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	<title>Etica ed Economia &#187; Finanza</title>
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		<title>Il governatore e la crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 08:49:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>etica</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se la prudenza e la  cura di  non marcare differenze con la Presidenza del Consiglio hanno consigliato al Governatore della Banca d’Italia toni molto misurati, il punto sulla crisi fatto da Draghi  all’assemblea del 29 maggio 2009 è stato chiaro: “non è ancora possibile individuare con certezza una definitiva inversione ciclica: si prevede che la crescita riprenderà nel 2010. L’attesa generale per i prossimi mesi è di riduzioni di occupazione, di reddito, accompagnate dal permanere di volatilità sui mercati finanziari, con riflessi negativi sui consumi e sugli investimenti…compito delle politiche economiche è attenuare la spirale negativa tra disoccupazione e consumi.” E ancora: “In Italia la crisi mondiale determinerà,secondo le previsioni, più aggiornate , una caduta del PIL di circa il 5 per cento quest’anno, dopo la diminuzione di un punto nel 2008”. “ I recenti segnali di affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d’opinione più che dalle statistiche dell’economia reale. Il ritorno ad una crescita duratura richiede che l’economia internazionale si riprenda stabilmente, che la debolezza del mercato del lavoro non si ripercuota ancor più duramente sui consumi interni, che si rafforzi la struttura del nostro sistema produttivo”. “ Il passaggio dei prossimi mesi sarà decisivo: una mortalità eccessiva che colpisca per asfissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi è un secondo, grava rischio per la nostra economia”.</p>
<p>Che fare, dunque? Draghi ha dato atto agli organismi internazionali, all’Europa e al governo italiano di aver attuato misure di temporaneo sollievo (che tuttavia hanno raggiunto solo una parte dei cittadini) e ha indicato una serie di misure che banche e imprese dovrebbero attuare e di cui una più incisiva vigilanza, anche internazionale,  sulle regole e sulla loro applicazione  può accrescere l’incisività. L’Italia tuttavia non può permettersi di limitarsi al temporaneo e ad un ritorno della crescita al “basso  sentiero degli ultimi decenni” con “produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte.” Una risposta incisiva all’emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che ci consentano di uscire dalla crisi più forti di prima. “ Il completamento degli ammortizzatori sociali, la ripresa degli investimenti pubblici, le azioni di sostegno della domanda e del credito avranno gli effetti sperati solo se coniugati con riforme strutturali”.<br />
Non si dimentichi che il rischio per l’Italia è di ritrovarsi dopo la crisi non solo con più debito pubblico, ma con un capitale privato, fisico e umano, depauperato dal forte calo degli investimenti e dall’aumento della disoccupazione. Contro tale prospettiva occorrono misure immediate anche se con effetto differito, senza rinvii ad ulteriori atti normativi e a decisioni amministrative.</p>
<p>                                                                                            l.b.</p>
<p>ps: Il governatore Draghi è tornato sul tema della crisi parlando a Berlino il 16 giugno u.s. come presidente del Financial stability board International sottolineando  l’urgenza di disegnare strategie di uscita dalla crisi e ha sollecitato un forte impegno per attuarle. La sottolineatura non sembra tuttavia che sia stata intesa da coloro che pensano che dalla crisi stiamo già uscendo e che,  in ogni caso, dalla crisi si uscirà tornando al modello antecedente la crisi.</p>
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		<title>La fusione Unicredit-Capitalia</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2007 09:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanza]]></category>

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		<description><![CDATA[Nascita del secondo gruppo bancario d&#8217;Europa Con una operazione tutta cattolica, ma non sgradita al centro sinistra, anche perché ideata da banchieri di grande prestigio, si sono fuse Unicredit e Capitalia, dando vita ad una banca che diviene la seconda in Europa. E’ indubbio che, con l’operazione, il controllo e il peso delle banche sull’economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nascita del secondo gruppo bancario d&#8217;Europa</em></p>
<p>Con una operazione tutta cattolica, ma non sgradita al centro sinistra, anche perché ideata da banchieri di grande prestigio, si sono fuse Unicredit e Capitalia, dando vita ad una banca che diviene la seconda in Europa.</p>
<p>E’ indubbio che, con l’operazione, il controllo e il peso delle banche sull’economia italiana si accresce, tanto più che il nuovo gruppo ha di fatto il controllo di Mediobanca ed è presente nelle Generali di Trieste che a loro volta sono presenti in RCS (Corriere della Sera e Rizzoli) e nel gruppo Intesa, concorrente di Unicredito. Se la democrazia italiana fosse più forte e la socializzazione della politica non fosse in piena crisi, se il Parlamento fosse ancora il detentore vero del potere legislativo, l’evento, tuttavia, potrebbe non preoccupare. Se l’operazione, che ha portato alla nascita di “una concentrazione di dimensioni senza precedenti in Italia”, preoccupa è perché questi fondamenti della democrazia sono più che corrosi; prima a causa del populismo berlusconiano, poi, a causa della navigazione a vista del governo di centro sinistra. Ma di ciò non si può dar carico alle banche che fanno il loro mestiere; si deve piuttosto dar carico a chi ha presieduto e presiede il governo e a chi invece di ascoltare la voce organizzata dei cittadini bada ai propri interessi e ascolta i salotti e questo o quel cardinale. E’ in primo luogo dal quadro politico che nasce una situazione in cui, come annota Marco Chiti nel libro scritto con il padre Vannino (Nostalgia del domani) “la vita è costellata di molti punti interrogativi e pochi, pochissimi punti fermi.”</p>
<p>Detto ciò, affinché qualcuno – ma chi? &#8211; raccolga la sfida, non si può non riconoscere che la costruzione di una grande banca capace di essere insieme una banca italiana ed una banca europea, presenta anche aspetti indubbiamente positivi. In primo luogo ha chiuso la strada all’acquisizione di Capitalia da parte della Abn Ambro e anche all’acquisizione da parte della Banca Intesa, molto prossima al Vaticano, anche se diretta anch’essa da un uomo di grande prestigio come Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza, la cui voce critica è risuonata più volte, negli anni scorsi, nella grande sala della Banca d’Italia. In secondo luogo, essa colloca il sistema bancario italiano, senza timore di subalternità e scosse, sul mercato mondiale, conquistando all’Italia una faccia certamente diversa da quella di Telecom o Alitalia. Non si tratta di poco come conclusione di un processo che ha visto in campo bancario performances che nessuno avrebbe potuto immaginare.</p>
<p>Prevalgono gli aspetti positivi o quelli negativi? Molto dipenderà da come la banca sarà gestita e dal mantenimento di alcuni impegni che i banchieri Profumo e Geronzi hanno assunto, anche su pressing della Banca Intesa.</p>
<p>L’interesse maggiore è per la strategia che la nuova megabanca adotterà e per la capacità di Unicredit Group di realizzare tutte le sinergie necessarie al fine non tanto e non solo di creare maggior valore per i propri azionisti, ma di ridurre il costo del denaro per i cittadini e per le imprese e offrire loro una qualità di sevizi di livello veramente europeo. L’Italia e’ ancora un paese a bassa efficienza generale e sarebbe importante che quanti hanno acquisito più potere reale di un ministro della Repubblica diano un esempio e perseguano l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di esso. Ci sono state altre fusioni bancarie che non hanno dato positivi risultati e che sono servite solo ad arricchire qualche speculatore oltre che i promotori delle fusioni stesse. L’augurio è che il secondo gruppo bancario d’Europa sappia dare un esempio e uno stimolo.Ma altri punti interessano: tra essi in primo luogo l’eliminazione dei conflitti d’interesse che caratterizzano la tela di ragno su cui l’operazione ha richiamato l’attenzione degli italiani. Si tratta in primo luogo di Mediobanca e delle Generali e delle “partecipazioni significative” che il nuovo gruppo ha o che acquisisce con l’operazione di fusione.</p>
<p>Il nodo di Mediobanca è il più grave: come garantire che la storica merchant bank del capitalismo italiano possa operare in autonomia e indipendenza nel momento in cui si sommano la quota azionaria delle vecchio Unicredit (8,828 per cento) e la quota di Capitalia (9,6°3)? Non sarà facile trovare una soluzione anche se Unicredit Group si è già impegnato a ridurre la partecipazione complessiva al 9 per cento. Bazoli ha sfidato UniCredit a ridurre in modo più significativo la quota, affermando che “altrimenti sarebbe meglio che Mediobanca diventi, a tutti gli effetti la merchant bank del gruppo Unicredit”. Si tratta di una affermazione evidentemente paradossale, ma che pone in chiara luce l’entità dei problemi da risolvere, tanto più nel momento in cui Geronzi, uno dei due autori della fusione, andrà a presiedere la merchant bank di piazzetta Cuccia..Tra tali problemi c’è, come ricordavo, anche quello di Generali che non è solo una storica società assicurativa, ma uno snodo importante del capitale finanziario italiano. Il gruppo UniCredit detiene ora il il 6% delle Generali che a loro volta detengono oltre il 5 per cento delle azioni di Banca Intesa. Ciò, dice giustamente Bazoli, crea una contraddizione clamorosa: UniCredit entra in qualche modo in casa del gruppo concorrente di Banca Intesa che ha le Generali non solo come azionista, ma anche come socio con un accordo strategico di collaborazione. Su questo punto, tuttavia, UniCredit ha già dato garanzie annunciando l’uscita dal capitale delle Generali entro l’anno.</p>
<p>Per il problema di RCS e cioè del “Corriere della Sera”, il più importante giornale italiano, il gruppo dirigente di UniCredit.ha invece dichiarato che intende conservare il 2 per cento di Rcs.</p>
<p>Come si vede i nodi sono molti. E, a fronte di essi, c’è una politica in crisi. Mentre i grandi gruppi finanziari e bancari si rafforzano a fronte di una industria manifatturiera rachitica e di cui sono spesso proprietarie effettive le stesse banche i partiti della seconda repubblica si disgregano. E ciò indebolisce sia quella capacità di intervento che, senza ledere l’autonomia della sfera economica, serve a creare sia un clima di chiarezza e trasparenza, sia quei controlli senza i quali il mercato non esiste.</p>
<p>Luciano Barca</p>
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		<title>La grande banca</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Oct 2006 09:21:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’intera classe dei dirigenti politici esulta per la nascita della superbanca nata dalla fusione tra Banca Intesa e Banco S.Paolo. Si va dalle manifestazioni di “grandi felicità” all’affermazione, invero un po’ azzardata, che abbiamo la prova provata che “il Paese può farcela”, al “fiore d’agosto per azionisti e clienti” porto da Giovanni Bazoli, uno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’intera classe dei dirigenti politici esulta per la nascita della superbanca nata dalla fusione tra Banca Intesa e Banco S.Paolo. Si va dalle manifestazioni di “grandi felicità” all’affermazione, invero un po’ azzardata, che abbiamo la prova provata che “il Paese può farcela”, al “fiore d’agosto per azionisti e clienti” porto da Giovanni Bazoli, uno dei grandi protagonisti dell’operazione, fino al patriottismo e al nazionalismo di chi sottolinea l’italianità dell’operazione e la sconfitta dello straniero ( lo stesso “straniero” con il quale siamo partiti per il Libano in nome dell’europeismo). Un altro po’ e, senza il clamore sollevato dalla vicenda Telecom e dalle dimissioni di Tronchetti Provera, avremo avuto la ola in Parlamento al grido “grande è bello”.</p>
<p>Etica ed Economia non ha mai pensato che di per sé ciò che è grande sia automaticamente bello e, soprattutto, efficiente. E la stessa cosa vale per ciò che è “piccolo”: non a caso siamo sempre stati favorevoli, per esempio, ai distretti industriali come strumenti per realizzare sinergie e per far crescere la piccola imprenditoria. In ogni caso riteniamo che la fusione tra Banca Intesa e Banco San Paolo, creando una nuova grande banca a fianco di Unicredito, possa assicurare al nostro paese, a certe condizioni, uno strumento valido per interloquire e pesare sul piano internazionale e per affiancare le nostre imprese sul mercato europeo, oltre ovviamente, che sul mercato interno.</p>
<p>Il problema è di realizzare le “certe condizioni” e di evitare di scaricare i costi della integrazione sui dipendenti e sui clienti. Non sui clienti privilegiati che godono di particolari condizioni di favore, e che di queste condizioni hanno sempre approfittato con risultati spesso catastrofici (vedi per tutti, per non andare troppo indietro, Bibop Carire che ha travolto migliaia e migliaia di azionisti dopo aver assorbito la Banca di Brescia e la gloriosa Cassa di risparmio di Reggio Emilia o il caso Parmalat), ma sui clienti che debbono fare la fila agli sportelli o offrire solide garanzie reali per realizzare una nuova idea imprenditoriale.</p>
<p>I precedenti non sono sotto questo profilo incoraggianti. Proprio il Banco San Paolo ha inglobato tre anni fa il Banco di Napoli, ma, dopo tre anni, le attese sinergie sono lontane dall’essersi realizzate: non sono state per esempio unificate – dopo tre anni – le reti telematiche delle due banche così che esistono ancora i clienti Banco Sanpaolo e i clienti ex Banco di Napoli, con trattamenti diversi (ovviamente a danno dei clienti ex Banco di Napoli, fermi alla pratica burocratica cartacea). Ora, dopo gli inni entusiastici dei primi giorni, con conseguenti speculazioni in Borsa, leggiamo che la integrazione nella Grande Banca sarà lenta e che ci sono ancora problemi non facili da risolvere (per esempio il diritto di veto di cui gode Le Crédit Agricole all’interno del gruppo di controllo di Banca Intesa e le mosse legali annunciate dal gruppo spagnolo Santander socio di rilievo del Sanpaolo IMI) e questioni logistiche – scelta della sede operativa per cui è candidata Milano – che rischiano di aprire complessi problemi non solo di natura sindacale ma anche di natura politica. E’ vero che l’asse Torino- Milano, a differenza di quello Torino Napoli è servito da ottimi e rapidi collegamenti (specialmente se la Tav non scavalcherà Torino), ma gli interessi torinesi di varia natura costituiti attorno al Sanpaolo e quelli milanesi costruiti attorno a Banca Intesa non sono altrettanto ben collegati e sono in molti casi divergenti. Non si dimentichi il particolare legame del Banco Sanpaolo con Torino, dove la banca fu fondata come Monte di Pietà nel 1563 dalla Compagnia da cui ha preso il nome, o al ruolo particolare che svolge in Lombardia la Fondazione Cariplo, secondo azionista di riferimento di Banca Intesa.</p>
<p>Ora è vero che i teorici del capitalismo selvaggio, caro anche a taluni esponenti del centro sinistra grazie allo sguardo che essi hanno rapidamente spostato da Mosca agli Stati Uniti (dove tuttavia il senso della comunità locale è più forte di quanto essi pensino), considerano certi legami un impaccio allo scatenarsi delle forze animali del sistema, ma è stato proprio un grande banchiere, Raffaele Mattioli, che è parte della storia di Banca Intesa, a insegnarci quanto conti anche per una banca che voglia lanciarsi nel mondo (e il laico Mattioli fu il primo banchiere italiano che nel dopoguerra, per volere di de Gasperi, ristabilì i legami tra mondo finanziario ed economico italiano e Stati Uniti) un radicamento di base con un determinato territorio e con le imprese, iniziative, stimoli, persone e comunità di quel territorio. I radicamenti del Banco di Napoli, mal assorbito dal San Paolo, erano altrettanto forti anche se non sempre sani e il Sud ha patito la perdita della sua antica banca.</p>
<p>Certamente il management delle due banche che si sono fuse è di grande livello e ciò è una garanzia per il positivo superamento dei problemi non facili che si porranno, così come è una garanzia che a presiedere il Comitato di sorveglianza della nuova banca sia un uomo i cui contrappunti annuali alle relazioni del Governatore Fazio (negli ultimi anni era Bazoli a parlare a nome degli azionisti della Banca d’Italia) meriterebbero di essere pubblicati e studiati non solo per ricostruire la storia economica di un periodo, ma per trarne utili lezioni per un oggi ancora non chiaramente definito.</p>
<p>Ma, ripetiamo, i problemi che una integrazione per fusione pone sono molti e, nel momento in cui la dualità di direzione complica tali problemi, è bene seguire la vicenda con atteggiamento senz’altro favorevole ma, allo stesso tempo, critico.</p>
<p>L.B.</p>
<p>Ps- L’amministratore delegato del Banco San Paolo ha escluso, “almeno per la Banca da lui diretta” che siano intervenuti nell’operazione, giochi politici. Sembra tuttavia difficile attribuire al mondo della fantasy l’annotazione del Sole 24 Ore (27 agosto) secondo la quale “La fusione d’agosto è molto di più di un merger bancario. E’ la cartina di tornasole dei rapporti di forza dell’Unione.” Con una vittoria netta del gruppo prodiano e della Margherita sul “Botteghino”. In vista, aggiungiamo noi, della leadeship effettiva e del controllo di tesoreria del cosiddetto Partito democratico. La gioia di Prodi e del suo gruppo aveva ben ragione di essere, al di là del ruolo istituzionale; peccato abbia avuto vita breve e sia stata stroncata dal 1997.</p>
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