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	<title>Etica ed Economia &#187; Relazioni industriali e lavoro</title>
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		<title>L’impatto della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 22:43:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fdamuri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[(Articolo vincitore del Premio &#8220;La crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;) Questo articolo valuta gli effetti della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano. Due terzi della diminuzione dell’occupazione avvenuta tra il quarto trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 sono stati dovuti a un calo della probabilità di trovare lavoro, mentre le transizioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Articolo vincitore del Premio &#8220;La crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8221;</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo valuta gli effetti della Grande Recessione sul mercato del lavoro italiano. Due terzi della diminuzione dell’occupazione avvenuta tra il quarto trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 sono stati dovuti a un calo della probabilità di trovare lavoro, mentre le transizioni in uscita sono aumentate significativamente solo per i lavoratori con contratti a tempo. Le diminuzioni di reddito legate alla perdita dell’occupazione sono attutite parzialmente da un sistema di ammortizzatori sociali molto frammentato. Uno stress test mostra che il livello di copertura offerto è pro-ciclico, mentre la disuguaglianza dei redditi di lavoro è determinata dalle variazioni dei livelli di occupazione: la disuguaglianza del reddito tra gli occupati è poco influenzata dalla composizione dell’occupazione.<br />
<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2011/12/DAmuri_EE.pdf" target="_blank"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2011/12/DAmuri_EE.pdf" target="_blank">SCARICA L&#8217;ARTICOLO</a></p>
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		<title>Il sindacato e la crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 09:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel mese di luglio di quest’anno il New York Times ha pubblicato le conclusioni di una ricerca condotta da un gruppo di economisti americani sui dati della crisi. In Italia ne ha dato notizia un supplemento di La Repubblica con un ampio e limpido articolo di Federico Rampini. Il dato accertato dagli economisti americani e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel mese di luglio di quest’anno il New York Times ha pubblicato le conclusioni di una ricerca condotta da un gruppo di economisti americani sui dati della crisi. In Italia ne ha dato notizia un supplemento di La Repubblica con un ampio e limpido articolo di Federico Rampini. Il dato accertato dagli economisti americani e cioè che la crisi ha colpito in modo più grave i Paesi desindacalizzati, a partire dagli Stati Uniti, e in maniera più leggera invece i Paesi con un forte livello di sindacalizzazione, a partire dalla Germania avrebbe potuto infatti provocare un fertile dibattito in un paese come il nostro in cui le misure per la ripresa vengono sempre rinviate a un tempo futuro e dove nessuno si è sentito di lanciare un’idea nuova, per rilanciare l’economia. Tanto più fruttuoso avrebbe potuto essere un dibattito del genere qualora ci si fosse spinti a cercare di capire il perché del nesso tra il livello della crisi e il livello della sindacalizzazione. Su tale tema il sociologo avrebbe probabilmente assunto il dato sulla sindacalizzazione come un indice del grado di socializzazione di un paese e dunque come l’indice di ripresa di una società del “noi” a fronte della società degli “io” entrato ovunque in crisi. Altri si sarebbe potuto spingere più avanti individuando nella sindacalizzazione un grado essenziale della partecipazione solidale dei cittadini alle scelte di fondo di un paese. Io, modestamente da elementare cultore della economia classica, alle cui verità mi hanno richiamato in tempo fascista uomini come Piero Sraffa e Raffaele Mattioli avrei forse potuto ricordare  che il valore in economia è la quantità di lavoro comunemente necessaria a produrre una merce e mettere a confronto come espressione più facile di questo valore il salario quale risulta da un avanzato processo sindacale e cioè da vertenze – scontri – innovazioni – compromessi costituenti con la partecipazioni di milioni di cittadini il processo di sindacalizzazione. E’ vero che anche in assenza di esso il mercato esprime lo stesso un salario. Ma quale salario sarà espresso da un mercato che non è più quello smithiano ma è il mercato delle finanziarie prive di regole, dei monopoli e degli oligopoli? Sarà inevitabilmente un salario che tende a coincidere con il salario di sussistenza del paese più povero appartenente all’area globalizzata e dunque un valore notevolmente inferiore a quello prodotto dal processo di sindacalizzazione. E come si può pensare che se il valore di riferimento è collocato così in basso non siano negativamente influenzati da ciò tutti gli altri valori dell’economia? In ogni caso non sarà certo da questo salario-valore che verrà una spinta all’innovazione, alla ricerca, agli investimenti tesi a ridurre la quantità di lavoro necessaria per una merce. Ma innovazione, ricerca, investimenti sono condizioni assolutamente necessarie per una ripresa. Ma forse proprio perché il dato della ricerca americana porta a questa conclusione che si è preferita scegliere la strada del silenzio e ignorare uno dei pochi stimoli che dagli economisti è venuto alle note riflessioni sulla crisi. Per quanto riguarda il breve periodo appare evidente la correlazione tra bassi salari e scarsità della domanda sul mercato.</p>
<p>          Luciano Barca</p>
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		<title>Replica a Seravalli</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 18:09:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RPoloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ringrazio per il commento il prof. Seravalli, che anche nel tentativo di dare una risposta asciutta e breve, la stessa forse diviene troppo semplicistica. Infatti  da questo testo si potrebbe quasi dedurre che, da parte delle forze &#8220;economico-sociali&#8221; sia fin troppo facile cedere alla lamentazione, dopo avere &#8220;goduto&#8221; della situazione per così tanto tempo cercata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ringrazio per il commento il prof. Seravalli, che anche nel tentativo di dare una risposta asciutta e breve, la stessa forse diviene troppo semplicistica. Infatti  da questo testo si potrebbe quasi dedurre che, da parte delle forze &#8220;economico-sociali&#8221; sia fin troppo facile cedere alla lamentazione, dopo avere &#8220;goduto&#8221; della situazione per così tanto tempo cercata e abbracciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente posso dire che non essendo un&#8217;attivista politico, l&#8217;unico strumento che ho utilizzato in questi anni per contrastare l&#8217;involuzione di cui parla il prof. Seravalli, è stato il voto alle urne. Certamente i miei sforzi in quel senso, non sono stati profusi nella stessa direzione di quelli fatti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori anche (e sopratutto) dipendenti nel nord-est del paese,  i quali hanno largamente contribuito a eleggere la classe dirigente attiva nell&#8217;ultimo decennio, quindi  la stessa che come affermato dal prof. Seravalli ha causato lo scempio. </p>
<p style="text-align: justify;">Forse perché ero troppo occupato a produrre e a competere, non ricordo esattamente quando gli imprenditori e le loro organizzazione collettive hanno chiesto &#8220;a gran voce lo smantellamento del diritto del lavoro&#8221;, ma per contro sono certamente favorevole a una chiara distribuzione dei ruoli e delle responsabilità.<br />
Questo è il principio, il principio della responsabilità personale, dovrebbe regolare tutti i cittadini, e gli amministratori in primis.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; evidente che in un contesto come quello esistente il ruolo, lo scopo ultimo dell&#8217;azienda è quello di fornire continuità, ergo produrre utili, e questa necessità diverrà ancora più ineluttabile con l&#8217;avvento di Basilea 3, norma che modifica in modo sostanziale (giustamente, viste le conseguenze delle gestioni &#8220;allegre&#8221; come concause della crisi economico/finanziaria in atto) le modalità di come potevano essere affrontati i problemi finanziari fino a non molto tempo fa.<br />
Dunque la &#8220;performance&#8221; aziendale, responsabilità dell&#8217;imprenditore, sarà condizionante nella possibilità dell&#8217;accesso al credito e del costo dello stesso, mettendo quindi in discussione la vita stessa dell&#8217;impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">La responsabilità del collaboratore è legata evidentemente alla qualità della collaborazione che fornisce che è dunque il contributo allo scopo aziendale. La qualità del lavoro fornito dal collaboratore è oggi, a causa dell&#8217;aumento della concorrenza ovunque, in misura molto più evidente di decenni indietro, un elemento imprescindibile per il risultato e la vita dell&#8217;azienda stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo principio stride con l&#8217;assunto dato dalla legge che regola le assunzioni in Italia, e che stabilisce che dopo 5 settimane di prova l&#8217;azienda si deve fare carico di un dipendente &#8220;vita professionale natural durante&#8221; senza possibilità di appello. Chiunque è sposato o è stato  sposato sa che in un contesto ristretto come quello matrimoniale, anche se rafforzato da interessi certamente comuni, molte volte lo sforzo di mediazione non è sufficiente a garantire la continuità del rapporto stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, l&#8217;uso indiscriminato dei contratti a tempo determinato è di fatto un problema, ma non è lo strumento in sé a causare precarizzazione. Come sempre, il rispetto delle regole  impedisce che un contratto a tempo determinato venga bellamente rinnovato ad oltranza, causando abusi. Questo problema si riallaccia guarda caso, sempre e comunque alla qualità e alla professionalità dei politici ed amministratori che tutti i cittadini di questo paese profumatamente stipendiano, per quello che non fanno, così mi sì è concessa un&#8217;ennesima lamentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che la &#8220;via bassa&#8221;, che il prof. Seravalli ha rilevato, non sia stata una scelta ponderata da chicchessia e adottata per la riduzione del costo del lavoro (io non ho visto riduzione del costo del lavoro e lei sì?), ma più propriamente la riduzione della ricchezza disponibile, sia l&#8217;effetto negativo di un meccanismo causato dal &#8220;principio dei vasi comunicanti&#8221; generato dalla globalizzazione, che ha innescato l&#8217;inizio della crescita del reddito per miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo (oramai in via di sviluppo, sembra un termine alquanto riduttivo) e di conseguenza la diminuzione, o meglio il non aumento, dei redditi nei paesi industrializzati, questa è una realtà con la quale dobbiamo ancora fare i conti, che saranno probabilmente salati.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla della &#8220;via alta&#8221;, di innovazione, la faccenda si complica ulteriormente. Fare innovazione nel campo dei microchip,  microprocessori o fotovoltaico pare più semplice e fattibile, ma come il caso dei ricercatori di Milano che stanno restando senza lavoro, a causa del nuovo orientamento al mercato del far-east delle grandissime aziende che producono tecnologia, nulla è così scontato. Fare innovazione parlando di mobili imbottiti, dove la componente manodopera è così determinante appare un pochino velleitario, se non a livello di prototipazione e ingegnerizzazione del prodotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo serve innovazione, e serve sia orientata al portafoglio con il quale dobbiamo fare i conti ogni giorno, a partire da ieri e in futuro. Gli stipendi non aumenteranno a causa del &#8220;principio dei vasi comunicanti&#8221; e sicuramente non nella misura di quanto eravamo abituati in passato.<br />
Abbiamo bisogno di prodotti di qualità, che non vadano a creare cumuli di immondizia e altri costi dopo un anno dall&#8217;acquisto, abbiamo bisogno di prodotti che siano fabbricati in Italia in Europa, che rispettino le norme e l&#8217;ambiente, e che non consumino 300 kg di nafta per fare 9000 miglia in mare, confezionati da personale in regola, che versi i contributi, e spenda il denaro in Italia. Credo anche che l&#8217;ottimo Paretiano che regge (reggeva) il sistema distributivo italiano ed europeo, sia venuto meno, quindi la vera innovazione, almeno per quanto riguarda il settore manifatturiero sia la necessaria riduzione della catena distributiva, fonte primaria di costi che non risultano più sostenibili, visto che la &#8220;decrescita&#8221; riguarda anche il contenuto del nostro portafoglio.</p>
<p style="text-align: justify;">E torniamo all&#8217;inizio, a uno dei problemi-padre, soprattutto nelle situazioni più difficili, gli amministratori preposti all&#8217;amministrazione della polis, devono certamente fare il loro mestiere, con lungimiranza ed intelligenza, ma se non ne sono capaci devono andare a casa, e pagare le conseguenze di quello che fanno di sbagliato assumendosene la responsabilità personale, perché la responsabilità collettiva, è una bella parola, ma si traduce in: colpa di tutti uguale colpa di nessuno.</p>
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		<title>Evviva la classe operaia!</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 15:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Si  sono scritti saggi e saggi per accertare se oggi, nel 2011, sia ancora corretto parlare di “classe operaia”. La maggior parte dei saggisti propende per il no e soffre o gode per questo approdo consono ad una generazione che aveva già scoperto la “fine della storia”. Invece è arrivata la smentita ed è arrivata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si  sono scritti saggi e saggi per accertare se oggi, nel 2011, sia ancora corretto parlare di “classe operaia”. La maggior parte dei saggisti propende per il no e soffre o gode per questo approdo consono ad una generazione che aveva già scoperto la “fine della storia”. Invece è arrivata la smentita ed è arrivata da quella stessa fabbrica che con un suo sciopero aveva annunciato nel 1943 la sconfitta dei nazisti e la liberazione dell’Italia. Viene in particolare da quella “catena di montaggio di cui i segretari di commissione interna negli anni cinquanta, in barba a Vittorio Valletta, controllavano la velocità con una riga di gesso per terra. Operazione che, se scoperta, comportava l’immediato trasferimento da Mirafiori al capannone abbandonato dove venivano deportati tutti i “sovversivi:  comunisti italiani  che si chiamavano Piero Mollo, Michele Pugno o Vacchetta, tutti iscritti alla sezione di Santa Rita, giudicata “di sinistra” da un vetero comunista come Antonio Rosaio, l’uomo che aveva guidato il centro interno del P.C.I. dopo Giuseppe Berti. La classe operaia c’è hanno detto ed ha partecipato al 90 per cento al referendum voluto dal Berlusconi dell’economia (il richiamo a Berlusconi vale solo per ciò che riguarda la concezione del potere) e dal ministro Sacconi &#8211; che per ironia porta il titolo di ministro del Welfare – oltre il 90 per cento degli aventi diritto e la maggioranza ha votato no (sono andati in minoranza solo a causa del voto del seggio n. 5, riservato agli impiegati). Gli operai della Fiat non sono stati piegati dalla minaccia, folle ma reale ed avallata dai segretari di Cisl e Uil, di trasferimento della Fiat fuori dall’Italia: non sono stati piegati dalla resa di Fassino, D’Alema, Chiamparino, sindaco della Città che fu governata da Roveda e Celeste Negarville.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo tutti plaudito alla lotta democratica degli studenti. Possiamo e dobbiamo, a maggiore ragione, dato il grado di rischio che il no a Marchionne comportava, plaudire agli operai di Mirafiori e al sindacato – la FIOM &#8211; che li ha guidati con saggia fermezza e dignità e formulare sinceri ringraziamenti per la sicurezza che ci dà il no da essi consegnato alle urne e che non è solo un no all’innovazione concepita come distruzione di tutti i contropoteri su cui poggiano libertà e democrazia ma è anche un no alla sostituzione dell’egoistico io al “noi” con cui eravamo stati educati da chi nel 1945 affermava che “la socializzazione della politica è assai più importante della socializzazione dell’economia” (Palmiro Togliatti, agosto 1945).<br />
Un ringraziamento particolare a tutti gli operai della catena di montaggio di Mirafiori che hanno votato, anche ufficialmente, in maggioranza, no. Ci auguriamo che una nuova edizione della Varsavianka li ricordi nel canto allo stesso modo in cui sono stati ricordati e celebrati in Europa, lungo cento anni, i protagonisti di altre lotte per la libertà.</p>
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		<title>Disoccupazione giovanile: 24,7 per cento</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 08:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>TAg</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dominio della finanza che blocca ogni misura diretta a contrastare gli atti speculativi che aggravano la crisi e il dominio senza regole della finanza sta rovesciando sulle famiglie italiane un peso insostenibile per la maggioranza della popolazione. Si salva infatti solo il 10 per cento delle famiglie che si impadronisce del 45 per cento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il dominio della finanza che blocca ogni misura diretta a contrastare gli atti speculativi che aggravano la crisi e il dominio senza regole della finanza sta rovesciando sulle famiglie italiane un peso insostenibile per la maggioranza della popolazione. Si salva infatti solo il 10 per cento delle famiglie che si impadronisce del 45 per cento della ricchezza italiana e lascia al 90 per cento delle famiglie solo il 55 per cento del reddito. Le diseguaglianze vanno così aggravandosi e a pagarne il peso sono soprattutto i giovani ai quali qualche ministro bellicoso e ignorante vorrebbe anche impedire di protestare. La disoccupazione è salita – avverte l’ISTAT  &#8211; all’8,7 per cento e colpisce soprattutto la fascia tra i 15 anni e i 25. In questa fascia giovanile la disoccupazione raggiunge infatti il 24,7 per cento il che significa che un giovane su quattro è disoccupato e non è in grado di mantenersi. E’ incredibile che il governo finga di ignorare queste drammatiche cifre e passi il proprio tempo a vedere con quali artifizi potrà sopravvivere ancora qualche mese. Non si può ignorare che a fronte di queste cifre ci sono grida di dolore per lavori non fatti che si levano da luoghi preziosi come Pompei o da  ponti e strade bloccate dalla neve. La risposta che mancano i soldi non è accettabile perché non si può fingere di salvare il reddito nazionale mentre si assiste impotenti alla dilapidazione del patrimonio nazionale. Trovare una saldatura tra la disponibilità di lavoro e l’invocazione di lavori non rinviabili è il primo compito che deve prefiggersi un governo che continua a gingillarsi con un federalismo fiscale privo di qualsiasi possibilità di entrate e di spese o con messaggini tra Berlusconi e Casini. Qui urge una saldatura da fare a qualsiasi costo con mezzi di emergenza. Non osiamo proporre un servizio civile del lavoro di tipo rigorosamente volontario perché la corruzione dilagante se ne impadronirebbe per costruire ville per amorosi incontri e porticcioli per yachts ma poiché già esistono in Italia strutture valide riteniamo che Vigili del fuoco e protezione civile potrebbero aprire con urgenza concorsi e pensiamo che non sia impossibile reperire cinque miliardi di euro per centri di ricerca e università o chiedere alle fondazioni bancarie uno sforzo a favore dei consorzi di bonifica e delle organizzazioni legate ai lavori agricoli. Occorre una risposta e va data con urgenza se non si vuole che la situazione si esasperi e degeneri.   </p>
<p>t. ag.</p>
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		<title>Pomigliano e lo sciopero generale</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 17:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ggravini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono delle questioni che loro malgrado segnano i percorsi di un Paese e fanno la storia. In questo senso l’accordo separato della Fiat con tutte le sigle sindacali tranne la Fiom nello stabilimento di Pomigliano assume un rilievo simbolico.   La marcia dei 40mila a Torino, con i colletti bianchi contro gli operai e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ci sono delle questioni che loro malgrado segnano i percorsi di un Paese e fanno la storia. In questo senso l’accordo separato della Fiat con tutte le sigle sindacali tranne la Fiom nello stabilimento di Pomigliano assume un rilievo simbolico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La marcia dei 40mila a Torino, con i colletti bianchi contro gli operai e la maggioranza silenziosa dei cittadini della città più avanzata del capitalismo italiano dietro, aveva segnato un’inversione di tendenza. Era stato fermato il crescente potere della classe operaia che aveva imposto dopo il &#8217;68 i consigli di fabbrica e la scala mobile; e si preparava il terreno per il rilancio del mondo imprenditoriale. Ma il sindaco di Torino era un comunista, mentre dal punto strettamente contrattuale il risultato delle lotte dei lavoratori Fiat del 1980 non fu integralmente negativo e riuscì a salvaguardare molti posti di lavoro e mantenere elevati livelli salariali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">L’accordo di Pomigliano, una volta affermatosi nel corso degli ultimi trenta anni il dominio del pensiero aziendale sia nella politica che nel mondo della cultura, una volta resi imbelli e collaborativi la sinistra politica e il sindacato, rappresenta un salto di qualità e la chiusura di un ciclo. L’accordo di Pomigliano che prevede maggiore flessibilità negli orari di lavoro e riduzione delle pause lavorative, rinuncia a diritti costituzionalmente garantiti e delega all’azienda a decidere della legittimità di uno sciopero, significa che la globalizzazione ha fatto il suo corso e che le aziende non hanno più bisogno di fuggire lontano alla ricerca di mercati del lavoro più favorevoli. Esse possono invece direttamente smantellare i contratti nazionali e allineare al ribasso le condizioni di lavoro in tutti i Paesi, magari facendo appello a normative tecnocratiche internazionali tipo il “World Class Manufacturing”. E questo vorrà dire che si parlerà sempre di meno delle condizioni di vita materiali del lavoratore, di quanto egli si realizza nel lavoro come essere umano, delle possibilità di crescita che vi sono nell’atto lavorativo, ma solo delle differenze tra il suo costo e quello di altri lavoratori in zone le più diverse del mondo. Il ricatto di Pomigliano è quello che smaschera il lato oscuro della globalizzazione anche per chi non l’aveva capito già a Genova.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">1980-2010: i trenta anni in cui sono stati demoliti i movimenti dei lavoratori, resi complici delle logiche aziendali, e annichilito il pensiero della sinistra nella logica della rincorsa alla competitività. Ma speriamo anche quelli in cui sta maturando un pensiero alternativo a quello della globalizzazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Se questa è la portata della sfida di Pomigliano non se ne esce solo con lo sciopero generale del 25 giugno e men che meno con dichiarazioni confuse. Continuano infatti a susseguirsi scioperi generali su questioni anche politiche che però non incidono sui rapporti di forza nei luoghi di lavoro, in costante peggioramento sia nel pubblico che nel privato. Se ne uscirà solo con un lavoro intellettuale in grado di scoprire le forme nuove che ha assunto il capitalismo e lo sfruttamento, portare alla luce gli errori del sindacato, e con un ritorno nei luoghi di lavoro che susciti nuove solidarietà e inventi nuove forme di lotta insieme a chi lavora.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Proprio per questo Pomigliano può diventare sia un simbolo di resa definitiva che un simbolo di riscossa, come dimostrano le percentuali incoraggianti dei no all&#8217;accordo. Proprio per questo lo sciopero generale può essere solo l’avvio di una riflessione sugli errori precedenti e non va considerato come il momento conclusivo di una lotta. Già nel 1955 la Cgil si era trovata minoritaria e isolata a Mirafiori nel centro del capitalismo italiano. Se la classe dirigente sindacale e politica di allora si fosse semplicemente abbandonata allo scoramento accettando ogni forma di arretramento delle condizioni del lavoro, invece di cogliere l’occasione per riflettere sui propri errori e rilanciare una battaglia sul lavoro, oggi la Cgil come la conosciamo forse non ci sarebbe nemmeno.</span></p>
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		<title>Crisi e stato sociale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 07:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pciofi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto i durissimi colpi convergenti della crisi economica e della sistematica azione demolitrice dei governi sta ormai agonizzando in Italia e in Europa lo stato sociale, fondamentale conquista di civiltà della seconda metà del Novecento legata alle lotte del movimento dei lavoratori e all’azione politica di diverse forze d’ispirazione socialista, comunista e cattolica. Ormai siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Sotto i durissimi colpi convergenti della crisi economica e della sistematica azione demolitrice dei governi sta ormai agonizzando in Italia e in Europa lo stato sociale, fondamentale conquista di civiltà della seconda metà del Novecento legata alle lotte del movimento dei lavoratori e all’azione politica di diverse forze d’ispirazione socialista, comunista e cattolica. Ormai siamo vicini al punto di rottura, da cui non si esce con qualche aggiustamento del sistema che ne attenui le distorsioni e gli effetti negativi, bensì attraverso un cambiamento radicale di modello: in senso progressista o, all’opposto, regressivo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ma non sembra di avvertire, nelle forze politiche d’opposizione come pure nell’opinione democratica e di sinistra, la drammaticità della stretta di fronte alla quale si trova il Paese. Eppure dovrebbe essere chiaro che un avanzamento in senso progressista che muova dai diritti sociali conquistati nel Novecento, peraltro tipici della natura stessa dello Stato democratico, comporta oggi, nelle mutate condizioni del mondo, l’affermazione di una visione globale di un welfare universalistico, il cui punto d’appoggio imprescindibile sta per noi italiani nei principi fondamentali della Costituzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Del degrado e del disfacimento dello stato sociale nella sua configurazione attuale ci parlano le innumerevoli vertenze in difesa dell’occupazione, gli operai e i ricercatori che salgono sui tetti, i picchetti e i cortei al centro di Roma, le processioni senza fine al ministero dello sviluppo economico, dove si affastella un numero incredibile di microtrattattive spesso senza sbocco. Fiat, Alcoa, Ispra, Eutelia… Adesso anche Italtel, il cui drastico ridimensionamento, dopo aver sepolto l’informatica italiana, ci porterebbe fuori anche dai servizi alle telecomunicazioni. Nomi illustri e meno illustri di un elenco che a scriverlo tutto ci vorrebbero alcune pagine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La piena<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>occupazione, che era il perno sui cui si reggeva il modello di stato sociale ideato da sir William Beveridge, oggi è solo un pallido ricordo. Tra il 2008 e il 2009 abbiamo perso in Italia 600 mila posti di lavoro. La disoccupazione raggiunge livelli inediti nel corso di una crisi che molti astrologi non avevano previsto e oggi dichiarano superata (la funzione delle previsioni economiche di economisti e uomini di governo &#8211; ha osservato J. K. Galbraith &#8211; «è quella di rendere rispettabile l’astrologia»), mentre i salari scendono inesorabilmente rispetto a profitti e rendite, e noi ormai occupiamo il 23° posto in Europa. In compenso, le ore di cassa integrazione toccano la cifra record di un miliardo, e in pari tempo aumentano i lavori precari, deregolati e al nero, che penalizzano soprattutto le donne e i giovani. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Le disuguaglianze crescono, e noi siamo uno dei paesi più disuguali al mondo. Ma c’è di più, giacché il sistema fiscale opera una redistribuzione della ricchezza <em>a contrario</em>, privilegiando i grandi ricchi. In tal modo i salariati e i lavoratori dipendenti vengono penalizzati due volte: perché contribuiscono in misura di gran lunga prevalente al finanziamento dello Stato nelle sue articolazioni centrali e periferiche, e perché ricevono in cambio prestazioni inadeguate, comunque oggi del tutto insufficienti a fronteggiare le conseguenze della crisi. E sullo sfondo occhieggia il mostro dell’evasione, ormai da tempo responsabile della crisi fiscale dello Stato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Meno male che, come sostiene senza pudore Tremonti, nell’azione di governo «la priorità è andata alla <em>conservazione </em><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>(il corsivo è mio) dello stato sociale». Ma conservazione è una parola che sta bene in bocca ai conservatori, categoria cui il ministro non appartiene, essendo egli in realtà un modernizzatore regressivo. Infatti, insieme ai suoi colleghi ex socialisti Sacconi e Brunetta, Giulio Tremonti è artefice della trasformazione dello stato sociale universalistico, fondato sull’uguaglianza dei cittadini e sulla centralità del lavoro, in stato assistenziale compassionevole, fondato sulla disuguaglianza e sulla centralità del capitale, nel quale i ricchi comprano i servizi di qualità e i bisognosi vengono assistiti al minimo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Così stiamo transitando dai diritti uguali per tutti ai diritti ad assetto variabile (il diritto di proprietà come propulsore dello sviluppo, il diritto sociale come freno allo sviluppo) e poi alla semplice negazione dei diritti e alla privatizzazione universale, che ha investito la sanità, le pensioni e i servizi sociali, l’istruzione e l’università, e andando oltre anche l’acqua, la protezione civile e la difesa, perfino i cimiteri. Fino ai rapporti di lavoro. Fino alla negazione, per i lavoratori dipendenti, di poter decidere sul loro contratto, vale a dire sul loro destino. Nel momento in cui sale da più parti la critica al “libero mercato”, indicato come responsabile della crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando, proprio al “libero mercato” ci si affida per cambiare i connotati dello stato sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Emblematico degli orientamenti del governo, e dell’azione sistematica volta a trasformare in senso regressivo conquiste di portata storica, è il disegno di legge 1441 quater B approvato a fine gennaio dalla Camera e ora davanti al Senato, che letteralmente capovolge i fondamenti del diritto del lavoro. La novità è che, per legge, si da mano libera all’impresa, cioè al capitale, di configurare e gestire il rapporto di lavoro, “liberando” il lavoratore di fondamentali tutele formali e sostanziali, e ponendolo in una posizione di totale subalternità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">In sintesi (ma il disegno di legge merita un’analisi &#8211; e una denuncia &#8211; ben più ampie e circostanziate), le tutele vengono traslate sull’impresa a danno dei lavoratori, per i quali diventerà estremamente difficile impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere adeguati risarcimenti, vincere cause di lavoro. Con un occhio di particolare riguardo, come si conviene, per le imprese che fanno ricorso allo sfruttamento dei lavoratori precari, viene azzerata l’efficacia <em>erga omnes</em> del contratto nazionale e reso ancor più deregolato il mercato del lavoro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Mediante la «certificazione», affidata a una molteplicità di enti e consulenti, sarà possibile trasformare in «regolari» contratti con retribuzioni e norme peggiori di quelle della contrattazione nazionale, e rendere legali motivi aggiuntivi &#8211; ossia non previsti dalla legge e dai contratti collettivi &#8211; per licenziare liberamente i dipendenti. Allo stesso modo, è prevista la rinuncia preventiva del lavoratore a rivolgersi al magistrato in caso di controversie. Inoltre, nei casi di conversione dei contratti a tempo indeterminato, l’imprenditore inadempiente se la cava con una sanzione monetaria, e il risarcimento per i lavoratori a termine irregolari viene limitato a un’indennità variabile da 2,5 a 12 mesi. E per finire, la riforma degli ammortizzatori sociali è posticipata di 2 anni, ma l’obbligo scolastico viene anticipato a 15 anni se si lavora come apprendista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Rispetto alla modernizzazione regressiva della destra, il maggior partito di opposizione, nel suo percorso lungo la linea Pds-Ds-Pd, non è stato in grado di delineare e praticare una reale alternativa. E ciò per la ragione evidente, ma da molti disinvoltamente ignorata, che esso stesso si è convertito all’idea della centralità dell’impresa, e alla banalizzazione della teoria di Rifkin sulla fine del lavoro, approdando su un’isola di nessuno dove è vero tutto e il contrario di tutto. Non per caso un’indagatrice attenta come Laura Pennacchi si domandava già sul finire degli anni Novanta se il sistema del welfare non fosse considerato «un impaccio o un ingombro da superare magari evolvendo verso uno ‘stato sociale minimo’ o rieditando un ‘welfare solo per poveri’».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Resta il fatto che, assumendo l’idea della centralità dell’impresa, il centrosinistra, a cominciare dalla legge Treu del ’97, si è collocato esso stesso su una linea di modernizzazione regressiva sostanzialmente subalterna, dando il là alla deregolazione dei rapporti di lavoro e alimentando così precarietà e disgregazione sociale, da cui oggi prendono corpo, sotto la pressione della crisi, fenomeni sempre più frequenti e minacciosi di una guerra tra poveri. Nativi contro stranieri, outsider contro insider, disoccupati contro occupati, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, figli contro padri. E’ la guerra di tutti contro tutti, in cui fermentano anche tensioni geopolitiche e i germi di una nuova possibile guerra tra gli Stati. Verso questi deprecabili esiti spingono non solo gli effetti distruttivi della crisi e le scelte della destra. Pesa anche, e in modo sempre più evidente, l’assenza di un’alternativa praticabile da parte dell’opposizione, nella dimensione nazionale ed europea. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Per cambiare lo stato sociale lungo una linea di modernizzazione progressista e di riforma avanzata, ben visibile nei principi fondamentali e negli indirizzi della Costituzione, non si tratta di cancellare il lavoro come fondamento della Repubblica, e dunque come fattore coesivo della società e formativo della persona, ma al contrario di superare lo schema fordista, centrato sull’operaio massa di sesso maschile, su cui lo stato sociale del Novecento è stato impiantato, come pure di cancellarne le distorsioni burocratiche e clientelari. In altri termini, è necessario muovere dalle straordinarie trasformazioni che il lavoro e l’intera società hanno subito in conseguenza della rivoluzione informatica e scientifica, della femminilizzazione dei lavori e della crescita dei servizi, della diffusione del lavoro instabile e precario soprattutto tra i giovani e gli stranieri per ridisegnare l’intero sistema della sicurezza sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Il fatto che fondamentali diritti sociali siano stati conquistati in una diversa fase storica non è una buona ragione per cancellarli. Al contrario, è necessario muovere da quelle conquiste, che hanno visto protagonisti il movimento operaio e i partiti della sinistra che lo hanno rappresentato, per realizzare un nuovo avanzamento di civiltà. Ma come? Questo è il problema. Se vogliamo stare con i piedi per terra e fare i conti con la realtà non possiamo ignorare che la globalizzazione capitalistica, intesa come gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale, ha distrutto o fortemente indebolito i tre pilastri sui cui lo stato sociale novecentesco è stato costruito in Europa: lo Stato nazionale, il potere dei sindacati operai, la rappresentanza politica del lavoro. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Oggi è chiaro che al di fuori della dimensione europea, su cui anche i sindacati dovrebbero trovare una base comune di rilancio per poi cercare il filo di un’azione comune nel mondo, non è pensabile di poter costruire la trama di un nuovo efficace sistema di sicurezza sociale. Ma è altrettanto chiaro che senza il protagonismo politico degli operai e dei lavoratori dipendenti manuali e intellettuali, che maggiormente patiscono gli effetti distruttivi della crisi e del meccanismo economico fondato sulla dittatura del capitale, non vi sarà un avanzamento di civiltà nelle relazioni sociali e dunque una nuova più avanzata riscrittura dello stato sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; text-indent: 35.4pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Noi italiani abbiamo però una bussola per muoverci nella direzione giusta, ed è la Costituzione di questa Repubblica fondata sul lavoro. E’ d’importanza decisiva, per costruire un nuovo protagonismo politico di massa, che le forze di sinistra e d’opposizione, a cominciare dai Ds, dicano in modo chiaro e senza sottintesi, qui ed ora, nello svolgersi drammatico della crisi globale, se considerano la Costituzione non un pezzo di carta cui rendere omaggio nelle celebrazioni ufficiali ma un concreto progetto per cambiare l’Italia, su cui investire nel presente e nel futuro. In caso contrario c’è da essere molto pessimisti sulle sorti dello stato sociale e della democrazia in questo Paese.</span></p>
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		<title>La bassa crescita dei salari italiani</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/la-bassa-crescita-dei-salari-italiani.html</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 08:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lmurrau</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Le retribuzioni italiane rimangono molto indietro rispetto alle principali economie industriali avanzate e minori persino rispetto a quelle pagate a lavoratori di paesi a minore sviluppo industriale del nostro. E’ quello che ci rivela il rapporto Ocse Taxing Wages report 2007-2008 di recente pubblicazione. Abbiamo estratto dal rapporto il salario netto, misurato in parità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le retribuzioni italiane rimangono molto indietro rispetto alle principali economie industriali avanzate e minori persino rispetto a quelle pagate a lavoratori di paesi a minore sviluppo industriale del nostro. E’ quello che ci rivela il rapporto Ocse Taxing Wages report 2007-2008 di recente pubblicazione.</p>
<p>Abbiamo estratto dal rapporto il salario netto, misurato in parità di potere d’acquisto (PPA), mediamente percepito da due tipologie di lavoratori all’interno del gruppo dei 30 Paesi Ocse nel 2008: lavoratore single e lavoratore con moglie e con due figli a carico. L’Italia si colloca in entrambe le graduatorie al 23° posto. Specificamente, un individuo singolo senza figli percepisce annualmente un salario di 21.374 dollari misurati in parità di potere d’acquisto (PPA); un lavoratore con moglie e con due figli, percepisce un salario di 25.564 dollari. La sensibile differenza, valida anche per gli altri paesi, è dovuta al fatto che molti paesi Ocse prevedono per le famiglie con figli un regime di sostegni monetari e fiscali. L’Italia è prevedibilmente al di sotto sia della media Ocse (25.739 e 30.195 dollari, rispettivamente per le due tipologie), ed anche quando si guarda alle medie EU-15 (27.793 e 33.175 dollari) ed EU-19 paesi (24.552 e 29.434 dollari).</p>
<p>I salari netti dei lavoratori italiani si collocano addirittura al di sotto della Grecia, che insieme a Portogallo, Cipro, Malta ed ai paesi dell’est di nuova adesione all’UE è ancora beneficiaria, in seno agli interventi previsti per la politica regionale, del Fondo di Coesione, destinato a quei paesi che conservano un RNL, misurato in PPA, inferiore al 90% di quello medio comunitario. I salari più alti sono pagati in Corea, Regno Unito, Svizzera e Lussemburgo, per entrambe le tipologie di lavoratori, con valori che vanno dai 36.035 dollari di un single lussemburghese ai 39.931 di un single coreano, e dai 41.039 di lavoratore coreano con famiglia a carico ai ben 48.980 dollari di un suo pari lussemburghese.</p>
<p>E’ interessante considerare il caso della Germania, in cui si paga ad un lavoratore single un salario netto annuo di 29.570 dollari (11° posto della classifica Ocse), mentre ad lavoratore con moglie e con due figli a carico si pagano 39.186 dollari, con un salto in classifica al 5° posto, a considerazione dell’alto regime di aiuti concessi alle famiglie.</p>
<p>Questa risultato delinea il basso tasso di crescita delle retribuzioni di operai e impiegati in Italia nel corso dell’ultimo decennio. Tra il 2001 ed il 2008 mentre le retribuzioni degli operai sono cresciute mediamente ad un tasso costante di circa il 3 per cento annuo, quelle degli impiegati hanno alternato periodi di lieve crescita, ad esempio negli anni 2002 (1,72 per cento) e 2005 (1,75 per cento) ed addirittura crescita negativa nel 2007 (-0,76 per cento) ad anni di forte crescita nel 2006 (5,72 per cento) e nel 2008 (5,77 per cento). La dinamica complessiva è invece stata molto modesta. Nel 2007 le retribuzioni complessive sono cresciute dello 0,51 per cento, con un recupero nel 2008 (4,90 per cento).</p>
<p>Si tratta di incrementi molto residuali se si considera che con l’entrata in circolazione della moneta unica, proprio a partire dal 1 gennaio 2002, il nostro paese ha sperimentato tassi reali di inflazione molto superiori rispetto a quelli ufficialmente dichiarati, con una grave perdita netta del potere d’acquisto di stipendi e salari. Per di più dal 2004 la produttività del lavoro è in forte e costante discesa e la profonda crisi economica in atto non ne consentirà una sua ripresa per ancora lungo tempo. Soltanto misure urgenti a sostegno dei salari, con una moratoria del regime del laissez-faire che ha ispirato finora il funzionamento del mercato del lavoro, possono servire per ridare sostegno al potere d’acquisto delle famiglie italiane e dignità al ruolo del lavoro.</p>
<p>Luca Murrau</p>
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		<title>Schierarsi con i lavoratori per uscire dalla crisi. La “lezione” di Gianni Rinaldini</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/schierarsi-con-i-lavoratori-per-uscire-dalla-crisi.html</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 08:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>etica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo ciclo delle “ lezioni” sulla crisi economica si è concluso con l’incontro, avvenuto il 26 febbraio presso la sala convegni dell’Unicef, con Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom. Rinaldini, anche sulla base delle esperienze direttamente vissute ogni giorno come dirigente di un grande sindacato, è partito dall’esame degli effetti della crisi sulla economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="Section1">
<p class="MsoNormal"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Il primo ciclo delle “ lezioni” sulla crisi economica si è <span class="GramE">concluso</span> con l’incontro, avvenuto il 26 febbraio presso la sala convegni dell’Unicef, con Gianni <span class="SpellE">Rinaldini</span>, segretario generale della Fiom.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span class="SpellE"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Rinaldini</span></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, anche sulla base delle esperienze direttamente vissute ogni<span class="GramE"> </span>giorno come dirigente di un grande sindacato, è partito dall’esame degli effetti della crisi sulla economia reale. <span class="GramE">Molte attenzione</span> è concentrata sulla economia finanziaria, sulla cattiva gestione delle<span> </span>banche, sull’assenza di controlli: tutto ciò è giusto, ma non si può mai perdere di vista il rapporto della finanza con l’economia reale e la crisi cui <span class="SpellE">qusta</span> è stata portata, Di fatto è entrata in crisi una idea di sviluppo. Le disuguaglianze sono gravemente aumentate ed aumentano, è avvenuta una redistribuzione dei poteri che ha colpito la<span class="GramE"><span> </span></span>capacità di incidere dei lavoratori, si sono aggravati tutti i processi di frammentazione del ciclo lavorativo con conseguenti i effetti di deresponsabilizzazione<span> </span>,<span> </span>una parte crescente dei<span> </span>rapporti<span> </span>di lavoro è fondata sulla precarizzazione, il mito della grande impresa e’ crollato: le grandi imprese non sono più in grado di dare indirizzi. Le privatizzazioni sono state attuate in Europa<span class="GramE"><span> </span></span>senza un’idea di politica industriale, il lavoro precario è un dato strutturale e rende organico il ricatto. E’ stato duramente colpito, in un mondo divenuto volatile, il futuro dei giovani; sono state messi<span class="GramE"> </span>in crisi istituti fondamentali per i lavoratori: dal sistema pensionistico al TFR. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Come conseguenza di un certo modello di sviluppo una parte del mondo vive una grave crisi alimentare. <em></em>I paesi più avanzati hanno provocato una crisi ambientale. Il sistema valutario<span class="GramE"><em> </em></span>è da ricostruire. Il deterioramento di sindacate e<span class="GramE"> </span>partiti ha ritardato reazioni adeguate, mentre altri opera in direzione di un peggioramento del quadro generale. Si dice e si ripete che, mentre in altri paesi<span class="GramE"><span> </span></span>(Stati Uniti con Obama, Germania<span> </span>con la proposta di nazionalizzazioni) i governi tentano di reagire alla situazione, il governo italiano assiste passivamente agli eventi. Nulla di più falso. Il governo italiano è attivissimo. Non a caso vara ogni giorno decreti. Purtroppo li vara al fine di utilizzare l’emergenza per ridisegnare in senso autoritario l’assetto del paese e per aggravare il generale processo di frammentazione<span class="GramE"> </span>e quello di <span class="SpellE">deregolazione</span> del mercato del lavoro. Le garanzie dell’orario di lavoro erano già state colpite dal presidente Berlusconi<span class="GramE"><span> </span></span>nel 2002 con la legge 66 ( è stato messo in discussione perfino il giorno di riposo che non è più obbligatorio nella settimana ma viene “concesso” nella media dei 14 giorni) .Ora si gioca sugli accordi separati per colpire la struttura contrattuale e si cerca di colpire il diritto di sciopero. Il conflitto sindacale <span class="GramE">viene</span> ormai considerato eversivo. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Se non <span class="GramE">si </span>inverte rapidamente corsa il rischio più grave per i<span> </span><span class="SpellE">iavoratori</span> e per l’intero paese è che tre milioni di precari restino a casa. <span class="GramE">La Fiat</span> di <span class="SpellE">Pomigliano</span> è un monito per tutti. Se non ci si attrezza rapidamente per fronteggiare una crisi, che Obama ha definito catastrofica, che si annuncia come una crisi di lunga <span class="SpellE">duratail</span> prezzo da pagare sarà durissimo<span class="GramE">,</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"></span></p>
<p class="MsoNormal"><span class="SpellE"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Rinaldini</span></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> non ritiene che a tutto ciò si possa rispondere nazionalizzando le grandi imprese. Con nazionalizzazioni<span class="GramE"><span> </span></span>fatte dall’attuale governo , senza un mutamento di strategia, &#8211; e ciò vale anche per altri paesi -<span> </span>si moltiplicherebbero solo i conflitti di interesse. Certamente più urgente è mettere in atto una politica di solidarietà e <span class="GramE">di </span>ammortizzatori<span> </span>sociali che garantisca tutti i lavoratori precari e non precari. Nello stesso tempo occorre fermare il gioco al ribasso ai danni <span class="GramE">di </span>operai e impiegati. Tutti parlano a livello europeo ed italiano di rifiuto del protezionismo e l’Unione Europea ha lanciato giustamente moniti in tal <span class="GramE">senso</span> a tutti i paesi membri.<span> </span><span class="GramE">di</span> cui siamo membri Ma che cosa è una politica che tenta di schiacciare i salari e gli<span> </span>stipendi , di colpire diritti e strumenti di tutela<span> </span>dei cittadini e dei<span> </span>lavoratori, se non una disastrosa politica di protezionismo ? Occorre che l’Europa passi rapidamente dai moniti a misure concrete e vincolanti. In primo luogo occorre una politica che unifichi<span class="GramE"><span> </span></span>i sistemi fiscali; In secondo luogo vanno garantiti gli istituti e gli strumenti dello stato sociale. In terzo luogo occorre tutelare a livello europeo alcuni diritti fondamentali<span class="GramE"><span> </span></span>dei lavoratori e vanno condannate come violazioni del mercato le violazioni di tali diritti. <span class="GramE">Anche</span> il centrosinistra deve in Italia riflettere su questo. Perdere ogni riferimento sociale è <span class="GramE">una rinuncia molto pericolosa e oggi seriamente negativa</span> per la ricerca di vie d’uscita dalla crisi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E’ seguito un dibattito che ha finito per concentrarsi <span class="GramE">sulla proposte</span> di <span class="SpellE">Rinaldini</span> per l’Europa, sottolineandone<span> </span>l’importanza e anche, purtroppo, la novità. L’incontro si è <span class="GramE">concluso</span> affidando a Gianni <span class="SpellE">Rinaldini</span>, in partenza per <span class="SpellE">Pomigliano</span>, un messaggio di auguri e solidarietà per i lavoratori della Fiat.<span> </span></span></p>
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		<title>Forza e ruolo del sindacato in un quadro politico incerto</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 08:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bugolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni industriali e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un soggetto sociale oggi in Italia che appare ancora solido, radicato nel territorio, con un ruolo non dismesso, anche se alle prese con una miriade di difficoltà. E’ il sindacato nelle sue diverse componenti, presenti in Cgil, Cisl e Uil. A queste sigle bisognerebbe aggiungere quella dell’Ugl, un sindacato di destra che però negli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un soggetto sociale oggi in Italia che appare ancora solido, radicato nel territorio, con un ruolo non dismesso, anche se alle prese con una miriade di difficoltà. E’ il sindacato nelle sue diverse componenti, presenti in Cgil, Cisl e Uil. A queste sigle bisognerebbe aggiungere quella dell’Ugl, un sindacato di destra che però negli ultimi tempi ha intrapreso un collegamento con le altre centrali, raddrizzando i propri indirizzi tradizionalmente votati al corporativismo e al populismo.<br />
Le caratteristiche di questa complessiva presenza organizzata acquistano ancor più valore se si pensa come esse si collochino in un paesaggio politico sconvolto ogni giorno da iniziative diverse, spesso destinate ad abbandonare antichi terreni per trovarne di nuovi. Alludo allo scioglimento di Ds-Margherita e al lancio del Partito Democratico, ma anche alla cosiddetta “cosa rossa” che dovrebbe unire i diversi spezzoni della sinistra. Per non parlare del Partito del popolo, ultima invenzione di Silvio Berlusconi e della fine della “Casa della libertà”. Sono scelte che in qualche modo pongono fine alle antiche radici politiche all’interno di Cgil, Cisl e Uil. Anche se le cosiddette “correnti” erano state superate già all’epoca di Bruno Trentin e formalmente non esistevano in Cisl e Uil.<br />
Quel che conta è che i sindacati, in tale situazione di continua evoluzione, non sono andati allo sbando. Hanno saputo mantenere e qualche volta allargare la propria forza organizzata, ma anche affermare un ruolo importante ed una forte autonomia. Lo si è visto bene, ad esempio, nella vicenda del protocollo sul welfare. Qui hanno resistito alle pressioni sia delle componenti più moderate presenti nel centrosinistra, sia di forze collocate all’estrema sinistra, come Rifondazione Comunista e il Pdci. Hanno risposto alle critiche non solo discutendo nel merito delle singole misure concordate col governo, sia per quanto riguarda i pensionati, sia per quanto riguarda i precari. Hanno anche portato al vaglio del mondo del lavoro il testo del Protocollo, conquistando una larghissima adesione. C’è stata in questa vicenda, da parte dei sindacati, non una specie di accondiscendenza nei confronti di un governo “amico”, bensì la consapevolezza di un equilibrio politico assai delicato, appeso ad un filo. All’interno del quale era possibile sviluppare un movimento rivendicativo fatto anche di piccoli passi, purché inseriti in orizzonti più vasti. Senza vassallaggi nei confronti del centrosinistra, ma anche senza indifferenza. Ed è stato questo il nocciolo dello scontro con certe componenti della maggioranza della Fiom più votate all’”indipendenza” che ad un’autonomia costruttiva.<br />
Non è stata una prova facile, soprattutto per la Cgil, dove una dialettica, anche collegata ai nuovi “contenitori” politici (PD, Sinistra democratica) sta già nascendo, ma che in quest’occasione non ha evidenziato crepe eclatanti. Certo il futuro, su questo terreno, è tutto da scoprire. Quel che è certa, per ora, è la presenza nei gruppi dirigenti sindacali, slegati da antichi lacci e lacciuoli con i partiti di provenienza, di una sommessa delusione. Nasce dal fatto che trovano una discreta fatica nel rintracciare interlocutori validi nella nuova strumentazione della politica. La verità è che i temi del lavoro appaiono se non abbandonati come sfocati nei primi passi del Pd e nella stessa formazione dei suoi gruppi dirigenti. Mentre nelle anime più a sinistra prevale spesso e volentieri la voglia della denuncia pura e semplice e del tentativo di scavalcare il sindacato. Brilla, in definitiva, nel panorama politico, l’assenza di un progetto (un’idea, una prospettiva) che trovi le radici nel lavoro (sia pure in tutte le sue trasformazioni) e nella sua emancipazione. Con la capacità di offrire, dare sbocchi positivi alle stesse istanze messe in moto dai sindacati. I quali, ad ogni modo, oggi più di ieri sono portati ad aumentare la propria autonomia e anche a consolidare i legami unitari.<br />
Tali ragionamenti non portano a dimenticare le evidenti debolezze che albergano nel movimento sindacale italiano. E’ chiaro che le recenti sortite di tanti, a cominciare dal governatore della Banca d’Italia, su una pesante questione salariale, chiamano in causa anche l’operato di Cgil, Cisl e Uil. Non per aver privilegiato gli anziani rispetto ai giovani, come si è scritto da più parti. E’ vero che spesso le contrattazioni decentrate hanno assegnato punitivi salari d’ingresso alle nuove generazioni, così come il moltiplicarsi delle forme contrattuali hanno riservato a queste ultime meno diritti e retribuzioni inferiori. Ma la proposta, avanzata da più parti, di una revisione radicale del sistema contrattuale acquisito nell’accordo del 1993 sotto gli auspici del governo Ciampi, non supererebbe questa forbice. Anzi il dimagrimento del contratto nazionale aumenterebbe le distanze. Non è del tutto convincente nemmeno la proposta di puntare tutto sulla contrattazione dell’incremento della produttività, azienda per azienda. Una ricetta praticabile in poche unità produttive dove comunque la cosiddetta produttività non è facilmente misurabile, visto che è connessa a mille elementi: ad esempio l’organizzazione del lavoro e il sistema delle infrastrutture con le quali ha a che fare l’impresa.<br />
Resta il fatto che i sindacati di fronte ad un malcontento profondo, emerso anche nella consultazione sul Protocollo, e ad una campagna aggressiva, spesso dalle caratteristiche antisindacali, ha reagito più rimanendo in difesa che avanzando proposte, passando al contrattacco. Magari affrontando con energia i temi di una nuova contrattazione aziendale (che l’accordo del ‘93 non proibiva) e anche della produttività, come modo per affrontare i problemi della condizione operaia, dell’organizzazione produttiva, di processi di lavoro innovativi, al servizio di una produzione di qualità. Facendo affiorare zone d’improduttività e agevolando l’efficienza, da considerare un bene da difendere e non un regalo agli imprenditori. Una svolta in tal senso potrebbe profilarsi in un’annunciata assemblea nazionale dei delegati di Cgil, Cisl Uil. Saranno chiamati a discutere di una vera e propria piattaforma generale, affrontando i temi del fisco che, appunto, taglieggia i salari e della contrattazione aziendale. Una contrattazione che oggi coinvolge solo il 30 per cento delle imprese. Le assenti, spesso piccole imprese, potrebbero essere invogliate da un sistema d’incentivi. Questo e altro dovrebbe contenere tale piattaforma. Una proposta e una sfida nello stesso tempo, capace di rilanciare davvero i temi del lavoro oggi. Un’indicazione dai tempi lunghi, quasi un patto sociale, da offrire a un governo di legislatura e allo sconvolto panorama politico. Solo che a questo punto s’incontrano le nebbie più folte e di giorno in giorno mutevoli.</p>
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