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	<title>Etica ed Economia &#187; Parlamento e istituzioni</title>
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		<title>Auguri ad Ingrao</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 21:57:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[30 marzo 2010: Pietro Ingrao compie 95 anni e a lui vogliamo inviare un affettuoso augurio. Ingrao non è stato soltanto un uomo politico e il qualificato Presidente della Camera che tutti ricordano. Ingrao è stato ed è per molti giovani un attento maestro di etica ancor prima che di politica. Nessuno ha mai visto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"><img class="alignnone size-full wp-image-1386" title="pietro_ingrao2-s" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2010/03/pietro_ingrao2-s.jpg" alt="pietro_ingrao2-s" width="160" height="159" />30 marzo 2010: Pietro Ingrao compie 95 anni e a lui vogliamo inviare un affettuoso augurio. Ingrao non è stato soltanto un uomo politico e il qualificato Presidente della Camera che tutti ricordano. Ingrao è stato ed è per molti giovani un attento maestro di etica ancor prima che di politica. Nessuno ha mai visto Ingrao girare con la scorta sia nella natia Lenola che a Roma o nelle Marche che lo hanno avuto per più legislature come capolista del PCI. Ingrao non ha mai avuto cura per il proprio interesse personale ma sempre e soltanto per il successo delle idee che in collocazioni diverse ha sostenuto. Verso se stesso è stato sempre severo. E proprio per questo sono molti quelli che gli hanno voluto bene e che lo hanno seguito anche per terreni impervi. I suoi ozii erano la musica classica e il cinema che aveva amato da giovane anche se poi lo aveva abbandonato per la Resistenza e per il volontariato politico. Un grazie a Pietro per ciò che ha dato a giovani di successive generazioni, per le speranze che ha saputo accendere, per le battaglie che ha saputo condurre anche pagando duri prezzi. </span></p>
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		<title>L&#8217;addio ad Antonio Giolitti</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 21:38:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; morto a Roma Antonio Giolitti.  L&#8217;Italia deve a lui il primo tentativo di &#8220;studiare il futuro&#8221; e di programmarlo. Era un uomo colto, intelligente, onesto, cortese, legato a Cuneo e alla terra della sua famiglia. E&#8217; stato un valoroso dirigente e combattente partigiano nelle Brigate Garibaldi. Ha militato dagli anni quaranta nel PCI per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">E&#8217; morto a Roma Antonio Giolitti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> <img class="alignnone size-full wp-image-1294" title="screenhunter_02-feb-09-22411" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2010/02/screenhunter_02-feb-09-22411.gif" alt="screenhunter_02-feb-09-22411" width="210" height="290" /></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">L&#8217;Italia deve a lui il primo tentativo di &#8220;studiare il futuro&#8221; e di programmarlo. Era un uomo colto, intelligente, onesto, cortese, legato a Cuneo e alla terra della sua famiglia. E&#8217; stato un valoroso dirigente e combattente partigiano nelle Brigate Garibaldi. Ha militato dagli anni quaranta nel PCI per lunghi anni. Si dimise dal partito nel 1956 e fu il primo comunista di cui il PCI accolse le dimissioni con &#8220;rammarico&#8221;. Si iscrisse successivamente al PSI dal quale uscì per dissensi con l&#8217;on. Bettino Craxi. Il PCI lo elesse senatore nelle sue liste, come indipendente, nel 1987. Nel 1992 si ritirò a vita privata, ma la sua casa rimase aperta ad amici e compagni per incontri fertili di idee.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Fu un bravo ministro del Bilancio e compì un serio tentativo, con Giorgio Ruffolo, di attuare in Italia una politica di programmazione rispettosa del mercato. Tentativo che la DC contrastò e che di fatto stroncò esigendo la sostituzione di Giolitti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Etica ed Economia ne ricorda la figura e la lezione.</span></p>
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		<title>Annodare i fili della sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emacaluso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il fatto che siano state convocate tre “costituenti” &#8211; per il Partito democratico, per il Partito socialista, per la sinistra alternativa (la Cosa rossa) &#8211; ci dice come la sinistra nel suo complesso non riesce, neanche dopo il 1989, ad unirsi in un solo grande partito. Anzi, proprio dopo l’89, quando è venuta meno la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Il fatto che siano state convocate tre “costituenti” &#8211; per il Partito democratico, per il Partito socialista, per la sinistra alternativa (la Cosa rossa) &#8211; ci dice come la sinistra nel suo complesso non riesce, neanche dopo il 1989, ad unirsi in un solo grande partito. Anzi, proprio dopo l’89, quando è venuta meno la principale ragione di fondo della sua divisione, paradossalmente si è ancora più divisa e frantumata. Eppure all’inizio di questa legislatura tutti i partiti che si definiscono di sinistra, socialisti, comunisti, ambientalisti, si sono ritrovati insieme in una maggioranza e in un governo, dove collaborano con un partito di centro, la Margherita, guidato da un cattolico-democratico come Prodi. Insomma, le antiche contrapposizioni &#8211; riforme o rivoluzione, con l’Urss contro si essa, con il campo antimperialista o con l’anti-imperialismo e, più specificatamente, con gli Usa o contro di loro, in Europa o no &#8211; sono sostanzialmente superate. Ma le separazioni restano.</p>
<p>La storia ha risolto il grande duello che nel secolo scorso divise la sinistra: il socialismo democratico potrebbe essere l’approdo di tutti e il Pse la casa in cui i partiti socialisti – ognuno con la propria storia e individualità – si dovrebbero ritrovare. Invece, in Italia non è così: nasce un Partito democratico che non si colloca nel socialismo europeo e nasce una sinistra alternativa che, anch’essa, non si riconosce in quella famiglia. E nel Pse rimane solo la Costituente socialista. La quale non è solo l’insieme della diaspora ma non è certo ancora un grande partito espressione della sinistra.</p>
<p>In questo quadro, l’anomalia italiana, a mio avviso, è determinata soprattutto nella nascita del Partito democratico, in cui si trovano pezzi del Pci, della Dc e qualche residuato della diaspora socialista. La ragione principale di questo partito è stata motivata dal fatto che né i Ds né la Margherita riuscivano a crescere e, anzi, come ebbe a scrivere Scalfari su “Repubblica” erano al “capolinea”. E per questo dovevano fondersi. Cioè, anziché esaminare le ragioni per cui i due gruppi dirigenti avevano portato le loro formazioni nel governo, ma anche al capolinea, si è cercata una strada riproporsi come “novità”, come risposta alla frantumazione e all’esigenza di dotare la coalizione di centrosinistra di un’asse portante riformista e robusto. L’“asse”, però, nasce dopo una campagna mediatica che non ha precedenti nella storia politica italiana: “Corriere” e la “Repubblica”, insieme in questa occasione, hanno fatto da battistrada a tutta la stampa, tranne rare occasioni, e alle tv. Una campagna che si è intensificata con la candidatura di Walter Veltroni a leader del Pd. Una campagna che ha teso a presentare l’operazione Pd come liberatoria rispetto ai vincoli e al ruolo condizionante che avrebbe avuto la sinistra radicale nella coalizione governativa. La nascita del partito quindi da un lato veniva presentata come un fatto “epocale”, un superamento delle “vecchie culture novecentesche” della sinistra, una sintesi del riformismo cattolico e di quello socialista; dall’altro, più terra-terra e con più verità, come un’operazione politica legata alla situazione del governo e ai rapporti tra le forze che compongono la maggioranza. Tuttavia anche su questo nodo – il rapporto tra Pd e sinistra radicale nella maggioranza governativa &#8211; non si è mai fatto un bilancio e un’analisi delle ragioni per cui la nave governativa fa acqua da tutte le parti. E perché perde consensi tra le masse popolari. Prodi in tutte le occasioni ha teso a difendere la validità di quella alleanza. La nascita del Pd è invece stata salutata come la fine di questa alleanza. Veltroni infatti ha detto che sarà il Pd (e solo esso) ad elaborare un programma al quale gli alleati potenziali possono solo aderire o rifiutare. E il discorso sulla legge elettorale è viziato da questo ruolo egemone che si è auto-assegnato il Pd di Veltroni.</p>
<p>Ma, per tornare al discorso su cosa è il Pd, le cronache sulle primarie e sulla costituente “eletta” con liste bloccate e la nomina dei segretari regionali avvenute in un clima di scontri tra apparati e lobby, non di partito ormai inesistenti, ma costruite attorno agli enti locali (sindaci, assessori) o società pubbliche o semi pubbliche, con consulenti e clienti, sono significative. A questo proposito non si è sottolineato il fatto che i candidati segretari regionali del Pd erano, in alcune regioni, sindaci di grandi città (Bari, Pescara, Messina), per non parlare del leader del partito, che è il sindaco di Roma. In Calabria – dico Calabria – il candidato eletto segretario regionale è l’attuale viceministro degli Interni. Insomma un partito che si propone di rinnovare e modernizzare le istituzioni e il sistema politico, usa le istituzioni come trampolino di lancio per incarichi di partito e gli eletti continuano a esercitare il ruolo di sindaci e di segretari di partito. Ma i sindaci, secondo una concezione democratica, non esprimono gli interessi, la storia e il volto di una città, cioè non sono sindaci anche della minoranza? Non si tratta di dettagli, perché questi fatti esprimono una concezione della politica e delle istituzioni ben precisa. Insomma quale è la cultura politica del Pd? A questa domanda non si risponde. Intanto, si dice, eleggiamo i leader, poi facciamo il partito e poi diamo ad esso una cultura. Veltroni ha nominato una commissione per definire l’identità del Partito!</p>
<p>La povertà del manifesto di Orvieto, carta politico-ideale del Pd, e l’assenza di un dibattito politico-culturale che accompagnasse la formazione del partito, qualifica tutta l’operazione come “stato di necessità” rispetto alla lotta politica in corso. Nel partito infatti opera una mediazione su temi politici essenziali – la riforma elettorale, l’intervento pubblico e il ruolo dello Stato nell’economia, la libertà di ricerca scientifica, e i temi eticamente sensibili – come se si trattasse di una coalizione di governo e non di un partito dove si trovano persone che condividono non solo un programma, ma valori e un’idea della società. Quale avvenire può avere questo partito e quali sono le alternative per chi, anziano o giovane, pensa alla sinistra come espressione di quella parte della società che si batte per il progresso e l’eguaglianza?</p>
<p>Il Pd può avere un futuro solo se a competere con esso non ci sarà una forza consistente, espressione della storia, della cultura, delle battaglie, vinte o perse, della sinistra italiana. Un partito che sappia cogliere le contraddizioni del capitalismo di oggi, quello globalizzato, quello con cui, in passato, nel bene e nel male, hanno fatto i conti il movimento operaio e i partiti socialisti e comunisti con Marx e dopo Marx? Voglio dire che non penso che il Pd, così com’è, possa avere un avvenire come forza che esprime le esigenze della sinistra italiana.</p>
<p>Tuttavia oggi non c’è sulla scena una forza politica in grado di costituire un’alternativa e di competere virtuosamente col Pd. Quanti sono i militanti che provengono dal Pci, dai Ds che hanno aderito con rassegnazione al Pd perché non c’è un’alternativa credibile e consistente? Molti. La Costituente socialista, è stato detto dai promotori, non vuole essere la ricomposizione della diaspora del Psi. In effetti, non solo l’adesione del gruppo di Angius che, con Mussi, non ha aderito al Pd, ha un significato: per la prima volta gruppi di giovani appaiono interessati non solo alla storia della sinistra ma al suo avvenire. Ma si tratta minoranze. Il problema di un partito socialista è quello di essere al tempo stesso un partito di popolo.</p>
<p>Mussi, e i suoi compagni, collocandosi in una specie di limbo politico, non danno un segnale forte che in Italia è possibile costruire un partito socialista che sia in grado di esprimere il nucleo vitale di tutta la sinistra italiana. Un partito che potrebbe costituire un riferimento per chi, nel Pd e in Rifondazione, pensa che la sinistra possa avere un ruolo autonomo, come forza di governo anche quando è all’opposizione. Una forza che abbia la capacità di esprimere una politica cui possano guardare con interesse soprattutto i lavoratori e le nuove generazioni. Ho fatto un riferimento a Rifondazione comunista perché penso che questo partito così com’è, fuori dal socialismo europeo, con un richiamo astratto e senza riferimenti al comunismo, non può essere un’alternativa credibile per quei militanti di sinistra che sono nel Pd e hanno militato in una forza che diceva di volere approdare nell’alveo del socialismo europeo. Per concludere, io penso che in questa fase occorre fare una battaglia politica e culturale rivolta alla sinistra del Pd, alla Costituente socialista, alla Sinistra democratica, a Rifondazione comunista, per annodare tutti i fili che possono formare il tessuto di un partito socialista che abbia i caratteri cui ho accennato. E non bisogna perdere di vista i processi politico-culturali che attraversano il movimento organizzato dei lavoratori, il sindacato. Il quale oggi non ha una sponda politica: dalla cinghia di trasmissione al nulla c’è l’autonomia della politica e del sindacato che per la sinistra non può però tradursi in separatezza. È un’opera difficile, ma necessaria. Il Pd, così come è nato, non può riproporre e rinnovare la storia e il futuro della sinistra italiana. La vischiosità delle formazioni esistenti, la sclerosi dei suoi gruppi dirigenti rende difficile quest’opera. Ma occorre provare.</p>
<p style="text-align: right;">Emanuele Macaluso</p>
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		<title>I riferimenti politici, economici e culturali di una nuova forza di sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>slabini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La programmazione, l’austerità e la questione morale La Programmazione è stata un’esperienza di politica economica rivolta ad orientare lo sviluppo dell’economia e della società verso obiettivi socialmente condivisi ed economicamente sostenibili. Le idee sulla programmazione economica furono sviluppate dal gruppo che ruotava intorno ad Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e che comprendeva Giorgio Fuà, Giorgio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La programmazione, l’austerità e la questione morale</em></p>
<p>La Programmazione è stata un’esperienza di politica economica rivolta ad orientare lo sviluppo dell’economia e della società verso obiettivi socialmente condivisi ed economicamente sostenibili. Le idee sulla programmazione economica furono sviluppate dal gruppo che ruotava intorno ad Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e che comprendeva Giorgio Fuà, Giorgio Ruffolo, Paolo Sylos Labini, Luigi Spaventa, Manin Carabba, proprio in coincidenza della nascita dei primi governi di centrosinistra e dell’entrata dei socialisti nella “stanza dei bottoni” (dicembre 1963).</p>
<p>Gli obiettivi prioritari della programmazione furono la piena occupazione, lo sviluppo del Mezzogiorno e una distribuzione del reddito più equa. Tra le altre linee della programmazione vi furono la riforma scolastica, l&#8217;istituzione delle Regioni, la legge urbanistica e la riduzione della dipendenza energetica dall’estero per conseguire una più ampia autonomia politica.</p>
<p>Al riguardo, è importante ricordare che l’ENI di Enrico Mattei oltre al petrolio e al gas naturale aveva puntato sulla diversificazione delle fonti energetiche investendo nelle centrali nucleari mentre il Cnen di Felice Ippolito aveva lanciato un massiccio programma di ricerca e sviluppo nell’energia nucleare. Oggi sappiamo bene che il nucleare è impraticabile in Italia, in questa sede si intende ricordare lo sforzo che Enrico Mattei e Felice Ippolito stavano facendo per dare al nostro paese una maggiore indipendenza energetica. Ma il tentativo non ebbe buon esito. Mattei, che stava attuando una politica energetica autonoma dalle “sette sorelle”, scomparve in un oscuro incidente aereo nell’ottobre del 1962, mentre Felice Ippolito fu messo in carcere nel marzo del 1964 dopo una violenta e calunniosa campagna di stampa innescata nell’estate del 1963 da petrolieri e industriali elettrici privati che non perdonavano ad Ippolito la battaglia per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’ENEL. La nazionalizzazione dell’energia elettrica ebbe come obiettivo la rottura delle rendite dei monopoli territoriali e la fornitura di elettricità a prezzi convenienti.</p>
<p>La programmazione fu svuotata e depotenziata dalle forze conservatrici che si opponevano ad uno sviluppo dell’economia equo e sostenibile. Oggi una politica di programmazione dovrebbe avere il compito di delineare alcune scelte strategiche e di organizzare intorno ad esse le azioni necessarie per realizzarle al fine di uscire da una crisi economica e sociale sempre più preoccupante. In particolare, andrebbe messa a punto una programmazione degli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale dell’economia e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita. Per essere più precisi, in una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato deve svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia potenziando la scuola pubblica e l’“educazione ambientale”, sia attraverso il fisco, gli standard e i divieti. Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società.</p>
<p>L’Austerità è stata non solo una linea di politica economica ma anche una proposta per un diverso stile di vita e quindi per un modello di sviluppo alternativo che fu lanciata da Enrico Berlinguer alla fine degli anni ’70. Secondo Berlinguer era necessario abbandonare l&#8217;illusione di perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario. Per questi motivi una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco era vista come un passo fondamentale per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base al fine di instaurare giustizia, efficienza, ordine e una moralità nuova.</p>
<p>Anche la Questione Morale fu un tema sollevato con grande determinazione da Enrico Berlinguer di fronte all’esteso sistema di corruzione e al controllo delle istituzioni da parte dei partiti. Oggi il problema si è ancora più aggravato assumendo la connotazione di affarismo politico e registrando preoccupanti infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno delle istituzioni. Nel periodo attuale i due grandi riferimenti per la lotta all’illegalità sono Falcone e Borsellino e la stagione di Mani Pulite.</p>
<p>Dunque i riferimenti storici e ideali di una nuova aggregazione progressista che miri alla riconversione energetico-ambientale del sistema economico, ad una distribuzione del reddito più equa, alla lotta alla corruzione ed al ripristino della legalità possono essere la programmazione, l’austerità e la questione morale. Le posizioni assunte dalla Confidustria e dal Governo di centrodestra sull’energia nucleare e sul Ponte di Messina vanno nella direzione opposta e il mercato da solo non è in grado di trainare il processo di riconversione energetica.</p>
<p>Di contro sembra che oggi esista una sostanziale condivisione degli obiettivi sopramenzionati da parte di un numero sempre maggiore di cittadini, lavoratori e gruppi dirigenti a cui si accompagna,tuttavia, una grande confusione sia sui modi per raggiungere tali obiettivi sia sui riferimenti storici e ideali da cui trarre ispirazione per condurre una battaglia che sarà lunga e difficile.</p>
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		<title>Intervista al Senatore Luciano Barca</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 10:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[IL PCI E L’EUROPA INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO BARCA ROMA, 20 GIUGNO 2004 rilasciata a Paolo Ferrari In quale modo si avvicinò, all’interno del Pci, alle questioni internazionali e, più specificamente, a quelle europee? Di fatto ho sempre seguito le questioni internazionali fin dal 38-39 attraverso “Relazioni Internazionali” ricca di notizie e documenti anche nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IL PCI E L’EUROPA</p>
<p>INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO BARCA</p>
<p>ROMA, 20 GIUGNO 2004</p>
<p>rilasciata a Paolo Ferrari</p>
<p>In quale modo si avvicinò, all’interno del Pci, alle questioni internazionali e, più specificamente, a quelle europee?</p>
<p>Di fatto ho sempre seguito le questioni internazionali fin dal 38-39 attraverso “Relazioni Internazionali” ricca di notizie e  documenti anche nel periodo fascista. Nel PCI ho cominciato a seguire formalmente le questioni internazionali da quando sono diventato redattore capo de l’Unità di Roma, (dal febbraio 1946 al 1948 sono stato redattore economico; poi, essendo diventato redattore capo, &#8211; e allora il redattore capo era uno -. mi sono dovuto  occupare dei vari settori). Comunque il mio primo impegno operativo di politica internazionale  l’avevo già avuto nel ’46, ma al di fuori del Pci. Pasquale Saraceno mi aveva ammesso infatti nel suo gruppo di lavoro. Io avevo studiato economia, ma, rientrato dalla guerra in Marina, non avevo più trovato il mio professore, Guglielmo Masci,  morto nel ’43, e sostituito da Ugo Papi, emblema del liberismo  ancien regime. Ero quindi e alla disperata ricerca di un maestro e lo trovai in Saraceno. Grazie alla sua generosità  stabilii con lui un particolare rapporto di simpatia e collaborazione che mi coinvolse nella redazione del primo studio  sulla utilizzazione degli aiuti Unrra.</p>
<p>Questo prima di entrare nel Partito?</p>
<p>Sia prima di entrare nel PCI sia dopo. Subito dopo la fine di una parentesi torinese, nel 1945, ho iniziato  a incontrarmi con Saraceno, che aveva formato un gruppo, del quale facevano parte Giorgio Sebregondi, Adriano Olivetti, Ezio Vanoni, ed altri . Ci incontravamo  in via Fratelli Ruspoli dove lui abitava. Ci incontravamo la sera e alle dieci la signora Pina ci serviva la camomilla di Morbegno. Quando io sono stato nominato redattore economico all’Unità,  naturalmente ho avvertito Pasquale Saraceno, dicendogli che forse, dati gli impegni politici divergenti miei e  di Ezio Vanoni, era il caso di avvertire innanzitutto Ezio Vanoni e Olivetti ; forse era anche il caso che io non partecipassi  più a queste riunioni. Invece mi fu detto che nulla ostava, quindi io ho continuato a frequentare Pasquale Saraceno, e l’ho frequentato fino a quando è morto.</p>
<p> Di alcuni aspetti dei problemi internazionali mi sono quindi occupato da subito. All’Unità,  come  redattore economico ritenni giusto  prendere contatto con mister Keeny , che era allora il capo dell’Unrra per l’Italia: persona gentilissima, liberale roosveltiano, che mi ha fatto conoscere Fiorello La Guardia e molte altre persone. Con Keeny avevamo un rapporto molto cordiale; lui tra l’altro cominciava a essere colpito dalla disonestà di alcuni ministri e quindi ripeteva: “Voi comunisti siete comunisti, però almeno siete onesti”; e in particolare ammirava Emilio Sereni che era ministro dei lavori pubblici, di cui mi parlava sempre bene perché diceva “è l’unico che mi dà rendiconti precisi”.</p>
<p> Nel 1947 arriva il Piano Marshall. Sul piano Marshall si accese una illusione in  noi giovani della redazione. Gabriele De Rosa che era il responsabile degli esteri e che adesso è Presidente  dell’Istituto Sturzo  ci convinse – io, in verità ero già convinto  anche alla luce  dei rapporti diretti con gli americani per l’Unrra – che il Piano Marshall era assolutamente essenziale per l’Italia e per l’Europa. E l’illusione si rafforzò quando vedemmo  che la Cecoslovacchia aderiva al piano. Quando arrivò il no di Mosca e la Cecoslovacchia ritirò la firma, in un gruppo dell’Unità ci ribellammo a questa posizione e inviammo un memoriale a Togliatti che passava tutte le sere al giornale e con il quale avevamo un ottimo rapporto. Il memoriale lo firmammo io e Alfredo Reichlin.  Per quindici giorni regolarmente Togliatti viene, ci saluta, e non dice nulla. Dopo quindici giorni, vissuti con un po’ di patema d’animo, anche perché Togliatti aveva una grande personalità, Togliatti viene, si chiude nella stanza del direttore e ci manda a chiamare.  Ci spiega che noi, da vari punti di vista, abbiamo ragione, ma che il quadro mondiale è mutato rispetto a quello dell’immediato dopoguerra ( la grande rottura era iniziata con il discorso di Churchill a Fulton) , l’Europa è divisa e in questa situazione aderire al Piano significherebbe rompere con l’URSS e con Stalin   e che quindi bisogna fare di necessità virtù e bisogna prendere posizione  contro, sia pure cercando di argomentarla in maniera seria, individuando vantaggi e  svantaggi  ( per esempio le importazioni di carbone polacco sarebbero state meno costose rispetto al carbone importato con le navi Liberty, né era da sottovalutare  il rischio che il grano donato scoraggiasse la ripresa dell’agricoltura, delle semine, dato che tutta l’Italia meridionale era a grano,ecc).  Togliatti ci informa anche che il discorso alla Camera sul Piano sarà affidato al deputato Valdo Magnani e che questi terrà conto di alcuni punti  del nostro memoriale. De Rosa rifiuta di accettare questa linea e da qui comincia un suo distacco, una sua crisi, per cui lui torna a legarsi  al vecchio gruppo di Franco Rodano, e alla fine uscirà dal partito.</p>
<p>Poi negli anni Settanta le strade di Rodano e del Partito si rincontreranno…</p>
<p>Fino a un certo punto: non ne sono così convinto come lei, anche se Rodano ha avuto rapporti con Togliatti ( è stato il tramite con mons. De Luca e con Mattioli)  , e ha tentato di rinnovare questi rapporti con Berlinguer. Credo che sia nel periodo togliattiano che in quello di Berlinguer, Rodano abbia  avuto delle diversità profonde di linea che hanno pesato. Nel periodo della Segreteria Berlinguer, Rodano ha fortemente contribuito, anche  attraverso il ruolo esercitato da Tonino Tatò, che era capo dell’Ufficio stampa del PCI, a dare una versione del compromesso storico profondamente diversa da quella data dal segretario del PCI : questi aveva parlato , ed era su questo che Moro concordava,  di un superamento della conventio ad excludendum  e di un ritorno ad un rapporto di normalità democratica tra DC e PCI ( normalità che avrebbe consentito alleanze, alternanze etc come è in tutte le democrazie) mentre Rodano aveva in testa l’incontro tra comunisti e cattolici ( democrazia cristiana). E tale è stato il suo impegno che perfino dentro il gruppo dirigente del PCI alcuni hanno considerato come versione esatta del compromesso quella rodaniana ( che non a caso escludeva Moro come interlocutore ed emarginava il PSI.) In ogni caso la sovrapposizione del pensiero di Franco Rodano, (l’incontro fra chiesa cattolica e comunismo), ad un’operazione del tutto laica quale era il compromesso storico per restaurare le regole della Costituzione, ha creato grande confusione e seriamente danneggiato l’operato del PCI.</p>
<p>Arriviamo, dopo il Piano Marshall, alla Ceca, alla Ced e al Mec, e alla posizione di equivalenza tra europeismo e atlantismo.</p>
<p>No, non c’è questa equivalenza , almeno non per tutti. L’errore dei padri dell’Europa fu quello di premettere a tutto la Ced ( Comunità europea di difesa) alla quale il PCI fu fortemente contrario.  Probabilmente sbagliò, perché sarebbe stata meglio la Ced della Nato. Comunque  questa scelta  venne vista, non solo da noi, come una organizzazione militare diretta contro l’Urss,  che avrebbe aggravato  la spaccatura dell’Europa. Non a caso la proposta fallì lasciando un sospetto sulle successive iniziative europee. Comunque non ricordo documenti di diretto attacco alla Ceca, né alla nascita del Centro di ricerche nucleari . Come  amico di Ugo Amaldi che andò lì a lavorare -, mia moglie è una fisica nucleare, &#8211; seguii personalmente con grande interesse la nascita del Centro anche perché l’Europa aveva bisogno di puntare sulla ricerca se non voleva rimanere per sempre subalterna agli Stati Uniti. Non ricordo attacchi particolari ala nascita della Ceca  anche se c’è stata preoccupazione da parte di alcuni: è ovvio che la guerra fredda spingeva più ai toni esagitati che alle critiche ragionate. Praticamente i due dirigenti che allora contavano nel PCI in politica economica erano Mauro Scoccimarro, marxista ortodosso rimasto alle dispense del carcere, e Giorgio Amendola. Amendola  era un liberale riformista, indubbiamente coerente, ma convinto che tanto più il Partito comunista si potesse spostare su posizioni riformiste, quanto si coprisse a sinistra gridando viva l’Urss e abbasso l’America. Non a caso Giorgio Amendola è quello che fino all’ultimo resta critico verso lo “ strappo con Mosca e vota in Direzione contro Berlinguer  a favore dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.</p>
<p>Questa mi sembra una contraddizione…</p>
<p>E’ una contraddizione che molti  nascondono, ma è un fatto che quello  che passa come un leader liberale era il più filosovietico. La contraddizione era del resto comune a molti statisti francesi: Pinay l’ha teorizzata per primo, poi De Gaulle : quanto più la politica interna era di destra, tanto più si doveva giocare a sinistra sul piano internazionale, e viceversa. Questa era la concezione di una certa scuola, compresa l’Alta scuola amministrativa di Parigi : balancer in maniera da far trangugiare all’operaio posizioni di destra sventolando la bandiera dell’Urss o comunque assumendo posizioni autonome da Washington.</p>
<p>E’ la famosa “Europa dall’Atlantico agli Urali”?</p>
<p>Anche , è ovvio. A dominare la politica economica – dicevo &#8211; sono nel PCI questi due dirigenti. Però, francamente, fino a quando sono stato a l’Unità, io ho fatto quello che ritenevo giusto fare. Per esempio una  volta che Scoccimarro ha fatto un discorso che proprio non andava, quando Togliatti è passato in redazione ho detto “Guarda è passato Scoccimarro che vorrebbe quattro cartelle del suo discorso. E’ proprio un discorso che non va”. Lui mi ha detto: “Va bene, due righe, sei autorizzato a  dìre che i “compagni” hanno detto due righe”.  C’era una notevole libertà per noi giovani, anche se non per i membri della Direzione. una certa tolleranza e amicizia di Palmiro Togliatti.</p>
<p>Debbo ricordare a questo punto  che io nel 1950 mi allontano dai centri decisionali del partito.  Nel ’50  lascio Roma, vado a fare il redattore capo a Milano, poi , nel 1953 il direttore de l’Unità a Torino. Ed è  Torino che vivo l’esaltazione e  il dramma del ’56 insieme ad un importante gruppo di intellettuali, dato che  alla cellula de l’Unità avevamo aggregato la cellula dell’Einaudi, dove c’erano Calvino, Giulio Bollati, Boringhieri.  A Torino viviamo in modo drammatico l’invasione dell’Ungheria  il ’56, con posizioni differenziate da l’Unità di Roma. E’ chiaro che gli editoriali, quello famoso  di Ingrao “Da una parte o dall’altra della barricata” lo dovemmo pubblicare anche noi, anche se protestammo e chiedemmo delle correzioni che non ci furono. Però sui resoconti dall’Ungheria, interveniva ampiamente  Gianni Rocca…</p>
<p>Non c’era Alberto Jacoviello?</p>
<p>Si. Era l’inviato de l’Unità.  Però noi, sbagliando, avevamo puntato sin dall’inizio non tanto su Nagy, quanto avevamo puntato su un colonnello, il quale si era messo a capo dei Consigli operai.  Torino era la città dei  Consigli operai, e noi vedemmo in quella uscita dei Consigli operai, in quella presa di autonomia dal Partito dei Consigli operai un segno di speranza e cominciammo a dare rilievo a  qualsiasi riga arrivasse da qualsiasi agenzia sui Consigli operai. Sarebbe interessante oggi fare un confronto tra le varie Unità ( Roma, Milano, Torino, Genova) che ancora godevano di una relativa autonomia. Le nostre prese di posizione dettero luogo ad una polemica con Roma e ben due</p>
<p>membri della Direzione, Giorgio Amendola e poi Arturo Colombi, furono inviati a Torino per avere a casa mia incontri con i “dissidenti”.</p>
<p>Del resto, nel ’56, già prima dell’Ungheria, avevamo concordato con Italo Calvino una iniziativa di critica aperta alla politica culturale del PCI , critica che si tradusse in due saggi citati da Asor Rosa nella Storia d’Italia di Einaudi.</p>
<p>Per la legge del contrappasso, quando  nel ’57 lasciai la direzione de l’Unità di Torino vengo nominato viceresponsabile della Commissione culturale, di cui rimane responsabile ilo dirigente che , con Calvino,  avevamo attaccato, cioè Mario Alicata. Potei fare ben poco; detti vita però a una sezione di urbanistica del Pci, che è vissuta per vent’anni. Poi creai, questo d’accordo con Franco Ferri ( e con Togliatti) , una sezione economica all’Istituto Gramsci. Praticamente prendemmo l’abitudine di fare un seminario una volta al mese, qualche volta due volte al mese, frequentato molto bene e che comincia a contrapporsi un po’ alla linea del Partito.</p>
<p>Vi occupaste anche dei Trattati di Roma?</p>
<p>No, francamente no,  anche se la dimensione europea era presente in molti dibattiti ed il respiro europeo era proprio della formazione di alcuni partecipanti come Garegnani o Claudio Napoleoni.</p>
<p>Quei seminari portarono una freschezza nuova nel dibattito del PCI e ciò non sfuggì a Togliatti , abbastanza critico ed insoddisfatto della politiva economica elaborata a Botteghe Oscure . Sia per tale motivo sia perché Togliatti vuol tentare di prevenire l’abbandono del partito da parte di Antonio Giolitti , che stimava molto, nasce a questo punto l’idea di una rivista di politica economica , esterna al partito, da affidare alla direzione di Giolitti. Purtroppo prima che ciò avvenga , a seguito di un violentissimo attacco di Luigi Longo, Giolitti si dimette dal PCI. La rivista “ Politica ed economia” nasce lo stesso nel 1957, non ostante l’opposizione di Amendola e Scoccimarro,  con un comitato di redazione ed io ne diventerò direttore effettivo ad ottobre anche se mi dedicherò totalmente alla rivista  nel 1958 quando lascerò, sconfitto, la commissione culturale.</p>
<p>Giolitti sii dimette anche a causa delle questioni europee?</p>
<p>Uno dei motivi fu l’opposizione del Pci ai Trattati di Roma, anche se nel Comitato federale di Cuneo che discusse le dimissioni e nel quale io rappresentavo il centro del Partito, la questione dominante fu l’interpretazione del concetto di egemonia in Gramsci, e se l’egemonia può essere confusa con il centralismo democratico e con la dittatura del proletariato. E’ per le posizioni sulla dittatura del proletariato che una parte dei dirigenti ( da Bufalini a Scoccimarro) anche perseguitandomi per telefono durante la riunione, voleva l’espulsione o almeno la radiazione di Giolitti invece che l’accettazione “ con rammarico” delle dimissioni come facemmo, creando una novità nella storia del PCI.</p>
<p>Con la mia diretta presenza in redazione la redazione di Politica ed economia si arricchisce di alcuni giovani che sono Valentino Parlato, Lucio Magri e altri. Stabiliamo stretti rapporti anche con  giovani sindacalisti. Anche per questo ci  viene messo, su richiesta di Amendola, nel comitato di redazione, un “tutore”, che è Emilio Sereni.</p>
<p>Ma perché Amendola ce l’aveva con questa rivista?</p>
<p>Per formazione e carattere Amendola ce l’aveva con qualsiasi cosa sfuggisse al suo diretto controllo, questa è la verità. Cercava anche di difendere il ruolo di supervisore della politica economica che si era conquistato. In verità Amendola non è mai stato un cultore dell’economia , ma poiché era amico di Adolfo Tino, vice di Cuccia a Mediobanca,  si faceva un paio di viaggetti all’anno a Milano, si faceva dare  un po’ il quadro della situazione e poi lo rivendeva con intelligenza. Non a caso considero Amendola il miglior politico che abbiamo avuto nel PCI, nel senso della sensibilità politica e del naso politico. Lui aveva un odorato politico eccezionale, un sesto senso: io per questo l’ho sempre ammirato e consultato, anche se l’ ho spesso  combattuto per le sue posizioni, che erano uno strano miscuglio di destra liberale e di sinistrismo marxisteggiante. E’ grazie al suo fiuto politico che forse per primo ha inteso l’importanza di una dimensione europea.</p>
<p>Sul piano ufficiale e formale in ogni caso   tutta la storia della elaborazione economica del Pci in quegli anni è una storia di occasioni mancate: noi abbiamo mancato per esempio l’occasione della Conferenza di Bad Godesberg, anche se Politica ed economia ne coglie l’importanza. ( ma Politica ed economia non era il Partito) con grande gioia di Ugo La Malfa che ripubblica per intero il nostro saggio sulla Voce Repubblicana.</p>
<p>Nei confronti del Mercato Comune come si poneva Politica ed economia?</p>
<p>Non abbiamo mai preso posizioni direttamente politiche. Però bisogna cancellare l’idea che il Partito comunista fosse un partito antieuropeo. Questo è proprio un errore, e non sto parlando di Luciano Barca che aveva personali rapporti con l’Aicce ( Associazione dei Comuni europei) o di Politica ed Economia , sto parlando del Partito in generale. Non era assolutamente un partito antieuropeo, e questo già con Togliatti almeno dal 1960.</p>
<p> Qual è la carta che Togliatti gioca con i sovietici? La carta che Togliatti gioca con i sovietici per  conquistare autonomia è la peculiarità italiana costituita da tre elementi : a)noi siamo nati da una costola del Psi, che organizza insieme a noi la maggioranza della classe operaia; se noi rompiamo col Partito socialista italiano diventiamo una minoranza, quindi non possiamo ignorare un rapporto costruttivo con il Partito socialista italiano; b) operiamo in un paese cattolico sede della Chiesa cattolica ;c) tra le classi sociali ha una particolare importanza in Italia il ceto medio produttivo , che in parte notevole  si è legato al PCI e dobbiamo tener conto di ciò nella nostra politica economica e in generale. Non a caso Togliatti fin dalla prima conferenza economica nazionale del 1945 aveva reso chiaro che il PCI era contrario ad una economia pianificata, era a favore di una economia che riconoscesse il ruolo dell’iniziativa privata, e non stabilisse controlli diversi da quelli in uso  negli Stati Uniti e in Inghilterra. Questa è la prima dichiarazione formale sulla politica economica fatta da  Togliatti,  Il quale poi torna alla carica nel ’46 in un famoso articolo di “Rinascita” in cui scrive: noi abbiamo fatto un compromesso con la classe capitalistica italiana, abbiamo rinunciato alla socializzazione economica, in cambio di una carta costituzionale che ci aiuti a portare avanti la socializzazione politica, perché nel lungo periodo è la democrazia e la socializzazione politica quello che conta, e non la socializzazione economica. Fino al 1960, dunque,  Togliatti usa la peculiarità italiana, sia con Stalin che poi coi successori; nel 1960 c’è un piccolo importante cambiamento. Se uno si mette a studiare tutti i documenti del PCI lo può cogliere : si comincia a parlare di peculiarità europea. Si dice  cioè  ai sovietici che l’occidente non è l’oriente. Il che è un passaggio significativo. Nel 1961 io assisto, per una fortunata circostanza , avendolo preparato io come membro della segreteria delo PCI , all’incontro tra Thorez e Togliatti, e in questo incontro si parla chiaramente della necessità di una maggiore collaborazione tra i Partiti europei al fine di influire sulla politica dell’Europa. Si tratta di un colloquio di cui non credo esista traccia, perché ne siamo stati testimoni per il Partito comunista francese Guyot, che purtroppo è morto, e per il Partito comunista italiano io. Togliatti d’altra parte non aveva l’abitudine di lasciare appunti.</p>
<p>E i convegni del Cespe sul capitalismo italiano e sul capitalismo europeo del 1962 e del 1965?</p>
<p>Sono momenti importanti. Io considero una tappa molto importante soprattutto il convegno del Gramsci organizzato all’Eliseo nel  ’62 per volontà di Amendola.. Anche se le conclusioni del convegno, fatte da Amendola soprattutto in polemica con chi dava per liquidate talune vecchie contraddizioni italiana come quella meridionale ( Trentin, Libertini) , sono e suonano arretrate rispetto alle relazioni e alla ricchezza del dibattito, il convegno segna un importante aggiornamento “europeo” dell’analisi del capitalismo italiano e delle sue nuove contraddizioni e apre nuovi campi di ricerca e di iniziativa. I risultati delle nuove ricerche e del lavoro fatto emergeranno – superato il triste periodo dell’XI Congresso quando parlare di “nuovo modello di sviluppo” divenne quasi un reato – quando, nel 1969,   diventerà vicesegretario Berlinguer che, non solo ha una visione europea, ma anche una serie di amicizie europee, perché molti dei capi della socialdemocrazia europea erano stati suoi colleghi nelle organizzazioni internazionali giovanili che Berlinguer  aveva diretto nel periodo in cui non esisteva ancora la cortina di ferro. Lui utilizza queste amicizie e questi legami per cominciare a tessere un discorso. Di tutto questo però, per dirla francamente, si discute più nei convegni e nelle riviste che nella Direzione del Partito e nei Comitati Centrali: le novità cominciano a entrare per la prima volta in Direzione nel 1971.</p>
<p>Alla vigilia del convegno sull’Europa dell’Eur?</p>
<p>No, in occasione della crisi del dollaro: è la decisione di Nixon del 15 agosto di rendere inconvertibile il dollaro e di “uccidere” Bretton Woods che obbliga tutti a prendere atto di una nuova realtà.  Chiaramente dal verbale della Direzione del Partito emerge per la prima volta il tema il tema  dell’Europa e la consapevolezza della necessità di un suo ruolo. E tocca ad Amendola , che avevo tenuto informato dei contatti avuti con Carli e con Ferrari Aggradi, a porre il problema di una moneta europea non dipendente dal dollaro ( si veda verbale della Direzione del PCI del 7 settembre e mio diario depositato alla Fondazione Feltrinelli )</p>
<p>Gli anni settanta sono ricchi di una elaborazione nuova, in cui il ruolo dell’Europa assume crescente importanza ( vedi rapporto di Berlinguer al CC del dicembre 1974) , e ad essa  seguono una maggiore adesione ai processi reali del Paese e grandi successi elettorali : alle regionali del ‘75 il PCI raggiunge il 33,5 dei voti e ciò ( anche nel clima della sconfitta degli USA in Vietnam) concorre a creare una attenzione nuova verso di noi. . Purtroppo ciò si accompagna ad una crescente polemica con il PSI , arroccato formalmente sulle sue formule della programmazione, ma , soprattutto  teso ad acquisire posizioni di potere nella società civile ed anche in quella bancaria e finanziaria ( Ciò assumerà aspetti abbastanza clamorosi con la Segreteria Craxi).</p>
<p>L’attenzione nuova è solo italiana ?</p>
<p>E’ in primo luogo italiana anche se suscita interesse nei socialdemocratici tedeschi e nei socialisti francesi. Ma sembra che anche gli Stati Uniti decidano di osservarci più da vicino. Nel giugno del 75 per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Wenick con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del PCI prende contatto con me ( ovviamente autorizzato da Berlinguer). E’ la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del PCI., anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. ( in  realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano). Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre ad Wenick la necessità di incontrare , prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta membro della Segreteria e nostro “ministro degli Esteri. La richiesta spaventò evidentemente l l‘ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito :a pranzo da Piperno. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Wenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo.</p>
<p>Ma era veramente della Cia ?</p>
<p>Quando, alla vigilia del primo incontro cercai informazioni su di lui, mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca , a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici. Però il corrispondente del Corriere della Sera a New York , Claudio Gatti – il quale ha scritto un libro che è stato fatto sparire e non si trova più perché vi sono documentati da fonte ufficiale americana tutti i finanziamenti dati dalla Cia alla Democrazia cristiana e ad altri Partiti e nel quale si parla anche dei miei incontri – quando è venuto a trovarmi a Roma per avere la mia versione del rapporto tra PCI e ambasciata americana mi ha garantito che Wenick non dipendeva dalla Cia ma dal Dipartimento di Stato.</p>
<p>L’incontro poi fu positivo?</p>
<p>L’incontro con Pajetta  andò benissimo, e così riprendemmo i contatti avallati ora non solo da Berlinguer, ma anche dalla Commissione esteri.del PCI.</p>
<p>L’incontro si svolse nel 1975?</p>
<p>Sì, nel 1975. E poi sono cominciati ad arrivare altri  americani, anche quelli della Exxon tra gli altri , tutti in cerca di  assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica:  non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava.</p>
<p>Molti rappresentanti di gruppi americani , forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica , apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità ( 1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito.</p>
<p>L’ala riformista del Partito non era favorevole?</p>
<p>Consideravano l’austerità quasi come una cosa mistica, religiosa. C’è su questo anche una lettera di Claudio Napoleoni a Berlinguer in polemica con Amendola. Napoleoni fu uno dei pochi che insieme a La Malfa apprezzò molto l’iniziativa che Amendola invece criticò considerandola moraleggiante. Tutto ciò che aveva a che fare con l’etica gli “puzzava” un po’ di chiesa , ma soprattutto temeva che l’austerità divenisse un nuovo motivo di polemica con Craxi..</p>
<p>Ma c’erano rapporti diretti tra Berlinguere  e Craxi.?</p>
<p>C’erano ( anche se non sempre furono facili) e ci furono proprio sul tema che la interessa e cioè sulla Europa e la sua unità. Ce ne furono all’immediata vigilia dell’ingresso nello Sme per assumere una posizione comune. Noi ci eravamo preparati all’ingresso nello Sme in modo molto serio , mantenendo contatti costanti con la Banca d’Italia e personalmente con Baffi ( nel mio archivio consegnato alla Fondazione Feltrinelli c’è un carteggio riservato con Baffi ) ma anche con socialisti italiani, francesi e laburisti inglesi. Ne avevamo tratto la conclusione, condivisa dal PSI,  che l’Italia avesse ancora bisogno di almeno sei mesi per prendere alcune misure strutturali e per pilotare al ribasso la lira al fine di evitare successive svalutazioni traumatiche ( che effettivamente ci furono).</p>
<p>E’ un falso che  il PCI abbia rotto con il governo di solidarietà nazionale, nato nel giorno drammatico del rapimento Moro e guidato dall’on. Giulio Andreotti, sulla questione dello Sme. Una prima rottura nei rapporti di maggioranza e in Parlamento era già avvenuta sulla questione delle nomine negli Enti e quando intervenne il voto sullo Sme la crisi era di fatto già aperta sul cosiddetto “Piano triennale” messo a punto da Pandolfi.</p>
<p>Purtroppo l’idea del piano triennale era proprio partita da noi che avevamo raccolto una proposta di Luigi Spaventa (a Pandolfi l’avevamo presentata Spaventa ed io) tesa a coprire il vuoto programmatico del governo di solidarietà. Superata  con strascichi pesanti la vicenda conclusasi con l’assassinio di Moro – l’unico leader DC portatore di una strategia – il governo Andreotti si era ridotto a una gestione dell’ora per ora senza un progetto, senza scelte di medio periodo. E Spaventa propose di aprire un dibattito su queste scelte. Pandolfi ne parlò alla Segreteria Dc e ad Andreotti e fu incaricato di redigere una bozza sulla quale aprire un confronto. Il guaio è che quando andiamo al primo incontro di tutti i partiti della solidarietà nazionale, il 24 ottobre, Pandolfi ci presenta un testo che già nelle prime righe è per noi inaccettabile, perché prevede come scelta primaria  la riduzione del salario orario. Il confronto divenne immediatamente duro e di contrapposizione e inutili furono i tentativi di mediazione operati con me e con il socialista Signorile da Ferrari Aggradi. Inutile fu anche la mia proposta, concordata con Berlinguer , Chiaromonte e Napolitano, di sostituire la riduzione del salario orario con “ la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto.” Pandolfi rifiutò ogni modifica ed in privato mi disse che questa era la posizione dettatagli dalla segreteria democristiana. Berlinguer a questo punto mi incaricò di pronunciare un discorso in Aula , dove era in corso il dibattito sul bilancio, di dura critica alla politica economica del governo. Il discorso fu giudicato dal gruppo DC ( anche questo è agli atti della seduta della Camera) un discorso di opposizione.</p>
<p>E’ in questa situazione di pre crisi che arriva in Parlamento il voto di adesione allo SME sul quale il governo ed in particolare Pandolfi avevano , anche per merito di Baffi, mantenuto una posizione prudente che avevamo apprezzato. Ne fa fede il documento della Direzione del PCI  il quale afferma  che l’Italia può aderire all’accordo monetario “sulla base delle condizioni già esposte dal Ministro del Tesoro in Parlamento, e di precise garanzie, non tanto per la pur necessaria flessibilità della manovra monetaria, quanto per la modifica della politica agricola comunitaria e per il coordinamento tra le politiche economiche dei Paesi membri”.</p>
<p>Questo documento pare possibilista…</p>
<p>Sì, è possibilista e non certo negativo..</p>
<p>Poi non vennero quelle garanzie che voi chiedevate?</p>
<p>No, appunto. Il documento che ho citato è un documento della Direzione del Pci del 21 novembre 1978 (le date sono importanti, per valutare le reali cause della crisi governativa) Io l’ho votato anche se avrei voluto un accenno, che non ci fu per l’opposizione di Napolitano, al rapporto con il dollaro nel timore che, in assenza di un accordo tra paesi dello Sme e Stati Uniti, la lira si trovasse come un vaso di coccio nella competizione tra marco ( moneta dominante nello Sme) e dollaro. Proprio in base alla stessa preoccupazione il governatore della Banca d’Italia, Baffi,  aveva riservatamente proposto – ma le sue proposte non erano state accolte – che i coefficienti di  divergenza tra le varie monete fossero misurati rispetto a un paniere di cui facesse parte, eventualmente, anche il dollaro. Su questo punto e sul rischio di un dominio del marco  scrissi in ogni caso   un articolo sull’ Unità .</p>
<p>Il 22 novembre ebbi uno  scambio di lettere con Albertini, presidente del Movimento federalista, per chiarirgli la nostra posizione sullo Sme: riconosco la delicatezza della situazione che si creerebbe se solo l’Italia rimanesse fuori, sia pure temporaneamente, ma non sembra sia così. I miei incontri all’ambasciata inglese – questo è l’altro fattore che ha giocato – dicono che le nostre riserve sono ampiamente condivise dagli altri e che esiste lo spazio per impostare meglio l’operazione.</p>
<p>Si giunge così all’ 8 dicembre 1978, giorno cruciale: accompagno Berlinguer, avendo seguito per tutto il mese, come responsabile economico del PCI, gli sviluppi della trattativa condotta da Pandolfi ( nella quale erano in discussione due posizioni : in assenza delle garanzie ufficialmente richieste  l’Italia rinvia l’adesione, oppure l’Italia aderisce in via di principio ma rinvia di tot mesi l’applicazione.)  Mentre entriamo in anticamera, incrociamo l’on Craxi  accompagnato da Cicchitto che sono stati ascoltati sullo stesso tema, e che ci sussurrano di aver trovato Andreotti abbastanza favorevole alle ragioni di un approfondimento “dopo” l’adesione di principio.</p>
<p>Il nostro incontro con Andreotti  si protrae dalle 10 alle 12.15 e la mia impressione è che Andreotti sia abbastanza sensibile alle argomentazioni non solo politiche ma anche tecniche – che poi sono fondamentalmente quelle della Banca d’Italia , anche se probabilmente  Enrico Berlinguer aveva consultato anche Siglienti – che abbiamo portato circa la necessità di non precipitare le decisioni e conquistare alcuni mesi per continuare a negoziare, dato che nella riunione di Bruxelles erano state respinte le condizioni che lo stesso governo italiano aveva ufficialmente indicato come minime per un’immediata piena adesione.  All’uscita, assalto dei giornalisti, ai quali consegniamo il testo di una dichiarazione. Un giornalista chiede se la nostra posizione è un rinvio dell’adesione:” La nostra posizione è un rinvio di sei mesi dell’adesione.” (ciò era stato fatto anche per consentire ad Andreotti, in accordo con Craxi, la mediazione dell’adesione di principio).</p>
<p>I giornalisti dicono: “Sembra che i socialisti dicano firmiamo, impegnandoci ad attuare l’accordo tra sei mesi, come gli inglesi”. Enrico risponde: “Se questa proposta verrà fatta, la esamineremo”. In realtà l’orientamento già assunto in segreteria è di appoggiarla e di questo orientamento  avevamo informato sia gli inglesi che i francesi..</p>
<p> Questo si svolge, dunque, l’8 dicembre.</p>
<p>Il 12 dicembre, senza che nulla ci venga prima comunicato da Andreotti, si va al voto alla Camera su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno. Votiamo contro, dopo esserci consultati con Craxi, anch’egli convinto come noi che fosse stato raggiunto l’accordo sulla sua proposta di immediata adesione di principio e rinvio di sei mesi per l’applicazione.</p>
<p> Napolitano  motiva con grande chiarezza che il nostro voto non è un voto contro l’Europa, ma un voto per impedire che l’Europa nasca male, e che si vada incontro a svalutazioni, crisi, uscite drammatiche dallo Sme.</p>
<p>Ho letto in diversi saggi, anche in una ricostruzione storica di Castronovo, che il voto contro lo Sme suonò come una conferma dell’immaturità del Pci sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’occidente. Nulla di più falso. Basta ricostruire i fatti anche solo consultando le carte parlamentari; nel mio archivio presso la Fondazione Feltrinelli ci sono d’altra parte, anche se per ora da me secretate, alcune lettere di Baffi .</p>
<p>Ma perché Andreotti scelse l’ingresso immediato?</p>
<p>Non lo so.</p>
<p>Il 17 dicembre 1978 Andreotti, anche per attenuare la tensione personale che si era creata tra noi due dopo il colpo di scena sullo Sme, mi fa avere fotocopia di una lettera che in data 15 dicembre 1978 ha inviato a Roy Jenkins, presidente della Commissione della Cee, in cui sottolinea che nel corso del dibattito tutte le forze politiche italiane hanno confermato il loro attaccamento agli ideali della costruzione comunitaria, e hanno condiviso la necessità di una zona di stabilità monetaria in Europa. Le divergenze – spiega Andreotti – hanno investito punti specifici e la scelta dei tempi. Ricorda, riprendendo i punti del nostro colloquio a Palazzo Chigi, che sono state espresse forti preoccupazioni che il sistema operi in modo deflattivo sui livelli dell’occupazione e sui redditi, e ricorda l’accento posto sulla convergenza dell’economia degli Stati membri, inclusa la politica agricola comune. (La fotocopia della lettera  è in archivio Feltrinelli). La lettera di Andreotti  merita una qualche riflessione, perché incrina l’ipotesi che fu fatta, che Andreotti, di fronte al maturare della crisi della solidarietà nazionale, abbia preferito rompere sull’Europa, facendoci passare per antieuropeisti, piuttosto che su nodi interni non risolti: nomine, lottizzazione, piano triennale, occupazione.</p>
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		<title>Difetti di comunicazione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:46:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[So di non dire cosa nuova nel sottolineare e ripetere che il Governo ha grosse lacune nel campo della comunicazione. Le facoltà universitarie di scienza delle comunicazioni hanno avuto un boom formidabile di domande di iscrizione, mentre il governo sembra essere così poco sensibile al problema. Andrebbe ripetuto non timidamente,ma con chiarezza e insistenza che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>So di non dire cosa nuova nel sottolineare e ripetere che il Governo ha grosse lacune nel campo della comunicazione.</p>
<p>Le facoltà universitarie di scienza delle comunicazioni hanno avuto un boom formidabile di domande di iscrizione, mentre il governo sembra essere così poco sensibile al problema.</p>
<p>Andrebbe ripetuto non timidamente,ma con chiarezza e insistenza che le riforme quasi sempre finiscono per scontentare una cerchia di persone, ma che i benefici sono invece a favore di una cerchia più grande di persone e che quando le riforme mirano al risanamento del debito pubblico sono a favore di tutta la comunità. Se ciò non si chiarisce di continuo si sentono soltanto le lamentele dei tassisti,dei farmacisti,dei benzinai,dei professionisti,dei parrucchieri,dei commercianti (per i maggiori controlli sugli scontrini fiscali) di quei dipendenti che percepiscono una busta paga superiore alla media i quali hanno subìto trattenute fiscali maggiori.</p>
<p>Quindi sembra che da ogni parte arrivano lamentele e i sondaggi confermano questo disagio. A  proposito del carico fiscale voglio fare un esempio di comunicazione di scarsa chiarezza su una imposta che mi è familiare.</p>
<p>Mi riferisco all&#8217;imposta di successione. Orbene è stato sì precisato che nelle successioni tra genitori e figli (più esattamente tra ascendenti e discendenti) vi è una franchigia esente da imposta di un milione di euro, ma raramente è stato specificato &#8221; per ciascun erede &#8221; e non è stato portato l&#8217;esempio della famiglia media composta da un coniuge e due figli dove pertanto la franchigia diventa di tre milioni di euro e cioè di circa sei miliardi di lire !!</p>
<p>Tenuto conto che per gli immobili ci si riferisce al valore catastale ( che forse con la revisione crescerà, ma che anche se per assurdo dovesse raddoppiare non raggiungerà simili importi) si comprende come questa vessata imposta colpisce solo i patrimoni veramente grandi!</p>
<p>Con tanti esperti di scienza della comunicazione, proprio il Governo ne difetta?</p>
<p>Massimo Barca</p>
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		<title>La morte di Eluana e le grida</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:42:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non parleremo di Eluana. Per ciò che riguarda lei esprimeremo solo la nostra piena solidarietà al coraggioso padre che l’ha assistita per diciassette anni e che per amore e pietas della figlia ha preso l’unica decisione possibile. Vogliamo solo rivolgere alcune domande a quanti di lei hanno parlato e parlato e parlato per strumentalizzare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non parleremo di Eluana. Per ciò che riguarda lei esprimeremo solo la nostra piena solidarietà al coraggioso padre che l’ha assistita per diciassette anni e che per amore e pietas della figlia ha preso l’unica decisione possibile.</p>
<p>Vogliamo solo rivolgere alcune domande a quanti di lei hanno parlato e parlato e parlato per strumentalizzare la sua fine e non dare notizie dei veri mali del mondo e dell’Italia. Ma veramente cardinali e ministri e giornalisti che di lei hanno parlato non sapevano nulla di lei? Ma veramente l’unica loro colpa è l’ignoranza? Ma veramente non sapevano che da diciassette anni Eluana non mangiava ma veniva alimentata attraverso un tubo che conduceva le sostanze direttamente nello stomaco? E che non beveva acqua ma veniva idratata per la stessa via?  E aveva la colonna vertebrale spezzata e veniva sollevata con un sorta di gru? O davano tutti falsa testimonianza   fingendo di parlare ancora di una fanciulla che provava sensazioni e avvertiva la fame e la sete?</p>
<p>C’è da chiedersi per chi teatranti e coro abbiano recitato una tale lugubre commedia. Per attaccare la Costituzione italiana e il bilanciamento dei poteri ? Per umiliare lo Stato italiano e la sua laicità ed esaltare, di contro, il ruolo supplente della Chiesa cattolica e dello Stato Vaticano? Se così fosse stato il “viva la Costituzione” degli italiani è stato ben udibile. E, nel caso del Vaticano i  sondaggi fatti – ci sono stati anche questi! &#8211; hanno detto e ribadito che il papato di Ratzinger non ha arrestato, ma anzi ha aggravato la crisi della Chiesa cattolica e che la sostituzione del tribunale ecclesiastico a quello della Repubblica italiana non ha giovato al ruolo ecumenico che Giovanni XXIII° aveva riaffermato,  esaltando valori  dimenticati. Forse sarebbe bene che invece di sancire che la violazione dei comandamenti cristiani “ è un reato” (sic) qualcuno si  chieda perché le vocazioni sacerdotali cattoliche vanno scomparendo,  i conventi e monasteri cattolici chiudono e diventato alberghi, mentre  aumentano i valdesi e gli ebrei, i non credenti, gli agnostici e gli atei, i musulmani , i buddisti e gli ortodossi. Non è compito nostro dare una risposta, ma non possiamo non rilevare che la crisi dei valori, d i cui anche questa decadenza è espressione, è problema che riguarda tutti  e che tocca ad ognuno di noi contribuire a creare scelte di riferimento e disegnare rotte che vadano oltre quel  limitato orizzonte dell’oggi fatto di spettacolo, cronache nere , isole virtuali, salotti e, per molti, solo di fatica.</p>
<p>L.B.</p>
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		<title>Giovani e giovanilismo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:33:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Improvvisamente, alla vigilia delle elezioni, la politica ha scoperto i giovani e si è aperta una gara tra partiti per chi presenterà “la” o “il” più giovane nelle liste elettorali, quelle liste in cui non è data a noi facoltà di scegliere, ma solo di dire si o no a una lista bloccata dai segretari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Improvvisamente, alla vigilia delle elezioni, la politica ha scoperto i giovani e si è aperta una gara tra partiti per chi presenterà “la” o “il” più giovane nelle liste elettorali, quelle liste in cui non è data a noi facoltà di scegliere, ma solo di dire si o  no a una lista bloccata dai segretari o presidenti dei partiti. Dalle presentazioni in TV non si sa per alcuni di essi  che cosa facciano e quali meriti abbiano acquisito: vengono soltanto presentati come giovani. L’età è tutto. Lei chi è? Un under 30. Si,ma che ha fatto e fa: l’under 30:</p>
<p>Se  fossi uno di tali giovani io mi offenderei per tale classificazione. Sembra in  tal modo, infatti, che la candidatura giovane sia solo un ornamento che i leader dei partiti si mettono al collo. L’unica differenza è che invece di carati si parla solo di età: il mio o la mia è più giovane del tuo o della tua.</p>
<p>C’è veramente da dubitare del senno e dell’educazione di chi si comporta in tal modo. Non che sia una colpa presentare dei giovani e avvicendare una classe politica stanca e usurata: ben vengano in Parlamento  dei giovani di valore che si siano distinti in qualche campo e che possano rappresentare con dignità e competenza tutte le varie componenti della società italiana interessate al bene comune. Ma ad una condizione: che nessun vecchio politico meni per sé vanto di ciò e che si rendano trasparenti le ragioni della scelta.</p>
<p>Quando Camillo Benso di Cavour fondò “Il Risorgimento” aveva 37 anni. Quando  Benedetto Croce ha  fondato “la critica” ne aveva anche lui 37. Che facciamo, li scartiamo?</p>
<p>Non vogliamo la biografia, ma ci sembra corretto che ci si dicano i perché della scelta e che</p>
<p> in secondo luogo, si ricordi  da parte dei capi dei diversi partiti che quella dei giovani non è una loro scoperta o invenzione. La storia conosce molti giovani e giovanissimi che non sono stati scelti, ma si sono imposti da sé.</p>
<p>Quando Gramsci fondò l’Ordine Nuovo era un under 30 – aveva infatti 28 anni – ,ma non era stato scelto, era lui che aveva scelto. Quando Gramsci e Bordiga fondarono in Italia il partito comunista Togliatti aveva 28 anni, Luigi Longo 21, Camilla Ravera 32. Ma non erano stati scelti, erano loro ad aver scelto la classe operaia e l’ideale socialista. Ed erano noti a centinaia di migliaia di lavoratori e a tutta Torino.</p>
<p>Evviva dunque i giovani, ma abbasso il giovanilismo di alcuni designatori, giovanilismo tanto più dannoso qualora dovesse associarsi a familismo o lobbismo.</p>
<p>Scriveva Byron che  “il giovanile ardore è un chimico tesoro”. Ma parla appunto di ardore per qualcosa ed è legittimo chiedere quale sia questo qualcosa e dove i giovani si collochino materialmente e idealmente. Nel 40 per cento della popolazione che si spartisce, pur tra disuguaglianze, il 60 per cento del PIL o nel 60 per cento che si divide, anch’esso tra disuguaglianze, il  40 per cento?</p>
<p>  L.B.</p>
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		<title>Prodi, i cittadini e gli effetti d’annuncio</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ senz’altro positivo che, dopo la ennesima non felice esperienza di una legge finanziaria divenuta da tempo un treno merci di cui non viene comunicata l’esatta composizione neppure al Presidente del Consiglio, Prodi abbia comunicato che intende cambiare strada. Ce lo auguriamo perché promesse del genere risalgono già agli anni ottanta, ma sono sempre state [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ senz’altro positivo che, dopo la ennesima non felice esperienza di una legge finanziaria divenuta da tempo un treno merci di cui non viene comunicata l’esatta composizione neppure al Presidente del Consiglio,  Prodi abbia comunicato che intende cambiare strada.</p>
<p>Ce lo auguriamo perché promesse del genere risalgono già agli anni ottanta, ma sono sempre state disattese non ostante le proposte in più sedi avanzate.  Se la riforma verrà fatta nella direzione di un complemento per comparti della legge   di Bilancio la saluteremo con evviva, così come abbiamo salutato e salutiamo  le positive correzioni operate da Prodi e D’Alema nella politica estera, in direzione  della pace e di un rinnovato prestigio europeo e internazionale dell’Italia.</p>
<p> Su tre  punti vorremmo tuttavia assicurazioni.</p>
<p>Il primo: vogliamo sapere – l’attesa è già stata lunga &#8211;  chi è riuscito a inserire nel testo del gigantesco emendamento alla finanziaria ultima il famigerato articolo sulla rapida prescrizione dei reati contabili. E’in gioco la fiducia dei cittadini in un gruppo di qualificati parlamentari e funzionari. Ed è in gioco qualche cosa di più: la forza della democrazia, la fiducia nella democrazia. Su questo punto non si può fare finta di nulla anche se il comma sarà cancellato.</p>
<p>Il secondo punto è più complesso e riguarda tutto il sistema di comunicazioni del governo Prodi, problema già sollevato dal Menabò, e dei gruppi parlamentari che lo sostengono. Non sappiamo se Prodi abbia posto il problema nel consesso di Caserta, me lo auguro.</p>
<p>Comprendo che l’Unione è una cosa complessa con diverse anime e con dirigenze di partiti che diventano sempre più indefinite ( Fassino è il segretario dei DS o l’organizzatore del partito democratico, cui Scoppola sta dando gli ultimi tocchi?)   e comprendo  che i provvedimenti governativi non possono non nascere che da un confronto di opinioni diverse. Quello che non si comprende  è perché opinioni a volte personali debbano essere presentate coma annunci di provvedimenti legislativi  e mettere in agitazione ampi settori del paese.</p>
<p>E’ possibile che migliaia di impiegati abbiano anticipato la richiesta di pensioni di anzianità solo perché un qualificato Tizio ha annunciato  una Seconda Fase in cui si rivedranno (in peggio) le pensioni? Chi lo ha autorizzato? Quale Consiglio dei ministri lo ha deciso? Noi siamo contrari a qualsiasi riduzione di pensione ai lavoratori, ma siamo anche contrari a mettere migliaia di famiglie in agitazione perché un qualificato membro del governo ha voluto conquistarsi una comparsa in televisione, un invito da Vespa o un titolo su un giornale.  La fiducia nella democrazia è fatta anche dalla certezza dei cittadini nella verità di ciò che i ministri espressi dal Parlamento dicono. Se i ministri  fanno passare per decisioni le loro opinioni personali il cittadino – non certo aiutato dalla Rai,  tutta impegnata nella cronaca nera &#8211;    non ci  capisce più nulla.</p>
<p>A complicare le cose si aggiunge il fatto &#8211;  e stiamo al terzo punto-  che le parole stanno assumendo, &#8211; il processo era iniziato invero con Berlusconi &#8211;   significati diversi. Per Mussi o Bersani riformismo significa (almeno sembra) ricerca di vie di sviluppo che coniughino insieme crescita ed equità, aumento del PIL e sua diversa distribuzione per obiettivi e classi sociali, per una parte delle Margherita esso significa invece  crescita più Elemosineria Apostolica e per Rutelli significa liberismo. Forse sarebbe bene che il governo adottasse un unico vocabolario.</p>
<p>Montezemolo giustamente, nell’ambito di una concezione che mette al centro del sistema l’impresa e i suoi profitti, chiama “clienti” i cittadini. Un governo di centro sinistra deve chiamare cittadini i cittadini e fare della risposta positiva ai loro diritti di cittadinanza il suo scopo.</p>
<p>Non si tratta di una differenza da poco. Ed era questa differenza che molti avrebbero voluto fosse uscita chiaramente sottolineata dal convegno di Caserta. </p>
<p> Nessuno attendeva  che dal convegno campano  uscisse un manifesto sulla  concezione che la sinistra  ha o dovrebbe avere dell’intervento dello Stato volto ad  affermare e difendere,  in una situazione di mercato libero e aperto,  i diritti di cittadinanza, antichi e nuovi, che  il socialismo riformista europeo  ha affermato come universali e intangibili e che la Costituzione italiana ha sancito come tali.</p>
<p>Ma certo era lecito attendersi alcune risposte concrete e precise alle violazioni di questi diritti anche i più elementari- delle quali sono vittima ogni giorno la maggior parte degli  italiani.</p>
<p>E’ difficile non riconoscere che Prodi ( a differenza di altri) conduce una vita che lo rende vicino ai </p>
<p>cittadini di Bologna e di Roma. E’ un suo merito, così come lo è  di Bersani o di Letta o di D’alema.  Ma allora come non accorgersi  che diritti elementari sono ogni giorno violati e che gli italiani mancano di servizi essenziali necessari a godere di quei diritti? Come non accorgersi che le ore di trasporto necessarie per recarsi al lavoro sono forse più stressanti del lavoro stesso e che esse hanno riportato l’orario effettivo di lavoro  a tempi che speravamo superati? Altro che diritto del cittadino a “ circolare liberamente”!  Montezemolo potrà circolare liberamente con la società per l’alta velocità che ha già costituito in vista della totale  privatizzazione delle Ferrovie e del loro spezzettamento. Ma Cipputi – che è ormai un precario senza previdenza &#8211;  starà in piedi, pressato tra la folla in un trenino che impiega due ore per percorrere sessanta chilometri  o in un autobus che non riesce a chiudere le porte. Questa è la realtà.</p>
<p>Dello stato del servizio sanitario – grande conquista per la  quale abbiamo lottato – è meglio non parlare. Della degradata situazione  dei nostri ospedali sono piene le cronache dei giornali ed è inutile tornare su cose note.  Ma se la qualità dei servizi prestati non viene posta al centro del dialogo tra governo e cittadini e non diventa un grande obiettivo nazionale quale incoraggiamento ne trarranno coloro che pure in questa situazione degradata sono riusciti a creare delle isole mediche pubbliche  di eccellenza e quale consenso maturerà nella società?</p>
<p>Sull’istruzione abbiamo precise promesse, ma poi tutto sembra in alcuni momenti ridursi  alla sottolineatura della ricerca come fattore decisivo  della competitività. Affermazione senz’altro vera,  ma che nei fatti dimentica troppo spesso che i pochi centri di ricerca che l’Italia ha non si moltiplicheranno e non diventeranno poli d’attrazione di intelligenze di altri paesi se non cambierà tutto il retroterra dell’istruzione italiana, dagli asili nido all’università, sia  per ciò che riguarda la qualità del servizio pubblico che viene offerto, sia  per lo status degli insegnanti, sia per l’uguaglianza del diritto di accesso dei giovani sulla base del loro merito e della loro intelligenza e non dei soldi dei loro genitori.</p>
<p>L’elenco potrebbe continuare. Ma è su questo terreno comunque che la ormai multietnica società italiana attende non manifesti ima  la definizione di priorità e  di  precisi progetti. Possibilmente  prima che la scadenza di nuove elezioni amministrative,sia pure parziali,  spinga ministri  alla dispersione in centinaia di direzioni dei fondi statali tratti dalle tasche dei cittadini, Come regolarmente è avvenuto prima che il centro sinistra battesse Berlusconi e  arrivasse al governo.</p>
<p>l.b.</p>
<p>N.B. Dopo che questo articolo è andato in stampa sul Menabò cartaceo il Governo per iniziativa del ministro Bersani ha preso provvedimenti importanti di liberalizzazione che rompono vecchie corporazioni e danno una risposta positiva ai consumatori. Ne siamo lieti e ne prendiamo atto. Vorremmo ricordare tuttavia che liberalizzazioni e privatizzazioni sono cose diverse e debbono rimanere diverse e che ci sono servizi fondamentali che solo lo Stato può garantire alla totalità dei  cittadini. Vorremmo ancora ricordare che dal centro sinistra l’Italia – l’Italia che lavora-  attende qualche cosa di diverso dal liberismo imperante ed è su questo “qualche cosa di diverso” che il centro sinistra sarà giudicato.</p>
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		<title>Tramonto del partito politico?</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/tramonto-del-partito-politico.html</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 09:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[A distanza di qualche mese dalle elezioni dell&#8217;aprile 2008, i cui risultati hanno modificato la geografia parlamentare suscitando una messe di commenti, vale forse la pena di provare a riflettere in un quadro storico meno ravvicinato su modi e ragioni con cui siamo arrivati a questa nuova situazione. Sembra a noi che la novità rilevante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di qualche mese dalle elezioni dell&#8217;aprile 2008, i cui risultati hanno modificato la geografia parlamentare suscitando una messe di commenti, vale forse la pena di provare a riflettere in un quadro storico meno ravvicinato su modi e ragioni con cui siamo arrivati a questa nuova situazione.</p>
<p>Sembra a noi che la novità rilevante non stia nella semplificazione del quadro politico con la nascita di un sistema bipolare, ma nel cambiamento delle forme di organizzazione della politica che vede  mutata la natura stessa dei partiti o, per dirla più semplicemente, vede la scomparsa del partito politico di massa. Se questa lettura è valida, come cercheremo di argomentare, allora il &#8220;terremoto&#8221; elettorale non è un avvenimento che si è realizzato con le elezioni, dunque nel tempo breve, ma che è maturato con la trasformazione della società italiana e con essa delle forme della politica, dunque nel tempo lungo. Proviamo a farne la storia.</p>
<p>Nel dopoguerra i partiti che venivano dalla lotta antifascista hanno costruito sezioni territoriali che costituivano un radicamento nel tessuto sociale,  esteso a sezioni di produzione nelle fabbriche e nei trasporti pubblici. Se le sedi erano state ottenute gratuitamente, recuperando le antiche prese dai fascisti ed occupandone altre del Partito Nazionale Fascista e associazioni collaterali, la vita organizzativa fu sostenuta in misura rilevante dall&#8217;autofinanziamento. I partiti promossero inoltre organizzazioni collaterali culturali, professionali, ricreative e sportive, non limitandosi ad assolvere funzioni istituzionali di rappresentanza della società civile nelle istituzioni politiche, ma operando come promotori di vincoli associativi di massa in entrambe le sfere.</p>
<p>La formazione di nuovi gruppi dirigenti politici e istituzionali, in una fase in cui a livello locale la stessa persona era talora dirigente di partito, sindacalista e amministratore, vide i grandi partiti nazionali, Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano e Partito Socialista Italiano, cui si univa con insediamento popolare limitato ad alcune zone il Partito Repubblicano, capaci di coinvolgere tutti gli strati della popolazione. Si arrivò così a costruire un nuovo ceto politico di massa, in misura non piccola di provenienza operaia, artigianale e contadina, che contribuiva a formare la nuova classe dirigente del paese. In questa fase possiamo parlare dei partiti come associazioni radicate nella società civile che  rappresentano nelle istituzioni in coerenza col dettato e collo spirito della Costituzione repubblicana.</p>
<p>Il mutamento nelle forme di organizzazione della politica, che solo oggi sembra arrivare a compimento, iniziò negli anni &#8217;70 e fu motivato da una triplice ragione: la nascita delle regioni, il sorgere di grandi movimenti sociali, la nascita del finanziamento pubblico.</p>
<p>La nascita delle regioni contribuì ad accelerare lo sviluppo di un ceto politico diffuso ed a mutare la distribuzione pubblica di risorse, processo che   nei prossimi anni vedrà forse la sua conclusione coll&#8217;introduzione di forme di federalismo fiscale. Ma l&#8217;ampliamento quantitativo del ceto politico andò di pari passo col restringimento dei settori sociali coinvolti, questione su cui i commenti politici non si sono soffermati e che sembra invece a noi questione importante.</p>
<p>La trasformazione coinvolse il sindacato, che da una parte coll&#8217;istituzione della delega e poi con canali pubblici di finanziamento, tramite i patronati, divenne autoreferenziale, cessando d&#8217;essere un serbatoio di quadri politici per i partiti ed in particolare per il PCI, dall&#8217;altra iniziò un reclutamento privilegiato dei propri dirigenti nel settore del pubblico impiego, sia raccogliendo con questa selezione le lotte sociali che si erano sviluppate nella scuola, nell&#8217;università e nelle stesse professioni liberali, sia utilizzando leggi che offrivano distacchi e monte-ore per attività sindacali con particolare larghezza nel settore pubblico a differenza di quello privato. Va rilevato come una anomalìa del sindacalismo italiano sia quella di organizzare al proprio interno i pensionati: questo settore è divenuto centrale per l&#8217;elezione dei gruppi dirigenti a partire dagli anni &#8217;80 e contribuisce a motivare la strategia del sindacato fondata su moderazione salariale e forte pressione per la spesa sociale, in particolare pensionistica.</p>
<p>Va analogamente rilevato come gran parte del ceto politico nazionale si sia formato, in particolare nel decennio 1956-66, negli organismi e nella lotta politica delle rappresentanze degli studenti universitari, a cui seguì una leva di nuovi dirigenti figli delle lotte del &#8217;68 nella scuola e nell&#8217;università, da cui una tendenza alla omogeneità sociologica delle pur diverse componenti partitiche del ceto politico. Il processo è stato influente in particolare sul PCI per la formazione dei gruppi dirigenti e degli eletti nelle istituzioni, dove una composizione sociale a forte presenza operaia, selezionata nella lotta antifascista prima e nelle lotte sociali del dopoguerra poi, è stata sostituita da processi di riproduzione e cooptazione interna attraverso la federazione giovanile (FGCI) a prevalente composizione piccolo borghese.</p>
<p>Andavano intanto mutando le forme stesse della politica con la legislazione sul finanziamento pubblico, che verrà crescendo per cinque canali: 1. rimborsi per le elezioni nazionali sulla base dei voti raccolti; 2. rimborsi  per le elezioni europee e regionali; 3. varo di leggi speciali finalizzate a produrre finanziamenti extralegali utilizzando avvenimenti eccezionali, leggi cresciute in particolare negli anni &#8217;80, con e senza calamità naturali. Se il controllo pubblico sulla rendita urbana è sempre stato fonte di finanziamenti per tutti i partiti, la produzione di leggi speciali ha comportato un vero salto di qualità in quanto ha finito per spostare la fonte del finanziamento da cointeressenze per spese necessarie a spese finalizzate in primo luogo a produrre il finanziamento stesso; 4. moltiplicazione del finanziamento pubblico attraverso l&#8217;aumento di spesa per parlamentari e parallelo aumento per le rappresentanze locali. A ciò si è unita una nuova o accresciuta retribuzione dei consiglieri di circoscrizione e dei membri di consigli di amministrazione di imprese ed enti pubblici, il cui numero si è moltiplicato, insieme a progetti di fattibilità, agenzie, consorzi e consulenze; 5. finanziamenti dell’Unione Europea per progetti a cofinanziamento, in particolare regionali, relativi all’agricoltura, alla formazione professionale ed alla conservazione di beni culturali, progetti talora direttamente elaborati e comunque prevalentemente varati in sede politica.</p>
<p>Va rilevato che la storia della legislazione sul finanziamento pubblico non conosce episodi di opposizione parlamentare, nemmeno da parte di piccoli partiti d&#8217;opposizione, costituendo anzi un caso esemplare di cartel party per la letteratura politologica. Un parallelo unanimismo è registrabile per la ristrutturazione delle politiche di spesa nelle istituzioni locali.</p>
<p>La crisi di Tangentopoli ha finito per portare a regime il sistema di finanziamento ai partiti. Se negli anni ’80 le leggi speciali avevano prodotto finanziamenti illegali ma erano poi state oggetto di inchieste giudiziarie, la ristrutturazione negli anni ’90 del circuito economico parallelo ai partiti e da essi governato con la costituzione di consorzi, società di consulenza e società di servizi, a cui vanno crescenti attività pubbliche terziarizzate, ha creato una situazione in cui il finanziamento ai partiti è cresciuto ma la sua illegalità è diminuita. Questa crescita legale dei flussi finanziari e delle cariche pubbliche è stata una risposta, non priva di umorismo, al referendum del 1993 per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che era stato approvato dal voto popolare  ed alla battaglia sostenuta dal mondo imprenditoriale per la riduzione dei costi della politica.</p>
<p>Scrivendo &#8216;portare a regime il sistema di finanziamento ai partiti&#8217; non intendiamo derivarne giudizî morali ma solo sviluppare una analisi sociologica dell&#8217;attuale sistema politico che, nella misura in cui si regge su attività legali delle istituzioni e delle imprese con esse intrecciate, tende a mutare anche le basi sociali dei partiti che ora intrecciano figure di provenienza dal pubblico impiego attraverso il sistema dei distacchi e figure professionali, tecniche e amministrative, che operano nel circuito economico parallelo a cui vanno le attività pubbliche terziarizzate.</p>
<p>Questo processo, che ha origine fin dai primi anni &#8217;70, aiuta a comprendere come le due novità politiche successive, lo sviluppo della Lega a partire dagli anni &#8217;80 e la nascita del partito-impresa di Berlusconi negli anni &#8217;90, siano confluite senza traumi nel generale processo di trasformazione sociologica dei partiti tradizionali, al di là dei frequenti mutamenti di nome. Da una parte la Lega, nata dal mondo sociale e culturale della sinistra, ha prevalentemente reclutato nel mondo politico democristiano, dall&#8217;altra il partito di Berlusconi, nato con quadri di impresa, ha  anch&#8217;esso attinto al mondo democristiano e del nuovo associazionismo cattolico, sorto negli anni &#8217;70 con forti istanze identitarie  e sviluppatosi con una presenza nella società civile ricca di associazionismo economico. Si è così realizzato  in Italia nell&#8217;ultimo ventennio un avvicinamento al sistema politico statunitense caratterizzato da ceto politico professionale, comunicazione politica fondata sugli effetti mediatici, comitati elettorali al posto delle sezioni di partito, bipartitismo e spoils-system.</p>
<p>Questa evoluzione delle forme della politica  trova riflesso in una evoluzione altrettanto rapida della distribuzione del reddito per gruppi sociali. L&#8217;introduzione dell&#8217;euro ha visto un forte aumento di reddito per le figure di intermediazione finanziaria e commerciale, all&#8217;interno di un generale spostamento di risorse dal lavoro dipendente al lavoro autonomo ed al profitto d&#8217;impresa,  fenomeni che in altri paesi dell&#8217;Unione Europea come la Germania non sono avvenuti.</p>
<p>L&#8217;analisi sociale richiederebbe più ampi spazi di quanto non consenta il nostro Menabò e l&#8217;esigenza di sintesi finisce per dare un taglio troppo semplificato a questa nostra riflessione. La crisi del partito politico di massa è un fenomeno che investe tutto l&#8217;Occidente, ma è indubbio che il processo di avvicinamento al modello statunitense sia stato nel caso italiano più rapido e più radicale di quanto non stia avvenendo in paesi a tradizione socialdemocratica. Né è dubbio che in un quarto di secolo un paese che aveva il ventaglio dei redditi più basso ed il più forte partito comunista dell&#8217;Occidente sia divenuto un paese dove le differenze di reddito sono fra le più alte e dove la sinistra non ha più un solo rappresentante in Parlamento. Poichè non crediamo al &#8220;destino cinico e baro&#8221; di saragattiana memoria, un supplemento di riflessione storica e sociale per coloro che vorrebbero capire le ragioni del mutamento, ed in particolare per coloro che  si ostinano ancora a credere alla classe operaia come possibile soggetto politico, non guasterebbe.</p>
<p>Gian Mario Cazzaniga</p>
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