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	<title>Etica ed Economia &#187; Parlamento e istituzioni</title>
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		<title>L&#8217;approdo di un popolo</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 18:35:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LDantone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le nazioni come tutte le formazioni storiche hanno una ragione politica, culturale, sociale e un radicamento profondo nel tempo, quindi non sono né accidentali né eterne. Con una felice definizione Benedetto Croce le giustificò, nella Storia d’Europa, non come dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche. Ma proprio per questo le loro ragioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le nazioni come tutte le formazioni storiche hanno una ragione politica, culturale, sociale e un radicamento profondo nel tempo, quindi non sono né accidentali né eterne. Con una felice definizione Benedetto Croce le giustificò, nella Storia d’Europa, non come dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche. Ma proprio per questo le loro ragioni, le loro permanenze, le trasformazioni nel tempo, vanno conosciute e riconosciute anche in funzione della consapevolezza del presente e del possibile cammino verso il futuro. Vale la pena ricordarlo ai molti attuali celebratori della morte o meglio della non vita della nazione italiana, per fortuna una minoranza della popolazione sebbene politicamente influente: ai leghisti soprattutto del Nord ma anche del Sud, contrari in nome di valori e interessi di forma pre-moderna a  celebrare i 150 anni della nostra comune storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le nazioni l’Italia non fa eccezione: essa non esiste per accidente indesiderato o subìto, né è l’approdo definitivo della storia del suo popolo. Con i suoi 150 anni è nata in tempi relativamente recenti, ma con un secolare retroterra culturale alle spalle e soprattutto nello scenario di quel grande fermento politico, culturale, economico e sociale europeo verso l’indipendenza e le libertà civili, iniziato con l’illuminismo e sfociato nella prima metà dell’800 nella cosiddetta “primavera dei popoli”. In questo scenario il Risorgimento italiano è stato tra i movimenti più forti e di maggior rilievo europeo, grazie al liberalismo laico e progressista così finemente interpretato da Cavour, al federalismo cattolico universalista di Gioberti e al cattolicesimo liberale dei molti sostenitori della causa nazionale, al repubblicanesimo di Mazzini per una Giovane Italia nella Giovane Europa, al federalismo laico di Cattaneo, all’azione militare dell’esercito popolare garibaldino per la libertà dei popoli del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il 17 marzo 1861 nacque il Regno d’Italia, con nucleo fondante l’unico Stato retto da una monarchia costituzionale, il Regno di Sardegna, vittorioso nella guerra d’indipendenza contro l’Austria e inchiodato a responsabilità impreviste dai risultati sorprendenti di quella “guerra di liberazione” che fu la spedizione  dei Mille. La conquista del Regno borbonico era stata preparata nel Sud da élites politiche rivoluzionarie mazziniane e garibaldine (con Crispi in prima linea). Le regioni italiane liberate dal dominio straniero o dai vecchi regimi, aderirono ovunque al nucleo originario piemontese attraverso plebisciti largamente favorevoli, seppure espressione di una minoranza delle popolazioni, come minoritari erano e non potevano non essere nelle circostanze politiche del tempo i movimenti rivoluzionari per l’indipendenza e la libertà. Due Regni, alcuni ducati territoriali, le regioni dello Stato Pontificio, insieme a molte idee diverse, entrarono, ciascuno superando sé stesso, nella costruzione e costituzione del nuovo Stato italiano. In questo difficilissimo passaggio condiviso dai più, con drammatici contrasti tra vincitori e vinti ma anche tra gli stessi vincitori, molti furono gli immediati risentimenti, differenti le aspettative e fortissime le delusioni, al punto da fare maturare subito soprattutto tra le élites politiche democratiche l’idea di un Risorgimento tradito. Nell’impronta originaria dello Stato risorgimentale liberale i punti massimamente critici furono immediatamente percepiti attraverso l’eccidio dei contadini di Bronte, la repressione del brigantaggio (primi drammatici segnali di una specifica “questione meridionale”) e per l’insorgere della “questione cattolica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Senonché quest’ultima non fu conseguente alla scelta laica dello Stato liberale, ma all’atteggiamento intransigente della Chiesa di fronte alla perdita del suo potere temporale e del suo cospicuo territorio, fino al divieto imposto dal Papa ai cattolici di partecipare alla vita politica (non expedit). Quanto alle modalità della guerra contro i briganti (vera guerra civile) esse rivelarono la colpevole incomprensione del carattere sociale della rivolta (non vi parteciparono solo ex militari borbonici ma soprattutto contadini poveri);  gli atti di violenza dell’esercito italiano come gli eccidi di Pontelandolfo e Casalduni, chiedono ancora un riconoscimento pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in nessun caso i cattolici e i democratici delusi rifiutarono la nazione; semmai tradussero le loro idee in una azione riformatrice che rese non solo più ricca e rappresentativa la classe dirigente nazionale, ma anche più moderno il sistema politico. Nel cammino aspro e tutto in salita dell’Italia in costruzione, si allargò progressivamente il suffragio, si estese l’educazione scolastica, diminuì l’analfabetismo, si formò una rete di comunicazioni e trasporti capace di accompagnare le merci verso il mercato interno ma soprattutto internazionale, la pubblica amministrazione raggiunse alti livelli di competenza soprattutto nelle strutture incaricate di indirizzare lo sviluppo economico o di fare l’Italia attraverso le opere pubbliche. Negli anni dall’Unità alla prima guerra mondiale lo sviluppo economico, civile e culturale fu nel complesso straordinario, e poiché l’ex Regno borbonico non era affatto isolato, non solo non vide crollare le sue industrie a causa dell’Unificazione, ma partecipò con le sue specifiche risorse produttive ed umane da protagonista alla formazione della ricchezza e della classe dirigente nazionale. Al punto che un prete liberale come Sturzo condivise la cultura politica risorgimentale, ricondusse all’inizio del Novecento i cattolici alla vita politica attiva attraverso le istituzioni locali, divenendo sindaco di Caltagirone, e fondando il federalismo cattolico moderno, già orientato verso la meta di un vero partito laico.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il meridionalismo fu un ampio contenitore culturale in cui confluirono diversi progetti politici tutti fortemente ispirati al valore supremo della unità nazionale: il conservatorismo moralizzatore di Villari, Fortunato, Franchetti e Sonnino, il partito laico dei cattolici di Sturzo di cui si è già detto, il socialriformismo e il produttivismo di Nitti incentrato sulla energia e sul governo del territorio, il Partito socialista di piccoli produttori di Gaetano Salvemini. Non fu una marcia trionfale e senza costi sociali l’indiscutibile affermazione della democrazia e dei diritti politici nell’ambito dello Stato liberale, nato censitario e cresciuto fino al suffragio universale maschile. Essa conobbe ulteriori momenti di sospensione delle libertà e di violenza come la repressione dei Fasci siciliani o le leggi liberticide nazionali di fine Ottocento. Ma il Risorgimento seguitò a rappresentare anche per gli sconfitti, il punto di irradiazione di una sempre possibile rigenerazione del paese. L’Italia, nonostante i conflitti e i sacrifici sociali (si aggiunse dagli anni Ottanta dell’Ottocento l’emigrazione transoceanica) mostrava palesi i segni di una grande trasformazione nell’industria, nell’agricoltura, negli scambi commerciali, iniziata in ritardo ma con i ritmi principali stati europei; mostrava i segni di una crescita della cultura della partecipazione democratica, del prestigio internazionale. Così quando arrivò la Grande guerra europea delle nazioni industriali, essa poté essere considerata da chi la decise, la prima grande conferma del valore del Risorgimento, la prima prova dell’Italia unita accanto ai paesi democratici contro gli imperi. Molti furono i volontari di ogni cultura politica, anche tra i socialisti ufficialmente neutrali.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra segnò una svolta radicale nella storia politica ed economica mondiale, europea e italiana. Per quando con aspetti iniziali ambigui, l’Italia fascista fu un comprensibile trauma per gli intellettuali e i politici di formazione liberale. Il Risorgimento cominciò a diventare più debole a partire dalla rappresentazione degli storici, o perché capace di esporre la nazione ad un non riconoscimento di sé (il fascismo come “parentesi” di Croce), o perché forma ancora immatura di un nazionalismo destinato a svilupparsi meglio in politica di potenza (“l’Italia in cammino” di Gioacchino Volpe, volontario in guerra, che aderì al fascismo ma che  non avrebbe aderito alla Repubblica sociale italiana). E ancora un trauma per la coscienza civile e la sensibilità intellettuale (postuma e revisionista tra gli storici) sarebbe arrivato con la guerra nazifascista e, dopo la caduta del fascismo, con l’armistizio, con la divisione dell’Italia in due, con la guerra di Liberazione (“guerra civile” per Claudio Pavone, “morte della patria” per Ernesto Galli della Loggia). Eppure non si può non riconoscere quanta volontà di patria e di nazione ci sia stata in quell’immane sforzo sostenuto al Nord e al Sud con l’aiuto decisivo dagli alleati angloamericani, per riunificare ciò che era diviso. La Resistenza si autodefinì “nuovo Risorgimento” e la Costituzione repubblicana del 1948 ne venne considerata la più coerente espressione, ispirata alla inclusione nelle istituzioni rappresentative di tutte le forze politiche che si dichiararono pronte alla democrazia (dal movimento sociale, ai liberali ai democristiani ai comunisti) e che, anche se in qualche caso volevano “fare come la Russia”, in qualche altro come l’America, avevano un vitale bisogno di una cornice nazionale per partecipare alla lunga guerra fredda con la massima autonomia possibile per un paese già sconfitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può negare che ci sia stata anche una buona dose di patria non solo negli uomini delle istituzioni come Einaudi o Menichella, ma anche nei partiti e nei sindacati che guidarono o subirono le regole della ricostruzione e della crescita economica degli anni Cinquanta, in De Gasperi, Vanoni, Di Vittorio, Grandi, Pastore, Togliatti, Nenni, La Malfa ed altri, nonostante talora tale dose si sia confusa in eccessi ideologici di vario segno. Fu quella dose a portare l’Italia al “miracolo economico”, all’Oscar delle monete la lira italiana nel 1960. Negli anni più bui è stata ancora quella dose di patria o nazione, intesa come spazio territoriale e istituzionale pubblico condiviso, a portare alla sconfitta del terrorismo, del golpismo o a vittorie insperate contro la criminalità organizzata, contro le clientele.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico Emilio Gentile ha di recente parlato di Risorgimento senza eredi, sollevando opportunamente un problema vivo nella cultura e nella storiografia italiana di oggi: l’assenza totale di riferimento ai nostri padri fondatori. Si tratta di un’assenza effettiva o di una rimozione dovuta alla tendenza a ricordare meglio la storia più coerente con la propria visione politica? Gentile stesso, legato al paradigma democratico-liberale, fa coincidere la crisi dell’idea di nazione con la nascita del fascismo, a sua volta frutto delle matrici autoritarie legate alla prima guerra mondiale. Giustamente &#8211; come non essere d’accordo! &#8211; Gentile ha spesso sottolineato come il mito una nazione possa sopravvivere solo in uno Stato che funzioni e con una classe dirigente all’altezza della sua missione. Non è questa purtroppo la situazione di oggi, come invece richiederebbe proprio il superamento della semplice dimensione nazionale nell’ambito delle nuove istituzioni europee e delle nuove relazioni globali.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non riconoscere una funzione ancora vitale della nazione italiana durante il fascismo, nella tensione sempre accesa per il ritorno alla libertà o semplicemente nella pratica virtuosa esercitata dalla popolazione nel segno del dovere, della competenza e della correttezza? Perché non ricercare la nazione viva anche in tempi a noi vicini? Senza una reazione collettiva a ciò che era diventato insopportabile e che oggi tende a riprodursi, l’uso personale, discrezionale, clientelare delle istituzioni, fino all’indebitamento pubblico gravissimo del popolo italiano, sarebbe stata impossibile la caduta del vecchio sistema politico all’inizio degli anni Novanta e la stessa nascita della Lega Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nazioni non sono eterne, la nostra non è una storia istituzionale lunghissima e le sue ombre sono state e sono spesso inquietanti. Ma ancora all’appuntamento con l’Europa possiamo riconoscere la classe dirigente e lo spirito dei padri fondatori in coloro che hanno condotto l’Italia all’euro raccogliendo un corale consenso del paese in cammino verso nuove forme istituzionali, un consenso proveniente da tutte le regioni italiane anche se sottoposte ai pesanti sacrifici imposti dal risanamento del bilancio pubblico. Oggi, a distanza di oltre un decennio, la nazione politica appare divisa tra un Nord bagnato dal Po e un Sud in psicoanalisi regressiva, entrambi ostili al riconoscimento della storia del loro paese e alla celebrazione di un anniversario che pur li riguarda. Eppur si muove, direbbe Galilei! Visto che le celebrazioni si stanno comunque svolgendo, spesso con pochi mezzi economici e molta passione culturale, e che la loro stessa visibilità solleva già moltissime curiosità verso la storia, anche quelle degli storici occasionali degli ultimissimi anni.</p>
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		<title>Antonio Gramsci, ‘L’Ordine Nuovo’ e lo squadrismo fascista (gennaio- giugno 1921).</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 10:32:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>JMArgilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei pochi mesi che intercorrono tra la fondazione del PCd’I &#8211; il 21 gennaio del 1921 &#8211; e le elezioni politiche del 15 maggio del 1921, le prime con l’inserimento nei “blocchi nazionali” di esponenti dei Fasci di combattimento, è interessante osservare l’atteggiamento che ‘L’Ordine Nuovo’ e il suo fondatore Antonio Gramsci assumono di fronte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nei pochi mesi che intercorrono tra la fondazione del PCd’I &#8211; il 21 gennaio del 1921 &#8211; e le elezioni politiche del 15 maggio del 1921, le prime con l’inserimento nei “blocchi nazionali” di esponenti dei Fasci di combattimento, è interessante osservare l’atteggiamento che ‘L’Ordine Nuovo’ e il suo fondatore Antonio Gramsci assumono di fronte al dilagare dello squadrismo fascista. Il crescere del fascismo in quei primi mesi del 1921 appare a molti in quegli anni come una semplice esplosione violenta di rancori nazionalistici, antisocialisti, e sostanzialmente tollerabili ai fini di reazione immediata, ma non difficilmente riassorbibile. Gramsci al contrario non si arresta alla denuncia delle manifestazioni di violenza, ma cerca di comprendere il fascismo descrivendolo come l’ultima degenerazione della borghesia contro il proletariato, avente come obiettivo ‘il fine massimo di ogni movimento: il possesso del governo politico’. ‘L’Ordine Nuovo’ denuncia connivenze tra stato e fascismo, critica gli atteggiamenti di rassegnazione e di debolezza dei socialisti e dei riformisti. Gramsci, interpretando la guerra civile che si sta scatenando in Italia in quei mesi come una guerra di classe, esorta la classe operaia a combattere delineando chiaramente, già nel gennaio del 1921, il significato dell’emergere del fascismo: ‘Il fascismo è stata l&#8217;ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale’. Il fascismo, infatti, fa suoi molti temi che si sono sviluppati durante l’avventura fiumana, ma è chiaro che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria. Questo articolo, oltre ad essere un importante analisi del fenomeno fascista, rappresenta una sintesi dell’interpretazione di Gramsci sulla guerra civile in atto in Italia nel gennaio 1921. La violenza delle squadre è interpretata come reazione al crescere della coscienza di classe del proletariato e della preparazione della rivoluzione contro lo stato borghese. Lo squadrismo, rileva l’intellettuale sardo, si sostituisce sempre più in larga scala all’autorità della legge e corrode così facendo la base stessa dello stato borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l&#8217;istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l&#8217;esercito, la polizia, la magistratura. Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l&#8217;unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall&#8217;incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gramsci sviluppa la sua analisi del fenomeno fascista partendo dalla critica al “riformismo”, sia del Partito socialista che della CGL, e dall’esigenza di portare avanti l’ideale rivoluzionario sul modello della rivoluzione dei soviet russi. La terza internazionale e il fallimento del biennio rosso aprono, infatti, una spaccatura nel socialismo italiano che porterà alla scissione di Livorno nel gennaio del 1921. Dopo questo Congresso cresceranno le divergenze e i dissapori tra il Partito socialista e il nuovo Partito comunista d’Italia. La frammentarietà delle posizioni presenti sia all’interno del PCd’I, ma soprattutto nel PSI, renderanno perdente l’opposizione al crescere del fascismo, soprattutto a livello locale in quei territori dove forte era stata la presenza socialista.<br />
Come lo stesso Spriano osserva nella sua Storia del Partito comunista italiano la scissione di Livorno ha provocato un indebolimento della resistenza operaia all’offensiva dell’avversario di classe per l’incapacità dei comunisti di attrarre nell’internazionale la maggioranza del proletariato. Lo stesso Gramsci in un articolo del 1924 giudicherà a posteriori un errore il modo con cui fu portata avanti la formazione del Partito comunista, in una situazione già grave per la guerra civile in atto.  Nonostante questa autocritica, all’inizio del 1921 il quotidiano torinese inizia a descrivere le violenze fasciste quotidianamente, constatando l’inefficacia della resistenza da parte dei socialisti. Una delle tematiche ricorrenti negli articoli di Gramsci su ‘L’Ordine Nuovo’ è infatti proprio l’attacco duro e costante al suo vecchio partito, giudicato incapace di sostenere le ragioni del proletariato e indeciso di fronte al dilagare della violenza fascista. Come chiaramente si evince dagli interventi sul giornale, i socialisti, e in particolar modo i loro deputati, sono accusati di non essere più i rappresentanti della classe operaia, di aver perso l’originaria connotazione rivoluzionaria a favore di un riformismo che disorienta la classe operaia: ‘Alle violenze dei fascisti non si risponde con gli scioperi generali, ma con l’armamento del proletariato’. A fine gennaio Gramsci rileva la pericolosità del fascismo anche a Torino. Il 31 gennaio in un lungo articolo analizza la situazione torinese per portare avanti, attraverso l’esaltazione dell’esperienza dell’occupazione delle fabbriche vissuta durante il biennio rosso, il discorso su come opporsi all’avanzare dello squadrismo. Gramsci constata come i fascisti vogliano sviluppare anche a Torino un piano d’azione simile a quello sviluppato in altre città e di come le minacce continuino a crescere al fine di disgregare le forze proletarie con il panico e l’incertezza dell’attesa. A differenza di altre città a Torino È presente una classe operaia abituata a lottare, che ha avuto l’esperienza dei consigli di fabbrica e delle occupazioni, sostenuti e teorizzati da Gramsci e da ‘L’Ordine Nuovo’ pochi anni prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il movimento dei consigli di fabbrica e di gruppi comunisti ha perfezionato questa articolazione del movimento operaio torinese, che non può ormai essere decapitato e paralizzato da nessuna bufera reazionaria.[…] Questa propaganda realistica fu iniziata fin dal 1919, e allora le attuali Maddalene pentite del massimalismo chiamavano ‘riformistico’ il movimento torinese dei consigli, perchè si proponeva di ‘abilitare’ e ‘istruire’ gli operai, mentre i massimalisti predicavano solo grandi azioni frontali e ogni tre parole di discorso intercalavano la parola ‘violenza’. Oggi si vede quanto fosse necessaria quella propaganda e come solo attraverso quell’opera di preparazione si tutelasse veramente l’avvenire del proletariato.<br />
E’ evidente l’attacco portato avanti contro coloro che non sostengono che il fascismo, in quanto reazione della classe borghese contro il proletariato, debba essere combattuto attraverso la violenza e la difesa armata della classe operaia. Proprio partendo dal caso torinese Gramsci delinea l’unica strada possibile perseguibile in questa “guerra di classe” &#8211; come più volte È definita su ‘L’Ordine Nuovo’ &#8211; ed esorta la classe operaia ad abbandonare ogni compromesso sia con lo stato borghese, che con i fascisti. A questo proposito scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">Al primo tentativo fascista deve seguire rapida, secca, spietata la risposta degli operai e deve questa risposta essere tale che il ricordo ne sia tramandato fino ai pronipoti dei signori capitalisti. Alla guerra come alla guerra, e in guerra i colpi non si danno a patti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mese di febbraio si denunciano le aggressioni ai danni dei socialisti, le distruzioni delle case del popolo e delle sedi del PSI, sottolineando l’esitazione della Camera nel prendere decisioni efficaci davanti a questi fatti. Ovviamente Giolitti è accusato di essere complice, in quanto non attua provvedimenti per ristabilire la legalità. ‘L’Ordine Nuovo’, prendendo atto della decadenza dello stato borghese, analizza il fallimento della politica del Partito socialista durante l’occupazione delle fabbriche dei primi anni del dopoguerra. I socialisti, forti del sostegno delle masse &#8211; testimoniato anche dal successo elettorale del 1919 &#8211; e con la crisi economica in atto, non hanno  sostenuto la rivoluzione del proletariato, provocando lo smarrimento nella classe operaia e la reazione della borghesia. Il quotidiano torinese insiste molto sul rapporto mancata rivoluzione-contro rivoluzione borghese per spiegare le cause del fenomeno fascista, accusando la frazione massimalista del PSI, uscita vincitrice sin dal Congresso di Bologna dell’ottobre del ‘19, di portare avanti una politica social-democratica attraverso ‘un tatticismo inutile’. In una citazione in prima pagina È chiaro il punto di vista del giornale comunista: ‘Mentre i socialisti concentrano in Parlamento tutta l’azione loro, la borghesia conduce nel paese, con le intimidazioni, con gli incendi, con le distruzioni, la sua lotta contro il proletariato’.  Quotidianamente si constata, dalla seconda metà di febbraio, il dilagare della violenza fascista, soprattutto si dà ampio spazio e grande risonanza ai ripetuti assalti alle sedi dei giornali, come ad esempio in occasione della distruzione della sede de ‘Il Lavoratore’ di Trieste il 10 febbraio. Il confine orientale oltre alla Valle Padana è uno dei territori dove lo squadrismo fascista ha avuto i maggiori successi e Gramsci dà grande importanza agli avvenimenti in quei territori inviando corrispondenti sul campo. Il 27 febbraio viene ucciso a Firenze, ad opera di una gruppo di fascisti, il ferroviere Spartaco Lavagnini organizzatore sindacale e direttore dell’’Azione comunista’. Il primo marzo Gramsci prende atto dell’espandersi delle spedizioni fasciste anche in nuovi territori fino ad allora poco colpiti. Pur riaffermando che la classe operaia è consapevole del suo ruolo storico come ‘capo della rivoluzione’, constata i successi della reazione borghese. La gravità della situazione È dovuta al fatto che la ‘reazione, essendo stata scatenata simultaneamente su tutto il territorio nazionale, ha determinato automaticamente una simultaneità di sforzi rivoluzionari da parte delle masse aggredite’. Gramsci mette l’accento, in questo articolo, sul bisogno che la classe operaia sia guidata da un indirizzo politico unitario, rivoluzionario, libero dalle ambiguità prodotte da sterili tatticismi politici, sottintendendo un attacco al Partito socialista e alla CGL. Proprio a tal proposito aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify;">a questa simultaneità meccanica di azione non corrisponde e non può corrispondere una unità di indirizzo, per l’assenza di un centro politico che sia in grado di inquadrare le masse, di controllarle, di convogliare tutta la molteplicità degli sforzi verso un fine e una meta ben precisa e chiara. » in ciò tutta la tragedia del momento, È in ciò tutta la gravità della situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La critica rivolta al sindacato, che a marzo ha tenuto il Congresso a Livorno in cui la mozione comunista è stata nettamente battuta da quella riformista, non è meno dura di quella rivolta ai socialisti. Secondo Gramsci il ‘funzionarismo’ sindacale ha portato la CGL a perdere l’obiettivo della lotta di classe, scrivendo: ‘il cui unico contatto tra loro e le masse È il registro dei conti e lo schedario dei soci’. Ovviamente la critica partiva anche dalla base ideale di Gramsci, che sosteneva che l’unica vera rappresentanza in grado di far valere le ragioni del proletariato erano i consigli di fabbrica, gli unici in grado ‘di corrodere i sedimenti burocratici e di trasformare i vecchi rapporti organizzativi’. Una classe operaia non difesa È esposta agli attacchi della borghesia e in periodo di guerra di classe il sindacato deve essere, a maggior ragione, il  principale garante del proletariato.<br />
‘L’Ordine Nuovo’ insiste molto sul fallimento della politica riformista della CGL e pone l’accento sul fatto che proprio in quelle zone dell’Italia dove forte era il sostegno da parte della popolazione, come in molte zone dell’Emilia e della Romagna, maggiore era stato il successo fascista. In un articolo del 6 marzo si delineano i motivi della vittoria dello squadrismo agrario in Emilia ai danni delle istituzioni create dal socialismo riformista: </p>
<p style="text-align: justify;">Essi [il sindacato] si organizzavano per terrore e non per convinzione: è naturale che in simili condizioni essi dovessero considerare l’organizzazione e gli organizzatori come forme dittatoriali e brutalmente autoritarie. Ma contro esse non avevano forza per reagire e difendersi. Appena contro le organizzazioni si è scatenata la furia fascista, la massa, causa la sua eterogeneità  non corretta neppure da una saldezza degli organismi dirigenti si È sbandata, precipitando la situazione. […]  » bastato colpire pochi individui per portare lo sconquasso nei sindacati e, quel che è peggio, senza provocare una seria reazione nella massa, senza che da essa spontaneamente sorgessero forze e forme nuove connettive e dirigenti.  </p>
<p style="text-align: justify;">Il Partito comunista a marzo lancia ufficialmente un appello per scuotere le masse  proletarie ‘ad accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende’. Gramsci, pur continuando a riaffermare l’eccezionalità dei comunisti rispetto ai socialisti e alla CGL, si distingue per analisi più accurate del fenomeno fascista rispetto al suo partito. E’ interessante al tal proposito osservare il tentativo di aprire ‘un cuneo nel combattentismo di tipo fascista’, attraverso un dialogo con D’Annunzio e con i legionari,  avendo constatato gli evidenti dissensi di questi con Mussolini dopo il fallimento dell’impresa fiumana. Vista l’eccezionalità di questo possibile incontro tra Gramsci e D’Annunzio – che peraltro non avrà mai luogo – È di grande curiosità osservare quanto l’intellettuale sardo tentasse di approfondire l’analisi sociale del fascismo partendo proprio dalla distinzione con i legionari fiumani. In un articolo, riportando un evento di aperta contrapposizione tra fascisti e legionari a Torino, analizza quale differenza caratterizzasse i primi, ‘giovani benestanti, studenti fannulloni, professionisti, ex ufficiali’, dai secondi, che ‘sentono invece le ristrettezze della crisi economica’. Questa analisi È una testimonianza, oltre che di una possibile apertura a D’Annunzio, dell’attenzione che Gramsci dedica al fenomeno fascista e alla violenza  che le camicie nere applicano anche contro gli stessi legionari, pur di affermare la propria autorità.  Quello del controllo del territorio per arrivare al controllo politico È un tema che Gramsci svilupperà all’indomani delle elezioni del 1921.<br />
In questi mesi però, sia il quotidiano torinese che Gramsci, pongono ancora l’accento sulle differenze che caratterizzano il PCd’I rispetto ai i socialisti e CGL: la compattezza del partito, la vicinanza alla classe operaia e la chiarezza dello obiettivo ultimo e dei metodi di lotta. Anche se a pochi mesi dalla scissione di Livorno la realtà era ben diversa dall’unità e dalla forza dei comunisti più volte rivendicata,  sono di grande interesse le analisi che compie ‘L’Ordine Nuovo’ sulle difficoltà dei socialisti e sulla realtà italiana, poichè offrono un contributo per comprendere la frammentarietà delle opposizioni al crescente fenomeno fascista.<br />
In un articolo si esaminano ancora una volta le difficoltà dei socialisti di fronte al fascismo constatando che ‘codesti dirigenti che dinanzi al pericolo invocano la pace o la tregua, meritano di essere portati dinanzi al plotone d’esecuzione. […] Il primo nemico del proletariato, oggi, è la socialdemocrazia. E lo sarà viepiù domani’. La mancanza di una politica di classe che ponga il socialismo come obiettivo immediato, la richiesta del ripristino della legalità fatta ad un stato permissivo di fronte al fascismo sono tra le cause maggiori, secondo ‘L’Ordine Nuovo’ che producono uno smarrimento nelle masse proletarie e quindi una difesa efficace al fascismo.<br />
A marzo le violenze continuano ad espandersi e sempre più condiscendente sembra essere lo Stato di fronte a questa escalation. Il bersaglio del quotidiano torinese in questo caso è Giolitti e a metà marzo è pubblicato un articolo di Gramsci che si domanda quali motivi spingano il Presidente del consiglio a non reprimere gli attacchi squadristi. Si denuncia quindi la mancanza di giustizia e, ancor più grave, la connivenza della stampa borghese con il fascismo, poichè si limita a denunciare il pericolo comunista in Italia, giustificando l’espandersi del fenomeno fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Se i giornali borghesi avessero stampato contro gli incendiari e i saccheggiatori dell’Avanti di Milano e di Roma, del Lavoratore di Trieste, del Proletario di Pola, la decima parte delle filippiche che stampano contro gli operai che si difendono, oggi probabilmente l’Italia non sarebbe in preda alle attuali convulsioni. Giove fa impazzire coloro che vuol condurre alla perdizione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ambiguità di Giolitti è anche nell’aver sciolto la Camera e nell’aver indetto nuove elezioni in un periodo di guerra civile e in un momento in cui sono evidenti le difficoltà all’interno del Partito socialista. La motivazione ufficiale è che la Camera del 1919 non rappresenta più la volontà del Paese. In altre parole Giolitti vorrebbe avere alla Camera una maggioranza solida attraverso la vittoria elettorale dei “blocchi nazionali” in cui però entreranno accanto ai liberali, i nazionalisti e soprattutto i fascisti. Secondo Gramsci  e i comunisti, il “parlamentarismo” dello stato liberale È un organo puramente consultivo senza potere di iniziativa e di controllo reale sulla macchina governativa. Le elezioni in questo sistema non sono altro che un modo per riconfermare la validità dello stato liberale in cui il Partito socialista o accetterà un programma di collaborazione con la maggioranza o ‘sarà stritolato dalla nuova consultazione popolare’. In questa analisi si evince il senso d’incertezza per le nuove elezioni e soprattutto si percepisce la possibilità di un arretramento dei socialisti a vantaggio della maggioranza. Il primo d’aprile il Comitato centrale del Partito comunista rende noto che avrebbe partecipato alle elezioni che, come scriverà Gramsci, queste sono una fase intermedia necessaria per l’affermazione della classe operaia come classe dirigente, un’occasione in cui il partito ‘vuole identificare le sue schiere, vuole contare i suoi effettivi’. Secondo Gramsci queste elezioni, segnate da un periodo di violenza e di terrore, cambieranno radicalmente il sistema politico che si vuole – nelle intenzioni della classe dirigente liberale – rafforzare. L’intellettuale sardo coglie l’importanza del momento ed esorta la classe operaia a non esitare, a non aver paura a ‘spezzare definitivamente il “disco dell’immaturità” storica del proletariato a gestire lo Stato e a guidare lo svolgersi degli avvenimenti umani’.</p>
<p style="text-align: justify;">Così analizza:</p>
<p style="text-align: justify;">In queste elezioni si verificherà per lo Stato ciò che durante la guerra si è verificato per la proprietà capitalistica. La violenza e il terrore sistematico hanno irrimediabilmente spezzato i delicati congegni attraverso i quali avveniva nel passato la scelta del personale politico-borghese.[…] Ogni villano che parteggia col randello e col pugnale diventa un dirigente politico, un capo, un Marcello, un competente a risolvere i problemi esistenziali della società agonizzante. I vecchi partiti che nel passato elaboravano pazientemente le ‘capacità’ e le mettevano in valore, sono spazzati via dall’ardore avido di successi immediati dei gruppi formatisi in conseguenza della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo squadrismo, che nel periodo di campagna elettorale è cresciuto sensibilmente, accentuerà la critica al fallimento della politica parlamentare dei socialisti.  Questi, compresa la frazione comunista del partito, sono accusati da Gramsci di non capire il fenomeno fascista e di ricondurlo alla semplice reazione alle conquiste socialiste degli anni precedenti, senza capire che in Italia non esiste uno Stato in grado, nonostante i proclami di Giolitti, di ristabilire l’ordine. Il Parlamento e il governo non funzionano perchè lo stato è in completa decomposizione, perchè ‘la magistratura, la gerarchia militare, la polizia, la burocrazia non ubbidiscono più al loro centro naturale, al governo politico, ma sono controllate arbitrariamente, caoticamente dai gruppi privati incapaci di organizzarsi come nuova classe dominante e di esprimere dal seno di questa organizzazione un governo proprio regolare’. Il fascismo oltre ad espandersi in uno stato che non ha la forza per ripristinare ‘lo spirito gerarchico’ È cresciuto perchè si è identificato con la psicologia violenta e antisociale di alcuni strati del popolo italiano. Quest’analisi amplifica l’analisi del fascismo come semplice fenomeno di classe e colloca lo squadrismo come qualcosa che ‘è divenuto uno scatenamento di forze elementari irrefrenabili nel sistema borghese di governo economico e politico’. Il fascismo È l’antipartito perchè, aprendo le porte a tutti i candidati, ha promesso ‘di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri’. Per Gramsci questo segna il fallimento di sessant’anni di amministrazione liberale, di un modello di governo che non è stato in grado di produrre un alto livello di civiltà. Inoltre È presente un’analisi sociale del popolo italiano per cui c’è una diretta connessione tra la violenza squadrista e la crudeltà peculiare negli italiani che sfocia ‘in fredda contemplazione del male altrui’. Il fascismo, essendo espressione di una violenza che non si limita a reprimere le conquiste della classe operaia e contadina, potrà essere estirpato solo attraverso una ‘restaurazione’, cioè compiendo una rivoluzione, il cui potere sia in mano al proletariato, l’unica classe capace di riorganizzare la produzione e quindi tutti i rapporti sociali che dipendono da questa.  Proprio partendo dalla costatazione del declino dello stato liberale, Gramsci evidenzia quanto la scelta dei  blocchi nazionali, una scelta fatta per la rinascita del liberalismo, sia al contrario il segno della sua fine poichè la classe borghese che aveva fatto della libertà e della responsabilità i fondamenti del liberalismo, ha abdicato, con questa pratica dell’accomodamento, a questi valori  aprendo la strada all’ ‘età della dittatura’. Responsabile della fine del liberalismo è Giovanni Giolitti perchè è per sua volontà che si costituiscono i blocchi al cui interno entrano i fascisti. I blocchi per Gramsci sono il segno più evidente che la classe liberale fonda il suo programma di governo sulla difesa della borghesia dall’offensiva del proletariato. Una dittatura della borghesia quindi in cui i blocchi sono la forma nella quale ‘la dignità della storia scende al livello della farsa e dell’oscenità’ e aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify;">ma nel simbolo dei blocchi le insegne fasciste ricordano che la dittatura borghese È pure una cosa seria e tragica; quando dalla scena elettorale si passa alle lotte combattute in campo aperto, esse ricordano agli operai che la borghesia non cede senza aver provato l’uso di ogni mezzo di difesa e di distruzione. Con tutto ciò il liberalismo non ha niente a che fare, come nulla ha a che fare il coraggio con la violenza dei fascisti operanti all’ombra dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le analisi degli ordinovisti sul fascismo sono sempre affiancate da uno studio della decadenza dello Stato. Quest’ultimo non ha nè la forza e nè la volontà di arrestare lo squadrismo, ma anzi lo protegge e gli dà un contenuto in apparenza politico. Questa in sintesi È l’analisi che Gramsci sviluppa su ‘L’Ordine Nuovo’ a pochi giorni dalle elezioni: un fascismo visto come dimostrazione della decadenza dello Stato.<br />
Partendo da quest’analisi È quindi scontata la dura critica mossa ai socialisti che sarà un altro dei temi maggiormente affrontati dal giornale durante la campagna elettorale.<br />
Il PSI viene accusato di essere ormai ‘servo della borghesia e del Re’, di essere sceso a patti con Mussolini per sopravvivere ai ripetuti attacchi che lo squadrismo sta scagliando contro di loro. Proprio analizzando la politica di Mussolini c’è un interessante articolo in cui è scritto:</p>
<p style="text-align: justify;">a scoprire poi maggiormente il gioco interviene Mussolini per riconoscere che il socialismo, che s’era a poco a poco straordinariamente abbrutito e imbruttito, sta riassumendo un volto umano e possibilmente italiano; trovasi in una situazione crepuscolare di coscienza cui egli, il rinnegato, che di queste cose se ne intende, sembrano scorgere l’intenzione a libarsi della massacrante zavorra russa e a rientrare nella vecchia strada. Il rinnegato a tal prezzo offre la sua tregua, proponendosi di spostare il bersaglio per dare addosso ai comunisti e agli anarchici. I socialisti sempre per trovare un rimedio, non respingono queste offerte, queste carezze che tendono a farlo diventare più umano, più italiano[…]. Noi comunisti ci onoriamo degli attacchi di Mussolini, noi non accettiamo consigli da lui, ci gloriamo dei suoi disprezzi e dei suoi bersagli perchè non siamo abituati a rinnegarci, a tradire la classe lavoratrice che ha da superare questo doloroso scendere del suo calvario che, sempre più doloroso, lo rende la filosofia dei rimedi che va escogitando la socialdemocrazia.<br />
L’entrata di 35 deputati fascisti e il mancato raggiungimento di quella solida maggioranza tanto auspicata da Giolitti, fanno intravedere a Gramsci la possibilità di un colpo di stato, viste le condizioni in si trova lo Stato italiano. L’intellettuale sardo, in un famoso articolo nel giugno del 1921, analizza la politica fascista e le circostanze che le hanno permesso crescere: impunità, complicità delle questure e delle forze dell’ordine e una grande armata di uomini organizzati secondo un sistema gerarchico di tipo militare, con un notevole quantitativo di armi. Gramsci non esclude la possibilità che le camice nere possano giungere in breve tempo al governo politico; si interroga ancora una volta di come il Partito socialista continui a non sostenere una politica rivoluzionaria di fronte al crescere del fascismo e alla decadenza inesorabile dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il colpo di stato dei fascisti cioè dello stato maggiore, dei latifondisti, dei banchieri, è lo spettro minaccioso che dall’inizio incombe su questa legislatura.[…] Quale è la parola d’ordine del Partito socialista? Come possono le masse ancora fidarsi di questo partito, che esaurisce la sua attività politica nel gemito e si propone solo di far tenere dai suoi deputati dei ‘bellissimi’ discorsi in Parlamento?</p>
<p style="text-align: justify;">Per gran parte del mese di giugno si analizzano le difficoltà della legislatura appena inaugurata il 13 giugno. Proprio nel giorno inaugurale, deputati fascisti aggrediscono il deputato comunista Misiano. Gramsci coglie l’occasione per portare avanti l’ipotesi di colpo di stato, analizzando l’accaduto come un’azione delinquenziale ad opera di un gruppo parlamentare composto da criminali comuni che si riuniscono in tutta Italia sotto l’insegna del fascio, ed esorta a prendere atto che lo squadrismo È giunto ai supremi organi dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">La legislatura si è aperta, il fascismo È entrato nel campo dell’alta politica nazionale, e vi è entrato scendendo un altro gradino e facendolo scendere, con sè, a tutto l’organismo dello Stato liberale e parlamentare.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità di un colpo di stato in Italia è il tema a cui Gramsci dedica molto spazio nei suoi articoli. In due riflessioni in particolare si sviluppa il precedente discorso sulla decadenza dello stato liberale ed È evidente la preoccupazione, ma anche la lungimiranza, dell’intellettuale sardo. L’analisi gramsciana si sviluppa dalla domanda se l’Italia sia ancora realmente un regime costituzionale. Essendo venute meno le garanzie costituzionali, prima fra tutte che la legge sia uguale per tutti, Gramsci prende atto che ci sono tutte le premesse per un cambio di regime in senso autoritario. Crede che tutti i proclami di pacificazione, come il discorso del neoeletto Presidente della Camera De Nicola, siano vuoti di sostanza, privi di un riscontro reale nel territorio perchè, al di fuori del Parlamento, le violenze compiute dai fascisti dilagano e restano impunite. Tanto che in agosto analizzerà il patto di pacificazione tra socialisti e fascisti proprio partendo da questa base. Gramsci porta avanti la sua analisi sulla svolta autoritaria in atto nel Paese proprio partendo dalla situazione dell’Italia centro-settentrionale in cui l’attività sindacale È duramente repressa e molti omicidi di operai e contadini sono rimasti impuniti: ‘Cosa significa, cosa rappresenta la situazione di intere provincie e di intere regioni in cui È il fascismo che governa e non più l’autorità ufficiale?’<br />
Uno Stato che non dà garanzie e che non esercita i suoi poteri sul territorio, un sindacato che vive nell’indifferenza questo momento così delicato per la classe operaia sono le premesse  per cui la classe borghese ‘vorrà ad un certo punto amalgamare anche ufficialmente questi due apparecchi e che spezzerà le resistenze opposte dalla tradizione del funzionamento statale con un colpo di forza diretto contro gli organismi centrali di governo’.  Se da un lato analizza la possibilità di un colpo di stato, dall’altro continua a criticare il lassismo dei sindacati ad assumersi le responsabilità di garante della classe operaia. Nel giugno del 1921, la situazione in Italia è davvero poco rassicurante. Il fallimento della politica di Giolitti di avere una maggioranza solida ha prodotto la caduta del suo governo e la nomina di Bonomi –definito da Gramsci ‘il vero organizzatore del fascismo italiano’- come nuovo Presidente del Consiglio il 4 luglio. I fascisti sono entrati in Parlamento e neanche il tentativo di trovare una soluzione alla guerra civile in Italia con il patto di pacificazione, le cui trattative si protrarranno per tutto il mese di luglio avranno gli esiti sperati. Gramsci, analizzando la situazione italiana come una guerra di classe, arriverà però a constatare che il fascismo non si sarebbe limitato a combattere il suo nemico storico, il socialismo, ma avrebbe distrutto le istituzioni dello stato liberale, connivente con il fascismo proprio per il potere e l’autorità che la classe dirigente gli avrebbe permesso di assumere. Scrive Gramsci poco tempo dopo l’entrata dei fascisti a Montecitorio e con le camicie nere che conquistavano sempre maggiori territori nell’Italia centro-settentrionale:</p>
<p style="text-align: justify;">questo è l’ambiente del colpo di stato, non è ancora il colpo di stato nella sua piena efficienza. Esiste ancora il Parlamento, il governo è ancora scelto e controllato dal Parlamento; nessuna legge eccezionale ha ancora abolito formalmente le garanzie statuarie. Ma È possibile immaginare che l’attuale condizione di cose possa durare ancora per molto tempo?<br />
Bibliografia e fonti:</p>
<p style="text-align: justify;">P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Vol. I, Einaudi, Torino 1976.</p>
<p style="text-align: justify;">G. Sabbatucci (a cura di), Storia del socialismo italiano, Vol. III, Il Poligono editore, Roma 1980.</p>
<p style="text-align: justify;">‘L’Ordine Nuovo’, Torino, Gennaio-Luglio 1921.</p>
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		<title>La via spagnola al federalismo</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 11:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>IAbbadessa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Da molti anni nel nostro Paese si parla di riforme in senso federale. Chi più chi meno, quasi tutti gli studiosi della materia hanno dato i loro pareri e suggerimenti in proposito. È noto che questo processo si svilupperà per tappe, prima fra tutte quella relativa al federalismo fiscale che proprio nelle prossime settimane il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da molti anni nel nostro Paese si parla di riforme in senso federale. Chi più chi meno, quasi tutti gli studiosi della materia hanno dato i loro pareri e suggerimenti in proposito. È noto che questo processo si svilupperà per tappe, prima fra tutte quella relativa al federalismo fiscale che proprio nelle prossime settimane il nostro parlamento sarà chiamato nuovamnete a discutere. Tutti, o quasi, conoscono le opinioni, a volte mutevoli, delle formazioni politiche rispetto al tema generale del federalismo. Meno persone, però, conoscono le realtà che altri Paesi vivono rispetto a questo tema. In questa sede ci si vuole soffermare su una breve analisi del più grande fra i paesi iberici per sottolineare gli aspetti principali di quella che è possibile definire “la via spagnola al federalismo”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Costituzione spagnola del 1978<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>, intervenuta dopo la fase quarantennale dello Stato autoritario franchista (1936/39-1975)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a> e una breve fase di “transizione politica” (1975-1978), ha posto le basi per la trasformazione della Spagna<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>, verso una forma di “Stato di diritto democratico e sociale” (art. 1, comma 1) caratterizzato da una “monarchia parlamentare” (art. 1, comma 3). La Costituzione post-franchista<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a> ha garantito il pieno consolidamento della democrazia, dando equilibrata soluzione ad alcune questioni cruciali nella storia politica antica o più recente della Spagna. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, ai poteri del monarca, all’esistenza di un partito unico, alla posizione predominante dell’esercito, all’esistenza di una religione di Stato, al radicato centralismo delle strutture pubbliche, alla quasi inesistente garanzia dei diritti fondamentali. Com&#8217;è evidente si tratta di importanti aspetti oggi ampiamente risolti, infatti, la Spagna del dopo ’78 si presenta come un paese che vede riconosciuti i principi liberali, la presenza di un sistema pluralistico di partiti, un potere militare pienamente sottoposto alle autorità civili, uno Stato che si proclama aconfessionale, una Pubblica Amministrazione oggi ammodernata e decentralizzata e una forte tutela dei diritti fondamentali attraverso diversi strumenti giuridici<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema di governo monarchico-parlamentare si desume sia dal rinnovato assetto giuridico della corona (Titolo II), sia dal modello delineato per i rapporti tra governo e parlamento (Titolo V)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn6">[6]</a>. I poteri della corona sono stati descritti con precisione nell&#8217;art. 62 della Costituzione. In particolare la persona del re assume la più alta rappresentanza dello Stato di cui è simbolo d’unità e permanenza. L’indirizzo politico spetta a governo e parlamento (denominato <em>Cortes Generales</em>) che, legati da un indissolubile legame fiduciario, collaborano nel darvi attuazione nell’esercizio delle rispettive funzioni<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">È dall’art. 2<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn8">[8]</a> che, accanto all’unità indissolubile della nazione spagnola, riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono, e dal Titolo VIII (dedicato all’<em>Organizaciòn Territorial del Estado</em>) che si è avviato un ampio e graduale sviluppo del decentramento politico che ha portato al consolidamento di uno “Stato delle Autonomie” dotato di un forte decentramento istituzionale articolato in comunità autonome dotate di autonomia politica<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo “Stato delle Autonomie” è molto decentrato ma non è ancora uno Stato federale. L’attribuzione della qualifica di “federale” allo Stato spagnolo non è tuttora possibile per diverse ragioni tra le quali abbiamo:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Assenza di una vera Camera delle Autonomie nel parlamento nazionale. Non esiste, nel sistema istituzionale spagnolo, una camera federale che rappresenti le diverse comunità autonome. Oggi il Senato, che l’art. 69 della Costituzione definisce, al comma 1, come “la camera di rappresentanza territoriale”, vede la presenza, accanto a quattro senatori per ogni provincia, eletti a suffragio universale, di un certo numero di senatori eletti dalle assemblee legislative delle comunità. Com&#8217;è evidente, dunque, né la sua struttura né le specifiche competenze affidategli hanno reso possibile lo sviluppo di un suo effettivo ruolo riguardo alle tematiche delle autonomie<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn10">[10]</a>.</li>
<li>Le comunità spagnole sono “autonome”, ma non sono “sovrane” come negli stati federali. La Corte Costituzionale spagnola ha chiarito che autonomia e sovranità sono due cose distinte. Le comunità autonome spagnole, dunque, non sono dotate di un vero e proprio potere costituente, benché siano investite di una potestà statutaria<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn11">[11]</a>.</li>
<li>Non è prevista la partecipazione delle regioni ai processi di revisione costituzionale o alla nomina dei membri della Corte Costituzionale<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn12">[12]</a>.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, benché nasca con forma regionale, lo Stato spagnolo ha acquisito progressivamente tratti e connotazioni di tipo federale dando origine a un modello fortemente decentralizzato. Ė evidente, dunque, che non si può parlare in senso stretto di federalismo spagnolo. Piuttosto il decentramento iberico si colloca oggi in una posizione intermedia tra una forma di regionalismo e un vero e proprio sistema federale. In tal modo, una delle peculiarità più importanti della Costituzione spagnola è quella di evitare una definizione della forma di Stato, lasciando aperto un processo dal punto di vista giuridico e politico dell’attuazione concreta dell’organizzazione territoriale dello Stato<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn13">[13]</a>. </p>
<p style="text-align: justify;">IL SISTEMA DELLE AUTONOMIE TERRITORIALI IN SPAGNA</p>
<p style="text-align: justify;">Com&#8217;è evidente, quindi, il costituente spagnolo del 1978 pose le basi per una profonda trasformazione della Spagna che, se si esclude la breve esperienza della Seconda Repubblica (1931-1936), è stata tradizionalmente retta da un rigoroso centralismo<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn14">[14]</a>. Oltre a sancire il ritorno alla democrazia, si cercò una soluzione per rispondere alle richieste di autonomia provenienti dalle forze nazionaliste, soprattutto basca, galiziana e catalana e, più in generale, per risolvere le diversità regionali che caratterizzano la Spagna come Stato plurinazionale, ma fino a quel momento rifiutate dall&#8217;autoritarismo franchista. La soluzione che emerge costituisce il compromesso raggiunto tra le varie forze politiche con diverse posizioni rispetto al decentramento dello Stato, che oscillavano dall&#8217;idea di uno Stato unitario e centralizzato a quella di una qualche forma di “federazione”. La Spagna, pur non auto-qualificandosi come Stato federale, si compone di comunità autonome dotate di un elevato grado di autonomia, non dissimile da quella degli stati membri delle federazioni. L’opzione, manifestata dalla Costituzione, che consente alle province di costituirsi in comunità autonome ha prodotto un processo di regionalizzazione diffusa che ha coinvolto non solo le regioni storiche (la Catalogna, i Paesi Baschi e la Galizia), dando vita ad un modello di Stato decentrato originale e vivace, che viene comunemente definito <em>Estado autònomico</em> (“Stato delle autonomie”)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La Carta disegna due differenti vie per costituirsi in comunità autonome ed esse potevano scegliere quale procedimento di accesso all’autonomia seguire.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima via, chiamata procedimento “di livello ordinario” o “normale”, è disciplinata dall’art. 143 della Costituzione. Essa prevede per “le province limitrofe, con caratteristiche storiche, culturali ed economiche comuni, i territori insulari e le province d’importanza regionale storica” la possibilità di accedere all’autogoverno costituendosi in comunità autonome. Ai sensi di questo articolo, se i consigli provinciali (<em>Diputaciones</em>) ottengono il concorso dei 2/3 dei comuni compresi nel loro territorio, la cui popolazione sia almeno la maggioranza dal censimento elettorale di ogni provincia, e dopo l’approvazione dello statuto regionale mediante legge organica, è possibile la formazione di una comunità autonoma che potrà essere dotata di un determinato livello di poteri<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn16">[16]</a>. Le comunità autonome sono costituite con l’approvazione dello statuto di autonomia. Questa via è stata seguita per la creazione della maggior parte delle comunità, che sono state definite di “secondo tipo”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra modalità per l’ottenimento dell’autonomia è prevista nell’art. 151, comma 1, e dalla seconda disposizione transitoria e, essendo più complessa è chiamata procedimento “aggravato” o di “livello superiore”. Le comunità, infatti, dovevano soddisfare complessi requisiti procedurali. In primo luogo, si richiedeva che i consigli delle province limitrofe ottenessero il concorso dei 3/4 dei comuni del loro territorio, nonché la ratifica da parte della maggioranza assoluta degli elettori di ogni provincia attraverso referendum<em> </em>popolari. Tuttavia, le regioni storiche non rispettarono questa fase del procedimento di costituzione, in quanto era sufficiente l’accordo, per maggioranza assoluta degli organi pre-autonomici, disposto della seconda disposizione transitoria della Costituzione. Inoltre, lo statuto regionale doveva essere approvato mediante un nuovo referendum e successivamente da parte del parlamento per mezzo di una legge organica<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn17">[17]</a>. Le regioni storiche, insieme all’Andalusia e alla Navarra, hanno utilizzato questa seconda via e sono state definite comunità autonome di “primo tipo”. </p>
<p style="text-align: justify;">LO STATUTO DELLE COMUNITÁ AUTONOME</p>
<p style="text-align: justify;">Lo Statuto della comunità autonoma è la norma istituzionale basica d’ogni comunità, essendo definita dalla Costituzione spagnola come la “norma istituzionale della Comunità Autonoma”. In tal senso lo statuto, non la Costituzione, è la norma che crea, costituisce e pone in essere la comunità. Si tratta di leggi organiche dello Stato che richiedono l’approvazione del parlamento nazionale (le<em> Cortes Generales</em>), cioè, devono essere approvati dallo Stato centrale con la maggioranza qualificata del congresso, invece che quella semplice ordinariamente richiesta. Si tratta di leggi organiche “rinforzate” perché non possono essere approvate oppure modificate senza il consenso della comunità autonoma. Una volta approvate non possono più essere modificate da parte della legislazione ordinaria, neanche statale. In sostanza il suo contenuto è determinato dalla dialettica tra le istituzioni politiche della comunità, quelle dello Stato centrale (delle <em>Cortes</em> in particolare), e dal corpo elettorale (che ha la facoltà di pronunciarsi con referendum)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn18">[18]</a>. </p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe dire che gli statuti di autonomia sono norme “quasi-costituzionali”, perché presiedono all’ordinamento della comunità e traggono la propria legittimazione nella stessa Costituzione del 1978 la quale ne costituisce anche un ineliminabile parametro di riferimento. Questo spiega il perché le leggi regionali (ordinarie) siano gerarchicamente inferiori agli statuti di autonomia. Le leggi statali non sono gerarchicamente superiori alle leggi regionali, il rapporto tra legge regionale e legge statale si spiega per mezzo del “principio di competenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Costituzione spagnola stabilisce all’art. 147, che gli statuti di autonomia devono contenere necessariamente:</p>
<p style="text-align: justify;">a) la denominazione della comunità;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la delimitazione del suo territorio;</p>
<p style="text-align: justify;">c) le competenze assunte dalla comunità autonoma nel quadro stabilito dalla Costituzione;</p>
<p style="text-align: justify;">d) la definizione dell’organizzazione istituzionale;</p>
<p style="text-align: justify;">e) il suo procedimento di riforma.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, gli statuti avrebbero dovuto disciplinare sopratutto in ordine all’organizzazione interna delle comunità. </p>
<p style="text-align: justify;">A definire l’equilibrio fra lo Stato e le comunità autonome concorrono, oltre alla Costituzione, i due “patti autonomistici” concordati nel 1981 e nel 1992 fra il governo in carica e il principale partito d’opposizione. Con il primo, tra le altre cose, è stato definito una sorta di statuto-tipo delle comunità. Con il secondo, in cui il principio di cooperazione fra il centro e la periferia viene qualificato come “consustanziale al buon funzionamento dello “Stato delle autonomie”, si prevede l’istituzionalizzazione di organismi misti (le “conferenze settoriali”), quali “strumenti abituali e normali” per “articolare le attività delle varie amministrazioni pubbliche”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn19">[19]</a>.    </p>
<p style="text-align: justify;">Tra le norme della Costituzione sono inoltre previsti meccanismi di “flessibilità” del livello di competenze disciplinato nello statuto. Ai sensi dell’art. 150, comma 1, lo Stato potrà delegare con legge alle comunità autonome nuove competenze legislative; in base all’art. 150, comma 2, si prevede la possibilità di trasferire o delegare, con legge organica, competenze legislative o esecutive in materie di titolarità statale; infine, l’art. 150, comma 3, stabilisce che qualora l’interesse nazionale lo esiga, con deliberazione espressa a maggioranza assoluta delle <em>Cortes</em>, sarà possibile emanare una legge statale di armonizzazione delle disposizioni normative regionali<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn20">[20]</a>.  </p>
<p style="text-align: justify;">Esiste, poi, anche un meccanismo per costringere le comunità autonome che non abbiano ottemperato ai loro obblighi costituzionali, legislativi o che abbiano agito in modo gravemente pregiudizievole agli interessi generali ad uniformarsi a tali doveri. Sulla base dell’art. 155, infatti, è affidato al governo centrale il potere di richiamare la comunità autonoma ai suoi obblighi e, nel caso in cui questa non provveda e previa decisione espressa dalla maggioranza assoluta del Senato, di adottare le misure necessarie per obbligarla all’adempimento<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn21">[21]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa l&#8217;autonomia finanziaria delle comunità autonome, oltre al divieto di imposizioni fiscali su beni situati fuori dal loro territorio, l’art. 156 prevede che le loro risorse siano costituite da imposte cedute totalmente o parzialmente dallo Stato, da tributi propri, da trasferimenti del bilancio statale (art. 157), e da un fondo di compensazione destinato a correggere gli squilibri economici infra-territoriali in nome del principio di solidarietà, distribuito dalle <em>Cortes </em>fra le comunità autonome e le province (art. 158)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn22">[22]</a>.  </p>
<p style="text-align: justify;">LA DETERMINAZIONE DELLE COMPETENZE: IL “PRINCIPIO DISPOSITIVO”</p>
<p style="text-align: justify;">La ripartizione delle competenze fra Stato centrale e comunità autonome viene determinata attraverso il “principio dispositivo”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn23">[23]</a>, vero <em>dominus</em> in materia, codificato nell’art. 147, comma 2, lettera <em>d)</em> secondo il quale spetta allo statuto di ogni comunità stabilire “le competenze assunte entro il quadro stabilito nella Costituzione e le basi per il trasferimento dei servizi corrispondenti alle medesime”. Questo principio, secondo il quale l’ampiezza delle competenze di ogni comunità viene a dipendere da quanto stabilito nel suo stesso statuto, rappresenta una peculiarità del modello di regionalismo spagnolo. Il quadro costituzionale in cui gli statuti devono muoversi è costituito da un sistema di doppia lista e clausola residuale, previsto negli articoli 148 e 149.</p>
<p style="text-align: justify;">L’art. 149, comma 1, riguardo alle comunità di “primo tipo”, elenca una serie di materie di competenza esclusiva dello Stato che evidenziano un&#8217;indubbia rilevanza nazionale<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn24">[24]</a> (tra queste, i rapporti internazionali o l’immigrazione), mentre le materie non espressamente attribuite allo Stato potranno essere gestite dalle comunità, se assunte nei loro rispettivi statuti. Le materie di questo articolo vengono quindi a costituire l’unico limite per l’assunzione statutaria di competenze da parte di tali comunità<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn25">[25]</a>. Per quelle di “secondo tipo”, il riferimento, durante i primi cinque anni, andava fatto all’art. 148 che espressamente individuava le competenze regionali che la comunità autonoma poteva assumere facoltativamente nei propri rispettivi statuti<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn26">[26]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi due elenchi di materie contenuti nella Costituzione spagnola, nonostante il grado di precisione, non hanno carattere esaustivo di tutte le competenze pubbliche, perciò esistono settori che non sono ricompresi né nell’uno né nell’altro elenco. Inoltre, come si può osservare, sono poche le materie di competenza autenticamente esclusiva delle comunità autonome, dal momento che lo Stato centrale ha titoli trasversali e generici che gli consentono di intervenire nelle materie riservate alle comunità autonome, con il risultato che spesso si creano tensioni dialettiche fra i due sistemi. I rapporti tra competenze statali e competenze delle comunità vedono un’ampia giurisprudenza da parte del Tribunale Costituzionale che si è molto spesso dovuto pronunciare in proposito. </p>
<p style="text-align: justify;">La tendenza che si è manifestata nell’attuazione della Costituzione da parte degli statuti si è sviluppata nel senso della omogeneizzazione del livello di competenze<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn27">[27]</a>. In una prima fase, nel 1981, gli “accordi autonomici” sottoscritti dal governo nazionale conservatore, insieme ai rappresentanti del partito socialista, definirono in termini identici le competenze delle comunità di “secondo tipo”. Successivamente, trascorsi i cinque anni previsti dalla Costituzione, con la firma dei nuovi “accordi autonomici” fra il governo centrale socialista (in carica dal 1982) e il partito popolare all&#8217;opposizione, si delineò un&#8217;equiparazione delle competenze di tutte le comunità, cosicché oggi è difficile continuare a parlare di “primo” e di “secondo tipo”, se non sul mero piano della ricostruzione storica<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn28">[28]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto tra uniformità e “asimmetria”<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn29">[29]</a>, resta, nonostante gli accordi autonomici, un nervo scoperto del regionalismo spagnolo. La presenza di <em>hechos diferenciales</em><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn30">[30]</a> (fatti differenziali),  vale a dire elementi peculiari di alcune comunità autonome (lingua, cultura, o configurazione geografica), comporterebbe, secondo le ancor vive rivendicazioni autonomistiche, la necessità di livelli di autonomia assai più differenziati di quelli odierni. Per fare alcuni esempi, si può evidenziare come allo stato attuale la differenziazione, che consiste in una asimmetria <em>di fatto</em> fra le varie comunità autonome, si traduce in termini giuridici nella previsione di lingue co-ufficiali e di una loro proiezione culturale e istituzionale<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn31">[31]</a>; nell&#8217;esistenza di un corpo giuridico speciale per alcune parti del paese<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn32">[32]</a>; in regimi finanziari speciali<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn33">[33]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro aspetto, tutt’ora aperto nella ricerca di un assetto soddisfacente del regionalismo in Spagna, è rappresentato dalla necessità di dar vita a meccanismi di raccordo e collaborazione tra i diversi livelli di governo. Benché le relazioni tra ordinamento statale ed ordinamento delle comunità autonome non siano regolate dal principio di gerarchia, è frequente che si vengano a creare tensioni dialettiche tra i due sistemi. Nel silenzio del testo costituzionale sono stati creati molteplici organi misti, tra i quali spiccano le “conferenze settoriali”, organi permanenti di collaborazione, creati per ognuno dei principali settori dell’amministrazione nei quali sia lo Stato che le comunità autonome sono rappresentate ai massimi livelli<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn34">[34]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello spagnolo, insomma, rappresenta un interessante “modello” da analizzare soprattutto in funzione dei recenti accadimenti politici che hanno visto riaprire un intenso confronto nei rapporti fra Stato e autonomie regionali (si pensi alla Catalogna), per la presenza delle incalzanti e differenziate domande di autonomia che nel recente passato sono culminate con l’approvazione dei nuovi statuti di autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;"> BIBLIOGRAFIA </p>
<p style="text-align: justify;">G. AMATO, <em>Forme di Stato e forme di Governo</em>, il Mulino, Bologna, 2006.</p>
<p style="text-align: justify;">B. CARAVITA (a cura di), <em>Le Regioni in Europa, esperienze costituzionali a confronto</em>, Giampiero Casagrande Editore, Roma, 2002.</p>
<p style="text-align: justify;">C. CHIMENTI, <em>Noi e gli altri</em>, Vol. II, Parte II, G. Giappichelli Editore, Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">G. DE VERGOTTINI, <em>Diritto Costituzionale Comparato</em>, CEDAM, Padova, 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">T. GROPPI, <em>Il Federalismo</em>, Editori Laterza, Bari, 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">M. IACOMETTI, <em>La Spagna</em>, in <em>Costituzioni Comparate</em>, G. Giappichelli Editore, Torino, 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, <em>I volti del federalismo</em>, Milano, 1996.</p>
<p style="text-align: justify;">F. LANCHESTER, <em>Le Costituzioni degli altri</em>, Giuffrè Editore, Milano, 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">R. SCARCIGLIA e D. DEL BEN, <em>Spagna</em>, il Mulino, Bologna, 2005.</p>
<p> </p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Per una breve analisi sulla storia costituzionale spagnola: M. Iacometti, <em>La Spagna</em>, in <em>Costituzioni Comparate</em>, G. Giappichelli Editore, Torino, 2005, pp. 199-201.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Per un’analisi storica e costituzionale della situazione spagnola si rimanda al testo di R. Scarciglia e D. Del Ben, <em>Spagna</em>, il Mulino, Bologna, 2005.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> Capitale: Madrid; Superficie: 505,811 Km2; Popolazione: 46.954.694 (2010).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a> La Costituzione spagnola del 1978 è facilmente consultabile sul sito: <a href="http://www.boe.es/">www.boe.es</a> n. 311 del 29/12/1978.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a> Per meglio comprendere le importanti innovazioni realizzatesi nell’ordinamento spagnolo si veda il <em>Tìtulo preliminar</em> della Costituzione, destinato ad individuarne le coordinate fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref6">[6]</a> M. Iacometti, <em>La Spagna</em>, in <em>Costituzioni Comparate</em>, G. Giappichelli Editore, Torino, 2005.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref7">[7]</a> Per una più ampia analisi della forma istituzionale e della forma di governo: G. De Vergottini, <em>Diritto Costituzionale Comparato</em>, CEDAM, Padova, 1999, pp. 698-719.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref8">[8]</a> L’art. 2 recita: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà tra esse”.   </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref9">[9]</a> Le comunità autonome sono diciassette: Andalusia, Aragona, Asturie, Baleari, Canarie, Cantabria, Castiglia-La Mancia, Castiglia e León, Catalogna, Comunità Valenciana, Estremadura, Galizia, La Rioja, Madrid, Murcia, Navarra e  Paesi Baschi. Vi sono, poi, due città autonome, Ceuta e Melilla, che non sono configurate come comunità autonome, nonostante la Costituzione prevede una tale possibilità.  </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref10">[10]</a> T. Groppi, <em>Il Federalismo</em>, Editori Laterza, Bari, 2004, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref11">[11]</a> M. Iacometti, <em>op. cit.</em>, pp. 225-227.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref12">[12]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref13">[13]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref14">[14]</a> M. Iacometti, <em>op. cit.</em>, pp. 200-201.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref15">[15]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref16">[16]</a> M. Iacometti, <em>op. cit.</em>, pp. 228-231.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref17">[17]</a> C. Chimenti, <em>Noi e gli altri</em>, Vol. II, Parte II, G. Giappichelli Editore, Torino, pp. 34-39.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref18">[18]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref19">[19]</a> C. Chimenti,  <em>Noi e gli altri</em>, Vol. II, Parte II, G. Giappichelli Editore, Torino, pp. 34-39.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref20">[20]</a> M. Iacometti, <em>op. cit.</em>, pp. 230-231.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref21">[21]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref22">[22]</a> C. Chimenti,  <em>op. cit</em>., pp. 34-39.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref23">[23]</a> <em>Ibidem.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref24">[24]</a> L’elenco è ampio e dettagliato, tra queste abbiamo: le condizioni fondamentali che garantiscono l’uguaglianza dei cittadini spagnoli di fronte ai diritti e ai doveri costituzionalmente sanciti; nazionalità, immigrazione ed emigrazione; rapporti internazionali; difesa e forze armate; amministrazione della giustizia; diritto del lavoro, commerciale, penale, processuale, penitenziario e civile, proprietà intellettuale e industriale; normativa doganale e tariffaria, commercio con l’estero; sistema monetario, bancario, creditizio e assicurativo; pesi, misure, finanza e debito pubblico; legislazione di base in materia di sanità, previdenza sociale, ambiente, amministrazioni pubbliche, boschi, regime minerario ed energetico e mezzi di comunicazione; porti di interesse generale, aeroporti e gli altri trasporti che attraversino il territorio di più comunità; opere pubbliche di interesse generale; tutela del patrimonio artistico e culturale, pubblica sicurezza, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref25">[25]</a> Il contenuto dell’art. 149 risulta più complesso di quello che si potrebbe ricavare da una semplice lettura del disposto iniziale (“lo Stato ha competenza esclusiva nelle seguenti materie”), poiché sono previste tre maniere diverse per stabilire la competenza statale: a) in alcune materie si attribuisce allo Stato la competenza esclusiva, ossia gli si attribuiscono sia le competenze normative sia esecutive (es. relazioni internazionali, difesa, forze armate, ecc.); b) in altre materie, le più numerose, si attribuisce allo Stato la legislazione di “base” cosicché alle comunità autonome rimane la potestà normativa di dettaglio e l’esecuzione (es. materia sanitaria, protezione dell’ambiente, ecc.); c) infine, in determinate materie si attribuisce allo Stato la c.d. “legislazione” (cioè delle norme giuridiche e delle potestà regolamentari), con la conseguenza che alle comunità autonome compete meramente l’esercizio della potestà di attuazione delle norme statali (es. lavoro, proprietà intellettuale e industriale, pesi e misure, ecc.). Per un maggior approfondimento si veda il volume B. Caravita (a cura di), <em>Le Regioni in Europa, esperienze costituzionali a confronto</em>, Giampiero Casagrande Editore, Roma, 2002. </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref26">[26]</a> Le competenze spettanti alle comunità autonome sono di rilievo eminentemente locale, quali: l’auto-organizzazione delle istituzioni di autogoverno; l’ordinamento del territorio; lo sviluppo economico, l’urbanistica, abitazione e opere pubbliche, trasporti locali; l’agricoltura, l’allevamento, i boschi e migliorie forestali, la tutela ambientale; gli impianti idraulici e i sistema di irrigazione, la gestione di terme e fonti; pesca, caccia, mercati locali, l’artigianato, i musei, le biblioteche e i conservatori, il patrimonio artistico, l’aiuto alla cultura e alla ricerca, turismo, sport, tempo libero; assistenza sociale, sanità e igiene; la polizia locale, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref27">[27]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref28">[28]</a> F. Lanchester, <em>Le Costituzioni degli altri</em>, Giuffrè Editore, Milano, 2005, pp. 521-532.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref29">[29]</a> B. Caravita (a cura di), <em>op. cit</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref30">[30]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref31">[31]</a> Per quanto riguarda le lingue: il castigliano è utilizzato ufficialmente in tutto il territorio; ma il catalano, il galiziano, l’euskera (la lingua parlata nei Paesi Baschi), il valenziano e la lingua di Maiorca sono considerate lingue co-ufficiali nelle relative comunità. Si tenga presente che la lingua è un fatto differenziale molto importante in Spagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref32">[32]</a> Il cosiddetto “diritto forale” della Navarra e dei Paesi Baschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref33">[33]</a> In particolare, l’elenco dei “fatti differenziali” per comunità autonoma è il seguente:</p>
<p style="text-align: justify;">1. Paesi Baschi: territori forali (<em>Alava</em>, <em>Guipùzcoa</em> e <em>Vizcaya</em>), lingua, diritto civile forale, polizia locale e sistema di finanziamento speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Catalogna: lingua, diritto civile speciale e polizia locale.</p>
<p style="text-align: justify;">3. Galizia: lingua e diritto civile forale.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Navarra: diritto civile forale, polizia locale, sistema di finanziamento speciale e, nell’area basca, lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">5. Canarie: <em>Cabildos</em> e un particolare regime economico e fiscale.</p>
<p style="text-align: justify;">6. Baleari: lingua, “consigli insulari”, diritto civile speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">7. Comunità Valenziana: lingua e diritto civile.</p>
<p style="text-align: justify;">8. Aragona: diritto civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref34">[34]</a> T. Groppi, <em>op. cit.</em>, pp. 130-133.</p>
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		<title>Auguri ad Ingrao</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 21:57:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"><img class="alignnone size-full wp-image-1386" title="pietro_ingrao2-s" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2010/03/pietro_ingrao2-s.jpg" alt="pietro_ingrao2-s" width="160" height="159" />30 marzo 2010: Pietro Ingrao compie 95 anni e a lui vogliamo inviare un affettuoso augurio. Ingrao non è stato soltanto un uomo politico e il qualificato Presidente della Camera che tutti ricordano. Ingrao è stato ed è per molti giovani un attento maestro di etica ancor prima che di politica. Nessuno ha mai visto Ingrao girare con la scorta sia nella natia Lenola che a Roma o nelle Marche che lo hanno avuto per più legislature come capolista del PCI. Ingrao non ha mai avuto cura per il proprio interesse personale ma sempre e soltanto per il successo delle idee che in collocazioni diverse ha sostenuto. Verso se stesso è stato sempre severo. E proprio per questo sono molti quelli che gli hanno voluto bene e che lo hanno seguito anche per terreni impervi. I suoi ozii erano la musica classica e il cinema che aveva amato da giovane anche se poi lo aveva abbandonato per la Resistenza e per il volontariato politico. Un grazie a Pietro per ciò che ha dato a giovani di successive generazioni, per le speranze che ha saputo accendere, per le battaglie che ha saputo condurre anche pagando duri prezzi. </span></p>
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		<title>L&#8217;addio ad Antonio Giolitti</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 21:38:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; morto a Roma Antonio Giolitti.  L&#8217;Italia deve a lui il primo tentativo di &#8220;studiare il futuro&#8221; e di programmarlo. Era un uomo colto, intelligente, onesto, cortese, legato a Cuneo e alla terra della sua famiglia. E&#8217; stato un valoroso dirigente e combattente partigiano nelle Brigate Garibaldi. Ha militato dagli anni quaranta nel PCI per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">E&#8217; morto a Roma Antonio Giolitti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> <img class="alignnone size-full wp-image-1294" title="screenhunter_02-feb-09-22411" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2010/02/screenhunter_02-feb-09-22411.gif" alt="screenhunter_02-feb-09-22411" width="210" height="290" /></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">L&#8217;Italia deve a lui il primo tentativo di &#8220;studiare il futuro&#8221; e di programmarlo. Era un uomo colto, intelligente, onesto, cortese, legato a Cuneo e alla terra della sua famiglia. E&#8217; stato un valoroso dirigente e combattente partigiano nelle Brigate Garibaldi. Ha militato dagli anni quaranta nel PCI per lunghi anni. Si dimise dal partito nel 1956 e fu il primo comunista di cui il PCI accolse le dimissioni con &#8220;rammarico&#8221;. Si iscrisse successivamente al PSI dal quale uscì per dissensi con l&#8217;on. Bettino Craxi. Il PCI lo elesse senatore nelle sue liste, come indipendente, nel 1987. Nel 1992 si ritirò a vita privata, ma la sua casa rimase aperta ad amici e compagni per incontri fertili di idee.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Fu un bravo ministro del Bilancio e compì un serio tentativo, con Giorgio Ruffolo, di attuare in Italia una politica di programmazione rispettosa del mercato. Tentativo che la DC contrastò e che di fatto stroncò esigendo la sostituzione di Giolitti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Etica ed Economia ne ricorda la figura e la lezione.</span></p>
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		<title>Annodare i fili della sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emacaluso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatto che siano state convocate tre “costituenti” &#8211; per il Partito democratico, per il Partito socialista, per la sinistra alternativa (la Cosa rossa) &#8211; ci dice come la sinistra nel suo complesso non riesce, neanche dopo il 1989, ad unirsi in un solo grande partito. Anzi, proprio dopo l’89, quando è venuta meno la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Il fatto che siano state convocate tre “costituenti” &#8211; per il Partito democratico, per il Partito socialista, per la sinistra alternativa (la Cosa rossa) &#8211; ci dice come la sinistra nel suo complesso non riesce, neanche dopo il 1989, ad unirsi in un solo grande partito. Anzi, proprio dopo l’89, quando è venuta meno la principale ragione di fondo della sua divisione, paradossalmente si è ancora più divisa e frantumata. Eppure all’inizio di questa legislatura tutti i partiti che si definiscono di sinistra, socialisti, comunisti, ambientalisti, si sono ritrovati insieme in una maggioranza e in un governo, dove collaborano con un partito di centro, la Margherita, guidato da un cattolico-democratico come Prodi. Insomma, le antiche contrapposizioni &#8211; riforme o rivoluzione, con l’Urss contro si essa, con il campo antimperialista o con l’anti-imperialismo e, più specificatamente, con gli Usa o contro di loro, in Europa o no &#8211; sono sostanzialmente superate. Ma le separazioni restano.</p>
<p>La storia ha risolto il grande duello che nel secolo scorso divise la sinistra: il socialismo democratico potrebbe essere l’approdo di tutti e il Pse la casa in cui i partiti socialisti – ognuno con la propria storia e individualità – si dovrebbero ritrovare. Invece, in Italia non è così: nasce un Partito democratico che non si colloca nel socialismo europeo e nasce una sinistra alternativa che, anch’essa, non si riconosce in quella famiglia. E nel Pse rimane solo la Costituente socialista. La quale non è solo l’insieme della diaspora ma non è certo ancora un grande partito espressione della sinistra.</p>
<p>In questo quadro, l’anomalia italiana, a mio avviso, è determinata soprattutto nella nascita del Partito democratico, in cui si trovano pezzi del Pci, della Dc e qualche residuato della diaspora socialista. La ragione principale di questo partito è stata motivata dal fatto che né i Ds né la Margherita riuscivano a crescere e, anzi, come ebbe a scrivere Scalfari su “Repubblica” erano al “capolinea”. E per questo dovevano fondersi. Cioè, anziché esaminare le ragioni per cui i due gruppi dirigenti avevano portato le loro formazioni nel governo, ma anche al capolinea, si è cercata una strada riproporsi come “novità”, come risposta alla frantumazione e all’esigenza di dotare la coalizione di centrosinistra di un’asse portante riformista e robusto. L’“asse”, però, nasce dopo una campagna mediatica che non ha precedenti nella storia politica italiana: “Corriere” e la “Repubblica”, insieme in questa occasione, hanno fatto da battistrada a tutta la stampa, tranne rare occasioni, e alle tv. Una campagna che si è intensificata con la candidatura di Walter Veltroni a leader del Pd. Una campagna che ha teso a presentare l’operazione Pd come liberatoria rispetto ai vincoli e al ruolo condizionante che avrebbe avuto la sinistra radicale nella coalizione governativa. La nascita del partito quindi da un lato veniva presentata come un fatto “epocale”, un superamento delle “vecchie culture novecentesche” della sinistra, una sintesi del riformismo cattolico e di quello socialista; dall’altro, più terra-terra e con più verità, come un’operazione politica legata alla situazione del governo e ai rapporti tra le forze che compongono la maggioranza. Tuttavia anche su questo nodo – il rapporto tra Pd e sinistra radicale nella maggioranza governativa &#8211; non si è mai fatto un bilancio e un’analisi delle ragioni per cui la nave governativa fa acqua da tutte le parti. E perché perde consensi tra le masse popolari. Prodi in tutte le occasioni ha teso a difendere la validità di quella alleanza. La nascita del Pd è invece stata salutata come la fine di questa alleanza. Veltroni infatti ha detto che sarà il Pd (e solo esso) ad elaborare un programma al quale gli alleati potenziali possono solo aderire o rifiutare. E il discorso sulla legge elettorale è viziato da questo ruolo egemone che si è auto-assegnato il Pd di Veltroni.</p>
<p>Ma, per tornare al discorso su cosa è il Pd, le cronache sulle primarie e sulla costituente “eletta” con liste bloccate e la nomina dei segretari regionali avvenute in un clima di scontri tra apparati e lobby, non di partito ormai inesistenti, ma costruite attorno agli enti locali (sindaci, assessori) o società pubbliche o semi pubbliche, con consulenti e clienti, sono significative. A questo proposito non si è sottolineato il fatto che i candidati segretari regionali del Pd erano, in alcune regioni, sindaci di grandi città (Bari, Pescara, Messina), per non parlare del leader del partito, che è il sindaco di Roma. In Calabria – dico Calabria – il candidato eletto segretario regionale è l’attuale viceministro degli Interni. Insomma un partito che si propone di rinnovare e modernizzare le istituzioni e il sistema politico, usa le istituzioni come trampolino di lancio per incarichi di partito e gli eletti continuano a esercitare il ruolo di sindaci e di segretari di partito. Ma i sindaci, secondo una concezione democratica, non esprimono gli interessi, la storia e il volto di una città, cioè non sono sindaci anche della minoranza? Non si tratta di dettagli, perché questi fatti esprimono una concezione della politica e delle istituzioni ben precisa. Insomma quale è la cultura politica del Pd? A questa domanda non si risponde. Intanto, si dice, eleggiamo i leader, poi facciamo il partito e poi diamo ad esso una cultura. Veltroni ha nominato una commissione per definire l’identità del Partito!</p>
<p>La povertà del manifesto di Orvieto, carta politico-ideale del Pd, e l’assenza di un dibattito politico-culturale che accompagnasse la formazione del partito, qualifica tutta l’operazione come “stato di necessità” rispetto alla lotta politica in corso. Nel partito infatti opera una mediazione su temi politici essenziali – la riforma elettorale, l’intervento pubblico e il ruolo dello Stato nell’economia, la libertà di ricerca scientifica, e i temi eticamente sensibili – come se si trattasse di una coalizione di governo e non di un partito dove si trovano persone che condividono non solo un programma, ma valori e un’idea della società. Quale avvenire può avere questo partito e quali sono le alternative per chi, anziano o giovane, pensa alla sinistra come espressione di quella parte della società che si batte per il progresso e l’eguaglianza?</p>
<p>Il Pd può avere un futuro solo se a competere con esso non ci sarà una forza consistente, espressione della storia, della cultura, delle battaglie, vinte o perse, della sinistra italiana. Un partito che sappia cogliere le contraddizioni del capitalismo di oggi, quello globalizzato, quello con cui, in passato, nel bene e nel male, hanno fatto i conti il movimento operaio e i partiti socialisti e comunisti con Marx e dopo Marx? Voglio dire che non penso che il Pd, così com’è, possa avere un avvenire come forza che esprime le esigenze della sinistra italiana.</p>
<p>Tuttavia oggi non c’è sulla scena una forza politica in grado di costituire un’alternativa e di competere virtuosamente col Pd. Quanti sono i militanti che provengono dal Pci, dai Ds che hanno aderito con rassegnazione al Pd perché non c’è un’alternativa credibile e consistente? Molti. La Costituente socialista, è stato detto dai promotori, non vuole essere la ricomposizione della diaspora del Psi. In effetti, non solo l’adesione del gruppo di Angius che, con Mussi, non ha aderito al Pd, ha un significato: per la prima volta gruppi di giovani appaiono interessati non solo alla storia della sinistra ma al suo avvenire. Ma si tratta minoranze. Il problema di un partito socialista è quello di essere al tempo stesso un partito di popolo.</p>
<p>Mussi, e i suoi compagni, collocandosi in una specie di limbo politico, non danno un segnale forte che in Italia è possibile costruire un partito socialista che sia in grado di esprimere il nucleo vitale di tutta la sinistra italiana. Un partito che potrebbe costituire un riferimento per chi, nel Pd e in Rifondazione, pensa che la sinistra possa avere un ruolo autonomo, come forza di governo anche quando è all’opposizione. Una forza che abbia la capacità di esprimere una politica cui possano guardare con interesse soprattutto i lavoratori e le nuove generazioni. Ho fatto un riferimento a Rifondazione comunista perché penso che questo partito così com’è, fuori dal socialismo europeo, con un richiamo astratto e senza riferimenti al comunismo, non può essere un’alternativa credibile per quei militanti di sinistra che sono nel Pd e hanno militato in una forza che diceva di volere approdare nell’alveo del socialismo europeo. Per concludere, io penso che in questa fase occorre fare una battaglia politica e culturale rivolta alla sinistra del Pd, alla Costituente socialista, alla Sinistra democratica, a Rifondazione comunista, per annodare tutti i fili che possono formare il tessuto di un partito socialista che abbia i caratteri cui ho accennato. E non bisogna perdere di vista i processi politico-culturali che attraversano il movimento organizzato dei lavoratori, il sindacato. Il quale oggi non ha una sponda politica: dalla cinghia di trasmissione al nulla c’è l’autonomia della politica e del sindacato che per la sinistra non può però tradursi in separatezza. È un’opera difficile, ma necessaria. Il Pd, così come è nato, non può riproporre e rinnovare la storia e il futuro della sinistra italiana. La vischiosità delle formazioni esistenti, la sclerosi dei suoi gruppi dirigenti rende difficile quest’opera. Ma occorre provare.</p>
<p style="text-align: right;">Emanuele Macaluso</p>
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		<title>I riferimenti politici, economici e culturali di una nuova forza di sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>slabini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La programmazione, l’austerità e la questione morale La Programmazione è stata un’esperienza di politica economica rivolta ad orientare lo sviluppo dell’economia e della società verso obiettivi socialmente condivisi ed economicamente sostenibili. Le idee sulla programmazione economica furono sviluppate dal gruppo che ruotava intorno ad Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e che comprendeva Giorgio Fuà, Giorgio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La programmazione, l’austerità e la questione morale</em></p>
<p>La Programmazione è stata un’esperienza di politica economica rivolta ad orientare lo sviluppo dell’economia e della società verso obiettivi socialmente condivisi ed economicamente sostenibili. Le idee sulla programmazione economica furono sviluppate dal gruppo che ruotava intorno ad Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e che comprendeva Giorgio Fuà, Giorgio Ruffolo, Paolo Sylos Labini, Luigi Spaventa, Manin Carabba, proprio in coincidenza della nascita dei primi governi di centrosinistra e dell’entrata dei socialisti nella “stanza dei bottoni” (dicembre 1963).</p>
<p>Gli obiettivi prioritari della programmazione furono la piena occupazione, lo sviluppo del Mezzogiorno e una distribuzione del reddito più equa. Tra le altre linee della programmazione vi furono la riforma scolastica, l&#8217;istituzione delle Regioni, la legge urbanistica e la riduzione della dipendenza energetica dall’estero per conseguire una più ampia autonomia politica.</p>
<p>Al riguardo, è importante ricordare che l’ENI di Enrico Mattei oltre al petrolio e al gas naturale aveva puntato sulla diversificazione delle fonti energetiche investendo nelle centrali nucleari mentre il Cnen di Felice Ippolito aveva lanciato un massiccio programma di ricerca e sviluppo nell’energia nucleare. Oggi sappiamo bene che il nucleare è impraticabile in Italia, in questa sede si intende ricordare lo sforzo che Enrico Mattei e Felice Ippolito stavano facendo per dare al nostro paese una maggiore indipendenza energetica. Ma il tentativo non ebbe buon esito. Mattei, che stava attuando una politica energetica autonoma dalle “sette sorelle”, scomparve in un oscuro incidente aereo nell’ottobre del 1962, mentre Felice Ippolito fu messo in carcere nel marzo del 1964 dopo una violenta e calunniosa campagna di stampa innescata nell’estate del 1963 da petrolieri e industriali elettrici privati che non perdonavano ad Ippolito la battaglia per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’ENEL. La nazionalizzazione dell’energia elettrica ebbe come obiettivo la rottura delle rendite dei monopoli territoriali e la fornitura di elettricità a prezzi convenienti.</p>
<p>La programmazione fu svuotata e depotenziata dalle forze conservatrici che si opponevano ad uno sviluppo dell’economia equo e sostenibile. Oggi una politica di programmazione dovrebbe avere il compito di delineare alcune scelte strategiche e di organizzare intorno ad esse le azioni necessarie per realizzarle al fine di uscire da una crisi economica e sociale sempre più preoccupante. In particolare, andrebbe messa a punto una programmazione degli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale dell’economia e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita. Per essere più precisi, in una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato deve svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia potenziando la scuola pubblica e l’“educazione ambientale”, sia attraverso il fisco, gli standard e i divieti. Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società.</p>
<p>L’Austerità è stata non solo una linea di politica economica ma anche una proposta per un diverso stile di vita e quindi per un modello di sviluppo alternativo che fu lanciata da Enrico Berlinguer alla fine degli anni ’70. Secondo Berlinguer era necessario abbandonare l&#8217;illusione di perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario. Per questi motivi una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco era vista come un passo fondamentale per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base al fine di instaurare giustizia, efficienza, ordine e una moralità nuova.</p>
<p>Anche la Questione Morale fu un tema sollevato con grande determinazione da Enrico Berlinguer di fronte all’esteso sistema di corruzione e al controllo delle istituzioni da parte dei partiti. Oggi il problema si è ancora più aggravato assumendo la connotazione di affarismo politico e registrando preoccupanti infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno delle istituzioni. Nel periodo attuale i due grandi riferimenti per la lotta all’illegalità sono Falcone e Borsellino e la stagione di Mani Pulite.</p>
<p>Dunque i riferimenti storici e ideali di una nuova aggregazione progressista che miri alla riconversione energetico-ambientale del sistema economico, ad una distribuzione del reddito più equa, alla lotta alla corruzione ed al ripristino della legalità possono essere la programmazione, l’austerità e la questione morale. Le posizioni assunte dalla Confidustria e dal Governo di centrodestra sull’energia nucleare e sul Ponte di Messina vanno nella direzione opposta e il mercato da solo non è in grado di trainare il processo di riconversione energetica.</p>
<p>Di contro sembra che oggi esista una sostanziale condivisione degli obiettivi sopramenzionati da parte di un numero sempre maggiore di cittadini, lavoratori e gruppi dirigenti a cui si accompagna,tuttavia, una grande confusione sia sui modi per raggiungere tali obiettivi sia sui riferimenti storici e ideali da cui trarre ispirazione per condurre una battaglia che sarà lunga e difficile.</p>
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		<title>Intervista al Senatore Luciano Barca</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca.html</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 10:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlamento e istituzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[IL PCI E L’EUROPA INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO BARCA ROMA, 20 GIUGNO 2004 rilasciata a Paolo Ferrari In quale modo si avvicinò, all’interno del Pci, alle questioni internazionali e, più specificamente, a quelle europee? Di fatto ho sempre seguito le questioni internazionali fin dal 38-39 attraverso “Relazioni Internazionali” ricca di notizie e documenti anche nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IL PCI E L’EUROPA</p>
<p>INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO BARCA</p>
<p>ROMA, 20 GIUGNO 2004</p>
<p>rilasciata a Paolo Ferrari</p>
<p>In quale modo si avvicinò, all’interno del Pci, alle questioni internazionali e, più specificamente, a quelle europee?</p>
<p>Di fatto ho sempre seguito le questioni internazionali fin dal 38-39 attraverso “Relazioni Internazionali” ricca di notizie e  documenti anche nel periodo fascista. Nel PCI ho cominciato a seguire formalmente le questioni internazionali da quando sono diventato redattore capo de l’Unità di Roma, (dal febbraio 1946 al 1948 sono stato redattore economico; poi, essendo diventato redattore capo, &#8211; e allora il redattore capo era uno -. mi sono dovuto  occupare dei vari settori). Comunque il mio primo impegno operativo di politica internazionale  l’avevo già avuto nel ’46, ma al di fuori del Pci. Pasquale Saraceno mi aveva ammesso infatti nel suo gruppo di lavoro. Io avevo studiato economia, ma, rientrato dalla guerra in Marina, non avevo più trovato il mio professore, Guglielmo Masci,  morto nel ’43, e sostituito da Ugo Papi, emblema del liberismo  ancien regime. Ero quindi e alla disperata ricerca di un maestro e lo trovai in Saraceno. Grazie alla sua generosità  stabilii con lui un particolare rapporto di simpatia e collaborazione che mi coinvolse nella redazione del primo studio  sulla utilizzazione degli aiuti Unrra.</p>
<p>Questo prima di entrare nel Partito?</p>
<p>Sia prima di entrare nel PCI sia dopo. Subito dopo la fine di una parentesi torinese, nel 1945, ho iniziato  a incontrarmi con Saraceno, che aveva formato un gruppo, del quale facevano parte Giorgio Sebregondi, Adriano Olivetti, Ezio Vanoni, ed altri . Ci incontravamo  in via Fratelli Ruspoli dove lui abitava. Ci incontravamo la sera e alle dieci la signora Pina ci serviva la camomilla di Morbegno. Quando io sono stato nominato redattore economico all’Unità,  naturalmente ho avvertito Pasquale Saraceno, dicendogli che forse, dati gli impegni politici divergenti miei e  di Ezio Vanoni, era il caso di avvertire innanzitutto Ezio Vanoni e Olivetti ; forse era anche il caso che io non partecipassi  più a queste riunioni. Invece mi fu detto che nulla ostava, quindi io ho continuato a frequentare Pasquale Saraceno, e l’ho frequentato fino a quando è morto.</p>
<p> Di alcuni aspetti dei problemi internazionali mi sono quindi occupato da subito. All’Unità,  come  redattore economico ritenni giusto  prendere contatto con mister Keeny , che era allora il capo dell’Unrra per l’Italia: persona gentilissima, liberale roosveltiano, che mi ha fatto conoscere Fiorello La Guardia e molte altre persone. Con Keeny avevamo un rapporto molto cordiale; lui tra l’altro cominciava a essere colpito dalla disonestà di alcuni ministri e quindi ripeteva: “Voi comunisti siete comunisti, però almeno siete onesti”; e in particolare ammirava Emilio Sereni che era ministro dei lavori pubblici, di cui mi parlava sempre bene perché diceva “è l’unico che mi dà rendiconti precisi”.</p>
<p> Nel 1947 arriva il Piano Marshall. Sul piano Marshall si accese una illusione in  noi giovani della redazione. Gabriele De Rosa che era il responsabile degli esteri e che adesso è Presidente  dell’Istituto Sturzo  ci convinse – io, in verità ero già convinto  anche alla luce  dei rapporti diretti con gli americani per l’Unrra – che il Piano Marshall era assolutamente essenziale per l’Italia e per l’Europa. E l’illusione si rafforzò quando vedemmo  che la Cecoslovacchia aderiva al piano. Quando arrivò il no di Mosca e la Cecoslovacchia ritirò la firma, in un gruppo dell’Unità ci ribellammo a questa posizione e inviammo un memoriale a Togliatti che passava tutte le sere al giornale e con il quale avevamo un ottimo rapporto. Il memoriale lo firmammo io e Alfredo Reichlin.  Per quindici giorni regolarmente Togliatti viene, ci saluta, e non dice nulla. Dopo quindici giorni, vissuti con un po’ di patema d’animo, anche perché Togliatti aveva una grande personalità, Togliatti viene, si chiude nella stanza del direttore e ci manda a chiamare.  Ci spiega che noi, da vari punti di vista, abbiamo ragione, ma che il quadro mondiale è mutato rispetto a quello dell’immediato dopoguerra ( la grande rottura era iniziata con il discorso di Churchill a Fulton) , l’Europa è divisa e in questa situazione aderire al Piano significherebbe rompere con l’URSS e con Stalin   e che quindi bisogna fare di necessità virtù e bisogna prendere posizione  contro, sia pure cercando di argomentarla in maniera seria, individuando vantaggi e  svantaggi  ( per esempio le importazioni di carbone polacco sarebbero state meno costose rispetto al carbone importato con le navi Liberty, né era da sottovalutare  il rischio che il grano donato scoraggiasse la ripresa dell’agricoltura, delle semine, dato che tutta l’Italia meridionale era a grano,ecc).  Togliatti ci informa anche che il discorso alla Camera sul Piano sarà affidato al deputato Valdo Magnani e che questi terrà conto di alcuni punti  del nostro memoriale. De Rosa rifiuta di accettare questa linea e da qui comincia un suo distacco, una sua crisi, per cui lui torna a legarsi  al vecchio gruppo di Franco Rodano, e alla fine uscirà dal partito.</p>
<p>Poi negli anni Settanta le strade di Rodano e del Partito si rincontreranno…</p>
<p>Fino a un certo punto: non ne sono così convinto come lei, anche se Rodano ha avuto rapporti con Togliatti ( è stato il tramite con mons. De Luca e con Mattioli)  , e ha tentato di rinnovare questi rapporti con Berlinguer. Credo che sia nel periodo togliattiano che in quello di Berlinguer, Rodano abbia  avuto delle diversità profonde di linea che hanno pesato. Nel periodo della Segreteria Berlinguer, Rodano ha fortemente contribuito, anche  attraverso il ruolo esercitato da Tonino Tatò, che era capo dell’Ufficio stampa del PCI, a dare una versione del compromesso storico profondamente diversa da quella data dal segretario del PCI : questi aveva parlato , ed era su questo che Moro concordava,  di un superamento della conventio ad excludendum  e di un ritorno ad un rapporto di normalità democratica tra DC e PCI ( normalità che avrebbe consentito alleanze, alternanze etc come è in tutte le democrazie) mentre Rodano aveva in testa l’incontro tra comunisti e cattolici ( democrazia cristiana). E tale è stato il suo impegno che perfino dentro il gruppo dirigente del PCI alcuni hanno considerato come versione esatta del compromesso quella rodaniana ( che non a caso escludeva Moro come interlocutore ed emarginava il PSI.) In ogni caso la sovrapposizione del pensiero di Franco Rodano, (l’incontro fra chiesa cattolica e comunismo), ad un’operazione del tutto laica quale era il compromesso storico per restaurare le regole della Costituzione, ha creato grande confusione e seriamente danneggiato l’operato del PCI.</p>
<p>Arriviamo, dopo il Piano Marshall, alla Ceca, alla Ced e al Mec, e alla posizione di equivalenza tra europeismo e atlantismo.</p>
<p>No, non c’è questa equivalenza , almeno non per tutti. L’errore dei padri dell’Europa fu quello di premettere a tutto la Ced ( Comunità europea di difesa) alla quale il PCI fu fortemente contrario.  Probabilmente sbagliò, perché sarebbe stata meglio la Ced della Nato. Comunque  questa scelta  venne vista, non solo da noi, come una organizzazione militare diretta contro l’Urss,  che avrebbe aggravato  la spaccatura dell’Europa. Non a caso la proposta fallì lasciando un sospetto sulle successive iniziative europee. Comunque non ricordo documenti di diretto attacco alla Ceca, né alla nascita del Centro di ricerche nucleari . Come  amico di Ugo Amaldi che andò lì a lavorare -, mia moglie è una fisica nucleare, &#8211; seguii personalmente con grande interesse la nascita del Centro anche perché l’Europa aveva bisogno di puntare sulla ricerca se non voleva rimanere per sempre subalterna agli Stati Uniti. Non ricordo attacchi particolari ala nascita della Ceca  anche se c’è stata preoccupazione da parte di alcuni: è ovvio che la guerra fredda spingeva più ai toni esagitati che alle critiche ragionate. Praticamente i due dirigenti che allora contavano nel PCI in politica economica erano Mauro Scoccimarro, marxista ortodosso rimasto alle dispense del carcere, e Giorgio Amendola. Amendola  era un liberale riformista, indubbiamente coerente, ma convinto che tanto più il Partito comunista si potesse spostare su posizioni riformiste, quanto si coprisse a sinistra gridando viva l’Urss e abbasso l’America. Non a caso Giorgio Amendola è quello che fino all’ultimo resta critico verso lo “ strappo con Mosca e vota in Direzione contro Berlinguer  a favore dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.</p>
<p>Questa mi sembra una contraddizione…</p>
<p>E’ una contraddizione che molti  nascondono, ma è un fatto che quello  che passa come un leader liberale era il più filosovietico. La contraddizione era del resto comune a molti statisti francesi: Pinay l’ha teorizzata per primo, poi De Gaulle : quanto più la politica interna era di destra, tanto più si doveva giocare a sinistra sul piano internazionale, e viceversa. Questa era la concezione di una certa scuola, compresa l’Alta scuola amministrativa di Parigi : balancer in maniera da far trangugiare all’operaio posizioni di destra sventolando la bandiera dell’Urss o comunque assumendo posizioni autonome da Washington.</p>
<p>E’ la famosa “Europa dall’Atlantico agli Urali”?</p>
<p>Anche , è ovvio. A dominare la politica economica – dicevo &#8211; sono nel PCI questi due dirigenti. Però, francamente, fino a quando sono stato a l’Unità, io ho fatto quello che ritenevo giusto fare. Per esempio una  volta che Scoccimarro ha fatto un discorso che proprio non andava, quando Togliatti è passato in redazione ho detto “Guarda è passato Scoccimarro che vorrebbe quattro cartelle del suo discorso. E’ proprio un discorso che non va”. Lui mi ha detto: “Va bene, due righe, sei autorizzato a  dìre che i “compagni” hanno detto due righe”.  C’era una notevole libertà per noi giovani, anche se non per i membri della Direzione. una certa tolleranza e amicizia di Palmiro Togliatti.</p>
<p>Debbo ricordare a questo punto  che io nel 1950 mi allontano dai centri decisionali del partito.  Nel ’50  lascio Roma, vado a fare il redattore capo a Milano, poi , nel 1953 il direttore de l’Unità a Torino. Ed è  Torino che vivo l’esaltazione e  il dramma del ’56 insieme ad un importante gruppo di intellettuali, dato che  alla cellula de l’Unità avevamo aggregato la cellula dell’Einaudi, dove c’erano Calvino, Giulio Bollati, Boringhieri.  A Torino viviamo in modo drammatico l’invasione dell’Ungheria  il ’56, con posizioni differenziate da l’Unità di Roma. E’ chiaro che gli editoriali, quello famoso  di Ingrao “Da una parte o dall’altra della barricata” lo dovemmo pubblicare anche noi, anche se protestammo e chiedemmo delle correzioni che non ci furono. Però sui resoconti dall’Ungheria, interveniva ampiamente  Gianni Rocca…</p>
<p>Non c’era Alberto Jacoviello?</p>
<p>Si. Era l’inviato de l’Unità.  Però noi, sbagliando, avevamo puntato sin dall’inizio non tanto su Nagy, quanto avevamo puntato su un colonnello, il quale si era messo a capo dei Consigli operai.  Torino era la città dei  Consigli operai, e noi vedemmo in quella uscita dei Consigli operai, in quella presa di autonomia dal Partito dei Consigli operai un segno di speranza e cominciammo a dare rilievo a  qualsiasi riga arrivasse da qualsiasi agenzia sui Consigli operai. Sarebbe interessante oggi fare un confronto tra le varie Unità ( Roma, Milano, Torino, Genova) che ancora godevano di una relativa autonomia. Le nostre prese di posizione dettero luogo ad una polemica con Roma e ben due</p>
<p>membri della Direzione, Giorgio Amendola e poi Arturo Colombi, furono inviati a Torino per avere a casa mia incontri con i “dissidenti”.</p>
<p>Del resto, nel ’56, già prima dell’Ungheria, avevamo concordato con Italo Calvino una iniziativa di critica aperta alla politica culturale del PCI , critica che si tradusse in due saggi citati da Asor Rosa nella Storia d’Italia di Einaudi.</p>
<p>Per la legge del contrappasso, quando  nel ’57 lasciai la direzione de l’Unità di Torino vengo nominato viceresponsabile della Commissione culturale, di cui rimane responsabile ilo dirigente che , con Calvino,  avevamo attaccato, cioè Mario Alicata. Potei fare ben poco; detti vita però a una sezione di urbanistica del Pci, che è vissuta per vent’anni. Poi creai, questo d’accordo con Franco Ferri ( e con Togliatti) , una sezione economica all’Istituto Gramsci. Praticamente prendemmo l’abitudine di fare un seminario una volta al mese, qualche volta due volte al mese, frequentato molto bene e che comincia a contrapporsi un po’ alla linea del Partito.</p>
<p>Vi occupaste anche dei Trattati di Roma?</p>
<p>No, francamente no,  anche se la dimensione europea era presente in molti dibattiti ed il respiro europeo era proprio della formazione di alcuni partecipanti come Garegnani o Claudio Napoleoni.</p>
<p>Quei seminari portarono una freschezza nuova nel dibattito del PCI e ciò non sfuggì a Togliatti , abbastanza critico ed insoddisfatto della politiva economica elaborata a Botteghe Oscure . Sia per tale motivo sia perché Togliatti vuol tentare di prevenire l’abbandono del partito da parte di Antonio Giolitti , che stimava molto, nasce a questo punto l’idea di una rivista di politica economica , esterna al partito, da affidare alla direzione di Giolitti. Purtroppo prima che ciò avvenga , a seguito di un violentissimo attacco di Luigi Longo, Giolitti si dimette dal PCI. La rivista “ Politica ed economia” nasce lo stesso nel 1957, non ostante l’opposizione di Amendola e Scoccimarro,  con un comitato di redazione ed io ne diventerò direttore effettivo ad ottobre anche se mi dedicherò totalmente alla rivista  nel 1958 quando lascerò, sconfitto, la commissione culturale.</p>
<p>Giolitti sii dimette anche a causa delle questioni europee?</p>
<p>Uno dei motivi fu l’opposizione del Pci ai Trattati di Roma, anche se nel Comitato federale di Cuneo che discusse le dimissioni e nel quale io rappresentavo il centro del Partito, la questione dominante fu l’interpretazione del concetto di egemonia in Gramsci, e se l’egemonia può essere confusa con il centralismo democratico e con la dittatura del proletariato. E’ per le posizioni sulla dittatura del proletariato che una parte dei dirigenti ( da Bufalini a Scoccimarro) anche perseguitandomi per telefono durante la riunione, voleva l’espulsione o almeno la radiazione di Giolitti invece che l’accettazione “ con rammarico” delle dimissioni come facemmo, creando una novità nella storia del PCI.</p>
<p>Con la mia diretta presenza in redazione la redazione di Politica ed economia si arricchisce di alcuni giovani che sono Valentino Parlato, Lucio Magri e altri. Stabiliamo stretti rapporti anche con  giovani sindacalisti. Anche per questo ci  viene messo, su richiesta di Amendola, nel comitato di redazione, un “tutore”, che è Emilio Sereni.</p>
<p>Ma perché Amendola ce l’aveva con questa rivista?</p>
<p>Per formazione e carattere Amendola ce l’aveva con qualsiasi cosa sfuggisse al suo diretto controllo, questa è la verità. Cercava anche di difendere il ruolo di supervisore della politica economica che si era conquistato. In verità Amendola non è mai stato un cultore dell’economia , ma poiché era amico di Adolfo Tino, vice di Cuccia a Mediobanca,  si faceva un paio di viaggetti all’anno a Milano, si faceva dare  un po’ il quadro della situazione e poi lo rivendeva con intelligenza. Non a caso considero Amendola il miglior politico che abbiamo avuto nel PCI, nel senso della sensibilità politica e del naso politico. Lui aveva un odorato politico eccezionale, un sesto senso: io per questo l’ho sempre ammirato e consultato, anche se l’ ho spesso  combattuto per le sue posizioni, che erano uno strano miscuglio di destra liberale e di sinistrismo marxisteggiante. E’ grazie al suo fiuto politico che forse per primo ha inteso l’importanza di una dimensione europea.</p>
<p>Sul piano ufficiale e formale in ogni caso   tutta la storia della elaborazione economica del Pci in quegli anni è una storia di occasioni mancate: noi abbiamo mancato per esempio l’occasione della Conferenza di Bad Godesberg, anche se Politica ed economia ne coglie l’importanza. ( ma Politica ed economia non era il Partito) con grande gioia di Ugo La Malfa che ripubblica per intero il nostro saggio sulla Voce Repubblicana.</p>
<p>Nei confronti del Mercato Comune come si poneva Politica ed economia?</p>
<p>Non abbiamo mai preso posizioni direttamente politiche. Però bisogna cancellare l’idea che il Partito comunista fosse un partito antieuropeo. Questo è proprio un errore, e non sto parlando di Luciano Barca che aveva personali rapporti con l’Aicce ( Associazione dei Comuni europei) o di Politica ed Economia , sto parlando del Partito in generale. Non era assolutamente un partito antieuropeo, e questo già con Togliatti almeno dal 1960.</p>
<p> Qual è la carta che Togliatti gioca con i sovietici? La carta che Togliatti gioca con i sovietici per  conquistare autonomia è la peculiarità italiana costituita da tre elementi : a)noi siamo nati da una costola del Psi, che organizza insieme a noi la maggioranza della classe operaia; se noi rompiamo col Partito socialista italiano diventiamo una minoranza, quindi non possiamo ignorare un rapporto costruttivo con il Partito socialista italiano; b) operiamo in un paese cattolico sede della Chiesa cattolica ;c) tra le classi sociali ha una particolare importanza in Italia il ceto medio produttivo , che in parte notevole  si è legato al PCI e dobbiamo tener conto di ciò nella nostra politica economica e in generale. Non a caso Togliatti fin dalla prima conferenza economica nazionale del 1945 aveva reso chiaro che il PCI era contrario ad una economia pianificata, era a favore di una economia che riconoscesse il ruolo dell’iniziativa privata, e non stabilisse controlli diversi da quelli in uso  negli Stati Uniti e in Inghilterra. Questa è la prima dichiarazione formale sulla politica economica fatta da  Togliatti,  Il quale poi torna alla carica nel ’46 in un famoso articolo di “Rinascita” in cui scrive: noi abbiamo fatto un compromesso con la classe capitalistica italiana, abbiamo rinunciato alla socializzazione economica, in cambio di una carta costituzionale che ci aiuti a portare avanti la socializzazione politica, perché nel lungo periodo è la democrazia e la socializzazione politica quello che conta, e non la socializzazione economica. Fino al 1960, dunque,  Togliatti usa la peculiarità italiana, sia con Stalin che poi coi successori; nel 1960 c’è un piccolo importante cambiamento. Se uno si mette a studiare tutti i documenti del PCI lo può cogliere : si comincia a parlare di peculiarità europea. Si dice  cioè  ai sovietici che l’occidente non è l’oriente. Il che è un passaggio significativo. Nel 1961 io assisto, per una fortunata circostanza , avendolo preparato io come membro della segreteria delo PCI , all’incontro tra Thorez e Togliatti, e in questo incontro si parla chiaramente della necessità di una maggiore collaborazione tra i Partiti europei al fine di influire sulla politica dell’Europa. Si tratta di un colloquio di cui non credo esista traccia, perché ne siamo stati testimoni per il Partito comunista francese Guyot, che purtroppo è morto, e per il Partito comunista italiano io. Togliatti d’altra parte non aveva l’abitudine di lasciare appunti.</p>
<p>E i convegni del Cespe sul capitalismo italiano e sul capitalismo europeo del 1962 e del 1965?</p>
<p>Sono momenti importanti. Io considero una tappa molto importante soprattutto il convegno del Gramsci organizzato all’Eliseo nel  ’62 per volontà di Amendola.. Anche se le conclusioni del convegno, fatte da Amendola soprattutto in polemica con chi dava per liquidate talune vecchie contraddizioni italiana come quella meridionale ( Trentin, Libertini) , sono e suonano arretrate rispetto alle relazioni e alla ricchezza del dibattito, il convegno segna un importante aggiornamento “europeo” dell’analisi del capitalismo italiano e delle sue nuove contraddizioni e apre nuovi campi di ricerca e di iniziativa. I risultati delle nuove ricerche e del lavoro fatto emergeranno – superato il triste periodo dell’XI Congresso quando parlare di “nuovo modello di sviluppo” divenne quasi un reato – quando, nel 1969,   diventerà vicesegretario Berlinguer che, non solo ha una visione europea, ma anche una serie di amicizie europee, perché molti dei capi della socialdemocrazia europea erano stati suoi colleghi nelle organizzazioni internazionali giovanili che Berlinguer  aveva diretto nel periodo in cui non esisteva ancora la cortina di ferro. Lui utilizza queste amicizie e questi legami per cominciare a tessere un discorso. Di tutto questo però, per dirla francamente, si discute più nei convegni e nelle riviste che nella Direzione del Partito e nei Comitati Centrali: le novità cominciano a entrare per la prima volta in Direzione nel 1971.</p>
<p>Alla vigilia del convegno sull’Europa dell’Eur?</p>
<p>No, in occasione della crisi del dollaro: è la decisione di Nixon del 15 agosto di rendere inconvertibile il dollaro e di “uccidere” Bretton Woods che obbliga tutti a prendere atto di una nuova realtà.  Chiaramente dal verbale della Direzione del Partito emerge per la prima volta il tema il tema  dell’Europa e la consapevolezza della necessità di un suo ruolo. E tocca ad Amendola , che avevo tenuto informato dei contatti avuti con Carli e con Ferrari Aggradi, a porre il problema di una moneta europea non dipendente dal dollaro ( si veda verbale della Direzione del PCI del 7 settembre e mio diario depositato alla Fondazione Feltrinelli )</p>
<p>Gli anni settanta sono ricchi di una elaborazione nuova, in cui il ruolo dell’Europa assume crescente importanza ( vedi rapporto di Berlinguer al CC del dicembre 1974) , e ad essa  seguono una maggiore adesione ai processi reali del Paese e grandi successi elettorali : alle regionali del ‘75 il PCI raggiunge il 33,5 dei voti e ciò ( anche nel clima della sconfitta degli USA in Vietnam) concorre a creare una attenzione nuova verso di noi. . Purtroppo ciò si accompagna ad una crescente polemica con il PSI , arroccato formalmente sulle sue formule della programmazione, ma , soprattutto  teso ad acquisire posizioni di potere nella società civile ed anche in quella bancaria e finanziaria ( Ciò assumerà aspetti abbastanza clamorosi con la Segreteria Craxi).</p>
<p>L’attenzione nuova è solo italiana ?</p>
<p>E’ in primo luogo italiana anche se suscita interesse nei socialdemocratici tedeschi e nei socialisti francesi. Ma sembra che anche gli Stati Uniti decidano di osservarci più da vicino. Nel giugno del 75 per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Wenick con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del PCI prende contatto con me ( ovviamente autorizzato da Berlinguer). E’ la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del PCI., anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. ( in  realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano). Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre ad Wenick la necessità di incontrare , prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta membro della Segreteria e nostro “ministro degli Esteri. La richiesta spaventò evidentemente l l‘ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito :a pranzo da Piperno. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Wenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo.</p>
<p>Ma era veramente della Cia ?</p>
<p>Quando, alla vigilia del primo incontro cercai informazioni su di lui, mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca , a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici. Però il corrispondente del Corriere della Sera a New York , Claudio Gatti – il quale ha scritto un libro che è stato fatto sparire e non si trova più perché vi sono documentati da fonte ufficiale americana tutti i finanziamenti dati dalla Cia alla Democrazia cristiana e ad altri Partiti e nel quale si parla anche dei miei incontri – quando è venuto a trovarmi a Roma per avere la mia versione del rapporto tra PCI e ambasciata americana mi ha garantito che Wenick non dipendeva dalla Cia ma dal Dipartimento di Stato.</p>
<p>L’incontro poi fu positivo?</p>
<p>L’incontro con Pajetta  andò benissimo, e così riprendemmo i contatti avallati ora non solo da Berlinguer, ma anche dalla Commissione esteri.del PCI.</p>
<p>L’incontro si svolse nel 1975?</p>
<p>Sì, nel 1975. E poi sono cominciati ad arrivare altri  americani, anche quelli della Exxon tra gli altri , tutti in cerca di  assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica:  non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava.</p>
<p>Molti rappresentanti di gruppi americani , forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica , apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità ( 1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito.</p>
<p>L’ala riformista del Partito non era favorevole?</p>
<p>Consideravano l’austerità quasi come una cosa mistica, religiosa. C’è su questo anche una lettera di Claudio Napoleoni a Berlinguer in polemica con Amendola. Napoleoni fu uno dei pochi che insieme a La Malfa apprezzò molto l’iniziativa che Amendola invece criticò considerandola moraleggiante. Tutto ciò che aveva a che fare con l’etica gli “puzzava” un po’ di chiesa , ma soprattutto temeva che l’austerità divenisse un nuovo motivo di polemica con Craxi..</p>
<p>Ma c’erano rapporti diretti tra Berlinguere  e Craxi.?</p>
<p>C’erano ( anche se non sempre furono facili) e ci furono proprio sul tema che la interessa e cioè sulla Europa e la sua unità. Ce ne furono all’immediata vigilia dell’ingresso nello Sme per assumere una posizione comune. Noi ci eravamo preparati all’ingresso nello Sme in modo molto serio , mantenendo contatti costanti con la Banca d’Italia e personalmente con Baffi ( nel mio archivio consegnato alla Fondazione Feltrinelli c’è un carteggio riservato con Baffi ) ma anche con socialisti italiani, francesi e laburisti inglesi. Ne avevamo tratto la conclusione, condivisa dal PSI,  che l’Italia avesse ancora bisogno di almeno sei mesi per prendere alcune misure strutturali e per pilotare al ribasso la lira al fine di evitare successive svalutazioni traumatiche ( che effettivamente ci furono).</p>
<p>E’ un falso che  il PCI abbia rotto con il governo di solidarietà nazionale, nato nel giorno drammatico del rapimento Moro e guidato dall’on. Giulio Andreotti, sulla questione dello Sme. Una prima rottura nei rapporti di maggioranza e in Parlamento era già avvenuta sulla questione delle nomine negli Enti e quando intervenne il voto sullo Sme la crisi era di fatto già aperta sul cosiddetto “Piano triennale” messo a punto da Pandolfi.</p>
<p>Purtroppo l’idea del piano triennale era proprio partita da noi che avevamo raccolto una proposta di Luigi Spaventa (a Pandolfi l’avevamo presentata Spaventa ed io) tesa a coprire il vuoto programmatico del governo di solidarietà. Superata  con strascichi pesanti la vicenda conclusasi con l’assassinio di Moro – l’unico leader DC portatore di una strategia – il governo Andreotti si era ridotto a una gestione dell’ora per ora senza un progetto, senza scelte di medio periodo. E Spaventa propose di aprire un dibattito su queste scelte. Pandolfi ne parlò alla Segreteria Dc e ad Andreotti e fu incaricato di redigere una bozza sulla quale aprire un confronto. Il guaio è che quando andiamo al primo incontro di tutti i partiti della solidarietà nazionale, il 24 ottobre, Pandolfi ci presenta un testo che già nelle prime righe è per noi inaccettabile, perché prevede come scelta primaria  la riduzione del salario orario. Il confronto divenne immediatamente duro e di contrapposizione e inutili furono i tentativi di mediazione operati con me e con il socialista Signorile da Ferrari Aggradi. Inutile fu anche la mia proposta, concordata con Berlinguer , Chiaromonte e Napolitano, di sostituire la riduzione del salario orario con “ la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto.” Pandolfi rifiutò ogni modifica ed in privato mi disse che questa era la posizione dettatagli dalla segreteria democristiana. Berlinguer a questo punto mi incaricò di pronunciare un discorso in Aula , dove era in corso il dibattito sul bilancio, di dura critica alla politica economica del governo. Il discorso fu giudicato dal gruppo DC ( anche questo è agli atti della seduta della Camera) un discorso di opposizione.</p>
<p>E’ in questa situazione di pre crisi che arriva in Parlamento il voto di adesione allo SME sul quale il governo ed in particolare Pandolfi avevano , anche per merito di Baffi, mantenuto una posizione prudente che avevamo apprezzato. Ne fa fede il documento della Direzione del PCI  il quale afferma  che l’Italia può aderire all’accordo monetario “sulla base delle condizioni già esposte dal Ministro del Tesoro in Parlamento, e di precise garanzie, non tanto per la pur necessaria flessibilità della manovra monetaria, quanto per la modifica della politica agricola comunitaria e per il coordinamento tra le politiche economiche dei Paesi membri”.</p>
<p>Questo documento pare possibilista…</p>
<p>Sì, è possibilista e non certo negativo..</p>
<p>Poi non vennero quelle garanzie che voi chiedevate?</p>
<p>No, appunto. Il documento che ho citato è un documento della Direzione del Pci del 21 novembre 1978 (le date sono importanti, per valutare le reali cause della crisi governativa) Io l’ho votato anche se avrei voluto un accenno, che non ci fu per l’opposizione di Napolitano, al rapporto con il dollaro nel timore che, in assenza di un accordo tra paesi dello Sme e Stati Uniti, la lira si trovasse come un vaso di coccio nella competizione tra marco ( moneta dominante nello Sme) e dollaro. Proprio in base alla stessa preoccupazione il governatore della Banca d’Italia, Baffi,  aveva riservatamente proposto – ma le sue proposte non erano state accolte – che i coefficienti di  divergenza tra le varie monete fossero misurati rispetto a un paniere di cui facesse parte, eventualmente, anche il dollaro. Su questo punto e sul rischio di un dominio del marco  scrissi in ogni caso   un articolo sull’ Unità .</p>
<p>Il 22 novembre ebbi uno  scambio di lettere con Albertini, presidente del Movimento federalista, per chiarirgli la nostra posizione sullo Sme: riconosco la delicatezza della situazione che si creerebbe se solo l’Italia rimanesse fuori, sia pure temporaneamente, ma non sembra sia così. I miei incontri all’ambasciata inglese – questo è l’altro fattore che ha giocato – dicono che le nostre riserve sono ampiamente condivise dagli altri e che esiste lo spazio per impostare meglio l’operazione.</p>
<p>Si giunge così all’ 8 dicembre 1978, giorno cruciale: accompagno Berlinguer, avendo seguito per tutto il mese, come responsabile economico del PCI, gli sviluppi della trattativa condotta da Pandolfi ( nella quale erano in discussione due posizioni : in assenza delle garanzie ufficialmente richieste  l’Italia rinvia l’adesione, oppure l’Italia aderisce in via di principio ma rinvia di tot mesi l’applicazione.)  Mentre entriamo in anticamera, incrociamo l’on Craxi  accompagnato da Cicchitto che sono stati ascoltati sullo stesso tema, e che ci sussurrano di aver trovato Andreotti abbastanza favorevole alle ragioni di un approfondimento “dopo” l’adesione di principio.</p>
<p>Il nostro incontro con Andreotti  si protrae dalle 10 alle 12.15 e la mia impressione è che Andreotti sia abbastanza sensibile alle argomentazioni non solo politiche ma anche tecniche – che poi sono fondamentalmente quelle della Banca d’Italia , anche se probabilmente  Enrico Berlinguer aveva consultato anche Siglienti – che abbiamo portato circa la necessità di non precipitare le decisioni e conquistare alcuni mesi per continuare a negoziare, dato che nella riunione di Bruxelles erano state respinte le condizioni che lo stesso governo italiano aveva ufficialmente indicato come minime per un’immediata piena adesione.  All’uscita, assalto dei giornalisti, ai quali consegniamo il testo di una dichiarazione. Un giornalista chiede se la nostra posizione è un rinvio dell’adesione:” La nostra posizione è un rinvio di sei mesi dell’adesione.” (ciò era stato fatto anche per consentire ad Andreotti, in accordo con Craxi, la mediazione dell’adesione di principio).</p>
<p>I giornalisti dicono: “Sembra che i socialisti dicano firmiamo, impegnandoci ad attuare l’accordo tra sei mesi, come gli inglesi”. Enrico risponde: “Se questa proposta verrà fatta, la esamineremo”. In realtà l’orientamento già assunto in segreteria è di appoggiarla e di questo orientamento  avevamo informato sia gli inglesi che i francesi..</p>
<p> Questo si svolge, dunque, l’8 dicembre.</p>
<p>Il 12 dicembre, senza che nulla ci venga prima comunicato da Andreotti, si va al voto alla Camera su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno. Votiamo contro, dopo esserci consultati con Craxi, anch’egli convinto come noi che fosse stato raggiunto l’accordo sulla sua proposta di immediata adesione di principio e rinvio di sei mesi per l’applicazione.</p>
<p> Napolitano  motiva con grande chiarezza che il nostro voto non è un voto contro l’Europa, ma un voto per impedire che l’Europa nasca male, e che si vada incontro a svalutazioni, crisi, uscite drammatiche dallo Sme.</p>
<p>Ho letto in diversi saggi, anche in una ricostruzione storica di Castronovo, che il voto contro lo Sme suonò come una conferma dell’immaturità del Pci sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’occidente. Nulla di più falso. Basta ricostruire i fatti anche solo consultando le carte parlamentari; nel mio archivio presso la Fondazione Feltrinelli ci sono d’altra parte, anche se per ora da me secretate, alcune lettere di Baffi .</p>
<p>Ma perché Andreotti scelse l’ingresso immediato?</p>
<p>Non lo so.</p>
<p>Il 17 dicembre 1978 Andreotti, anche per attenuare la tensione personale che si era creata tra noi due dopo il colpo di scena sullo Sme, mi fa avere fotocopia di una lettera che in data 15 dicembre 1978 ha inviato a Roy Jenkins, presidente della Commissione della Cee, in cui sottolinea che nel corso del dibattito tutte le forze politiche italiane hanno confermato il loro attaccamento agli ideali della costruzione comunitaria, e hanno condiviso la necessità di una zona di stabilità monetaria in Europa. Le divergenze – spiega Andreotti – hanno investito punti specifici e la scelta dei tempi. Ricorda, riprendendo i punti del nostro colloquio a Palazzo Chigi, che sono state espresse forti preoccupazioni che il sistema operi in modo deflattivo sui livelli dell’occupazione e sui redditi, e ricorda l’accento posto sulla convergenza dell’economia degli Stati membri, inclusa la politica agricola comune. (La fotocopia della lettera  è in archivio Feltrinelli). La lettera di Andreotti  merita una qualche riflessione, perché incrina l’ipotesi che fu fatta, che Andreotti, di fronte al maturare della crisi della solidarietà nazionale, abbia preferito rompere sull’Europa, facendoci passare per antieuropeisti, piuttosto che su nodi interni non risolti: nomine, lottizzazione, piano triennale, occupazione.</p>
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		<title>Difetti di comunicazione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:46:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[So di non dire cosa nuova nel sottolineare e ripetere che il Governo ha grosse lacune nel campo della comunicazione. Le facoltà universitarie di scienza delle comunicazioni hanno avuto un boom formidabile di domande di iscrizione, mentre il governo sembra essere così poco sensibile al problema. Andrebbe ripetuto non timidamente,ma con chiarezza e insistenza che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>So di non dire cosa nuova nel sottolineare e ripetere che il Governo ha grosse lacune nel campo della comunicazione.</p>
<p>Le facoltà universitarie di scienza delle comunicazioni hanno avuto un boom formidabile di domande di iscrizione, mentre il governo sembra essere così poco sensibile al problema.</p>
<p>Andrebbe ripetuto non timidamente,ma con chiarezza e insistenza che le riforme quasi sempre finiscono per scontentare una cerchia di persone, ma che i benefici sono invece a favore di una cerchia più grande di persone e che quando le riforme mirano al risanamento del debito pubblico sono a favore di tutta la comunità. Se ciò non si chiarisce di continuo si sentono soltanto le lamentele dei tassisti,dei farmacisti,dei benzinai,dei professionisti,dei parrucchieri,dei commercianti (per i maggiori controlli sugli scontrini fiscali) di quei dipendenti che percepiscono una busta paga superiore alla media i quali hanno subìto trattenute fiscali maggiori.</p>
<p>Quindi sembra che da ogni parte arrivano lamentele e i sondaggi confermano questo disagio. A  proposito del carico fiscale voglio fare un esempio di comunicazione di scarsa chiarezza su una imposta che mi è familiare.</p>
<p>Mi riferisco all&#8217;imposta di successione. Orbene è stato sì precisato che nelle successioni tra genitori e figli (più esattamente tra ascendenti e discendenti) vi è una franchigia esente da imposta di un milione di euro, ma raramente è stato specificato &#8221; per ciascun erede &#8221; e non è stato portato l&#8217;esempio della famiglia media composta da un coniuge e due figli dove pertanto la franchigia diventa di tre milioni di euro e cioè di circa sei miliardi di lire !!</p>
<p>Tenuto conto che per gli immobili ci si riferisce al valore catastale ( che forse con la revisione crescerà, ma che anche se per assurdo dovesse raddoppiare non raggiungerà simili importi) si comprende come questa vessata imposta colpisce solo i patrimoni veramente grandi!</p>
<p>Con tanti esperti di scienza della comunicazione, proprio il Governo ne difetta?</p>
<p>Massimo Barca</p>
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		<title>La morte di Eluana e le grida</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 09:42:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non parleremo di Eluana. Per ciò che riguarda lei esprimeremo solo la nostra piena solidarietà al coraggioso padre che l’ha assistita per diciassette anni e che per amore e pietas della figlia ha preso l’unica decisione possibile. Vogliamo solo rivolgere alcune domande a quanti di lei hanno parlato e parlato e parlato per strumentalizzare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non parleremo di Eluana. Per ciò che riguarda lei esprimeremo solo la nostra piena solidarietà al coraggioso padre che l’ha assistita per diciassette anni e che per amore e pietas della figlia ha preso l’unica decisione possibile.</p>
<p>Vogliamo solo rivolgere alcune domande a quanti di lei hanno parlato e parlato e parlato per strumentalizzare la sua fine e non dare notizie dei veri mali del mondo e dell’Italia. Ma veramente cardinali e ministri e giornalisti che di lei hanno parlato non sapevano nulla di lei? Ma veramente l’unica loro colpa è l’ignoranza? Ma veramente non sapevano che da diciassette anni Eluana non mangiava ma veniva alimentata attraverso un tubo che conduceva le sostanze direttamente nello stomaco? E che non beveva acqua ma veniva idratata per la stessa via?  E aveva la colonna vertebrale spezzata e veniva sollevata con un sorta di gru? O davano tutti falsa testimonianza   fingendo di parlare ancora di una fanciulla che provava sensazioni e avvertiva la fame e la sete?</p>
<p>C’è da chiedersi per chi teatranti e coro abbiano recitato una tale lugubre commedia. Per attaccare la Costituzione italiana e il bilanciamento dei poteri ? Per umiliare lo Stato italiano e la sua laicità ed esaltare, di contro, il ruolo supplente della Chiesa cattolica e dello Stato Vaticano? Se così fosse stato il “viva la Costituzione” degli italiani è stato ben udibile. E, nel caso del Vaticano i  sondaggi fatti – ci sono stati anche questi! &#8211; hanno detto e ribadito che il papato di Ratzinger non ha arrestato, ma anzi ha aggravato la crisi della Chiesa cattolica e che la sostituzione del tribunale ecclesiastico a quello della Repubblica italiana non ha giovato al ruolo ecumenico che Giovanni XXIII° aveva riaffermato,  esaltando valori  dimenticati. Forse sarebbe bene che invece di sancire che la violazione dei comandamenti cristiani “ è un reato” (sic) qualcuno si  chieda perché le vocazioni sacerdotali cattoliche vanno scomparendo,  i conventi e monasteri cattolici chiudono e diventato alberghi, mentre  aumentano i valdesi e gli ebrei, i non credenti, gli agnostici e gli atei, i musulmani , i buddisti e gli ortodossi. Non è compito nostro dare una risposta, ma non possiamo non rilevare che la crisi dei valori, d i cui anche questa decadenza è espressione, è problema che riguarda tutti  e che tocca ad ognuno di noi contribuire a creare scelte di riferimento e disegnare rotte che vadano oltre quel  limitato orizzonte dell’oggi fatto di spettacolo, cronache nere , isole virtuali, salotti e, per molti, solo di fatica.</p>
<p>L.B.</p>
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