una semplificazione degli indicatori e una loro declinazione in senso sociale o <em>collettivo</em>. Per cogliere lo stato del bene-essere dei membri di una società sarebbe sufficiente e necessario valutare con adeguati indicatori lo stato della legalità di quella società nel suo insieme. Sarebbero probabilmente ancora indicatori multidimensionali ma l’unità d’analisi (ossia il riferimento per la rilevazione degli indicatori) sarebbe la collettività nel suo complesso, la sua organizzazione economica, sociale e politica, non i singoli individui membri di quella società. Se fosse il contrario, se la criminalità dipendesse sistematicamente dalla povertà, avremmo ancora una semplificazione che ci sarebbe fornita dai metodi &#8211; cui si è accennato &#8211; di opportuna aggregazione di indicatori multidimensionali di povertà. Se invece dovessimo concludere che non è vera né l’una né l’altra delle due ipotesi semplificative, allora tutta la complessità conseguente dovrebbe essere affrontata come tale. Per descrivere ed interpretare in vista dell’azione una data società sarebbe inevitabile una doppia multidimensionalità, quella dal lato individuale e quella dal lato collettivo, con connessi problemi di rilievo, e allo stato poco affrontati, che si pongono volendo giungere a misure e visioni semplici di immediata comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa problematica ha – naturalmente – una pronunciata dimensione empirica, ed è per questo che il nostro percorso di ricerca dedicherà molto spazio al reperimento, critica, ed elaborazione di dati. Si può immaginare, infatti, che sia largamente una questione empirica accertare se in specifiche circostanze di tempo e di luogo valga l’una o l’altra o la terza delle ipotesi appena indicate. Non è trascurabile, tuttavia, anche una questione di ordine teorico e metodologico. Anzi, dal momento che come si è detto il lavoro empirico in questo campo incontra non piccole difficoltà pratiche (la disponibilità e qualità dei dati, le loro possibili sistematiche distorsioni), occorre discutere esplicitamente gli orientamenti teorici e metodologici della ricerca che inevitabilmente influiranno sui risultati. Come spesso accade, ma come accadrà specialmente in questo nostro caso, i dati in quanto tali non saranno in grado di rispondere in modo completo ed esauriente alle nostre domande, e le risposte dovranno essere valutate anche alla luce delle posizioni teoriche e metodologiche che faremo nostre, la quali dunque saranno adeguatamente esplicitate.</p>
<p style="text-align: justify;">Conviene, quindi, chiarire il problema centrale posto dal nesso povertà-criminalità nei termini di approccio individuale e/o collettivo alla valutazione del bene-essere di una società. Anche se il tema dovrà essere ripreso ed approfondito nell’ambito del percorso di ricerca, una posizione a questo riguardo deve essere assunta subito, magari in modo provvisorio. Essa infatti influirà sulle stesse letture da fare e sulla percezione circa i risultati delle ricerche già disponibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può partire dal recente libro di Amartya Sen, “Un’idea di giustizia”, che appare il più moderno e pertinente testo in ordine alla giustizia sociale e che richiede esplicitamente un approccio multidimensionale alla povertà (o al contrario alle “capacità”).</p>
<p><strong>Contro l’individualismo metodologico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che sia corretto considerare una società meno inclusiva più “povera” di una più inclusiva <em>a parità di diffusione delle povertà individuali</em> emerge in diversi luoghi del libro di Sen (2009), tutte le volte &#8211; e sono molte – che egli insiste sulla dimensione non solo individuale ma anche sociale delle capacità. Si potrebbe dire, sinteticamente, che il “dibattito pubblico aperto e documentato” al centro della sua idea procedurale di giustizia è da lui visto tanto più realizzabile quanto minore è la segregazione nella società (esclusione sociale), e quindi quanto minore è la concentrazione della deprivazione di capacità individuali. Per tale via la struttura sociale, apparentemente esclusa dalla prospettiva individuale delle capacità, può essere tenuta in conto praticamente. Vale la pena in proposito citare il passo in cui Sen difende esplicitamente l’approccio delle capacità dall’accusa di individualismo metodologico.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le capacità sono intese innanzitutto come attributi individuali, e non collettivi (relativi, per esempio, a una comunità). […] Nel concentrarsi sulle capacità dei singoli, qualche critico dell’approccio delle capacità ha scorto l’influsso maligno di quello che è stato definito – a non in termini di elogio – individualismo metodologico. Voglio perciò chiarire in via preliminare perché identificare l’approccio delle capacità con l’individualismo metodologico sarebbe un grave errore. Anche se quanto va sotto il nome di individualismo metodologico è stato definito in molti modi, Frances Steward e Séverine Deneulin pongono l’accento sulla convinzione che per ‘spiegare tutti i fenomeni sociali si debba fare riferimento a ciò che gli individui pensano, scelgono e fanno’. E non sono mancate scuole di pensiero concentrate sulle idee, le scelte e l’azione dei singoli, astratti dalla società di riferimento. L’approccio delle capacità non solo non fa sue queste astrazioni, ma la sua attenzione alla facoltà degli individui di vivere secondo lo stile di vita cui riconoscono valore chiama in causa l’influenza della società sia in riferimento ai valori (tra i quali può esservi, per esempio, quello di partecipare alla vita della comunità), sia in riferimento alle influenze che possono intervenire su tali valori (per esempio l’importanza delle riflessione pubblica nelle valutazioni dell’individuo).” (p. 253-254).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa considerazione sull’importanza della concentrazione della povertà (che potrebbe configurare gruppi esclusi, con proprie identità e valori, diversi da quelli del resto della società) potrebbe condurre a una maniera semplice di indagare e rappresentare il nesso tra povertà e criminalità ed in generale tra dimensione individuale e collettiva del bene-essere. Si potrebbe accertare se la criminalità abbia soprattutto effetti sulla povertà non in generale o per tutti i membri della società, ma specialmente a carico di alcuni gruppi. Se fosse così, gli indicatori multidimensionali aggregati tenendo conto della intera distribuzione dei vari aspetti di deprivazione (Bossert, Chakravarty, D&#8217;Ambrosio 2009), potrebbero ritenersi rappresentativi anche dell’effetto della criminalità. Una società più segregata sarebbe anche una società in cui è più forte la presenza delle attività illegali, e quindi più “povera” di un’altra anche a parità di indici multidimensionali somma.</p>
<p><strong>Democrazia e dittatura</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa via semplice però non appare del tutto coerente con i suggerimenti fondativi di Amartya Sen. Ci si potrebbe chiedere, infatti, quale dovrebbe essere il corretto indice di povertà di due società in cui sia uguale la deprivazione somma semplice e anche la sua concentrazione, ma sia invece diversa l’<em>organizzazione pubblica</em>. Intuitivamente andrebbe assegnato un indice di povertà più alto ad una società non democratica perché è molto difficile per i poveri far sentire la propria voce in un regime dittatoriale. Da questo punto di vista il libro di Sen contiene importanti e dettagliate giustificazioni che possono essere portate a sostegno di tale intuizione. Ad esse è dedicata anzi tutta la quarta parte, che conta quasi cento pagine, sotto il titolo “Riflessione pubblica e democrazia”, la quale inizia chiarendo, tra l’altro, come il concetto e la pratica di democrazia in quanto “governo attraverso il dibattito” non siano affatto peculiarità occidentali.</p>
<p><strong>Contro “l’istituzionalismo trascendentale”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In quelle pagine si sottolinea tuttavia come sia fuorviante considerare democrazia e dittatura come assetti (strutture) facilmente individuabili sulla base della rilevazione di pochi elementi regolativi (essenzialmente un’offerta politica plurale ed elezioni). L’argomento di Sen, sul quale molto insiste, è che per il governo attraverso il dibattito conta sia la democrazia formale che quella sostanziale, e che quest’ultima può rilevarsi solo considerando una lunga serie di indicatori che riguardano le cose come sono, e non solo quei pochi che potrebbero servire a indicare le cose come dovrebbero essere.</p>
<p style="text-align: justify;">“[…] l’idea che la democrazia debba essere concepita come governo per mezzo del dibattito, pure ampiamente accettata […] si scontra con quella parte del dibattito contemporaneo che concepisce la democrazia e il suo ruolo in una forma più datata, più rigidamente concentrata sull’organizzazione. La comprensione istituzionale della democrazia, quella che […] pone l’accento su urne ed elezioni, non è riscontrabile soltanto in un approccio tradizionale, ma è sostenuta anche da molti commentatori politici contemporanei […]. Spesso la storia della democrazia viene ancora oggi presentata in termini angustamente organizzativi e si concentra prevalentemente sui risvolti procedurali di votazioni ed elezioni. […] ma questo aspetto non è l’unico che conti e può essere ritenuto soltanto una parte – ancorché fondamentale – del modo in cui la ragione pubblica agisce all’interno di una società democratica. […] La difficoltà non risiede soltanto nella pressione politica esercitata quando si minaccia l’elettorato al momento del voto, ma anche negli ostacoli posti dalla censura all’espressione dell’opinione pubblica, nell’oscuramento dell’informazione e nel clima di paura, oltre che nella repressione degli oppositori politici e dei media indipendenti, nonché nell’assenza dei diritti civili fondamentali e delle libertà politiche.” (p. 332-333)</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che deve essere soprattutto notato qui è che Sen applica alla questione della democrazia il rifiuto di un approccio puramente istituzionale almeno nel senso in cui le regole sono tutto e la prassi e i risultati non contano. E’ lo stesso rifiuto che connota l’intero libro fin dalle prime pagine, quando Sen indica “l’istituzionalismo trascendentale” come obiettivo polemico principale della sua opera osservando che:</p>
<p style="text-align: justify;">“[…] il ruolo delle istituzioni, delle leggi e dell’organizzazione, per quanto importante, deve inserirsi nella prospettiva più ampia e comprensiva […] necessariamente legata al mondo così come è fatto realmente, anziché solo alle istituzioni e alle regole date. […] Il fatto è che la teoria della giustizia come formulata dall’istituzionalismo trascendentale, oggi dominante, riduce molte delle più importanti questioni relative alla giustizia a vuota (anche se, s’intende, bene intenzionata) retorica.” (p. 35, 41).</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista pratico, degli indicatori, questo approccio comprensivo implica dunque una notevole difficoltà. Il fatto è che la distinzione, se anche potesse essere netta guardando alle leggi, non sarebbe affatto tale guardando al <em>grado</em> di democrazia (o di dittatura) che inevitabilmente emerge considerando le cose come sono. Per avere indicazioni corrette del grado di democrazia sarebbe necessario un intero insieme di indicatori capaci di rilevare</p>
<p style="text-align: justify;">“gli ostacoli posti dalla censura all’espressione dell’opinione pubblica, l’oscuramento dell’informazione e il clima di paura, oltre che la repressione degli oppositori politici e dei media indipendenti, nonché l’assenza dei diritti civili fondamentali e delle libertà politiche.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il tale ambito, gli indicatori della criminalità dovrebbero dunque essere inseriti accanto ad altri.</p>
<p style="text-align: justify;">La dimensione della criminalità, tuttavia, sembra avere uno statuto speciale, per così dire, nell’ambito di tali articolati indicatori del grado di democrazia.</p>
<p><strong>Contro il “contrattualismo”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per giungere a una considerazione di questo genere i suggerimenti vengono indirettamente ancora dal libro di Sen e si trovano specialmente ragionando a partire dalle considerazioni ampie e più volte riprese contro il “contrattualismo”. Il ragionamento non è immediato e percorre diverse tappe: contro il contrattualismo e quindi scoperta di un ambito almeno parzialmente autonomo del potere, autonomia che configura un’organizzazione del potere oligarchico anche in democrazia, da cui discende una tensione tra inclusività della democrazia ed esclusività del potere, da cui nascono possibili derive anarchica e dittatoriale, ed in questo quadro la criminalità come leva determinante di degenerazione della democrazia in entrambe le due direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo dunque considerando le affermazioni di Sen contro il contrattualismo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non ci sono dubbi che, per comprendere le società ed i loro successi e fallimenti, sia di notevole aiuto l’idea di una cooperazione sociale – e, per il suo tramite, di una moralità sociale e di una vita politica – improntata al calcolo e basata, in ultima istanza, sul mutuo beneficio. La tradizione contrattualista ha fatto molto per spiegare e sviluppare la visione della cooperazione sociale fondata non tanto su presupposti etici, ma piuttosto su accordi di natura istituzionale. […] Nelle mani di Rawls, e prima ancora in quelle di Kant, questa prospettiva si è peraltro notevolmente arricchita rispetto alla più semplice – ma altamente esplicativa – analisi della cooperazione proposta per la prima volta da Thomas Hobbes in termini di mero calcolo prudenziale. […] E tuttavia, anche nella teoria rawlsiana resta centrale (sebbene prospettato in forma sofisticata) l’accento sul vantaggio individuale, e in particolare su quello reciproco, in linea con l’intera scuola di pensiero contrattualista. […] rimane [però] aperta la questione se la ricerca del tornaconto – sia essa condotta in forma diretta o indiretta – rappresenti l’unica base solida di una condotta sociale ragionevole. […] Come esempio contrario mi si consenta di prendere in considerazione una strategia concettuale alternativa, secondo la quale se qualcuno ha il potere di attuare una modifica in grado di ridurre l’ingiustizia presente nel mondo, ci sono forti ragioni sociali per procedere senz’altro in tal senso (senza che sia tenuto a legittimare la sua iniziativa con i benefici connessi con un’eventuale cooperazione). Sul piano elementare delle giustificazioni motivazionali, gli obblighi di potere effettivo sono indipendenti dal reciproco obbligo alla cooperazione.” (p. 214, 216).</p>
<p>Quest’ultima affermazione (gli obblighi di potere effettivo sono indipendenti dal reciproco obbligo alla cooperazione) è cruciale. Essa indica, nel modo più chiaro anche se sintetico, che per Sen il “contratto sociale” non basta a dar conto del funzionamento di una società. Ad esso si affianca inevitabilmente l’esercizio del potere, e non come semplice delega che discende dal contratto sociale stesso, ma come genuinamente autonoma sfera di volontà ed attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ora si torna alla questione della democrazia tenendo presente questo doppio principio di regolazione sociale (contratto e potere), si arriva agevolmente a comprendere perché si possa solo parlare di grado di democrazia (e non di democrazia si o no). Anche nel regime democratico valgono contratto e potere insieme e quindi è normalmente possibile (anzi inevitabile) che accada quello che Gustavo Zagrebelsky (2010) ha recentemente sottolineato, ovvero che in democrazia funzionano normalmente di fatto sistemi organizzativi del potere oligarchici, con l’importante aggiunta che essi sono (più o meno) contendibili. Ed essi si configurano come tali, cioè oligarchici, proprio perché il potere è in parte autonomo dal contratto sociale. Perché, in sostanza, le esigenze organizzative dell’ordine sociale comportano che l’esercizio responsabile del potere non possa essere condiviso da tutti “orizzontalmente” richiedendo per forza una qualche dimensione “verticale” e ristretta.</p>
<p><strong>Il potere e la criminalità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si può ora compiere un ulteriore passo avanti in questo ragionamento concatenato. Se il contratto non basta e occorre inevitabilmente considerare anche l’esercizio (autonomo) del potere, se esso si configura come potere oligarchico anche in democrazia, e questo non per un difetto o per un’aberrazione, ma al contrario proprio perché possa esercitarsi responsabilmente, allora occorre calare, per così dire, il dibattito aperto e documentato di Sen in questo contesto. Si deve così concludere che si stabilirà una continua sistematica tensione tra l’inclusività di tale processo (dibattito aperto e documentato) e l’esclusività tendenziale del potere, peraltro funzionale a mantenere (organizzare) tale processo inclusivo. Si vede allora che nei fatti questa tensione potrà dare luogo anche a due patologie, o verso il dibattito inconcludente o verso un potere prevaricante.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto l’osservazione interessante è che la criminalità agisce in entrambe queste due direzioni, anarchica e dittatoriale. Anarchica perché disarticola l’ordine sociale, ma anche dittatoriale attraverso lo stesso potere pubblico asservito o infiltrato. <em>In sostanza, si potrebbe ritenere che la criminalità sia l’ostacolo centrale alla democrazia deliberativa e all’idea procedurale di giustizia<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2"><strong>[2]</strong></a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe inoltre aggiungere che la criminalità costituisce questo ostacolo principale perché essa sequestra con la forza a proprio privato esclusivo vantaggio l’energia centrale del sistema democratico che, secondo quanto sottolineano per esempio Zagrebelsky (2007) e Crouch (2009), sta proprio in quella continua tensione che è in sé positiva. In fondo la democrazia vive non come partecipazione universale ideale e pacifica, ma come contestazione del potere stabilito (lato anarchico) soprattutto ad opera di minoranze e movimenti, ma anche come organizzazione del potere legittimata dalla maggioranza e dai “poteri forti” (lato dittatoriale).</p>
<p><strong>3. Fasi successive della ricerca</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei prossimi mesi la ricerca procederà secondo il seguente programma di massima</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">Pubblicazione di questo primo rapporto di ricerca sul “Menabò” di Etica e Economia e sua trasmissione alla sede organizzativa di “Verso Itaca”.</li>
<li style="text-align: justify;">Approfondimento sulla letteratura nazionale ed internazionale di interesse.</li>
<li style="text-align: justify;">Prima analisi empirica utilizzando la base dati EU_SILC con lo scopo di esplorare la significatività statistica di coefficienti di regressione per la variabile “grado di criminalità dell’area” in equazioni cross-sezionali con variabile dipendente reddito individuale e numerose altre variabili indipendenti e di controllo.</li>
<li style="text-align: justify;">Prossima riunione del Laboratorio il 4 febbraio 2011 ore 9.30 Via Panaro 14 Roma, e redazione di un secondo rapporto di ricerca da pubblicare sul “Menabò” di Etica e Economia e trasmettere alla sede organizzativa di “Verso Itaca”.</li>
<li style="text-align: justify;">Riunioni in seguito periodiche del Laboratorio (circa ogni mese e mezzo).</li>
</ol>
<p><strong>Considerazioni finali</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Queste successive fasi della ricerca saranno impostate tenendo conto di quanto si è detto in questo primo rapporto da cui sembra emergere che le due prospettive, delle capacità individuali (o della povertà) e delle capacità collettive o esplicitamente della criminalità, andrebbero considerate entrambe perfino quando vi siano segni concreti che l’una potrebbe comprendere l’altra. Tornando in conclusione agli indicatori, l’obiettivo potrebbe essere quello di chiarire in primo luogo la questione dei nessi tra povertà e criminalità e poi di giungere all’esplorazione di tipologie di realtà sociali (paesi, regioni) secondo modelli più o meno articolati ma nello spirito del seguente schema molto semplificato che presuppone la costruzione di indici sia in relazione alla povertà che alla criminalità/legalità.</p>
<p> </p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top">Criminalità</td>
<td width="163" valign="top">Elevata</td>
<td width="163" valign="top">Ridotta</td>
</tr>
<tr>
<td width="163" valign="top">Povertà</td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="163" valign="top">Ampia e concentrata</td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="163" valign="top">Ridotta e distribuita</td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
<td width="163" valign="top"> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p> </p>
<p>RIFERIMENTI </p>
<p>Alkire, S., J. Foster (2009). <em>Counting and Multidimensional Poverty Measurement</em>. OPHI Working Paper NO. 32.</p>
<p>Bossert, W., S.R. Chakravarty, C. D&#8217;Ambrosio (2009). <em>Measuring Multidimensional Poverty: the Generalized Counting Approach</em>. Centre interuniversitaire de recherche en économie quantitative, CIREQ, Cahiers de recherche, 12-2009.</p>
<p>Crouch, C. (2009). <em>Postdemocrazia</em>. Laterza, Bari.</p>
<p>Ingroia A. (2010). <em>Nel labirinto degli dei – Storie di mafia e di antimafia</em>. Il Saggiatore, Milano.</p>
<p>Sen, A. (2009). <em>L’idea di giustizia</em>. Mondadori, Milano.</p>
<p>Zagrebelsky G. (2007). <em>Imparare la democrazia</em>. Einaudi, Torino.</p>
<p>Zagrebelsky G. (2010). <em>La difficile democrazia</em>. Lezioni e letture della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Firenze University Press.</p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Usiamo questo termine, come è usato da Sen (2009), per intendere qualcosa di più comprensivo e più ampio di quanto è normalmente indicato con benessere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Si veda in proposito il recente libro di Antonio Ingroia (2010), in cui emergono con chiarezza le due linee dell’azione criminale organizzata, e anche – con grande efficacia – il racconto delle modalità di azione delle istituzioni della legalità, che non applicano semplicemente le norme, ma con la capacità (o incapacità) di uomini in carne e ossa, con il coraggio o i loro tradimenti, la loro volontà o la loro ignavia, costituiscono il vero corpo istituzionale attivo o inattivo, da cui dipende anche la definizione delle norme che, a ben vedere, seguono e non anticipano logicamente e spesso anche temporalmente tale azione.</p>
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		<title>In memoria di Lester cercatore di Iguane</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 20:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BenjBarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo &#8211; presa da un blog personale- la testimonianza di un disastro che ha colpito l’isola di Santa Lucia (Carabi). Non per la notizia in sé, che viene da un componente di un gruppo di giovani biologi che soggiornano nell’isola per ricerche scientifiche, ma per il moto di solidarietà che ha unito ricercatori europei di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Pubblichiamo &#8211; presa da un blog personale- la testimonianza di un disastro che ha colpito l’isola di Santa Lucia (Carabi). Non per la notizia in sé, che viene da un componente di un gruppo di giovani biologi che soggiornano nell’isola per ricerche scientifiche, ma per il moto di solidarietà che ha unito ricercatori europei di cinque paesi diversi nella decisione di sospendere le ricerche scientifiche in corso e mettersi a disposizione della popolazione e del governo dell’isola per rilevare danni e bisogni creati dalla slavina. </em></strong></p>
<p>    Eravamo di ritorno da una giornata nella quale avevamo catturato con successo un maschio di buone dimensioni, vicino alla cascata di Touraille. Ero specialmente contento perchè quel giorno era stata la mia prima presa, l&#8217;iguana si era gettata dall&#8217;alto di un canneto sotto il quale io e Lester la stavamo aspettando e con un rapido balzo la avevo immobilizzata&#8230;.insomma una buona giornata..<br />
  <br />
   Una volta giunti a casa arriva la notizia che si sta avvicinando all&#8217;isola un temporale e il capo, Matt, ci chiama e ci dice di tornare verso Nord con la macchina e di tenerci pronti per l&#8217;arrivo di un uragano. A questo punto siamo tutti più eccitati che spaventati dall&#8217;imminente evento e una volta giunti a Dennery facciamo scorta di cibo e rum e ci barricchiamo in casa mentre il vento intona la sua prima canzone al ritmo della prima pioggia. Erano le prime ondate  dell&#8217;uragano Thomas che si sarebbero susseguite sempre più forti per le prossime 48 ore..<br />
  <br />
   Il tempo passa lentamente nella casa senza luce o acqua e verso la mattina di Domenica si comincia a presagire il calare del vento mentre cessa anche la pioggia.. Usciamo dalla casa dopo il nostro piccolo letargo e la situazione non ci sembra delle peggiori, i banani nel nostro giardino sono stati danneggiati ed alcuni sono stati strappati dal suolo mentre degli alberi di papaya son caduti, tutto ciò non ci sembra grave&#8230;<br />
  <br />
   Il giorno dopo Matt decide di andare a fare un sopraluogo dell&#8217;isola con il Land Rover  e due di noi ci mettiamo alla guida e ci avviamo verso Sud per poi risalire sulla costa Caraibica per vedere la situazione nella nostra casa a Soufrière. Cominciamo a vedere i primi danni ma non siamo allarmati, ci sono alberi sulla strada e molti dei bananeti nella pianura sono distrutti. Arrivando a Vieux Fort sulla punta sud dell&#8217;isola ci dicono che lì non hanno subito danni ingenti ma non sanno come sia la situazione più a Nord. Cominciamo a renderci conto del disastro mentre ci avviciniamo a Soufrière, uno squarcio largo due metri si è aperto sulla strada principale e dobbiamo inoltrarci nelle colline per superare questo primo ostacolo. Camion e ruspe stanno già lavorando a piccole frane sulla strada, slavine grandi e piccole tagliano tutte le montagne circostanti come enormi ferite e fiumi di fango cospargono molte case e villaggi. Dopo varie ore alla guida siamo ormai vicini a Soufrière ma la strada è bloccata da una grande slavina e ci dicono che da lì non si può passare. Decidiamo allora di fare visita a Lester, uno dei nostri colleghi al progetto, che abita in un piccolo paesino chiamato Fons Saint Jacque dove siamo stati molte volte per raccogliere banane nel suo giardino o per bere una birra al bar del vecchio rasta Peter. Avvicinandoci capiamo che la situazione non è delle migliori, attraversiamo un ponte nel quale sono incagliati decine di alberi enormi trascinati giù dalla furia dell&#8217;acqua e del fango e che, miracolosamente, è ancora in piedi. Poco dopo giungiamo a Fons Saint Jaccque e lo spettacolo non è ciò che ci aspettavamo. Il villaggio è stato colpito in pieno da una grande slavina e una montagna di fango ricopre ogni cosa..assieme a Mike ci lanciamo giù per travi incastrate nel fango e nei resti di ciò che è stato colpito, giriamo l&#8217;angolo ma non vediamo la casa del nostro amico Lester e pur di non credere a ciò che ci sta davanti chiediamo ripetutamente dove sia finita, solo tre giorni prima vi ero entrato per vedere il suo più recente acquisto, un piccolo lettore DVD, che fiero come un bambino ci aveva mostrato nel suo salotto di due metri quadrati. La casa e Lester non ci sono più, inghiottiti nella notte da un mostro di fango che non ha lasciato scampo alla piccola casa di legno e lamiera. Increduli e con gli occhi lucidi vediamo la scia della slavina che scende giù per la piana, un incastro di legno, alberi, lamiera, rocce e, da qualche parte, i corpi di almeno dieci persone, colpite dalla furia, forse a volte ingiusta, della natura.</p>
<p><strong><em>Benjamin Barca</em></strong></p>
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