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	<title>Etica ed Economia &#187; Economia</title>
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		<title>Avanti dove?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 12:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Presidente Berlusconi, scansando con un segno della mano tutti i dissensi che dividono la sua maggioranza, ha detto che occorre andare &#8220;avanti&#8221;. Ma avanti dove? Verso il processo breve ed altre leggi ad personam e attacco ai diritti dei lavoratori o verso le riforme volte a garantire un nuovo sviluppo del Paese, maggiore eguaglianza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Presidente Berlusconi, scansando con un segno della mano tutti i dissensi che dividono la sua maggioranza, ha detto che occorre andare &#8220;avanti&#8221;. Ma avanti dove? Verso il processo breve ed altre leggi ad personam e attacco ai diritti dei lavoratori o verso le riforme volte a garantire un nuovo sviluppo del Paese, maggiore eguaglianza, maggiore benessere?</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non ha lasciato incertezze e dubbi è stato l&#8217;amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che ha indicato come meta la fine (per legge?) della lotta di classe e il passaggio ad una nuova era di collaborazione tra lavoratori e padroni indicando la stessa prospettiva che nel 1944 fu formulata dalla destra DC riprendendo tematiche avanzate dalla Curia romana nel periodo fascista e che assunse vesti accademiche con il prof. De Vito.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente la socializzazione della politica posta da Palmiro Togliatti come obiettivo primario del PCI, la saggezza di Alcide de Gasperi (cui la curia romana di Pio XII contrappose Luigi Gedda), la forza dell&#8217;organizzazione sindacale unitaria guidata da Di Vittorio, Grandi e Buozzi, il dissenso di alcuni qualificati esponenti del capitalismo italiano (Mattioli, Menichella, Olivetti, Saraceno, Vanoni, lo stesso Costa) fecero allora rapidamente tramontare posizioni che, in nome del &#8220;partecipazione agli utili&#8221; della classe operaia, tendevano a salvare l&#8217;essenziale del corporativismo fascista: la quieta subordinazione della classe operaia alle scelte dei padroni. E trionfò anche in Italia quel fondamentale diritto dei cittadini a dissentire, associarsi, definire obiettivi comuni, manifestarli ed aprire per essi un &#8220;conflitto&#8221;. Al fine, indubbiamente, di raggiungere un compromesso, ma un compromesso più avanzato del precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci ha recentemente ricordato Gilberto Seravalli che l&#8217;innovazione non nasce dal compromesso, ma dal conflitto. Concordo pienamente vuoi per ciò che riguarda la ricerca, vuoi per ciò che riguarda la libertà, lo sviluppo e il benessere dell&#8217;umanità. Non esiste tuttavia un momento magico in cui il conflitto risolve tutti i problemi, &#8211; la classe operaia lo ha imparato sulla propria pelle &#8211; ma esistono tanti momenti fatti dal succedersi di conflitto-innovazione e compromesso. Tra le varie fasi alcune assumono particolare rilievo per l&#8217;importanza dell&#8217;innovazione. Così, ad esempio, ha assunto particolare rilievo in Italia lo &#8220;Statuto dei diritti dei lavoratori&#8221; firmato, poco prima della morte, dal socialista Giacomo Brodolini, ministro del lavoro. Ma sono proprio conquiste come queste che oggi, sfruttando la divisione dei sindacati e il compiaciuto consenso della CISL di Bonanni, il cittadino svizzero Sergio Marchionne mette in discussione, aprendo lui un conflitto di cui sarebbe errato sottovalutare la portata. Ma come si fa a proclamare la fine dello scontro di classe proprio nel momento in cui l&#8217;imprenditoria italiana sta scaricando sui lavoratori tutto il peso di una drammatica crisi? Sono del 30 agosto i dati ISTAT che dicono che a luglio 2010 l&#8217;occupazione è diminuita di 172 mila unità rispetto allo stesso mese del 2009 e il numero delle persone inattive è salito a 14 milioni 968 mila. Un giovane su quattro è privo di lavoro. I lavoratori in cassa integrazione sono 650.000 e non superano gli 850 euro al mese. Come si fa a parlare di partecipazione paritaria nel momento in cui la risposta data alla crisi sta drammaticamente aggravando tutte le disuguaglianze?</p>
<p style="text-align: justify;">La maggioranza dei lavoratori &#8211; operai, tecnici, laureati &#8211; faticano ad arrivare a fine mese e il loro stipendio si aggira attorno ai 15.000 euro annui (il reddito medio degli italiani è  di 18.873 euro). A fronte di questa cifra non può non colpire il fatto che lo stipendio complessivo (comprensivo di benefit e stock options) del sig. Sergio Marchionne, quale risulta dal bilancio Fiat del 2010, sia salito non ostante la crisi, a 4,7 milioni di euro l&#8217;anno. 4,7 milioni annui significano uno stipendio che pesa più di 250 volte quello di un tecnico della Fiat. Nessuno nega il cumulo di responsabilità che pesano sull&#8217; amministratore delegato di un gruppo come la Fiat. Ma che il lavoro di Marchionne giustifichi l&#8217;abisso che separa il reddito di un giovane ingegnere dal suo è veramente difficile pensarlo. Perché prima di avanzare teorie sulla fine della lotta di classe non si può fare il gesto di abbassare il moltiplicatore a 100, stabilendo che in nessun gruppo industriale, bancario, finanziario la divergenza tra stipendio massimo (benefit compresi) e stipendio minimo dell&#8217;ultimo dipendente non possa superare le 100 volte? Il problema che l&#8217;etica e la giustizia pongono non sarebbe certo risolto, ma guadagnare 100 volte lo stipendio  di un operaio invece che 250 ridurrebbe la lacerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosciamo l&#8217;obiezione. L&#8217;operazione di stabilire che, all&#8217;interno di un gruppo industriale, finanziario bancario, il rapporto tra lo stipendio e salario minimo e quello massimo non possa superare un tot sarebbe disastrosa perché il &#8220;mercato&#8221; indurrebbe i vari Marchionne a trasferirsi negli Stati Uniti o in un paese di oligarchi. L&#8217;obiezione è fondata. Nell&#8217;ambito di un mercato globalizzato senza regole concordate, accadrebbe esattamente quello che oggi avviene con i camerieri che da Milano emigrano in Svizzera o con gli operai che dalla Romania emigrano in Italia o in Francia. E che già avveniva nel medioevo con i soldati degli eserciti di ventura. Ci si arruolava dove la paga era più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il fatto che l&#8217;obiezione sia fondata nella realtà non significa che essa sia fondata sulla morale e sui principi di giustizia. Pensare di valere 250 volte un&#8217;altro essere umano è tale atto di presunzione che fa francamente impressione e un&#8217;impressione non piacevole. Se ne meraviglierebbe perfino Vittorio Valletta, che ai suoi tempi guidava la cinquecento e girava senza scorta. E&#8217; vero che anche 100 volte non sono una zolletta di zucchero, ma accettare un limite, invece che trincerarsi con gli altri oligarchi dell&#8217;oro in una torre da cui sparare quote di disoccupazione, precariato, inflazione ai cittadini normali, può aprire una fase di rapporti più serena e utile alla ricerca delle vie per uscire in modo durevole dalla crisi che tormenta il 95% dei cittadini. Anche l&#8217;organo della Confindustria ha lanciato un preoccupato monito: &#8220;L&#8217;autunno si presenta più grigio del passato&#8230;le linee di faglia dell&#8217;economia del pianeta sono minacciose quanto prima.&#8221; E le minacce non si sventano tributando onori imperiali al colonnello Gheddafi e alle sue giovani amazzoni o occupandosi dei propri personali affari, invece che del governo della crisi..</p>
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		<title>La crisi orfana di politiche</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 18:13:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mfranzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[I dati che si susseguono sulla situazione economica e il modo nel quale questi dati vengono, di volta in volta presentati o enfatizzati, rendono assai difficile farsi un’idea precisa e coerente su cosa stia realmente capitando e, soprattutto, se la crisi sia superata e la crescita sia tornata per restare, in una ristabilita normalità, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I dati che si susseguono sulla situazione economica e il modo nel quale questi dati vengono, di volta in volta presentati o enfatizzati, rendono assai difficile farsi un’idea precisa e coerente su cosa stia realmente capitando e, soprattutto, se la crisi sia superata e la crescita sia tornata per restare, in una ristabilita normalità, a lungo con noi.<br />
Proviamo, con le necessarie approssimazioni, a mettere qualche punto fermo. La crescita economica a livello globale è del tutto soddisfacente e promette di esserlo anche nel prossimo futuro. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, l’economia mondiale sta crescendo, quest’anno, al tasso del 4.2% e nel 2011 il risultato potrebbe essere anche migliore. Si tratta di un tasso di crescita decisamente molto elevato in rapporto all’esperienza degli ultimi decenni. Questo incoraggiante risultato è, però, largamente dovuto, alla performance dei paesi cosiddetti emergenti, molti dei quali sono stati a mala pena lambiti dalla crisi. Questi dati, quindi, non possono essere interpretati come prova dell’avvenuto superamento della crisi.<br />
Il dato relativo alla sola crescita del Pil è, comunque, insufficiente per una appropriata valutazione. Se considerassimo l’andamento dell’occupazione resteremmo assai meno soddisfatti: secondo l’International Labour Office nel corso del 2009 (dati più recenti non sono disponibili) i disoccupati nel mondo sono aumentati di circa 30 milioni.<br />
Anche rispetto alla disoccupazione, gli andamenti nelle grandi aree del mondo sono fortemente differenziati, ma – diversamente da quello che accade per il Pil – il maggiore dinamismo dei paesi emergenti non sembra sufficiente a compensare l’espulsione di lavoratori che sta avendo luogo nei paesi occidentali.<br />
Focalizzando l’attenzione su questi paesi, emerge con chiarezza un aspetto che è del tutto coerente con il quadro sommariamente delineato: i loro risultati in termini di crescita del Pil sono largamente determinati dalla capacità di esportare nei più dinamici paesi emergenti, o, in via subordinata, negli altri paesi occidentali che a loro volta penetrano i mercati cinesi, indiani, brasiliani e via elencando.<br />
Questo vale, come è ben noto, per la Germania che, secondo Eurostat, a marzo 2010 era cresciuta di un ragguardevole (per questi tempi) 1,5% rispetto a un anno prima e questo spiega anche il recente positivo andamento della produzione industriale italiana che, in base ai recenti dati resi noti dall’Istat, a giugno scorso è risultata in crescita dell’8,2% su base annua.<br />
Quest’ultimo risultato &#8211; che, naturalmente, potrà essere o meno confermato nei prossimi mesi – ha interessato quasi esclusivamente i settori nei quali è consolidata la nostra capacità di esportazione. Ma nel complesso, soprattutto in Europa, la complessiva crescita del Pil è assai contenuta. Gli ultimi dati Eurostat ci dicono che nell’Unione europea essa è stata dello 0,2% tra il primo trimestre 2009 e il primo trimestre 2010 , contro lo 0,7% degli Stati Uniti e l’1,2% del Giappone.<br />
La situazione relativa all’occupazione e alla disoccupazione è decisamente meno incoraggiante. Il tasso di disoccupazione nell’Unione Europea a maggio scorso era del 9,6% in crescita rispetto al 9% di un anno prima. Il significato di questi dati si può, però, cogliere meglio se si considera congiuntamente anche l’andamento del tasso di occupazione, cioè della quota di popolazione in età attiva che risulta occupata o in cerca di lavoro. Eurostat ci informa che a livello europeo questo dato è in calo, essendo sceso dal 65,9% del 2008 al 64,6% del 2009, invertendo una tendenza all’aumento che si era manifestata a partire dal 2002. Questo implica che il limitato peggioramento del tasso di disoccupazione sarebbe stato più pronunciato se non si fosse avuta una riduzione del numero di persone che cercano lavoro, malgrado ne siano prive, e che segnala una crescente sfiducia rispetto alla possibilità di trovare un lavoro.<br />
In Italia, come è noto, i tassi di disoccupazione sono più bassi della media europea ( 8,5% contro 9,6%) ma i tassi di occupazione, secondo l’Istat, risultano calanti e, soprattutto, si è ampliato il ricorso alla Cassa Integrazione Straordinaria che in molti casi rappresenta l’anticamera del licenziamento.<br />
Molti altri elementi potrebbero essere presi in considerazione; quelli elencati sono, però, sufficienti per individuare un aspetto saliente della situazione economica e per farsi un’idea più precisa circa la capacità dei paesi occidentali di superare la crisi: il dinamismo dei paesi emergenti spiega i soddisfacenti tassi di crescita del Pil mondiale e traina, ma debolmente, i paesi occidentali, ove l’occupazione resta un problema molto serio oltre che esposto al rischio di ulteriori peggioramenti. Dunque, in questi paesi crescita e occupazione sono questioni non risolte, soprattutto per ragioni “interne”. E’ interessante chiedersi se e come si pensi di fare fronte a queste debolezze e quali siano, nelle analisi oggi prevalenti, le cause e i possibili rimedi.<br />
L’idea oggi più diffusa sembra essere la seguente: l’espansione della spesa pubblica, anche se realizzata su scala variabile nei diversi paesi, nel corso degli ultimi due anni è stata complessivamente di entità tale da generare deficit e debiti pubblici insostenibili. Questo impone un’immediata correzione. E’, questa, la linea della fiscal consolidation che si è affermata nell’ultimo G20 di fine giugno a Toronto e che vede schierati in prima fila importantissimi organismi internazionali, tra i quali la Banca Centrale Europea. Un gruppo consistenti di autorevoli economisti ha dato il proprio convinto assenso a questa posizione, sulla base di argomenti che altri autorevoli economisti trovano ben poco convincenti.<br />
In realtà, il giudizio sulla tollerabilità di elevati deficit pubblici può essere molto diverso sia per i criteri in base ai quali il giudizio viene espresso, sia per i meccanismi economici considerati responsabili dei loro effetti. Ad esempio, si può essere favorevoli alla fiscal consolidation semplicemente perché si è convinti che un’ampia presenza pubblica nell’economia, variamente intesa, sia di per sé un male, soprattutto per la libertà individuale. Tra i sostenitori della politica di rientro dai deficit pubblici certamente ve ne sono molti che aderiscono a questa idea.<br />
D’altro canto, e questo è ciò che a noi più interessa, si può essere a favore della fiscal consolidation perché si ritiene, in base a precise ipotesi sul funzionamento dei mercati, che essa stessa sia una politica idonea a favorire il superamento della crisi e la ripresa stabile della crescita. Alcuni economisti hanno sostenuto questa tesi invocando, a sostegno, sia un selezionato numero di precedenti storici sia l’esistenza di potenti “effetti non keynesiani” della riduzione dei deficit pubblici. Questi ultimi consisterebbero, essenzialmente, nel positivo effetto sulla domanda della riduzione dei deficit per il tramite della riduzione della probabilità di instabilità finanziaria e di futuri incrementi nell’imposizione fiscale. Senza entrare nel merito della questione – la quale, peraltro, segnala che contrariamente a quanto si diceva qualche tempo fa “non siamo tutti keynesiani”, neanche nella crisi &#8211; si può osservare che questi effetti non keynesiani sulla domanda interna tardano a manifestarsi e che questo deve avere qualcosa a che fare con la solidità dei meccanismi che dovrebbero provocarli.<br />
Quanto ai precedenti episodi in cui la crescita avrebbe positivamente risentito della riduzione dei deficit, l’interpretazione proposta è stata oggetto di numerose critiche soprattutto a causa del fatto che non vengono opportunamente considerate altre condizioni di contesto, rilevanti in ciascun caso; in particolare, si sottovaluta l’utilizzo in senso espansivo della politica monetaria e del cambio, che oggi è precluso dalla massa enorme di liquidità in circolazione e dal livello già bassissimo dei tassi di interesse.<br />
Forse anche a causa di questo, acquisisce, almeno in apparenza, consensi crescenti l’idea che occorra mettere mano a quelle riforme strutturali di cui si parla da un tempo ben più lungo di quello che è trascorso da quando la crisi si è manifestata. Questa posizione è sostenuta con particolare forza e spesso con ottimi argomenti dall’OCSE che ha elencato gli ambiti nei quali sono più urgenti queste riforme, opportunamente differenziandoli per paese. Si tratta di misure che dovrebbero migliorare il sistema dell’istruzione, i sistemi di governance delle imprese, il grado di competitività nei mercati, la flessibilità nel mercato del lavoro e altro ancora<br />
Naturalmente, misure di questo tipo non sono in contrasto con la politica della fiscal consolidation e forse si può anche dire che la loro combinazione costituisce la ricetta che meglio rappresenta oggi la “saggezza convenzionale”.<br />
Possiamo però chiederci come esse potrebbero risolvere il problema che abbiamo individuato in precedenza e cioè le difficoltà “interne” ai paesi avanzati nel far fronte alle sfide della crisi economica. Le riforme strutturali contribuiscono ben poco alla domanda interna; possono- almeno alcune di esse – migliorare la capacità competitiva dei paesi occidentali e, dunque, l’effetto di traino esercitato dalle esportazioni attivate dal dinamismo dei paesi emergenti; soprattutto, manifestano i loro effetti su orizzonti temporali comunque troppo lunghi rispetto alla dinamica della crisi. Dunque, al di là della loro utilità per sostenere la crescita del lungo periodo, esse non possono essere considerate politiche di contrasto alla crisi. Lo stesso può dirsi per la fiscal consolidation alla luce degli argomenti già esposti. La conclusione da trarre sembra molto semplice: l’occidente parla, largamente, di altro, parla di problemi (il riequilibrio della pubbliche finanze, le capacità di crescita future) certamente rilevanti di per sé ma si mostra largamente insensibile rispetto alla crisi, soprattutto dell’occupazione. Forse anche per questo molti non rinunciano a cogliere l’occasione che qualche dato positivo fornisce per dichiarare la crisi superata. Certamente, per questo, è consentito parlare di crisi orfana di politiche.<br />
La difficoltà, rispetto alla quale il silenzio è grande, riguarda come conciliare l’esigenza di intervenire a sostegno della produzione e dell’occupazione con la necessità di delineare un più lontano futuro nel quale le finanze pubbliche siano sostenibili e le capacità di crescita (possibilmente anch’essa sostenibile) siano rafforzate.<br />
In questa situazione, in molti paesi occidentali altri importanti cambiamenti sembrano essere in corso e si tratta di cambiamenti che possono essere considerati strutturali anche se non necessariamente risultano compresi nella dettagliata lista elaborata dall’OCSE. Si tratta, sostanzialmente, di un profondo cambiamento nelle relazioni industriali e nel più complessivo funzionamento del mercato del lavoro. Non soltanto in Italia, ma soprattutto in Italia, questo cambiamento sembra essere piuttosto ben visibile, come le vicende collegate alla Fiat mostrano molto chiaramente. Queste evoluzioni danno alla domanda interna un contributo il cui segno è facilmente immaginabile ma, soprattutto, esse rendono evidente un aspetto piuttosto preoccupante della crisi: il suo ruolo di veicolo per il pieno manifestarsi, nei paesi occidentali, di uno dei più temuti effetti negativi della globalizzazione e cioè il drammatico peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (soprattutto, ma non soltanto, i meno qualificati) per effetto della competizione aperta con i ben più poveri lavoratori dei paesi emergenti.<br />
Forse esagerando un po’ si può affermare che sia in atto tra i paesi occidentali una sorta di gara ad accrescere la propria competitività per questa via. Negli anni ’30 ciascun paese tentò di difendere i propri livelli di attività attraverso le svalutazioni competitive i cui effetti complessivi, come è ben noto, furono disastrosi. Oggi si rischia di ripetere l’errore di favorire la competizione laddove occorrerebbe maggiore cooperazione ma si modifica , per una serie di ragioni, l’ambito nel quale questa competizione avviene. Gli effetti, anche se certamente non devastanti come 80 anni fa, rischiano di essere comunque tali da prolungare lo stato di “arrancamento” in cui si trova gran parte dell’occidente.<br />
Oltre ai negativi effetti di breve termine, questi sviluppi rischiano di definire un futuro caratterizzato da disuguaglianze crescenti e condizioni di vita difficili per un segmento sempre più ampio della popolazione. Se si ricorda quale fosse, sotto questo aspetto, la situazione negli anni precedenti la crisi non si faticherà a trovare in tutto questo un serio motivo di preoccupazione. In Italia poi, le preoccupazioni per il futuro rischiano di essere ancora maggiori, se si pone mente a un dato particolarmente inquietante reso noto dall’Istat ai primi di agosto: tra il 2007 e il 2009 la produttività del lavoro è diminuita del 2,7%. Anche in questo caso, ricordare la situazione nella quale ci trovavamo prima della crisi serve a comprendere quanto possa essere drammatico il quadro che si viene delineando. E serve anche a chiedersi che razza di modifiche strutturali siano in corso nel nostro paese, se l’effetto è quello di ridurre la produttività e abbassare i salari.<br />
In conclusione, la crisi sembra essere davvero orfana di politiche specifiche. Sembra che, per molti, l’equilibrio dei conti pubblici e le capacità di crescita futura siano problemi ben più seri della crisi in atto o, perfino, che affrontandoli anche la crisi svanirà. Il fondato timore è che le cose non stiano affatto così. Prendere sul serio la crisi sembra indispensabile per superarla. Ma occorre farlo nella consapevolezza che i conti pubblici non sono sempre residuali e che la crescita dipenda anche da interventi dal lato dell’offerta, soprattutto da misure che sostengano la produttività. Non solo. Occorre riconoscere che, al di là delle discussioni di teoria economica, appare essersi consolidato, ben prima della crisi, un blocco di interessi – dal quale la politica fatica a mostrarsi indipendente – che vede in questa crisi l’occasione per realizzare un disegno che promette poco sul piano della crescita e dell’occupazione e molto, invece, sotto il profilo dei vantaggi distributivi. Si pensi, ad esempio, a quanto sarebbe sensata una manovra diretta a realizzare una diversa distribuzione del carico fiscale, che ne sposti il peso sui ricchi e super-ricchi e che trasformi, in uno dei vari modi possibili, almeno parte delle conseguenti maggiore entrate in ampliamento della domanda interna. Questa manovra suscita fierissima opposizione ed è, al riguardo, particolarmente istruttiva la reazione che si è scatenata negli Stati Uniti quando si è sussurrato che forse non sarebbe stato opportuno rinnovare i tagli fiscali concessi da Bush ai super ricchi in scadenza alla fine dell’anno.<br />
Ma su tutto questo sembra esservi un ritardo di analisi piuttosto generalizzato che preoccupa. Per questo appare urgente riservare all’argomento una rinnovata riflessione che permetta alla crisi di non restare più a lungo orfana di adeguate politiche.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;idea di giustizia&#8221; di Amartya Sen: sintesi e osservazioni per l&#8217;uso quotidiano*</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 21:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FBarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[I. Premessa “La mia ricerca riguarda la possibilità di trovare un’intesa fondata sulla ragione su come ridurre l’ingiustizia nonostante le nostre diverse idee sullo stato ‘ideale’ delle cose ”(p. 28, nota). E’ con questa definizione che Amartya Sen descrive, nel libro “L’idea di giustizia” (Allen Lane 2009; Mondatori, 2010, l’ambizioso progetto di fornire gli strumenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I. </strong><strong>Premessa</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“La mia ricerca riguarda la possibilità di trovare un’intesa fondata sulla ragione su come ridurre l’ingiustizia nonostante le nostre diverse idee sullo stato ‘ideale’ delle cose ”(p. 28, nota). </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E’ con questa definizione che Amartya Sen descrive, nel libro “L’idea di giustizia” (Allen Lane 2009; Mondatori, 2010, l’ambizioso progetto di fornire gli strumenti concettuali per accrescere la giustizia, rispondendo a domande quali: Perché dobbiamo accrescere la giustizia? Giustizia di che? Come mettersi d’accordo per accrescere la giustizia? Entro quali confini (comunitari, nazionali, globali)?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>1. L’idea di giustizia</em> di Sen è una teoria dell’azione, contro l’indifferenza e l’inerzia. Come scrive Sen, le basi concettuali di ogni azione per accrescere la giustizia devono essere chiarite “affinché essa goda di un’adesione consapevole e continua nel tempo” (362). E’ quanto egli fa, proponendo, in modo non fazioso ma neppure onnicomprensivo, principi e indirizzi per sottoporre a valutazione, comunicare, migliorare e rafforzare le azioni rivolte contro l’ingiustizia. Evitando l’autocompiacimento e offrendo, a un tempo, ponti verso le teorie oggi dominanti e argomenti di difesa da esse, Sen ci mette a disposizione strumenti per la battaglia quotidiana a favore della giustizia. Fornisce i mezzi per costruire quel discorso pubblico che egli colloca al centro sia della democrazia, sia dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Prendendo le mosse dalla critica della teoria della giustizia di John Rawls, Sen sceglie di “incentrare la questione della giustizia anzitutto … su ciò che accade effettivamente (anziché sulla mera valutazione di accordi e istituzioni) e, in secondo luogo, sull’analisi comparata dei passaggi attraverso i quali promuovere la giustizia (anziché sulla definizione di accordi perfettamente giusti)” (414). Compie questa scelta partendo dai “sentimenti, [dalle] preoccupazioni e [dalle] facoltà mentali che ci accomunano in quanto esseri umani” (418): da un lato, la capacità di esprimere simpatia, di essere mossi dal dolore e dall’umiliazione degli altri, di preoccuparsi della libertà; dall’altro, la capacità di ragionare, discutere, dissentire e consentire. A causa di queste caratteristiche umane, “la generale aspirazione alla giustizia assai difficilmente potrà essere cancellata, anche se diversi possono essere i modi per provare a realizzarla” (419). Partendo da questi aspetti peculiari dell’essere umano, Sen sviluppa una teoria su come <em>prendersi cura,</em> attraverso lo strumento dell’imparzialità, e <em>come ragionare,</em> attraverso la valutazione pubblica. Come egli scrive nelle pagine conclusive del libro, il progetto è perseguito facendo uso dello strumento dell’imparzialità nel confronto pubblico e “privilegiando la teoria della scelta sociale rispetto a quella del contratto sociale” (415). Questo punto di vista gli consente di confrontarsi con le “nostre diverse idee in merito allo stato di cose «ideale»” (28, nota).</p>
<p style="text-align: justify;">3. Tenendo conto degli obiettivi del progetto, la sua verifica ultima sta nella capacità di offrire veramente alle persone che promuovono la giustizia gli strumenti per lavorare meglio, per mettere in dubbio le proprie motivazioni, per razionalizzare le proprie azioni, per essere più attrezzate nel confronto pubblico. Sembra quindi appropriato riassumere e presentare il ricco materiale del libro nella forma di risposte ad alcune domande pragmatiche che ogni persona impegnata nella promozione della giustizia dovrebbe porsi. Per arrivare a queste domane (paragrafo III) è bene partire – come fa Sen – dalla critica della teoria della giustizia fin qui più avanzata e consolidata: la teoria della giustizia di John Rawls (paragrafo II).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>II. </strong><strong>Una critica della teoria della giustizia di John Rawls</strong></p>
<p style="text-align: justify;">4. Nello stile di comunicazione, Sen segue l’insegnamento di Antonio Gramsci, che – come Sen stesso riassume – consiste da un lato nell’“usare linguaggio e immagini per comunicare in modo efficiente e con codici conformisti, proposte non conformiste” (131). E’ questa una sintesi schietta del proprio metodo, con cui Sen è riuscito a promuovere idee radicali in un’epoca di grande conformismo alle idee dominanti. Per quanto riguarda il contenuto, Sen parte dalla teoria della giustizia di Rawls, un po’ come il <em>Ficus</em> fa con il suo albero-ospite: prima, trae dal suo ospite la forza e si nutre di ciò che esso può offrirgli; poi, con gentilezza, lo abbraccia; e alla fine lo sostituisce. Allo stesso modo, Sen estrae da Rawls alcuni principi fondamentali: il riconoscimento della “capacità di avere un senso della giustizia” quale dimensione fondamentale dell’essere umano; la concezione della giustizia come correttezza; il ruolo centrale della valutazione razionale nel perseguimento della giustizia; la centralità della libertà &#8211; “una certa preminenza”, non “un primato senza condizioni” (78) – assieme a un ruolo dell’equità economica e sociale. Fatto questo, Sen piega con levità questi principi e li riconverte a un uso diverso, mentre dà un colpo alla struttura che li teneva assieme nella teoria di Rawls. E’ questo colpo che riassumiamo in questo paragrafo.</p>
<p style="text-align: justify;">5. La questione affrontata da Raws è la seguente: perché e come avviene che un insieme di istituzioni giuste venga scelto e a quali principi queste istituzioni devono ispirarsi. Rawls adotta un’accezione (assai) ristretta di “comportamento razionale”, definendo razionale un comportamento motivato esclusivamente dall’egoismo. Sotto questa ipotesi, per dare un fondamento razionale alla giustizia egli propone uno strumento teorico che ha radici nella teoria tradizionale del contratto sociale di Locke, Rousseau e Kant: “il velo dell’ignoranza” che consente alle persone di guardare al di là dei propri interessi. Rawls suppone così che i “principi della giustizia” siano scelti da individui che condividono una (immaginaria) “situazione originaria” nella quale nessuno di loro sa ancora chi sarà ed è quindi indotto dal proprio egoismo a essere corretto. Secondo Rawls, l’imparzialità così raggiunta conduce a due principi di giustizia: la <em>libertà</em> (“uguaglianza delle libertà fondamentali … compatibili con libertà simili per tutti”) che rappresenta la priorità; l’<em>uguaglianza delle opportunità</em> e l’<em>equità distributiva</em>, definite come la possibilità di migliorare il più possibile (compatibilmente con gli incentivi necessari per promuovere l’efficienza) la condizione dei membri della società in posizione peggiore.</p>
<p>6. Sen vede quattro profondi limiti nella teoria di Rawls. Alcuni riguardano la sua coerenza interna. Altri riguardano la sua capacità di essere di guida all’azione umana:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I. La soluzione perfetta è sottodeterminata</strong>. Manca nella teoria di Rawls un’argomentazione convincente che spieghi perché lo strumento della “situazione originaria” debba produrre un’“unica soluzione corretta”, e perchè tale soluzione sia costituita dai suoi due principi di giustizia. Facendo uso di alcuni esempi illuminanti, Sen mostra che persone caratterizzate da diversi principi e valori politici, tutti fondati sulla ragione, tendono a maturare in modo imparziale e non arbitrario convincimenti diversi su cosa sia “giusto”. La diversità di convincimenti non è solo il risultato di interessi diversi, ma anche di valori diversi: “E’ possibile che non esista alcun assetto sociale perfettamente giusto sul quale possa realizzarsi un consenso imparziale” (31).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>II. La soluzione perfetta non è necessaria</strong>. La teoria di Rawls mira a disegnare le istituzioni di una società perfettamente giusta. Tralasciando il problema precedente, la sua risposta è sufficiente o almeno necessaria per confrontare due distinte soluzioni, due soluzioni non-perfette, proprie di una società reale? La risposta di Sen è negativa. In primo luogo, l’identificazione della soluzione perfetta “non è di alcun aiuto per risolvere il problema di stilare una graduatoria razionale delle situazioni che se ne allontanano”. In secondo luogo, al fine di stilare questa graduatoria, la soluzione perfetta non è neppure necessaria e può non essere neppure implicita in essa. Dalla teoria della scelta sociale Sen sa che è talvolta possibile dare un ordinamento incompleto alle situazioni x e y senza necessariamente essere d’accordo su quale di esse sia la situazione “migliore”. La “soluzione perfetta” è dunque remota – né sufficiente, né necessaria &#8211; dalla valutazione del grado di giustizia di una società reale e dalle decisioni volte a rendere tale società meno ingiusta. E’ per questa ragione che Sen definisce la teoria di Rawls come “transcendentalismo istituzionale”. E sostiene che nonostante Rawls, essa finisce per offrire <em>de facto</em> una copertura ideologica all’indifferenza rispetto al problema di come ridurre concretamente l’ingiustizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III. La soluzione perfetta non dà alcuna garanzia di attuazione</strong>. I principi della teoria di Rawls riguardano solo le “istituzioni giuste”, non la loro realizzazione, ovvero le “società giuste”, che sono anche il risultato del comportamento effettivo degli individui. Ma è delle società giuste che dovremmo preoccuparci. Riprendendo la distinzione tradizionale della giurisprudenza indiana tra adeguatezza di una organizzazione e correttezza di comportamento &#8211; <em>niti</em> &#8211; e concetto generale di giustizia realizzata &#8211; <em>nyaya</em> &#8211; Sen sostiene che “non importa quanto sia appropriata l’organizzazione esistente: se un pesce grande può ancora divorare a piacimento un pesce piccolo, siamo di fronte a una palese infrazione alla giustizia umana intesa come <em>nyaya</em>” (36). Nel sistema di Rawls, si suppone che gli individui conformino il proprio comportamento e la scelta delle istituzioni ai principi di giustizia e alle istituzioni perfettamente giuste di cui si sono convinti attraverso il marchingegno della “situazione originaria”. Si suppone che essi lo facciano attraverso il “processo in più fasi attraverso cui [secondo Rawls]… si attua la giustizia sociale” (69): la scelta dei due principi fondamentali; la fase costituente” (in cui le istituzioni effettive sono scelte “sulla base delle condizioni di ogni specifica società”); la “fase legislativa”. Questa ipotesi di comportamento post-contrattuale benevolente è molto restrittiva e non tiene. Rawls stesso è in difficoltà quando è costretto a riconoscere che, per convincere le persone a comportarsi secondo i principi da esse stesse stabilite, sono necessari “incentivi”. “I principi emersi in una condizione di imparzialità non dovrebbero prevedere che gli individui compiano quanto spetta loro compiere senza la necessità di allettarli con un’esca?” (74) – si domanda in modo retorico Sen, prendendo nota della contraddizione interna di Rawls.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IV. La soluzione perfetta è basata su un’imparzialità ristretta e provinciale</strong>. “Rawls riserva le decisioni della posizione originaria a un gruppo politicamente circoscritto, i cui membri «sono nati nella società in cui vivono» (<em>citazione da Rawls</em>)” (137). Il punto di vista contrattualista spinge Rawls a supporre che i principi della giustizia siano disegnati e applicati attraverso un accordo <em>ex-ante</em> limitato a tutti i membri di un particolare Stato o collettività. Questo punto di vista ha tre limiti</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Restringe l’imparzialità “ai confini di uno Stato sovrano”, non tenendo conto del fatto che “nel concepire le nostre identità – ne abbiamo infatti più d’una – non ci fermiamo ai confine del nostro paese” (139). “Nel mondo di oggi sono ben pochi coloro che non possiamo ritenere prossimi a noi” (184), scrive Sen partendo dalla parabola del buon samaritano del Vangelo secondo Luca.</li>
<li style="text-align: justify;">Trascura gli “eventuali effetti negativi … su coloro che vivono al di là dei confini” (102). Questa “indifferenza che produce esclusione” è particolarmente grave in una teoria della giustizia come correttezza.</li>
<li style="text-align: justify;">Non lascia alcun margine per “correggere l’influenza di valori meramente locali, alla quale una società separata dal resto del mondo può andare soggetta” (102). Questo terzo limite è particolarmente serio per Sen. Le osservazioni, le convinzioni e le scelte di ogni persona tendono a essere posizionali, a dipendere dal contesto. E’ possibile che l’oggettività morale debba tenere conto della posizione (come capita per esempio nei doveri particolari che ognuno ha verso i propri figli rispetto ad altri esseri umani), ma può esserne anche seriamente distorta (come capita per il convincimento che le donne siano inferiori in una società “in cui le donne vengono tradizionalmente relegate ai margini” (172)). Per superare questo rischio è necessario esercitare uno “valutazione transposizionale”, ossia una valutazione di cosa sia giusto o sbagliato quando si guardino le cose da un “posto che non c’è”, ossia adottando il punto di vista di uno spettatore imparziale. Ma proprio questa trasposizione è impedita quando non si va oltre i valori comunitari e provinciali. Si produrrà allora una “illusione oggettiva”, come la definisce Karl Marx, ossia, nelle parole di Sen, una “convinzione posizionalmente oggettiva che si rivela invece errata quando sottoposta a valutazione transposizionale” (173).</li>
</ul>
<p><strong>III. </strong><strong>Le basi di una nuova teoria della giustizia</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">7. Partendo dalla critica di Rawls, Sen sviluppa un quadro concettuale per affrontare la questione di perché e come promuovere la giustizia. Lo fa (1) adottando un approccio comparatistico – la situazione x è migliore/peggiore della situazione y? –, (2) occupandosi non solo di istituzioni ma anche di quanto siano giuste le società per effetto sia delle istituzioni, sia dei comportamenti sociali, e (3) tenendo conto dei risultati complessivi che derivano dalle scelte e dalle azioni. La sua analisi può essere riassunta nella forma di risposte a cinque domande in sequenza:</p>
<ul>
<li>Perché dovremmo perseguire la giustizia?</li>
<li>Qual è l’oggetto della giustizia?</li>
<li>Quali sono i requisiti di un accordo ragionevole su come promuovere la giustizia?</li>
<li>Che fare quando permane un disaccordo ragionevole su come promuovere la giustizia?</li>
<li>E’ possibile definire e perseguire la giustizia a livello globale?</li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III.1 </strong><strong>Perché dovremmo perseguire la giustizia? Quali fattori (sentimenti e/o ragione) guidano la ricerca di maggiore giustizia?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">8. I “sentimenti istintivi” e le “emozioni” (quali la “repulsione della crudeltà”) e le “reazioni spontanee” possono avere un ruolo di grande rilievo nella percezione di cosa sia giusto o sbagliato e nel suggerire che fare. Ma secondo Sen la ragione deve essere l’“arbitro ultimo delle convinzioni morali”.</p>
<p style="text-align: justify;">9. Cosa bisogna intendere per ragionevole? Sen dà la risposta attraverso due distinti passaggi. Un primo requisito è la razionalità: “perché le nostre scelte siano razionali occorre anzitutto che esse si fondino – esplicitamente o implicitamente – su argomentazioni capaci di <em>reggere</em> al vaglio critico” (191). A differenza di Rawls, la razionalità include qui sia il perseguimento del proprio interesse, sia l’“impegno”, ossia la scelta di un’azione non mossa dal proprio benessere (generosità o spirito pubblico, nelle parole di Adam Smith)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a>. Ma nel caso della giustizia è necessario un requisito “più severo” (206) della razionalità: è questo la ragionevolezza, dove entrano in gioco i “punti di vista e le … idee altrui” (208). La ragionevolezza, o il comportamento ragionevole in rapporto con gli altri è definito come la “capacità di difendere [un’idea] in una discussione pubblica strutturata in modo libero e aperto” (207). La giustizia intesa come correttezza deve progredire dall’idea di “valutazione autoreferenziale … propria dell’idea di razionalità” all’idea della valutazione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">10. Una volta che combiniamo assieme i concetti di razionalità e ragionevolezza, diventa chiaro che a differenza del sistema di Rawls è possibile che una molteplicità di principi e di scelte di azione ammissibili possa sopravvivere alla valutazione pubblica. Diverse ragionevoli convinzioni possono ragionevolmente condurre a differenti ordinamenti “anche dopo ampio dibattito e attenta valutazione” (212). Esistono “modi differenti per legittimare la scelta di una condotta ragionevole … non tutti necessariamente derivanti dal ragionamento basato sul reciproco tornaconto di una cooperazione vantaggiosa” (217) motivato dal proprio interesse. Si apre così il problema di come un gruppo di persone con interessi e opinioni differenti possa arrivare a mettersi d’accordo su una determinata azione per far avanzare la giustizia. Ma prima è necessario chiarire quale sia l’oggetto di questa giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III.2 </strong><strong>Quali sono gli oggetti o “contenuti” della giustizia? Di cosa dovrebbe occuparsi la giustizia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">11. Nell’affrontare questo passaggio, Sen muove dai contenuti classici dei principi di Rawls – libertà ed eguaglianza – sostenendo che “una teoria della giustizia … deve essere sensibile alle innumerevoli considerazioni che ciascuna di queste grandi idee … solleva” (324). Il suo stesso approccio della capacitazione (<em>capability approach</em>), ormai consolidato, è utilizzato da Sen per esplorare e chiarire molte fra – anche se non tutte &#8211; queste innumerevoli considerazioni. E’ cioè utilizzato per “disporre di un focus informativo, per decidere su quali aspetti del mondo dobbiamo concentrarci quando giudichiamo una società e quando valutiamo la giustizia e l’ingiustizia” (240-241).</p>
<p style="text-align: justify;">12. Nell’approccio delle capacitazioni, il vantaggio individuale è valutato in base alla “capacità che ciascuno ha di fare le cose alle quali, per un motivo o per un altro, assegna un valore” (241). Le opportunità sono così definite come un aspetto della libertà, poiché riflettono il “<em>modo</em> in cui ciascuno perviene al risultato finale” (240). L’attenzione non è quindi ai mezzi per vivere, i “beni primari” di Rawls, poiché questi mezzi non possono essere convertiti da ciascuno in ciò che per lui/lei vale in modo libero e indipendente dalla propria condizione: il requisito della libertà sostanziale non è soddisfatto. Inoltre, l’attenzione non è rivolta solo ai risultati effettivi o “funzionamenti”, poiché tale restrizione non consentirebbe di mettere in luce il grado di libertà di ciascuno nell’ottenere quel funzionamento (digiunare – per protesta – è diverso – ricorda sempre Sen – da morire di fame, così come per un immigrante abbandonare liberamente il proprio stile di vita originario è diverso da essere obbligato a farlo). L’attenzione si concentra piuttosto sulle opportunità effettive di vivere e di decidere come vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">13. Quanto alle “cose” alle quali la capacitazione si riferisce, ossia alle dimensioni delle capacitazioni, esse riguardano tutti i campi della vita umana. Il loro peso relativo, il ruolo attribuito a ognuna di esse, è uno dei prodotti di quel processo di valutazione pubblica che è parte costitutiva di un sistema volto a perseguire la giustizia. Solo migliorando l’informazione sulle preferenze delle persone e sui contesti si può arrivare a convenire sui loro pesi relativi e quindi sugli ordinamenti e sulle scelte da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">14. L’impiego dell’approccio delle capacitazioni sottolinea l’attenzione della teoria della giustizia di Sen alla giustizia effettiva delle società, piuttosto che alle caratteristiche trascendentali di una società perfettamente giusta. Come lui stesso scrive: “l’impostazione che propongo non assegna alla questione … delle capacitazioni una funzione secondaria, da evocare e valutare in un momento successivo. Capire la natura e l’origine delle privazioni e delle sperequazioni sul piano delle capacitazioni è fondamentale per rimuovere, con intese in larga misura parziali, quelle che attraverso la riflessione pubblica possono essere identificate come ingiustizie manifeste” (271).</p>
<p style="text-align: justify;">15. L’approccio delle capacitazioni è anche “in grado di orientare correttamente la produzione dei servizi pubblici” (272); consente cioè di portare l’azione per la promozione della giustizia all’interno dell’architettura e dell’arte di fare politica pubblica. L’approccio delle capacitazioni non è confinato all’ambito del benessere, ossia dell’interesse egoistico. La libertà sostanziale conta anche nel perseguire quello che Sen chiama “agenzia” ossia, l’insieme di “tutti gli obiettivi che una persona ha motivo di prefiggersi” (295), incluso l’impegno.</p>
<p style="text-align: justify;">16. Ma Sen è ben consapevole che l’approccio delle capacitazioni non riesce a ricomprendere tutti i possibili oggetti della giustizia: in particolare, non ricomprende “in modo adeguato la libertà sotto l’aspetto procedurale” (303-304). Se le capacitazioni includono “alcuni aspetti di carattere procedurale … non sono tuttavia in grado di rivelarci molto sull’equità dei processi” (304). Da questo punto di vista “ci sono buone ragioni per riconoscere alla libertà personale una sorta di autentico primato … anche se non necessariamente nella forma estrema scelta da Rawls” (307). In conclusione, quindi, la teoria di Sen fa spazio a una pluralità di oggetti. “L’idea di libertà può ben sopportare senza problemi &#8211; egli scrive &#8211; molteplici profili, riferiti ora alle capacitazioni, ora alla mancanza di dipendenza, ora alla mancanza di interferenze” (316)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III.3 </strong><strong>Quali sono i requisiti di un accordo su cosa è giusto? Di cosa ha bisogno una valutazione fondata sulla ragione?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">17. Stante il convincimento di Sen che “tutti noi siamo in grado di essere ragionevoli, mantenendoci aperti a tutte le informazioni e riflettendo sugli argomenti che ci giungono da vari punti di vista” (56-57), il criterio di oggettività, fondamentale per un’idea di giustizia, finisce per “coincidere con ciò che verosimilmente sopravvive a un dibattito pubblico aperto e documentato” (56). Il solo ambito nel quale una valutazione fondata sulla ragione può avere luogo è dunque quello pubblico: una valutazione pubblica aperta a punti di vista esterni “basata su diverse esperienze vicine e lontane”. La valutazione pubblica è caratterizzata da apertura (contrapposta a provincialismo) e imparzialità e dall’esistenza di uno spazio per il dissenso e il conflitto (fra interessi, fra punti di vista, fra idee di giustizia).</p>
<p style="text-align: justify;">18. La valutazione pubblica di Sen è radicalmente diversa da quella che conduce a fissare i principi nell’approccio contrattualista di Rawls. Nell’ approccio contrattualista, il marchingegno del velo dell’ignoranza crea uno spazio di valutazione pubblica per individui egoisti. Nell’approccio di Sen, le opinioni contano nella valutazione pubblica non solo quando esse sono motivate dall’egoismo ma anche quando “non possono essere «ragionevolmente avversate»” (210); non solo quando provengono dall’interno della comunità o società, ma anche quando vengono da fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">19. La valutazione pubblica risponde alla fame di informazione che a giudizio di Sen è implicita nel perseguimento della giustizia: “ampliare la base informativa delle nostre valutazioni” (179) è il solo modo per dare spessore alla valutazione razionale e per arrivare a ordinamenti parziali in merito a ciò che più o meno giusto e a un consenso su che fare per promuovere la giustizia. Ma affinché ciò abbia luogo, gli individui devono avere un incentivo adeguato a esercitare tale valutazione, ad acquisire e rivelare informazione. “Non di rado … le ingiustizie hanno a che fare con marcate divisioni sociali riconducibili a differenze di classe, sesso, livello, posizione, religione, comunità e altre barriere consolidate, che in molti casi rendono difficile pervenire a un’analisi oggettiva del contrasto tra situazione effettiva e situazione potenziale” (394). La possibilità di valutare “dubbi, interrogativi, argomenti”, l’esistenza di uno spazio per “contestare” (394) sono dunque un requisito fondamentale per una valutazione pubblica genuina ed effettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">20. Nell’impianto di Sen la valutazione pubblica richiede dunque una democrazia aperta a punti di vista e influenze esterni. Da un lato, all’interno dei confini di ogni data società, o collettività – ossia nello specifico contesto di una data prospettiva culturale posizionale – tutti gli individui devono avere l’opportunità di esprimere la propria voce in modo sufficientemente robusto. Dall’altro lato, deve esservi la possibilità che le convinzioni e i valori di quella società o collettività siano messi in discussione da punti di vista esterni.</p>
<p style="text-align: justify;">21. Per quanto riguarda il primo di questi due aspetti, la giustizia richiede quindi “la partecipazione politica, il dialogo e la pubblica interazione” (332), ovverosia la democrazia intesa come “governo attraverso dibattito”, o democrazia deliberativa, non quindi solo una “lettura istituzionale della democrazia, fatta di urne ed elezioni” (332)<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>. “Il successo della democrazia non dipende soltanto dalla capacità di realizzare la migliore struttura istituzionale concepibile, ma anche e inevitabilmente dai nostri effettivi modelli di comportamento nonché dal funzionamento delle interazioni politiche e sociali” (360). Una funzione centrale spetta alla libera stampa e ai mezzi di comunicazione: essi svolgono non solo un “importante <em>ruolo informativo</em>” ma anche un ruolo decisivo nella “<em>formazione di valori</em> avveduta e svincolata da imposizioni esterne” (342). La democrazia ha così sia un ruolo informativo, sia un ruolo di incentivo, oltre a essere determinante per “l’intrinseco e costitutivo valore della libertà politica” (351). In questo sistema è evidente che “tra giustizia e democrazia c’è un intimo legame”, dal momento che “le istanze della giustizia possono essere affermate soltanto con l’aiuto della riflessione pubblica e … questa è costitutivamente legata all’idea di democrazia” (332).</p>
<p style="text-align: justify;">22. Per quanto riguarda il secondo aspetto, l’apertura a punti di vista esterni svolge un ruolo determinante nell’impianto teorico di Sen. Società e individui non possono rimanere intrappolati in abitudini e tradizioni, che producono illusioni posizionali. Per superare questi ostacoli “è necessario “ampliare la base informativa delle nostre valutazioni, come del resto già sapeva bene Adam Smith, il quale raccomandava di ricorrere sistematicamente a punti di vista anche totalmente estranei al nostro” (179). “Se il dibattito sulle istanze della giustizia è confinato a un luogo specifico … si profila il pericolo di ignorare o trascurare molte obiezioni stimolanti  che … non riescono a emergere nella discussione politica locale o a trovare spazio nei confronti circoscritti all’interno della specifica cultura locale” (408).</p>
<p style="text-align: justify;">23. Sen mostra grande preoccupazione per gli effetti negativi di una costrizione all’interno dei limiti di date culture o relazioni locali o comunitarie. Ciò non significa che egli trascuri il ruolo positivo delle comunità e la necessità di tenere conto dei contesti nel promuovere la giustizia. Al contrario, come scrive in un altro saggio, <em>Identità e violenza</em>, “l’identificazione con altri all’interno della stessa comunità sociale può rendere la nostra vita migliore; un senso di appartenenza alla comunità è dunque una risorsa”. Nello specifico campo della giustizia, Sen sottolinea poi che nel definire le capacitazioni è necessario fare riferimento al contesto in cui gli individui vivono: le capacitazioni e le “modalità di conversione del reddito nei vari stili di vita adottati dalle persone” (264) sono influenzati dalle “differenze ambientali”, dalle “differenze di clima sociale”, inclusa la “qualità delle relazioni in seno alla comunità”, e da “differenze di tipo relazionale”. Le capacitazioni sono insomma un concetto assai territoriale o <em>place-based</em>. Ma al tempo stesso, secondo Sen, il contesto non può diventare un “nido” all’interno del quale si decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per due ragioni. Perché l’identità di ogni individuo va oltre il gruppo ristretto con cui egli interagisce. Perché un punto di vista esterno è indispensabile per arrivare a una valutazione imparziale. In particolare, Sen sottolinea che ogni individuo ha molteplici identità e “considerarlo meramente come membro di un gruppo particolare sarebbe una palese negazione della libertà individuale di decidere come concepire se stessi” (256).</p>
<p style="text-align: justify;">24. Come Sen scrive di nuovo in <em>Identità e violenza</em>, “classificare le persone in categorie ossificate” può condurre sia a una “segregazione comunitaria”, sia a una “segmentazione delle civiltà” (178): due visioni del mondo che certo non conducono a promuovere la giustizia. Sono dunque necessari “spettatori imparziali”, opinioni che vengano da altri specifici luoghi o opinioni che vengano da un “luogo che non c’è”. E’ questa la condizione affinché i convincimenti siano sottoposti a un punto di vista esterno “fondato su esperienze diverse”. Il superamento della “trappola del provincialismo” (408) sta nella capacità dei convincimenti etici di sopravvivere alle sfide. L’apertura all’esterno, oltre a consentire di tener conto di altri punti di vista, permette anche di tener conto dell’interesse dei membri di altre società che possono essere influenzati, e nei fatti spesso sono influenzati, dai convincimenti e dalle azioni di una data società.</p>
<p style="text-align: justify;">25. La valutazione pubblica ha un ruolo fondamentale nell’approccio di Sen. Ma c’è un problema. Sen non affronta la questione di cosa si debba fare se la democrazia deliberativa, requisito per lui indispensabile per fare avanzare la giustizia, non esiste o è inadeguata, se non viene consentito spazio sufficiente per i contestatori, se i mezzi di comunicazione sono posti sotto tutela, se la valutazione pubblica è sacrificata o repressa. Sembra non esservi dubbio che in queste circostanze il paradigma di Sen richieda un’azione per reintrodurre questi requisiti fondamentali. Ma le cose non sono così semplici. In primo luogo, quando manca la valutazione pubblica, è difficile mettersi d’accordo sul fatto se la valutazione pubblica manchi effettivamente. In secondo luogo, essendo la democrazia inadeguata, è inevitabile che l’azione di ripristino sia concepita e promossa da piccole avanguardie, che per loro natura e necessità di sopravvivenza non possono esercitare al proprio interno un’adeguata valutazione, né possono essere aperte all’esterno. D’altro canto, se questi limiti dovessero frenare l’azione, il ripristino delle condizioni democratiche non avrebbe mai luogo. Cosa ci dice l’approccio di Sen in questa situazione? E’ ragionevole pensare che i normali criteri preposti a stabilire cosa siano le “azioni concordate per promuovere la giustizia” siano sospesi in “circostanze eccezionali”? Che garanzia vi sarebbe che tale sospensione non sia prolungata oltre quanto necessario, come spesso avviene quando le avanguardie raggiungono il loro scopo? Sarebbe necessario affrontare tali questioni se effettivamente ci si vuole concentrare su “ciò che effettivamente avviene” anziché sulla valutazione pubblica intesa come una “soluzione perfetta”, e se l’approccio di Sen vuole effettivamente operare come una base concettuale per l’azione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III.4 </strong><strong>Cosa è un “accordo”? Che fare quando permane un disaccordo fondato sulla ragione  su come promuovere la giustizia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">26. “L’accordo” sull’ordinamento parziale che dovrebbe essere conseguito dalla valutazione pubblica viene definito da Sen come una valutazione e una scelta d’azione sulla quale si realizzi  “una convergenza delle conclusioni di un modo di ragionare imparziale”; ossia in merito alla quale le argomentazioni contrarie “sarebbero superate da quelle a favore, essendo soddisfatti i requisiti della riflessione pubblica e le condizioni di imparzialità” (403). Sen chiarisce che “l’accordo auspicato non equivale alla piena unanimità delle <em>effettive</em> gerarchie preferenziali espresso dalle varie persone nell’ambito dell’ordinamento parziale in questione”. Si tratta di un chiarimento assai importante, dal momento che, essendo l’ingiustizia assai spesso frutto di divisioni e interessi, l’unanimità sarebbe un requisito decisamente intenibile della teoria.</p>
<p style="text-align: justify;">27. A differenza del sistema perfetto di Rawls, “i principi che sopravvivono alla valutazione razionale da diversi punti di vista non costituiscono necessariamente un insieme unico”. Ad esempio, “teorici di diversa formazione quali gli utilitaristi, o gli egualitari, o i libertari senza compromessi” possono trovarsi a dissentire su quale sia la soluzione giusta di un caso particolare. Il confronto pubblico può disfarsi di idee irragionevoli, ma possono ben sopravvivere molteplici visioni del mondo. “Sto sostenendo – scrive Sen – che possono sopravvivere simultaneamente posizioni contrapposte e che possa essere impossibile sottoporle a una chirurgia radicale che le costringa in un sistema di punti di vista completi e coerenti”. La pluralità di opinioni può riguardare sia “la varietà dei valori che quella teoria ritiene significativi [sia] l’importanza che essa può riconoscere a vari tipi uguaglianza o di libertà” (400). Persino un singolo individuo in particolari situazioni può avere un ordinamento incompleto. A maggior ragione, può essere incompleta la gerarchia parziale su cui un gruppo di individui riesce ragionevolmente a convenire.</p>
<p style="text-align: justify;">28. Come è possibile che una situazione di disaccordo persistente, fondato sulla ragione, conduca ad azioni per ridurre l’ingiustizia? Secondo Sen, l’uso appropriato del suo sistema e i risultati della teoria della scelta sociale ci consentono di comprendere come procedere in condizioni di disaccordo persistente o di ordinamento incompleto. La teoria della scelta sociale “pone … attenzione alla base razionale dei giudizi sociali e delle decisioni pubbliche che vengono a prodursi nella scelta tra diverse opzioni” (107). Si può certamente dimostrare che esistono molte situazioni in cui “una procedura di scelta sociale qualificabile come razionale e democratica … non è in grado di soddisfare simultaneamente neppure un numero ridotto di condizioni assai blande” (104). Ma “nella maggioranza dei casi [le contraddizioni e le impasse] possono essere sostanzialmente risolte, rendendo le procedure di decisione sociale più ricettive all’informazione” (105).</p>
<p style="text-align: justify;">29. In sintesi, la teoria della scelta sociale: a) è rivolta a offrire valutazioni comparate e quindi a essere usata come uno strumento per prendere decisioni; b) fa questo riconoscendo la “pluralità ineludibile di principi in competizione fra loro”; e c) “lascia aperta la possibilità che persino una teoria completa della giustizia dia luogo ad un ordinamento incompleto. L’incompletezza può avere in molti casi natura assertiva dando luogo a proposizioni tipo che x e y non possono esser gerarchizzati in termini di giustizia”.</p>
<p style="text-align: justify;">30. La prospettiva della teoria della scelta sociale rende chiaro che “una considerevole eterogeneità di prospettive può essere accomodata <em>all’interno</em> di una teoria di ampio respiro e può generare in tal modo ordinamenti parzialmente completi capaci di contribuire a separare le scelte plausibili (se non la scelta «migliore») da quelle chiaramente insostenibili” (402, nota). In particolare, muovendo da “ordinamenti distinti che fanno riferimento a diverse istanze di giustizia filtrate dal vaglio della riflessione pubblica” (404), “l’intersezione (o gli elementi comuni) tra i vari ordinamenti prodotti dalle diverse priorità darà luogo a un ordinamento parziale … non riuscendo invece a esprimere alcun ordinamento su altre coppie di alternative” (402). Sen osserva tuttavia che non si avrà alcuna intersezione se la valutazione razionale fondata su un dato insieme di principi induce a ritenere che un “compromesso” di breve termine – ossia una soluzione di intersezione – possa ridurre le probabilità di passare a ciò che quel punto di vista considera il passo successivo. E’ il caso dell’ abolizione dello schiavismo, che potrebbe ridurre le probabilità di eguali diritti degli ex schiavi; o del caso in cui si accetti un compromesso troppo al ribasso in tema di riforma sanitaria, che potrebbe ridurre le probabilità di una riforma vera e propria più in la nel tempo. Anche in questi casi, comunque, la mobilitazione dei soggetti interessati può spingere a favore di miglioramenti immediati.</p>
<p style="text-align: justify;">31. La valutazione pubblica e la teoria della scelta sociale sono dunque gli strumenti attraverso cui nel mondo reale è possibile perseguire un accordo su come promuovere la giustizia. Ma una questione rimane senza risposta: l’idea di giustizia di Sen è in grado di misurarsi con quell’abbinamento sistematico e particolare di interessi e opinioni che accompagna il modo capitalistico di produzione? Il suo approccio è certamente sufficientemente capiente da abbracciare lo scontro di convincimenti ragionevoli – su cosa sia giusto – che trova fondamento in “marcate divisioni sociali, riconducibili a divisioni di classe”. Ma nel capitalismo la triade composta da mercato, controllo dei mezzi di produzione e Stato crea e riproduce ineguaglianze “efficienti”, ossia ineguaglianze che rappresentano la controparte di incentivi che sono fonte di innovazione e di crescita della produttività. Ciò crea una forte giustificazione razionale delle ineguaglianze. In ogni particolare condizione, quasi sempre si aprono complessi confronti sul fatto se le ineguaglianze siano o meno necessarie (ai fini dell’efficienza totale), se esse dipendano dalle circostanze – e quindi vadano contrastate &#8211; o dal grado di impegno degli individui – e quindi vadano considerate giuste -, se esse siano stabili – ossia tendano a perpetuarsi – o meno, etc. Cresce così lo spazio per opinioni ragionevoli e per tesi a favore di quelle che, da un diverso punto di vista, appaiono come eclatanti ingiustizie. Questo particolare abbinamento di opinioni e interessi originato dal capitalismo, sembra quindi restringere lo spazio per accordi alla Sen.</p>
<p style="text-align: justify;">32. Durante la storia del capitalismo la giustizia ha compiuto progressi significativi, ma il più delle volte ciò è avvenuto attraverso un conflitto fondato su minacce credibili dei soggetti deprivati, anziché attraverso l’identificazione di una “soluzione di intersezione fra diversi ordinamenti”. Spesso è solo dopo che minacce e conflitti hanno prodotto cambiamenti nella distribuzione del potere e nella bilancia delle capacitazioni, che le preferenze, le opinioni e gli ordinamenti cambiano, e che un “accordo” viene raggiunto, razionalizzando l’aggiustamento originario. Insomma, gli accordi sugli ordinamenti si modificano a seguito delle azioni anziché le azioni a seguito degli accordi. La voce, la protesta e le minacce svolgono un ruolo importante nello schema teorico di Sen, ma come strumento per attuare la valutazione pubblica e per accrescere il volume di informazioni. Può questo stesso schema teorico dare spazio a un diverso ruolo della voce, della protesta e delle minacce che può esser richiesto quando si restringe lo spazio per accordi fondati sulla ragione? Può questo schema teorico dar conto dell’inversione di ruoli fra azione e accordo?</p>
<p><strong>IV.3 </strong><strong>Può la giustizia essere definita e promossa a livello globale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">33. Lo schema teorico di Sen pone le basi per non restringere la definizione dei principi di giustizia e la promozione di una maggiore giustizia all’interno degli stretti confini degli Stati. Dal momento che il requisito di ogni principio di giustizia è l’esistenza di “partecipazione politica, dialogo e confronto pubblico” assieme all’apertura alle “opinioni da un luogo che non c’è”, Sen sostiene che tale requisito può essere soddisfatto anche a livello globale: “l’attivismo e le manifestazioni pubbliche, il confronto mediatico e il dibattito aperto sono alcuni dei modi in cui è possibile promuovere la democrazia globale senza attendere la creazione di uno Stato globale” (413-414). Sen ha in mente molteplici fonti di giustizia globale: le nazioni Unite, “l’impegno … delle organizzazioni di cittadini”, molti NGO, “una parte dei media”, “l’immensa schiera di singoli attivisti che cooperano assieme”, “ i movimenti «no global»” (413).</p>
<p style="text-align: justify;">34. A differenza dell’approccio di Rawls dove la giustizia – in realtà i principi della giustizia perfetta – scaturiscono da un contratto sociale raggiunto all’interno degli stretti confini di una collettività, e la ricerca della giustizia globale richiede il disegno di un super-Stato, nell’approccio di Sen motivazioni e riflessioni in merito alla ricerca di giustizia possono svilupparsi e fiorire nella complessa arena che caratterizza il mondo globalizzato di oggi. Mentre la teoria di Rawls – pur trascurando i suoi altri problemi – è chiaramente messa a rischio dall’allentamento che ha oggi luogo nei confini degli Stati, la teoria di Sen è abbastanza capiente – come lui direbbe &#8211; per tener conto del contesto nuovo. La giustizia non ha ragione di finire con la globalizzazione. Ed effettivamente non sta finendo.</p>
<p style="text-align: justify;">35. Infine, Sen non vede alcuna ragione per considerare i “diritti umani” come un ‘idea teoricamente infondata – come alcuni hanno sostenuto – sempre che essi vengano intesi come “rivendicazioni morali costitutivamente legate all’importanza della libertà umana” e sempre che “che lo statuto di diritto umano sia accordato a ogni specifica rivendicazione sulla base di una valutazione pubblica che contempli l’esercizio dell’imparzialità aperta” (371). Una volta che si adoperi questo filtro, diventa possibile includere fra i diritti umani ragionevoli anche i “diritti di seconda generazione”, ossia “i diritti economici e sociali”, e tale “inclusione … permette di integrare i temi etici alla base delle idee generali dello sviluppo globale con le istanze della democrazia deliberativa” (386).</p>
<p>*****</p>
<p style="text-align: justify;">36. Affrontando la questione dei confini entro i quali gli istinti e la ragione si incontrano nel promuovere la giustizia, Sen chiude il cerchio del suo progetto. Egli ha dato fondamenta razionali alla diffusa scontentezza per le caratteristiche, a un tempo, trascendentali e provinciali della teoria della giustizia di John Rawls, per altri versi assai attraente. E ha dato evidenza ai principi più convincenti di quella teoria. Egli ha quindi predisposto gli strumenti di cui ogni persona impegnata nella promozione della giustizia ha bisogno per compiere progressi, essere consapevole di errori e trappole (paternalismo, provincialismo, estremismo, inerzia etc), essere più convincente ed efficace, indirizzare a buon fine le proprie emozioni e la propria contestazione, restare aperti a punti di vista esterni, disegnare modi per raggiungere accordi su cosa fare in pratica. Ora, il compito per l’azione privata e per la politica pubblica è quello di verificare queste categorie nel lavoro di ogni giorno, di prender nota dei loro punti di forza e di debolezza, di suggerire integrazioni e modifiche. Ora, il compito della ricerca è quello di studiare la mole crescente di interventi e di politiche di promozione della giustizia che si avvalgono di queste categorie, di verificare la loro efficacia predittiva (di successi e fallimenti), e di proporre modifiche all’impianto teorico quando esse appaiono necessarie – come potrebbe essere il caso per la capacità dello schema di affrontare la sistematica e sofisticata produzione di ineguaglianze del modo capitalistico di produzione.</p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;">*Le citazioni si riferiscono all’edizione italiana del libro, ma se ne discostano a volte a causa dei problemi riscontrati.</p>
<p style="text-align: justify;">[1] Il “proprio interesse” include la simpatia, ossia nelle parole di Sen la situazione in cui “il benessere di una persona è influenzato dalla situazione di altri” (199). Come scrive Sen, “gli individui non devono necessariamente essere autoreferenziali; possono invece tenere conto degli interessi altrui <em>in vista del</em> proprio vantaggio” (200). Anche la teoria delle scelte razionali può essere estesa, ed effettivamente è stata estesa in questa direzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> La mancanza di interferenze è l’aspetto suggerito dalla teoria “repubblicana”, la cui definizione di libertà include, nelle parole di Sen, non solo “ciò che una persona è in condizione di fare in una certa sfera, ma anche il requisito che gli altri non siano in grado di inibire la facoltà di quella persona, neppure qualora volessero farlo” (312).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> Queste, sostiene Sen, sono “una parte – ancorché fondamentale – del modo in cui la ragione pubblica agisce all’interno di una società democratica” 332-333.</p>
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		<title>Otto ragioni per avere fiducia sul futuro del Mezzogiorno d’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 03:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flogiudice</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si narra che un giorno un etologo prese delle pulci e le chiuse in una scatola di vetro, per osservarne il comportamento. Le pulci, come è nella loro natura, cominciarono a saltare per muoversi ed uscire dal contenitore ma, saltando, sbattevano continuamente la testa al coperchio di vetro. E così, salta oggi, salta domani, sbatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si narra che un giorno un etologo prese delle pulci e le chiuse in una scatola di vetro, per osservarne il comportamento. Le pulci, come è nella loro natura, cominciarono a saltare per muoversi ed uscire dal contenitore ma, saltando, sbattevano continuamente la testa al coperchio di vetro. E così, salta oggi, salta domani, sbatti la testa oggi, sbatti la testa domani, le povere pulci smisero di saltare.. pur rimanendo vive sul fondo della scatola. Fu a quel punto che lo scienziato rimosse delicatamente il coperchio e attese la loro reazione. Ebbene, incredibile a credersi, le pulci non fecero più nessun salto e morirono nella scatola aperta!</p>
<p style="text-align: justify;">Questo curioso aneddoto scientifico, come è facilmente intuibile, insegna che: anche quando, per una qualche ragione, mutano le condizioni esterne e vengono meno gli ostacoli che ci impediscono il successo di un’azione, spesso non si ha più il coraggio di riprovarci perché, nel frattempo, la serie di fallimenti registrati e le relative sofferenze patite, ci hanno fatto perdere l’entusiasmo e la capacità di iniziativa, portandoci a rinunciare al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. E’ una metafora che ben si adatta alla psicologia umana (anche collettiva) e che, con i dovuti rispetti, può essere utile, a mio avviso, a capire la “questione meridionale italiana” oggi, su cui, di seguito, tenterò alcune brevi riflessioni.   </p>
<p style="text-align: justify;">Diversi, infatti, i tentativi che sono stati effettuati attraverso politiche di sviluppo e di occupazione per rendere il Mezzogiorno d’Italia un territorio autonomo da un punto di vista produttivo e quindi indipendente da un punto di vista economico, maturo ed emancipato da un punto di vista sociale e culturale. La maggior parte di questi tentativi, però, com’è noto, si è risolto in fallimento, (come i salti delle pulci) e ciò ha finito inesorabilmente per scoraggiare coloro (Governo, istituzioni locali, società civile) che vi avevano provato e ha rinvigorito l’idea che noi italiani meridionali fossimo sostanzialmente un popolo di vagabondi e delinquenti, refrattari al miglioramento e dunque da abbandonare al proprio destino.</p>
<p style="text-align: justify;">Giusto per citarne uno di questi tentativi, il più importante: le politiche di industrializzazione attuate negli  anni ’60 e ‘70, che mirarono alla costruzione di grandi poli siderurgici (Taranto, Gioia Tauro, Siracusa, ecc.) che, di fatto, non ribaltarono la situazione occupazionale e rimasero vere e proprie ‘cattedrali nel deserto’. Non tutte le politiche di sviluppo, invero, fallirono. Alcune, poche, ebbero successo: per esempio, la creazione dei più recenti poli universitari, o la Cassa del Mezzogiorno che contribuì, se non altro, alla costruzione di tante utili infrastrutture ed opere pubbliche nei territori del Sud.   </p>
<p style="text-align: justify;">Continuando con la metafora, credo sia giunto per noi meridionali il momento di riprovare a “saltare”, perché le condizioni che ci impedivano il successo stanno venendo meno e si stanno creando le premesse per un reale ed autentico miglioramento del sistema. Otto, finora, le motivazioni principali che mi spingono a crederlo e che di seguito sintetizzo:</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;"><strong>Energie rinnovabili. </strong>E’ già in corso in tutto il mondo, anche in Italia, quella che è stata definita da più parti la <em>nuova rivoluzione industriale, </em>vale a dire il ricorso a nuove fonti di approvvigionamento energetico – che a differenza del petrolio sono rinnovabili e con scarsi, quasi nulli, impatti negativi sull’ambiente circostante -. Mi riferisco in particolare all’energia eolica e solare/fotovoltaica, ricavabili dal vento e dal sole di cui l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, come sappiamo, ne sono abbondanti e generosi. Tale percorso di approvvigionamento, se promosso e controllato nella giusta maniera, potrà creare (come sta già facendo) nuovi posti di lavoro e rendere le Regioni del sud autonome da un punto di vista energetico. Ciò permetterà (come alcune importanti scoperte scientifiche dell’Università di Palermo lasciano presagire) anche la possibilità futura di dissalare l’acqua di mare a costi contenuti, il che si tradurrà nella possibilità di avere acqua potabile a sufficienza per arginare il processo di desertificazione che sta minacciando alcune regioni del sud dell’Europa tra cui il Mezzogiorno d’Italia, nonché il continente africano e quello asiatico. </li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Fattore Immigrazione</strong>. L’imponente fenomeno di immigrazione a cui l’Italia e le sue regioni del sud sono interessate, aiuterà, come sta aiutando, le stesse a crescere economicamente e culturalmente. Al di là infatti di quello che, per ragioni di strategia politica, si è cercato di far credere da questo Governo e da alcune sue componenti in particolare (La Lega), gli economisti insegnano che gli immigrati portano ricchezza nei paesi in cui approdano, e non il contrario, semplicemente perché costituiscono forza-lavoro a basso costo e a minime rivendicazioni sindacali, in situazioni che vanno purtroppo da quella tragica, venuta fuori dal caso Rosarno (in cui gli immigrati che lavorano nelle aziende agricole vengono trattati come veri e propri moderni schiavi) a quelle delle colf e badanti (comunitarie e non, che abitano nelle nostre case e accudiscono i nostri cari). Non solo, gli immigrati affittano case in cui molti di noi italiani non abiteremmo più e comprano veicoli che per noi andrebbero soltanto rottamati. E’ l’apporto di ricchezza che del resto molti di noi italiani, soprattutto meridionali, abbiamo in passato, e per generazioni, garantito a paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra, l’Austria, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti d’America, il Canada, ecc. contribuendo a far crescere le loro economie, e non viceversa. Oltre al fattore economico, infine, che è importante ma non esaustivo, la gente straniera che arriva contribuisce ad arricchire la nostra società anche culturalmente in quanto, con la loro presenza, costituisce occasione diretta e personale di confronto e scambio di tradizioni e stili di vita e di pensiero. Senza negare d’altra parte che, proprio per la sua imponenza, il fenomeno immigratorio sia necessario gestirlo con fermezza e risoluta progettualità, in quanto, pur se positivo, inizialmente ed inevitabilmente tende a destabilizzare l’ordine sociale ospitante.   </li>
<li style="text-align: justify;"><strong> Fattore istruzione e cultura. </strong>E’ indubbio che, in questi ultimi decenni, le regioni del  Mezzogiorno, pur perpetuando alcune annose difficoltà di organizzazione sociale, abbiano registrato un aumento notevole del livello di istruzione ed erudizione dei propri cittadini, sia grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (televisione ed internet in primis) sia soprattutto alla nascita e allo sviluppo di atenei e poli universitari che hanno dato occasione a tantissimi giovani di studiare e laurearsi, pur in condizioni economiche familiari non sempre adeguate. Credo di non esagerare nell’affermare che oggi vi sia, in media, nel sud Italia almeno un laureato in ogni famiglia, soprattutto giovani e soprattutto donne, e questo logicamente agisce come poderoso fattore di sviluppo.  </li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Area del Mediterraneo</strong>. E’ dal 2008 avviato un progetto, lanciato da Sarkozy e denominato <em>Unione per il Mediterraneo</em>, che ha come scopo quello di creare un’area di libero scambio economico e un partenariato sociale e culturale tra i paesi che si affacciano sul <em>mare nostrum.</em> Tale progetto, conseguenza naturale del <em>Processo di Barcellona</em>, che dal 1995 ha intenzione di avvicinare l’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attualmente conta la  partecipazione di 43 paesi (i 27 dell&#8217;Ue, più Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità palestinese, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Monaco &#8211; ad eccezione della sola Libia che ha preferito partecipare come semplice osservatore) molti dei quali stanno notevolmente incrementando le loro economie ed il loro benessere sociale (la Turchia, per esempio, dopo la Cina è il paese che sta crescendo di più, con un tasso annuo Pil pari addirittura all’11,8%).  Nel quadro di questo progetto &#8211; che rappresenta senza dubbio una sfida complessa dall’alto valore politico, sociale ed economico, considerando soprattutto la delicatezza geo-politica dell’area &#8211;  l’Italia, e le regioni del Mezzogiorno in particolare, potranno e dovranno svolgere, per la posizione geografica che occupano, funzioni di collegamento e raccordo (diventando piattaforma strategica e ponte) tra l’Europa e questi Paesi, favorendo e promuovendo collaborazioni in materia culturale, energetica, ambientale, nella ricerca di un comune denominatore che unisca, invece di allontanare, i popoli e le culture del Mediterraneo. L’approccio finora usato ha portato solo ad esiti negativi, (e tale resterà fintanto che tale unione avrà lo scopo di sfruttare, anziché valorizzare, le risorse dei paesi a sud del mediterraneo, con i quali il divario economico esistente è circa tre volte superiore a quello tra Messico e Stati Uniti) ma tale progetto avrà certamente un futuro e, favorendo il dialogo e la cooperazione internazionale, contribuirà a risolvere le tensioni politiche dell’area e riconcilierà l’Europa con il mondo arabo. Sono già numerosi i progetti associativi ed istituzionali attivi in tal senso.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Finanziamenti strutturali europei 2007/2013 e fondi statali Fas. </strong>Le regioni del Mezzogiorno stanno beneficiando già da diversi anni dell’intervento finanziario dell’Unione Europea, attraverso i <em>fondi strutturali</em>, e dell’attenzione del Governo nazionale, attraverso i <em>fondi Fas, </em>entrambi<em> </em>volti a promuovere l’occupazione, la coesione sociale, la sicurezza, in una parola lo sviluppo, delle aree sottosviluppate europee come quelle meridionali italiane. In particolare per il primo caso le somme destinate a tale scopo sono state e sono ingenti, basti pensare che i fondi strutturali europei [Fondo Europeo di Sviluppo Regionale; Fondo Sociale Europeo; Fondo di coesione] nei due ultimi cicli settennali hanno avuto a disposizione circa un terzo del bilancio della UE: 196 miliardi di euro nel programma di intervento 2000-2006 e 335 miliardi in quello in corso 2007/2013, spesi attraverso specifici programmi operativi regionali e nazionali: tra cui gli ormai rinomati Por e Pon. Di questi finanziamenti, una parte consistente (circa 90 miliardi di euro) sono stati destinati, in misura e modalità diverse, alle Regioni Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, in quanto il loro Pil pro capite risultava (e risulta ancora per la maggior parte di esse) inferiore al 75% della media comunitaria, e ciò li ha fatti rientrare nell’obiettivo di convergenza<em> </em>economica stabilito dall’UE per colmare il divario tra le sue regioni più ricche e quelle più povere. Tra i settori d’intervento vi sono, in particolare: la qualità degli investimenti in capitale fisico ed umano, lo sviluppo dell’innovazione tecnologica e della società basata sulla conoscenza, la dotazione infrastrutturale, l’adattabilità ai cambiamenti economici e sociali, la tutela dell’ambiente nonché l’efficienza amministrativa. Anche il Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate) ha mosso nella stessa direzione, avendo come obiettivo quello di raccogliere risorse nazionali aggiuntive, da sommarsi a quelle ordinarie e a quelle comunitarie e nazionali di cofinanziamento. E’ pur vero che si sono fin qui registrate serie difficoltà nella programmazione di spesa di questi fondi europei, alcuni dei quali ancora inoperativi, e che vi è stata purtroppo una gestione irresponsabile da parte del Governo italiano per i fondi Fas, (parte dei quali sono stati deviati al raggiungimento di obiettivi diversi da quelli per cui sono stati creati, a danno soprattutto di noi giovani del Sud) ma è innegabile che tali politiche di intervento finanziario nel complesso desteranno, come stanno già destando, occasioni di crescita e di benessere  per le regioni meridionali e avranno sul loro sviluppo economico, sociale e culturale, una ricaduta senz’altro positiva.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Il fenomeno politico Berlusconi.  </strong>Il Governo Berlusconi è un governo che ha fatto della capacità di comunicazione politica una delle sue tattiche vincenti, forse la principale. Questa capacità, unita all’indiscutibile mix di carisma e stravaganza del personaggio Berlusconi da una parte e del personaggio Bossi dall’altra, ha contribuito molto nel far aumentare, non solo per adesione ma anche per reazione contraria, il coinvolgimento emotivo e la partecipazione politica di fasce di popolazione da qualche anno lontane (perché deluse e disaffezionate) alla politica della prima repubblica ed ai suoi protagonisti. L’aumento di partecipazione politica si è quindi concretizzata in una maggiore attenzione alle sorti del Paese, ai comportamenti della sua classe dirigente (sia acclamata ed incoraggiata, che messa sotto accusa da diversi dossier giornalistici e letterari – tipo “La Casta”) al rapporto intenso (spesso conflittuale) tra i suoi poteri istituzionali e sociali (Giustizia/Esecutivo, Esecutivo/Parlamento, Stampa Esecutivo/Parlamento), alle politiche pubbliche del Governo, ai tentativi dibattuti di riforma di alcuni importanti settori della società (la Giustizia,  la Scuola e l’Università, la Pubblica Amministrazione,ecc.) ed ha quindi favorito, camminando di pari passo ad un progressivo aumento della conoscenza e delle informazioni (dovuto essenzialmente alle maggiori interconnessioni mediatiche e all’avvento dei potenti e diffusi social networks informatici come facebook, twitter,  ecc.) un maggiore interessamento ai temi della democrazia e della sua organizzazione, della legalità, della lotta alla mafia, del rispetto e tutela dell’ambiente, dell’immigrazione, della sanità, del rapporto e confronto tra il nord e il sud del Paese, implicando una appassionata e rinnovata cultura civica, senza dubbio preziosa al futuro funzionamento della democrazia italiana dei prossimi anni post-berlusconiani. E’ ovvio che la questione meridionale italiana, in qualche modo conseguenza e causa di molti malfunzionamenti del Paese, dovrà tornare ben presto al centro del dibattito e delle azioni di Governo, per essere affrontata e definitivamente risolta.   </li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Il ruolo delle donne.  </strong>Fino a non molti anni addietro,<strong> </strong>alla maggior parte delle donne italiane, e del sud Italia in particolare, era riservato un ruolo centrale nella gestione della casa e della famiglia, ma un ruolo assolutamente marginale nello svolgimento di molte professioni e della vita pubblica e politica. Oggi, grazie alle conquiste sociali avvenute, la società meridionale italiana può godere ed avvantaggiarsi di  un maggiore, più diretto e più emancipato ruolo delle donne, le quali sono diventate di fatto e fortunatamente protagonisti a tutti gli effetti (insieme agli uomini) della vita politica, economica e sociale del Paese. Moltissime le donne nelle scuole e nelle università, nelle imprese, nelle pubbliche amministrazioni, nei presidi sanitari, nelle redazioni giornalistiche, nei tribunali, nelle sedi amministrative e di partito (anche se qui in misura ancora marginale), nelle società sportive, ecc. Ciò costituisce assiomatico volano di crescita e maturazione della società meridionale.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Il federalismo fiscale.</strong> Infine, il tanto discusso federalismo fiscale. Di tale architettura economico-politica in Italia, come molti sapranno, se ne parla da tempo e da più parti. Non è quindi, per amor del vero, un’invenzione di questo governo, anche se di questo ne è diventato il principale ‘cavallo di battaglia politico’. E’ entrato in funzione a seguito dell&#8217;approvazione della Legge 42/2009 e per diventare operativo necessita di una serie di provvedimenti che si snodano nell&#8217;arco di 7 anni: 2 anni per l&#8217;attuazione e 5 di regime transitorio. Per le regioni del Sud, non sarà certo una panacea (soprattutto all’inizio, i cui costi sociali di attuazione potranno essere molto alti) ma non sarà, a mio avviso, neanche una iattura, nella misura in cui (data la proporzionalità diretta che prevede fra le imposte riscosse in una determinata area territoriale e quelle effettivamente utilizzate dall’area stessa) comporterà quantomeno una maggiore responsabilizzazione della spesa e della gestione delle risorse da parte degli enti di governo locali, delle classi dirigenti e per certi versi anche della società civile. Responsabilizzazione che, si dovrà esprimere non tanto nel ridimensionamento o nel taglio della spesa pubblica (all’inizio comunque necessario) quanto nella valorizzazione di tutto il patrimonio di risorse (storiche, artistiche, culturali e naturali) di cui le regioni del Mezzogiorno dispongono in abbondanza e che trascurano di valorizzare, quanto non addirittura mortificano. Penso per esempio alle ricchezze naturalistiche di cui la sola Calabria dispone (ben ottocento chilometri di costa nel Mar Mediterraneo e quattro grandi catene montuose) la cui sola valorizzazione turistica potrebbe fare della Calabria stessa una delle regioni più ricche del Paese. Pertanto il federalismo, se accolto come occasione di sviluppo, potrà apportare certamente i suoi importanti benefici, pur tenendo presente e cercando di pregiudicare tutti i rischi geo-politici e sociali di cui esso si fa inevitabilmente conduttore, ovvero una possibile accentuazione delle divisioni tra il nord e il sud del paese e un  aumento ingestibile delle sofferenze sociali delle regioni meno forti fiscalmente, ossia le regioni meridionali. </li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Queste, a mio personale avviso, le ragioni che mi inducono ad essere fiducioso sulle sorti future del Mezzogiorno d’Italia e sulla soluzione definitiva della ‘<em>questione meridionale</em>’. Queste, le occasioni per ‘uscire dalla scatola’; su cui fondare un rilancio definitivo del Sud e trasformarlo, da grande difficoltà dell’Italia, a grande opportunità della stessa. Logicamente, affinché ciò accada, è necessario che le future classi dirigenti politiche, locali e nazionali, ne prendano coscienza e agiscano responsabilmente, tenendo presente – come disse Lerner (1968) &#8211; che i tempi della crescita economica e dello sviluppo sono sempre più lenti della rivoluzione delle aspettative.</p>
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		<title>Crescita economica e progresso umano. Discussione sui percorsi per uscire dalla crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 22:23:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>etica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel mese di maggio, dopo i convegni organizzati con il prof. Paolo Leon e con Giorgio Ruffolo, &#8220;Etica ed Economia&#8221; ha organizzato nella propria sede di Via Panaro un Workshop volto ad approfondire il dibattito anche in relazione a due posizioni diverse emerse sul probema della crescita. Per questo si è ritenuto utile discutere sull&#8217;idea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nel mese di maggio, dopo i convegni organizzati con il prof. Paolo Leon e con Giorgio Ruffolo, &#8220;Etica ed Economia&#8221; ha organizzato nella propria sede di Via Panaro un Workshop volto ad approfondire il dibattito anche in relazione a due posizioni diverse emerse sul probema della crescita. Per questo si è ritenuto utile discutere sull&#8217;idea di progresso e sul rapporto, in questa prospettiva, fra crescita, disuguaglianze e benessere. Il dibattito è stato aperto da Gilberto Seravalli, coordinatore scientifico di &#8220;Etica ed Economia, Maurizio Franzini e, in veste di discussant, da Marco Magnani. Hanno inoltre partecipato all&#8217;incontro: Jacopo Argilli, Luciano Barca, Francesco Bloise, Guido Carandini, Mattia Ciampicacigli, Gianluca Iannucci, Alessio Liquori, Giampiero Marchesi, Felice Roberto Pizzuti, Sergio Scicchitano, Lavinia Stoppani, Ludovica Tartagllione, Flavia Terribile, Lorenzo Toffoli, Vittorio Tranquilli, </em></p>
<p><em>Diamo un resoconto fondato su registrazioni e sintesi. </em></p>
<p><strong>Gilberto Seravalli: <em>Sulla crescita economica: anche una questione di metodo ?</em></strong></p>
<p>Nelle lezioni organizzate da “Etica e Economia” e negli interventi che hanno suscitato è stata evocata spesso la questione della crescita: la crisi ci interroga sulle capacità e modalità di ripristinare i meccanismi della crescita, ma quale crescita? Non sta per caso accadendo che la crisi sia anche l’effetto di una crescita non più sostenibile con le modalità degli anni Novanta e primi anni Duemila?</p>
<p>Giorgio Ruffolo, in particolare, osserva che da un lato, in un contesto globalizzato, politiche economiche espansive siano molto problematiche, dall’altro pensa che la “crescita non è la soluzione del problema, ma è il problema”. La crisi quindi potrebbe essere l’occasione che spinga a rivedere le ragioni della crescita, un’operazione che avremmo dovuto fare anche a prescindere dalla crisi.</p>
<p>Affermando che la lezione Keynesiana deve intendersi non tanto come indicazione di terapie quanto come la migliore e più acuta diagnosi di cui disponiamo, Ruffolo sottolinea che si tratta di riconoscere come l’economia capitalistica non possa darsi gli obiettivi da sé, ma che questi devono essere individuati, quantificati e imposti dall’esterno. L’obiettivo che l’economia si dà da sé è la crescita, risultato dell’accumulazione del capitale, cioè un obiettivo “di tutto, di più”, come aumento continuo del Pil. L’obiettivo che dovrebbe essere dato all’economia dall’esterno (da parte della politica, della morale pubblica, della mobilitazione della società civile) sarebbe invece qualitativo: “di tutto, di meglio”, adoperando qualcosa come un indice di sviluppo umano, indice composito di condizioni di vita, superando così come misura di progresso il solo riferimento al Pil. La proposta parte, in effetti, da due premesse: esiste una relazione diretta tra degrado delle risorse naturali e crescita del Pil come determinato spontaneamente dall’economia, esiste una relazione diretta tra tale crescita ed una composizione del prodotto sociale che lascia insoddisfatti bisogni rilevanti. Si tratterebbe quindi di imporre all’economia un vincolo quantitativo alla crescita e concentrare le risorse e gli sforzi verso la modifica della composizione del prodotto sociale per rispondere ai bisogni insoddisfatti.</p>
<p>Per approfondire la questione, la prima domanda è quindi se e in che modo l’economia moderna sia compatibile con la determinazione esterna intenzionale (politica) del suo tasso di crescita.</p>
<p>Preliminarmente occorre stabilire se parliamo della crescita della produttività o della crescita del prodotto. Se si ragiona sulla crescita della produttività é abbastanza facile sostenere che essa può essere un obiettivo autonomo dell’economia capitalistica nei limiti in cui lo sia la crescita del prodotto, o che non possa esserlo. Bastano forse tre accenni: il primo ai modelli a rendimenti crescenti d’ispirazione Kaldoriana in cui la crescita della produttività dipende dalla crescita del prodotto, un secondo alla così detta crescita endogena ed il terzo alle indagini sul progresso tecnico (d’impostazione micro). Nel primo caso si è ricondotti alle ragioni della crescita del prodotto, aggiungendo con realismo, accanto ai meccanismi dei rendimenti crescenti, “funzioni di attrito” (esterne all’economia) per avere crescita sostenibile (anche in senso economico). Nel secondo caso, valga l’osservazione di Robert Solow secondo cui molti modelli di crescita endogena sono in fondo modi complicati per tornare a Harrod. In questo senso, di nuovo, la differente crescita della produttività in differenti sistemi economici è ricondotta alla differente crescita del prodotto. Nel terzo caso, valga il recente saggio di Mario Cimoli, Giovanni Dosi e Joseph Stiglitz nel quale si mostra come il progresso tecnico non sia stato e non sia possibile senza interventi intenzionali decisi dalla politica, che quindi può anche influire sulle sue caratteristiche.</p>
<p>Occorre dunque riferirsi alla crescita del prodotto. Ci si chiede, quindi, se la crescita del prodotto sia determinabile da decisioni esterne all’economia senza che essa venga meno. Per decisioni esterne intendiamo quelle che non sono prese dagli agenti economici in modo decentrato sulla base dei loro interessi, identità e visioni, ma da un’istanza “centrale” che abbia capacità e autorità di regolazione, di prelievo, di spesa e anche d’iniziativa promozionale o direttamente produttiva.</p>
<p>La questione rimanda in sostanza alle cause della crescita economica come formazione e riformazione del sovrappiù, se esse siano fondamentalmente interne o esterne alla sfera economica in senso stretto. E’ interessate tornare a questo proposito ad uno scambio di opinioni tra Claudio Napoleoni e Duccio Cavalieri. Scrive Cavalieri: “Dirò subito che non ritengo che la tesi di Napoleoni fosse fondata su basi teoriche valide. Essa ribaltava i termini naturali del problema. L&#8217;origine del sovrappiù non poteva essere trasferita con espedienti logici dalla sfera della produzione a quella delle preferenze intertemporali, così da far apparire il prodotto netto come dovuto alla combinazione di due facoltà originarie dell&#8217;uomo, il lavoro e l&#8217;astinenza dal consumo, poiché è proprio l&#8217;esistenza di un sovrappiù &#8211; cioè di un&#8217;eccedenza della produzione rispetto a quanto serve a reintegrare i mezzi produttivi e a riprodurre il consumo necessario &#8211; che rende possibile scegliere tra un aumento del consumo e la formazione di un risparmio. […] Quando, nel corso di un dibattito promosso da questa rivista, gli mossi quest&#8217;ultima obiezione, di natura economica, Napoleoni replicò, spostando l&#8217;asse del discorso su un piano ontologico, che «il problema non sussiste, perché non si dà, per nessuna di queste due cose, un prima o un dopo. Queste due cose, come si sarebbe detto un tempo, nascono da un parto solo. Sovrappiù e differimento del consumo sono la stessa cosa, vista una volta come operazione ed un&#8217;altra volta come risultato di questa operazione».”</p>
<p>Per la nostra discussione sulla crescita del prodotto sono utili entrambe queste posizioni. Mi sembrerebbe di poter dire che ha ragione Cavalieri se la domanda è sull’origine del sovrappiù a partire da un’economia a riproduzione semplice. Ma ha ragione Napoleoni se la domanda è sull’origine del sovrappiù in un’economia a riproduzione allargata. Se possiamo associare alle “due facoltà originarie dell’uomo”, il lavoro e l’astinenza dal consumo, i concetti, rispettivamente, di produttività (costante) del capitale e di propensione (media) al risparmio, l’idea di Napoleoni potrebbe essere ricondotta a quella di Harrod che applica in un contesto dinamico la lezione Keynesiana. Secondo Sir Roy Harrod, nel capitalismo di mercato il problema del difficile coordinamento di decisioni decentrate <em>impone </em>(affinchéla capacità produttiva venga utilizzata e quindi l’economia possa sussistere in senso dinamico) che la crescita sia tendenzialmente pari al prodotto di questi due valori. In questo senso è quindi vero che l’obiettivo della crescita è quello che l’economia si dà da sé. Ma non solo. E’ vero anche che questo non può <em>non</em> avvenire: l’economia non soltanto si detta l’obiettivo della crescita, ma se lo deve dettare. Tuttavia, avverte Harrod, la crescita come equilibrio dinamico non è automaticamente stabile, e non è socialmente sostenibile, in quanto la crescita “garantita” può essere differente dalla crescita “naturale”, mentre solo la loro eguaglianza mantiene costante il tasso di disoccupazione e quindi ne permette la sostenibilità sociale. Si potrebbe dire allora che, dati una capacità di risparmio maggiore di zero e una produttività del capitale maggiore di zero, l’obiettivo di crescita del prodotto maggiore di zero l’economia deve darselo da sé, ma nello stesso tempo è un obiettivo che essa non può raggiungere da sé. La risposta neoclassica secondo cui tale obiettivo può essere anche raggiunto autonomamente dall’economia capitalistica di mercato ed è socialmente sostenibile richiede ipotesi piuttosto forti sulla tecnologia e sul funzionamento del mercato del lavoro. Nell’impostazione Keynesiana-Harrodiana la politica è dunque al servizio dell’economia che deve crescere, ma di quanto debba crescere lo decide la politica. L’economia quindi sarebbe autonoma circa il “se” della crescita, mentre non lo sarebbe circa il “quanto”. La politica determinerebbe autonomamente questo quanto regolando i fattori che sono alla base del risparmio, della produttività del capitale, influendo sulle attese degli investitori e regolando il mercato del lavoro, anche mediante, ovviamente, la distribuzione del reddito.</p>
<p>La politica può quindi anche decidere che l’economia debba avere crescita limitata per ridurre la pressione sulle risorse naturali in esaurimento, e questo per l’aspetto quantitativo. Inoltre, per l’aspetto qualitativo, la politica può anche imporre una modifica della composizione del prodotto. Per esempio, un <em>aumento</em> del prelievo fiscale finalizzato a finanziare servizi sociali riduce il risparmio (ed il tasso di crescita) e sostituisce consumi pubblici a consumi privati modificando la composizione della domanda effettiva e quindi del prodotto.</p>
<p>Fin qui l’impostazione di Ruffolo non fa una grinza.</p>
<p>Vi saranno però anche conseguenze meno gradevoli. Per coglierle è utile forzare l’ipotesi di bassa crescita quantitativa e immaginare che sia ridotta a zero. Vale allora l’osservazione di Cavalieri che si colloca, per così dire, nella situazione in cui si tratta di vedere da che cosa dipenda crescita o non crescita (mentre l’osservazione di Napoleoni mi pare riguardi la situazione in cui si tratta di vedere da che cosa dipenda la crescita da zero escluso in avanti). La seconda domanda che ci si può porre è quindi se l’economia capitalistica di mercato sia in grado e come di sussistere con crescita zero. Il tema è, allora, quello della formazione originaria del sovrappiù sul quale molto si potrebbe dire. Basta però forse considerare che esso esiste se il prodotto non è esaurito dalle rendite (destinate a consumi di lusso e in generale a spese improduttive, comprese quelle necessarie ad acquistare consenso non meritato da parte delle classi dirigenti), dal consumo necessario e “da quanto serve a reintegrare i mezzi produttivi”. Pertanto, crescita zero si potrebbe ottenere con interventi regolativi e fiscali che esauriscano il sovrappiù: per esempio elevando mediante regolamenti e prelievo il valore del reintegro dei mezzi produttivi per comprendere anche il consumo delle risorse naturali e aumentando il valore del consumo necessario a comprendere anche il soddisfacimento di bisogni sociali insoddisfatti. (A questo scopo si potrebbe, come è in fondo avvenuto con il welfare, abbandonare un concetto di sussistenze come date da ragioni “naturali” e introdurne uno in cui le sussistenze comprendono anche consumi resi essenziali e irrinunciabili come “diritti di cittadinanza”). Queste misure però, se riducessero davvero severamente profitti e crescita, avrebbero conseguenze negative nella forma di probabile aumento delle rendite. Da una parte l’aumento del “tasso di regolazione” e della pressione fiscale aumenterebbe il rischio che la politica debba incrementare le spese per il suo funzionamento e soprattutto per mantenere il consenso aprendo la porta alle spese per il consenso non meritato. Dall’altro la compressione dei profitti spingerebbe i capitalisti ad aumentare il loro controllo privato sulle risorse naturali per lucrarne le rendite. In questo modo il conflitto sociale sarebbe tra lavoratori e <em>rentiers</em>, proprio quel secolare drammatico conflitto che percorse e continua a percorre il mondo senza sovrappiù. Il sistema capitalistico con sovrappiù può essere visto in effetti come una modalità di funzionamento sociale che ha spostato il conflitto dalla terra al sovrappiù, in cui si confrontano, ma in un gioco a somma positiva in senso dinamico, lavoratori e capitalisti ed entrambi sono oggettivamente alleati contro i <em>rentiers.</em> Può essere istruttivo considerare che a proposito della desiderabilità della crescita zero, è molto spesso citato il passo di John Stuart Mill (Principi di Economia Politica, Libro Quarto, Capitolo VI: Dello Stato Stazionario) che comincia così: “Non posso quindi considerare lo stato stazionario del capitale e della ricchezza con l’aperta avversione così generalmente manifestata verso di esso dagli economisti della vecchia scuola.” Si tralascia sempre però di citare la condizione che per Stuart Mill rende desiderabile lo stato stazionario, che é il superamento dell’ambizione universale a voler diventare più ricchi: “Molto più auspicabile è invece, finché la ricchezza continuerà a rappresentare il potere, e il diventare più ricchi possibile continuerà ad essere oggetto dell’ambizione universale, che la via per giungere alla ricchezza sia aperta a tutti, senza favori o parzialità.” In definitiva, su questo snodo teorico centrale posto dalla prospettiva di crescita zero, mi pare che si potrebbe dire così: essa sarebbe non solo desiderabile ma anche concretamente fattibile se già ne potessimo vedere i frutti, cioè se tutti, lavoratori, capitalisti e rentiers, ne percepissero i vantaggi dati da un prodotto sociale più adeguato rispetto ai bisogni effettivi; altrimenti la crescita zero (ex-ante) vanificherebbe l’attesa di appropriazione di ricchezza futura, spingendo tutti a competere sulla ricchezza presente che darebbe luogo a ulteriori tentativi di privatizzazione delle risorse scarse, il contrario di quello che la crescita zero si propone. Non è, del resto, un tema solo teorico. Basti forse considerare la corsa alla speculazione edilizia, che ha sostenuto la poca crescita che abbiamo avuto negli ultimi dieci anni anche (forse soprattutto) nelle regioni delle piccole imprese, compresa l’Emilia-Romagna.</p>
<p>Purtroppo, perciò, la crescita zero dovrebbe essere imposta da un esaurimento delle risorse naturali che metta tutti d’accordo di fronte al disastro. Ma allora essa resterebbe inevitabilmente un risultato del disastro e non un modo per prevenirlo.</p>
<p>A meno che, e qui si vede una via d’uscita, si crei una nuova capacità d’innovazione delle tecniche che risparmi risorse naturali e, vanificando la speculazione su di esse, tenga sempre aperta la forbice tra consumo necessario e rendite (dando perciò spazio al profitto). In questo caso, però, non sembra si possa avere crescita zero, ma ne consegue necessariamente crescita positiva. Questo emerge anche in modelli recenti e complessi, come illustrato nella rassegna di William Brock e Scott Taylor (2010).</p>
<p>La mia impressione è in sintesi che nel sistema capitalistico di mercato non vi siano strade semplici. Con crescita economica positiva dobbiamo vedercela con i capitalisti e con l’aumento del Pil la cui composizione non ci soddisfa; con crescita zero dobbiamo vedercela con i <em>rentiers</em>. Resta la via dell’innovazione, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>E qui la mia intenzione era di chiudere. Sennonché.</p>
<p>Sennonché, discutendo con Luciano Barca di questo workshop, sono tornato a ragionare della definizione che lui dette del capitalismo nel libro “Del capitalismo e dell’arte di costruire ponti” in cui scrisse che &#8220;il capitalismo è un processo di separazioni&#8221;, e del ricco dibattito allora aperto in Italia sulla crisi del 1998 intesa da molti come frutto della separazione della finanza (in posizione dominante) dal processo produttivo di beni reali. Proprio tale separazione rendeva ancor più difficile misurare lo sviluppo con la crescita del PIL che tratta allo stesso modo beni reali e prodotti finanziari.</p>
<p>In quel libro emergono tre principali considerazioni. La prima riguarda le “separazioni” operate in molti ambiti dal capitalismo rampante (da quella tra lavoro e mezzi di produzione a quella tra valore d’uso e valore di scambio fino alla separazione tra capitale finanziario e processi produttivi reali) che vanno oltre le positive “distinzioni” (che permettono la specializzazione), separazioni alle quali occorre rimediare. La seconda riguarda l’interpretazione dei distretti industriali come esempio virtuoso di sviluppo delle divisioni non separanti. La terza, infine, riguarda la terapia che nel 1998 (ma già nel 1945) molti videro nella socializzazione della politica finalizzata soprattutto alla crescita di un settore no-profit e, in generale, di un ambito di economia-società-politica in cui la reciprocità porta alla produzione diretta di beni e servizi di vera utilità collettiva ovvero a blocchi di domanda di queste utilità.</p>
<p>I tre punti compongono un quadro assolutamente coerente. Lo schema, se mi posso permettere una drastica semplificazione, presenta le distinzioni o specializzazioni proprie del capitalismo come equilibrio in cui idealmente l’economia è guidata da piccole decisioni decentrate su cui influiscono le intenzionalità di policy. Tale equilibrio si è rotto perché attori forti nell&#8217;economia sono stati in grado di praticare esattamente le stesse distorsioni nei prezzi (imponendo regole e politiche della propria casa e influenzando attraverso queste, e in qualche caso anche attraverso l&#8217;uso della forza, le decisioni dei consumatori) che noi siamo abituati a considerare come poteri propri ed esclusivi dell&#8217;operatore pubblico. In ciò le distinzioni hanno assunto la valenza di separazioni. Nei distretti industriali questo non è avvenuto o è avvenuto meno ed il loro successo indica che il potenziale di crescita del benessere è maggiore quando le distinzioni non sono separazioni. La policy quindi deve ora allearsi con attori specifici dell&#8217;economia, non più soltanto per spostare la distribuzione un po&#8217; a favore dei lavoratori ma anche, soprattutto in prospettiva, per guidare meglio la composizione del prodotto e l&#8217;uso del capitale. Questi attori, con i quali la politica deve cercare alleanze, sono le persone e le comunità in grado di attivare circuiti produttivi a divisione del lavoro ma senza separazioni, ossia forme produttive dirette (no-profit) o indirette (blocchi di domanda nuovi) in cui il principio organizzativo è la reciprocità e non l’anonimo confronto. </p>
<p>Questo schema offre una prospettiva diversa sia da quella di Ruffolo, perché non implica crescita zero, sia da quelle che richiedono politiche generali richiedendo invece alleanze con specifici attori. E’ una prospettiva interessante che può anche vantare precedenti storici (in Italia ed in altri paesi) che emersero dagli studi sulle numerose nuove cooperative (in parte nate da imprese in crisi) costituite a metà degli anni Ottanta. Ragionando su questi episodi, mi ricordo che allora si applicavano, senza troppe forzature, i principi autogestionari che dimostravano la possibilità, in un regime di mercato, della sussistenza di imprese in cui il lavoro acquista il capitale e non viceversa. </p>
<p>Tornando al modello classico, questa idea introduce il concetto di “residuo”, cioè quello che <em>potrebbe</em> restare dopo tolte dal prodotto le rendite, il consumo necessario, il ripristino dei mezzi di produzione e il profitto; ossia quello che potrebbe restare dopo tolto il profitto dal sovrappiù. L’esistenza di un residuo non è automatica nel sistema capitalistico di mercato, ma potrebbe essere introdotta intenzionalmente dalla politica “espropriando”, per così dire, una parte delle rendite e dei profitti mediante una legislazione in grado di favorire l’area dell’autogestione (per usare un termine sintetico e approssimativo). Il risultato sarebbe che il “comando” su una parte del sovrappiù sarebbe sottratto ai capitalisti e messo a disposizione diretta di lavoratori e consumatori, ma collettivamente, non perché lo consumino ma perché lo impieghino per una crescita più utile e meno “inquinante”. In sostanza, posto un certo sovrappiù, una frazione (profitti) darebbe luogo a una parte della crescita controllata dai capitalisti e a una parte (dovuta al residuo) controllata da meccanismi di reciprocità.</p>
<p>Tuttavia, anche proprio sulla base dei precedenti storici e partendo da un’interpretazione in parte diversa dei distretti industriali, mi sembra che lo schema lasci un po’ in ombra una pre-condizione forse essenziale. Se il conflitto sociale vede prevalere le componenti “forti” (le indico così per semplificare), la politica non riesce ad allearsi con le componenti “deboli”, a meno che non metta mano a interventi specificamente mirati a ridare forza (visibilità, dignità culturale, mezzi economici, rappresentanza politica) a queste componenti deboli. Infatti negli anni Ottanta il conflitto sociale era più equilibrato e quando, negli anni Novanta, tale equilibrio si è deteriorato, anche le cooperative (per restare all’esempio) hanno finito per tradire progressivamente i principi autogestionari. Quanto ai distretti industriali, credo anch’io che all’origine (tra l’altro) ci siano “due realtà: l’esistenza […] di un forte associazionismo […] e […] lo sviluppo assunto negli anni cinquanta e sessanta dalle lotte contro la mezzadria e per la trasformazione dei mezzadri in imprenditori.” . Non credo però che questo abbia dato origine ad un sviluppo dal basso per opera delle forze della società civile in virtù di una autonoma capacità auto-organizzativa. Credo invece, per quanto la cosa non sia condivisa dalla maggior parte degli artefici (vincenti) del “paradigma territoriale”, che tale sviluppo sia avvenuto perché la politica come tale è stata in grado di garantire le condizioni e di interpretare operativamente le conseguenze del dispiegamento del conflitto sociale senza compromessi al ribasso ma anche senza esiti distruttivi. Infatti, quando dagli anni Novanta tale conflitto è stato coperto, negato, chiuso da compromessi, anche sulla base della supposta capacità auto-organizzativa della società civile e dell’economia (o forse vinto anche lì dalle componenti forti), lo sviluppo dei distretti ne ha molto sofferto; ed ora sembra perfino bloccato. </p>
<p>Tutto dipende, in definitiva, da che cosa pensiamo sia all’origine del residuo (non solo del sovrappiù). Se, come nel caso “delle terre incolte o mal coltivate”, pensiamo che i capitalisti lascino risorse inutilizzate e poco sorvegliate, allora il residuo è un’opportunità pacifica. Se invece pensiamo che il capitalismo delle separazioni tenda a chiudere tutti gli spazi, allora il residuo può venire solo da una forzatura di queste chiusure, ossia dal conflitto. In secondo luogo, e questo mi sembra decisivo, se il residuo non si configura come risultato <em>continuamente alimentato</em> dal conflitto, ma viene per così dire istituzionalizzato, può di nuovo emergere la tentazione della rendita o del profitto. Sia nel caso delle cooperative che in quello dei distretti industriali è in effetti avvenuto specie negli anni Novanta che i gestori del residuo (il management delle cooperative e, rispettivamente, i funzionari e i politici delle amministrazioni locali) si sono trasformati in capitalisti o rentiers, e quel che è peggio in un’area “protetta” a basse esigenze di responsabilità. Per non parlare del vasto mondo dell’associazionismo e del no-profit, in cui accanto a tante iniziative meritorie, l’esperienza purtroppo dimostra la diffusione di pratiche dello stesso genere, molto insidiose, tra l’altro, giacché tendono ad occultarsi dietro il paravento del merito sociale e operano mediante una degenerazione sostanziale di organizzazioni delle reciprocità che restano solo finzioni formali, con danni enormi anche sul piano etico.</p>
<p>Quanto detto sembra indicare che lo schema di Luciano Barca ed altri dovrebbe, forse, essere integrato in una prospettiva processuale. Credo che le separazioni vadano superate ma consentendo alle contraddizioni che generano di emergere fino al punto che la forza del conflitto costringa tutti a darsi da fare e cambiare. Tra l’altro credo che proprio questo sia il modo più efficace di affermare l’istanza etica, che non può essere “pacifica”. E vedo in questo una saldatura con la prospettiva dell’innovazione, come ho cercato di mostrare in un libretto di prossima pubblicazione.</p>
<p>Per questo penso che all’origine della <em>nostra</em> crisi si ponga il grave degrado voluto, fortemente voluto e non combattuto, neppure dai governi della sinistra, della capacità conflittuale dei lavoratori, dei giovani in particolare. Penso che tra le tante cose utili che si potrebbero fare la principale sia questa: ridare forza alla parte oggi soccombente nel conflitto sociale. Occorre tra l’altro svelare che questa parte è soccombente e non vittima, senza colpevoli, delle “forze della natura”. Questo non solo per riequilibrare la distribuzione del reddito, obiettivo del resto rilevante, ma più profondamente per rimettere in cammino la nostra società e l’economia che potranno marciare solo sotto la frusta del conflitto. Tenendo conto, beninteso, che questa indicazione appare quasi contro-intuitiva ed è quindi molto esigente. Certo non mancherebbero le forti e anche sarcastiche obiezioni degli “esperti”, secondo cui “per non finire come la Grecia” il conflitto al contrario deve essere messo a tacere, evitato in tutti i modi. Inoltre, vi è anche un’obiezione tecnica: le politiche indicate sono complicate e indirette mentre quelle che si ritiene servirebbero per far fronte alla crisi sarebbero politiche chiare, semplici e dirette. Per esempio, si sta avviando al tavolo Stato-Regioni una discussione sulla Cassa Integrazione in deroga, se rinnovarla così com’é (trovando i soldi) o se rivederla in qualche modo. Una politica capace di dare forza alle parti deboli dovrebbe condizionare gli ammortizzatori ad una verifica trasparente attuabile dai lavoratori in relazione ai piani industriali delle imprese, per dare ammortizzatori lunghi là dove servano davvero alle ristrutturazioni o per attivare politiche e misure efficaci di ricollocazione quando non vi siano prospettive. Ma ci sono anche politiche semplici e dirette che stanno andando ancora e ancora nel senso opposto, e cioè volte a ridurre il potere contrattuale dei lavoratori, e che dovrebbero essere combattute strenuamente e non blandamente come accade. Una per tutte: la famigerata introduzione dell’arbitrato nelle cause di lavoro. </p>
<p>Secondo me il ripristino della crescita é necessario ma non dipenderà <em>principalmente</em> dall’aumento della produttività diretta del lavoro, dall’aumento dell’età pensionabile e dall’aumento dell’effettiva concorrenza su tutti i mercati (come pensa Giavazzi), né <em>principalmente</em> da politiche espansive e ripristino di regole decenti per la finanza (come pensa Leon). Non si potrà avere crescita duratura se questa non sarà qualitativamente diversa (più adatta a soddisfare bisogni insoddisfatti e sostenibilità ambientale): questo richiederà <em>principalmente</em> da parte delle componenti della società, oggi deboli, un deciso aumento della propria capacità conflittuale e da parte del sistema la costruzione di condizioni tali per cui il conflitto possa dispiegarsi senza esiti distruttivi ma anche senza compromessi al ribasso. </p>
<p>Devo aggiungere infine una possibile obiezione a questa idea: tra conflitto e allargamento dell’area della reciprocità vi potrebbe essere un circuito cumulativo. Tale allargamento potrebbe essere condizione di un conflitto sociale più equilibrato che a sua volta alimenta l’allargamento. In questo caso la prospettiva contenuta nel libro di Luciano Barca e nei contributi che lo hanno ispirato assume anche una portata processuale e non solo statica. Gli esempi storici del resto non mancano nei quali si vede come i lavoratori abbiano agito su entrambi i fronti (del conflitto e dell’autogestione) e vi è stato, come noto, un importante e “classico” dibattito che potrebbe essere ripreso. Osservo solo, per concludere, che le condizioni di incertezza forte (oggi dominante) in cui occorre collocare il ragionamento, rendono problematico questo meccanismo virtuoso. E’ anche l’incertezza che alimenta le separazioni tra interessi, identità e visioni contrastanti. Gli spazi di ricomposizione possono essere tenuti aperti solo contestandone con forza la chiusura. </p>
<p>Ciò tuttavia apre a sua volta il problema, nuovo se non forse inedito, di come sia possibile riaprire il conflitto sociale quando sono scomparsi i “luoghi” della produzione che tradizionalmente, nella fabbrica, hanno visto una leva fondamentale per organizzarlo.</p>
<p>RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI</p>
<p> Barca, Luciano: <em>Del capitalismo e dell’arte di costruire ponti</em>. Donzelli 2000.</p>
<p> Boggio, Luciano e Gilberto Seravalli: <em>sviluppo economico, fatti teorie e politiche</em>. Il Mulino 2003.</p>
<p>Id.: Is the natural rate of growth exogenous? A comment. <em>Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review, </em>June 1, 2002.</p>
<p> Brock, William e Scott Taylor: Economic Growth and the Environment: A Review of Theory and Empirics. In Philippe Aghion, Steven Durlauf (eds.) <em>Handbook of Economic Growth</em>, vol. 1, part 2, pp. 1749-1821. Elsevier 2010.</p>
<p> Calafati, Antonio Giulio: <em>Economie in cerca di città: La questione urbana in Italia</em>. Donzelli 2009.</p>
<p> Cavalieri, Duccio: L&#8217;utopia della ragione in Claudio Napoleoni (1924-1988), in <em>Quaderni di storia dell&#8217;economia politica</em>, vol. 6, n. 2, pp. 3-24, 1988.</p>
<p> Cimoli, Mario, Giovanni Dosi e Joseph Stiglitz: The Political Economy of Capabilities Accumulation: the Past and Future of Policies for Industrial Development, Prefazione a <em>Industrial Policy and Development: The Political Economy of Capabilities</em>, Oxford University Press 2009.</p>
<p> Leon, Paolo: Introduzione. Una nuova economia, Quaderni n. 18, Quale Stato, Fp CGIL, 2009.</p>
<p> Mill, John Stuart: Principi di economia politica. Utet 2006 (1983). <em>Principles of Political Economy, with Some of Their Applications to Social Philosophy</em>. Parker 1848.</p>
<p> Ruffolo, Giorgio: <em>Il capitalismo ha i secoli contati</em>. Einaudi 2009.</p>
<p> Seravalli, Gilberto: <em>Conflitto e innovazione</em>. Prossima pubblicazione.</p>
<p> Solow, Robert: Reflections on Growth Theory. In Philippe Aghion e Steven Durlauf (eds), <em>Handbook of Economic Growth</em>. Volume 1A: 3-10, Elsevier, 2005.</p>
<p> Stiglitz, Joseph: <em>Il ruolo economico dello Stato</em>, Il Mulino 1997.</p>
<p> Tronti, Leonello, Nicola Acocella, Riccardo Leoni: <em>Manifesto per un nuovo patto sociale per la produttività e la crescita</em>. 20 settembre 2006.</p>
<p> Zagrebelsky, Gustavo: <em>La difficile democrazia</em>. Lezione Alfieri 2010 (http://www.scpol.unifi.it/upload/sub/Facolta/Zagrebelsky-26-marzo-2010.p</p>
<p><strong>Maurizio Franzini:<em> Crisi economica verso stallo del progresso </em></strong></p>
<p>1. La crisi economica, in quanto crisi del Pil e di ciò che ad esso è strettamente collegato, potrebbe avere solo deboli legami con il più generale concetto di crisi intesa come interruzione del progresso sociale ed economico. Più precisamente quest’ultima potrebbe benissimo manifestarsi anche in assenza della crisi economica in senso stretto. Se la crisi è, sostanzialmente, non-crescita e se la crescita non esaurisce il concetto di progresso, può esservi benissimo stallo del progresso anche senza crisi economica. D’altro canto se il “modello di sviluppo” è più vicino all’idea di progresso che non a quella di crescita, allora la sua crisi potrebbe darsi indipendentemente dalla crisi economica.</p>
<p>2. Dunque, lo stallo del progresso e la crisi del “modello di sviluppo” che ad esso corrisponde, possono manifestarsi prima della crisi economica e avrebbero potuto continuare a manifestarsi anche in sua assenza. L’eventuale fuoriuscita dalla crisi non implica che le correzioni introdotte per renderla possibile identifichino un nuovo modello e una nuova idea di progresso. Si potrebbe riparare il motore della crescita ma non quello del progresso, se tra i due non vi è coincidenza.</p>
<p>3. Il progresso economico e sociale non ha accezione univoca non è riducibile a un semplice indicatore. Per rendersene conto è sufficiente consultare il ponderoso Rapporto della Commissione Stiglitz (Stiglitz-Sen-Fitoussi, 2009). Le difficoltà hanno almeno tre origini: gli aspetti potenzialmente rilevanti sono molto numerosi; la complessità di alcuni di essi Ë tale da porre seri problemi di misurazione e, soprattutto, la riducibilità di una materia così complessa a un unico e semplice indicatore è praticamente irrealizzabile. </p>
<p>4. Abbandonando l’ambizione a un’idea definita di progresso e alla costruzione di un unico indicatore coerente con quell’idea, si può adottare una strategia minimalista che consiste nell’articolare l’idea di progresso attorno a tre elementi: reddito pro capite, disuguaglianze e ambiente. Risulta difficile pensare a un’idea di progresso che non includa, eventualmente assieme ad altri, ciascuno di questi elementi.</p>
<p>5. Approssimativamente, si può dire che nei decenni precedenti la crisi, la crescita, nei paesi occidentali, è stata diversamente soddisfacente, le disuguaglianze (economiche e non solo) sono quasi ovunque cresciute (e raramente in base a meccanismi equi che possano rendere accettabili quelle disuguaglianze, Franzini 2010), lo stato dell’ambiente (soprattutto quello dei beni ambientali globali) è significativamente peggiorato. Tutto questo potrebbe, con alcuni dubbi, essere sintetizzato nell’affermazione (anch’essa approssimativa) che il progresso economico e sociale è da anni in una fase di stallo, malgrado l’aumento, anche consistente, del reddito pro capite verificatosi in molti paesi. La crisi economica indebolisce fortemente questi eventuali dubbi.</p>
<p>6. La principale caratteristica del “vecchio” modello di sviluppo è la priorità che esso ha accordato alla crescita economica. Questo può avere più di una giustificazione: si potrebbe ritenere che nella crescita si esaurisca l’idea di progresso oppure si potrebbe essere convinti che la crescita trascini con sè anche le altre dimensioni del progresso. </p>
<p>7. Esiste una letteratura empirica, con qualche tentativo di fondamento teorico, che porta sostegno a questa seconda, e più interessante, ragione della priorità della crescita. Il riferimento è, in particolare, alle due curve di Kuznets (quella originaria &#8211; Kuznets 1955 &#8211; che vede la disuguaglianza cadere quanto il reddito cresce oltre una certa soglia e quella ambientale &#8211; Grossman-Krueger 1995 &#8211; che replica questo ragionamento rispetto alla qualità dell’ambiente). Entrambe le curve sono state oggetto di critiche, spesso molto convincenti, soprattutto riguardo alla loro capacità di dar fondamento a una “legge” di carattere generale, imperniata su valori ben precisi del reddito pro capite oltre i quali si manifestano gli effetti positivi ora ricordati. Ciò obbliga a proiettarsi fuori del mondo di armoniosa composizione, grazie alla crescita, tra le diverse dimensioni del progresso verso quello più scomodo dei <em>trade offs.</em></p>
<p>8. Alcuni vorrebbero che il “nuovo” modello e la connessa idea di progresso non contemplassero la crescita. La posizione più estrema è quella della cosiddetta “decrescita” che, sebbene non sempre sia facile interpretare le posizioni dei suoi sostenitori (Latouche 2008), sembra basarsi sull’assunto che la riduzione del Pil sarebbe di tale vantaggio per le altre dimensioni del progresso e del benessere da eccedere gli svantaggi che essa avrebbe sulla dimensione più materiale dello stesso. Non essendo a conoscenza di prove convincenti di questo assunto, tenderei a considerarlo poco fondato e poco coerente con un’idea difendibile di progresso. Il fatto che l’aumento del reddito pro capite si sia associato in alcune, anche prolungate, fasi storiche a peggioramenti nelle altre dimensioni del progresso non è di per sé prova del fatto che il suo contenimento o la sua riduzione avranno, da adesso in poi, gli effetti opposti. </p>
<p>9. Discutendo di “nuovo” modello, altri sembrano ritenere &#8211; raramente fornendo la base analitica delle proprie convinzioni .- che la riduzione delle disuguaglianze positivi sulla crescita e, verosimilmente, anche sull’ambiente. L’armonia guidata dalla crescita verrebbe quindi sostituita dall’armonia guidata dall’eguaglianza. Alla base di questa convinzione c’è, probabilmente, l’idea – di per sé condivisibile – che le disuguaglianze abbiano costituito la causa strutturale della crisi (Fitoussi-Stiglitz 2009). Ma affermare che le disuguaglianze elevate possono generare la crisi, non equivale ad affermare che la loro progressiva riduzione proietterà il sistema economico su sentieri di crescita pi_ elevati. Analoghi dubbi possono aversi circa la sistematicità della relazione tra riduzione delle disuguaglianze e miglioramento dell’ambiente. Questi dubbi non hanno, ovviamente, l’implicazione che le disuguaglianze non debbano essere ridotte o non debbano essere rese più accettabili. </p>
<p>10. La conclusione provvisoria è che un’idea di progresso imperniata sui tre elementi ricordati non può mancare di misurarsi con i problemi che pongono i <em>trade offs.</em></p>
<p>11. Aderire a un’idea multidimensionale di progresso pone alla politica una prima e molto dibattuta sfida: quella che sostanzialmente consiste nel definire i pesi da assegnare alle diverse dimensioni del progresso stesso. Il compito, naturalmente, è assai più delicato se si è in presenza di <em>trade off </em> piuttosto che di armoniose coerenze: nel primo caso i pesi diventano decisivi per stabilire se vi è o meno progresso al crescere di una della sue dimensioni: nel secondo caso, invece, il progresso si muoverebbe nella stessa direzione di ciascuna delle dimensioni (e, dunque, dell’eventuale dimensione-guida). Pertanto, eventuali errori potrebbero soltanto rallentare la dinamica del progresso non invertirne la direzione di marcia, come nell’altro caso.</p>
<p>12. Il problema dei pesi è quello di cui, sostanzialmente, si discute in relazione alle misure di benessere alternative al Pil. Esso ha un’implicazione molto rilevante anche per la questione del tasso di crescita da imporre al sistema (sollevata da Ruffolo e di cui, da altra prospettiva, discute Gilberto Seravalli): i pesi, assieme all’intensità dei <em>trade off</em>, dovrebbero determinare il tasso di crescita da perseguire. Si tratta di una questione certamente rilevante che, però, a me pare meno rilevante di un’altra questione posta dall’idea del progresso come fenomeno multidimensionale con le varie dimensioni in potenziale rapporto conflittuale: quella della capacità della politica di allentare i vari <em>trade off</em>, che presuppone la convinzione che questi ultimi non siano immodificabili e incontrollabili. Contrariamente a opinioni molto diffuse, argomenti teorici e verifiche empiriche suggeriscono che disuguaglianza e crescita sono fenomeni relativamente indipendenti, essendo decisivo il ruolo di molte istituzioni e politiche. Analogamente, il rapporto tra crescita e ambiente è notevolmente variabile in funzione di fattori che incidono, ad esempio, sulle tecnologie e sugli stili di vita. </p>
<p>13. Le politiche “di ampliamento dei <em>trade off</em>” possono essere numerose e diversi esempi potrebbero essere fatti (con attenzione specifica per le loro complementarità). Ma il passo preliminare consiste nell’accettare che un’idea di progresso minimale come quella che ho qui adottato pone alla politica come sfida più ardua l’individuazione di percorsi che conducono all’ampliamento dei <em>trade off. </em> Perché un simile ampliamento equivale, di fatto, a dare al progresso maggiori opportunità di compiersi. </p>
<h3><strong>Riferimenti BIbliografici </strong></h3>
<p>Fitoussi J.-P., Stiglitz J. (2009), “Le vie di uscita dalla crisi”, <em>Inchiesta, </em>luglio-settembre, pp. 13-19</p>
<p>Franzini M. (2010), <em>Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili, </em> Università Bocconi Editore, Milano. </p>
<p>Grossman G., Krueger A. (1995), “Economic growth and the environment”, <em>Quarterly Journal of Economics, </em>110, pp. 353-377</p>
<p>Kuznets S. (1955), “Economic Growth and Income Inequality”, <em>American Economic Review, </em>65, pp. 1-28.</p>
<p>Latouche S. (2008), <em>Breve trattato sulla decrescita serena, </em> Bollati Boringhieri, Torino</p>
<p>Stiglitz J.E, Sen A., Fitoussi J.P. (2009), <em>Mismeasuring Our Lives: Why Gdp Doesn&#8217;t Add Up, </em>The New Press, New York.</p>
<p><strong>Marco Magnani: <em>Una oligarchia separata dalla concorrenza</em></strong></p>
<p>Vorrei cominciare ponendo brevemente tre domande. In primo luogo, se questa crisi su cui ci si interroga, la crisi di origine finanziaria, può essere considerata epocale, o almeno emblematica, e in che senso: se cioè si possa dire che si tratta della crisi non solo di una fase del capitalismo, ma del capitalismo in quanto tale. In secondo luogo vorrei soffermarmi sulla proposta di Ruffolo di mettere dei paletti al capitalismo, dei limiti dall’esterno. In terzo luogo, la questione della crescita e del progresso.</p>
<p>Sul primo punto: questa crisi ci autorizza o no, oggi, ad aprire delle prospettive di rottura radicale del tipo di sviluppo delle società moderne, come le conosciamo dalla rivoluzione industriale in poi? Vale a dire: il capitalismo è arrivato o no al capolinea? Mi pare che Maurizio (secondo lo spirito del suo intervento, anche se non si è espresso in questi termini), abbia risposto di no. Ha parlato di “trade-off”: ci sono molti margini da sfruttare, possiamo migliorare la situazione di tutti, avvicinandoci a una sorta di “ottimo paretiano”, senza bisogno di considerare finito il capitalismo. Gilberto, invece, mi pare tendesse a dire che la crisi ci dimostra (è un’idea che viene da lontano, ma che si ri-attualizza oggi) che bisogna porsi il problema di trovare forme di crescita economica superatrici delle idee e dei metodi legati al mercato di tipo capitalistico. Sono due approcci molto diversi, che si riflettono anche nelle proposte diverse da loro avanzate.</p>
<p>Certo, vi è una convergenza di fondo sui fattori che hanno scatenato la crisi, o almeno su alcuni di essi: l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che hanno reso possibile un’espansione esplosiva della finanza; una de-regolamentazione della finanza inimmaginabile fino a dieci anni fa, tale che oggi si possono accumulare pressioni speculative eccedenti di gran lunga l’economia reale, ben al di là di quanto si poteva fare in precedenza; nonché – ultimo aspetto, su cui la discussione è molto vivace – il fatto che la teoria economica prevalente (divenuta una specie di breviario di chi ha diretto la politica economica nel mondo anglosassone, che è quello che più conta, e soprattutto negli USA) si fonda sull’idea sbagliata, anti-keynesiana, che i mercati si alimentano da soli e che ogni intervento dello Stato è cosa da cui rifuggire, e ciò soprattutto nella finanza. Il mondo presente, insomma, è ritenuto il migliore possibile, qualunque altro sarebbe peggiore. </p>
<p>Ora, su questi tre punti – le nuove tecnologie, la de-regolamentazione della finanza e l’autosufficienza del mercato – le opinioni sono diverse, ma la convergenza è abbastanza ampia. Ci si pone infatti il problema di correggere i pericoli che la crisi ha comunque manifestato, al qual fine è sicuramente necessario regolare la finanza in modo diverso: sicuramente c’è un problema di sostenibilità ambientale; e c’è inoltre quello di ridurre le diseguaglianze (un punto su cui peraltro il quadro analitico è complicato). </p>
<p>Su tutto ciò, vi sono due approcci possibili. Da una parte, c’è chi dice: cambiamo o almeno aggiustiamo le regole, andiamo oltre una determinata fase del capitalismo ma continuiamo a sfruttare questa macchina di crescita e di progresso. Dall’altra si sostiene invece che la crisi è radicale e ci vogliono soluzioni radicali. Fra questa due posizioni, io seguirei Ruffolo, il quale (riprendendo, anche qui, idee che vengono da lontano) sostiene che a questo tipo di crescita vanno posti limiti invalicabili dall’esterno. Non uccidiamo le pecore ma tosiamole adeguatamente. Lasciamo vivere il capitalismo ma governiamolo secondo regole che non possono esser poste dal capitalismo stesso. Stiglitz, in termini non meno radicali, sostiene che dobbiamo di nuovo salvare il capitalismo dai capitalisti. Già nel ’29 essi hanno provato a distruggerlo, dobbiamo di nuovo salvarlo dalla loro ingordigia. </p>
<p>Credo che la prima osservazione da fare rispetto alla proposta di Ruffolo sia questa: la macchina del capitalismo è stata certo prodigiosa in termini di crescita economica, il reddito pro capite dal 1820 (cioè dagli albori del capitalismo) ad oggi è cresciuto di 10 volte, mentre dal mondo romano al 1820 solo di un 40%. Questi almeno sono i calcoli di Madison, peraltro molto criticati. Se allora apprezziamo – come secondo me dobbiamo fare – questa capacità dell’economia capitalistica, dobbiamo stare anche attenti ad avanzare delle proposte, delle ricette in base alle quali questa economia cambierebbe radicalmente i propri caratteri. Il capitalismo è stato sempre lasciato libero di scatenare le sue energie verso il profitto e la crescita, nessuno gli ha mai imposto limiti esogeni. Sotto questo profilo, la proposta di Ruffolo è rivoluzionaria.</p>
<p>Seravalli – basandosi su Harrod, cioè sostanzialmente su un modello keynesiano di dinamica comparata – dice che l’economia capitalistica ha una grande forza di crescere ma non quella di equilibrarsi da solo, quindi c’è bisogno della politica. Anche questo è noto. Ruffolo può essere inteso in questo senso se si vuole l’intervento della politica nel calibrare i fattori che sono alla radice della crescita capitalistica, in termini di modelli di crescita classici. </p>
<p>Però, si aggiunge – e qui le osservazioni fatte da Seravalli in termini generali possono essere tradotte in termini più strettamente economici -, bisogna fare attenzione: se si fa questo, se si tende ad abbassare la crescita fino (parlando al limite, per chiarezza logica) a portarla a zero, si rischia di uccidere la concorrenza, passando così dalla padella nella brace. Si aprono infatti spazi alla rendita e all’oligarchia, si passa da un’economia governata dal profitto a una nella quale non vincono “i migliori” ma coloro che detengono le posizioni migliori. Si rasenterebbe l’assurdo storico di una vittoria dei feudali sugli imprenditori, quelli che nel ‘700 inglese cominciavano a costruire le loro aziende.</p>
<p>Questo è un punto essenziale, su cui sono molto d’accordo. E’ conforme al liberalismo nella sua accezione più vera. Si cita spesso il saggio di Luigi Einaudi sulla “bellezza della lotta”, in cui fa appunto l’esaltazione del conflitto, nel contesto storico di allora: criticando cioè i parassiti, i rentiers, che succhiavano energie e ricchezze ai ceti produttivi, che erano fondamentalmente i lavoratori e gli imprenditori. Quindi la concorrenza come impulso fondamentale alla crescita è pienamente iscritta nella tradizione liberale, sia politica che economica. Inutile ricordare che la radice storica di questa idea è la rivoluzione contro l’assolutismo, l’aristocrazia, quindi per la libertà e per la concorrenza vista come libertà.</p>
<p>Allora, se il problema che abbiamo di fronte è invece il monopolio, l’oligarchia, l’uccisione della concorrenza, credo sia questo un problema simile a quello, citato da Seravalli, delle divisioni. Ne parla spesso Claudio Napoleoni, specialmente nei suoi ultimi scritti, ed è stato ripreso anche da Barca nel suo libretto sulla costruzione di ponti. Mi sembra che lì venga focalizzato l’atto violento della separazione da parte di un soggetto, l’oligarchia, da un contesto di tanti piccoli imprenditori che competono fra loro su un piede di parità. In questo secondo caso non c’è separazione; essa è operata dal monopolista.</p>
<p>Quindi, sotto questo profilo, il problema, in fondo, è sempre lo stesso, sia se lo prendiamo dal punto di vista di Ruffolo (dobbiamo mettere un limite alla crescita; ma allora ci troviamo di fronte alla rendita), sia da quello di Barca (la separazione di cui sopra). Il problema – ribadisco – è sempre quello di un’oligarchia che si separa dalla concorrenza.</p>
<p>E vengo alla questione sollevata da Franzini: il nesso tra crescita e progresso. Sono d’accordo dal punto di vista analitico. Dico solo che, quale che sia il modo in cui si configura questo nesso, il problema è molto alto. E’ stato al centro del pensiero illuministico; ha dominato la scena – come nesso tra crescita e scienza – nel periodo del positivismo (la crescita materiale vista come inseparabile dal progresso morale e intellettuale).</p>
<p>Tuttavia, accanto alla tradizione prevalente sul nesso tra crescita e progresso, si è svolta – direi sotterraneamente – un’altra posizione, che nasce da Rousseau, e critica il modello industrialista (il mito del “buon selvaggio”). Venendo al Novecento, la tradizione prevalente sul nesso tra crescita e progresso è stata raccolta (o si è tentato di raccoglierla) nell’Unione Sovietica, con i “piani quinquennali”. Infatti Ruffolo è critico nei confronti di questo ideale dell’URSS e del movimento operaio in genere. </p>
<p><strong>Guido Carandini: <em>Non dimenticare la fame nel mondo</em></strong></p>
<p>La “globalizzazione” è il termine impiegato da un gran numero di economisti e di sociologi per descrivere la situazione della civiltà capitalista nel XXI secolo, constatando la sua diffusione a livello planetario e l’assenza di alternative che la caratterizza dopo la rovina del progetto comunista. Ma, stando alle statistiche delle Nazioni Unite, la civiltà capitalista, di fatto, non riesce a estendere i suoi frutti a <em>un buon terzo</em> della popolazione mondiale. All’incirca due miliardi di uomini sui sei che attualmente abitano la Terra sono infatti poveri ed emarginati senza una ragionevole speranza di riscatto in un futuro prevedibile. </p>
<p>Vediamo di dare un quadro approssimativo di questa situazione di cui mi sembra non  si tenga debito conto nel dibattito sul tema della «crescita» economica anche se in qursta sede l&#8217;ipotesi &#8221; crescita zero&#8221; è sta evocata da Seravalli solo come ipotesi teorica limite. Alcuni economisti (fra i quali Giorgio Ruffolo) ritengono la crescita ormai dannosa, o quanto meno problematica, non solo per i suoi possibili effetti negativi sull’ambiente ma anche sui reali bisogni della società. Al punto da avanzare proposte varie che implicano un suo diverso orientamento complessivo (per es. un trade-off più favorevole alla spesa sociale rispetto ai fini dell’accumulazione del capitale) o persino un suo contenimento fino all’ipotesi di una crescita zero. </p>
<p>A parte la estrema complessità dei problemi socio-politici che simili proposte comportano in un mondo fatto delle più svariate forme di capitalismo, da quelle più arretrate, a quelle mature e a quelle in via di esplosiva crescita, e quindi la quasi insormontabile difficoltà di prevedere le implicazioni non solo strutturali ma anche ideologiche che un artificiale contenimento della crescita comporterebbe nelle diverse situazioni, occorre perlomeno, mi sembra, evitare di porsi un problema che ignori i bisogni urgenti e vitali per una larga parte della popolazione mondiale per la quale la «crescita» significa semplicemente sottrarsi alla morte per fame. </p>
<p>Attualmente la popolazione mondiale è sei volte più numerosa di quanto fosse nei primi secoli dell’economia-mondo capitalistica, e almeno quattro volte maggiore di quella dei tempi del <em>Capitale</em> di Karl Marx (1867). Essa continua però a dividersi fra un centro, una semiperiferia e una periferia con disuguaglianze di reddito e di condizioni di vita sempre più estreme e ingovernabili.</p>
<p>Il <em>centro </em>nell’attuale economia-mondo capitalistica è rappresentato essenzialmente dai ventinove paesi dell’Ocse. con una popolazione totale di quasi un miliardo e con redditi pro capite annui che vanno da un massimo di 30.000 dollari (Stati Uniti) a un minimo di 10.000, e con una media complessiva di 23.000 dollari. Sono i paesi ricchi del capitalismo avanzato nei quali vive appena un sesto dell’umanità del XXI secolo.</p>
<p>Nella <em>semiperiferia</em> vive complessivamente una popolazione di oltre 2,7 miliardi, dunque quasi la metà della popolazione globale. Ne fanno parte i paesi che stanno sperimentando una marcia forzata verso il capitalismo. Dunque, oltre ai paesi europei dell’ex impero sovietico già accolti nell’Unione Europea o in procinto di entrarci, appartengono alla semiperiferia la Federazione Russa (150 milioni di abitanti) con poco più di 6.000 dollari pro capite annui, la Cina (1,3 miliardi di abitanti) con 3.200 dollari, e l’India (1 miliardo di abitanti) con 2.000 dollari. E poi i due maggiori paesi dell’America Latina, l’Argentina (37 milioni) e il Brasile (168 milioni) con redditi pro capite tra gli 11.000 e gli 8.000 dollari. Considerando che in queste medie sono conteggiati i redditi relativamente alti delle minoranze direttamente avvantaggiate dal processo di crescita capitalistica, la maggior parte della popolazione di quei paesi si trova evidentemente al di sotto della soglia di povertà.</p>
<p>I paesi che abbiamo elencato, per quanto a basso e bassissimo reddito, si possono inserire ugualmente nella categoria di mezzo della semiperiferia per due ragioni. La prima è che in essi il capitalismo è ben radicato, anche se caratterizzato da disuguaglianze enormi, spesso da regimi autoritari, ancora più spesso da regimi corrotti che rallentano lo sviluppo favorendo oligarchie rapaci. La seconda ragione è il ritmo di sviluppo dell’accumulazione del capitale che in alcune di queste aree semiperiferiche, come l’India e la Cina, è molto alto e, se mantenuto, potrebbe portare a un rapido aumento dei redditi medi. </p>
<p>Rimane la <em>periferia</em> dell’economia-mondo alla quale appartengono tutti i paesi non soltanto a bassissimo reddito ma nei quali, inoltre, permangono situazioni economiche, politiche e sociali che consentono unicamente forme di capitalismo molto arretrato e gregario, spesso di rapina, sommerso da condizioni di esistenza estremamente miserabili. I numerosi paesi dell’America Latina, di gran parte dell’Asia e, praticamente, di tutta l’Africa, non elencati nelle due precedenti categorie, rientrano in quest’ultima. Si tratta di oltre due miliardi di esseri umani con redditi pro capite annui che vanno da un massimo di 4.700 dollari a un minimo di 885. Dunque un terzo dell’umanità attuale non soltanto vive nella estrema miseria ma ha scarse probabilità di uscirne anche in un lontano futuro.</p>
<p>In buona sostanza tuttavia, al di là delle classificazioni riportate sopra che sono sempre arbitrarie perché si basano su medie statistiche, la povertà estrema che minaccia la sopravvivenza, la fame come condizione normale, la diffusione di malattie come l’Aids o la malaria, l’alta mortalità infantile e la bassa aspettativa di vita, insomma tutto ciò che rende disperata, senza rimedio e senza tregua l’esistenza umana, è una condizione che, secondo le Nazioni Unite, riguarda addirittura 2,8 miliardi di uomini che vivono con meno di due dollari al giorno di cui 1,2 miliardi che vive con meno di un dollaro al giorno. Si deve ammettere che l&#8217;ipotesi di crescita zero rischia di apriie solo un discorso tra &#8220;ricchi&#8221; e che la prospettiva di un mondo intero che si attenda dal capitalismo un futuro di riscatto, è assai remota.</p>
<p><strong>Vittorio Tranquilli: <em>Uscire dal predominio dell&#8217;economia su ogni altra dimensione</em></strong></p>
<p>La questione della <strong>crescita</strong> economico-produttiva è stata affrontata da Giorgio Ruffolo nel nostro convegno del 23 marzo. Al riguardo &#8211; sintetizzando molto &#8211; ha detto che porre la crescita per la crescita – dunque l’accumulazione per l’accumulazione, e in definitiva la produzione per la produzione – è un modo di ragionare assurdo, perché basato su un illogico scambio tra mezzo e fine. Occorre vedere in ordine a <strong>quale</strong> fine, o quadro di fini, cioé per soddisfare <strong>quale </strong>bisogno o insieme di bisogni umani, si dà luogo a produzione, accumulazione, crescita.</p>
<p>Ma quando si parla di <strong>fini</strong>, si chiama in causa la <strong>politica</strong>. Luciano Barca ha aggiunto che la politica deve a sua volta farsi interprete di istanze della società nelle sue varie espressioni e articolazioni. </p>
<p>E’ dunque <strong>l’economia</strong> in quanto tale a non essere autosufficiente. Essa deve integrarsi con la <strong>politica</strong> quale interprete delle esigenze sociali e umane. E ciò comporta il passaggio da un discorso <strong>quantitativo</strong> a uno <strong>qualitativo</strong>.</p>
<p>Sono assunti di grande rilievo, sui quali non si può non concordare. Avrei però da fare delle considerazioni, cui ho già cercato di accennare in un mio commentino in calce al resoconto “on line” del convegno. Vorrei adesso esprimermi un po’ meglio. Riguardano appunto le <strong>finalità</strong> della produzione e della sua crescita.</p>
<p>A mio parere, Ruffolo ha posto una eccessiva <strong>separazione, </strong>una <strong>cesura </strong>concettuale tra i bisogni <strong>elementari</strong> dell’uomo (quelli riguardanti la sua vita fisica) e livelli <strong>“più elevati” </strong>della vita umana, legati a ideali religiosi, morali, civili, culturali, nel cui quadro (e solo in esso) l’uomo persegue <strong>realmente</strong> la propria autorealizzazione.</p>
<p>Questa impostazione porta a confinare l’economia (scienza della <strong>quantità</strong>) nel primo livello, considerando invece il secondo (dove vale la <strong>qualità</strong>) come svincolato e “libero” dall’economia stessa.</p>
<p>Infatti, stando alla sintesi della relazione di Ruffolo curata da “Etica ed Economia” (della quale non ci sono motivi per porre in dubbio la fedeltà), Ruffolo ha detto:</p>
<p>«L’economia può definire tutto ciò che ha a che fare con l’<strong>avere</strong>, ma nel giudizio di qualità interviene la definizione dei <strong>fini </strong>e dunque l’<strong>essere</strong>. La definizione delle finalità non può che avvenire sul terreno di una morale, religiosa o civica. E’ la morale, è l’etica che deve dettarci quali sono le cose che vanno <strong>limitate</strong> e quelle che <strong>non possono essere limitate</strong>. <strong>Scienza e conoscenza </strong>sono tra le cose che <strong>non possono essere limitate</strong> e che possono aiutarci a fissare dei punti di riferimento».</p>
<p>Un passaggio parimenti netto, epocale, dal livello elementare del bisogno umano – riguardante l’<strong>avere, </strong>quindi la <strong>quantità</strong>, quindi il discorso <strong>economico</strong>, a sfere più “elevate”, era stato già prefigurato da Keynes, non a caso richiamato da Ruffolo nella sua relazione. Nel noto saggio <em>Prospettive economiche per i nostri nipoti</em>, Keynes aveva parlato di bisogni “assoluti” e “relativi”. L’economia si occupa solo dei primi, quelli appunto della sussistenza fisica, senza comunque oltrepassare – come Keynes si esprime – «il vecchio Adamo che è in noi». Ma siamo ormai vicini (ultimandosi così il processo capitalistico), alla soddisfazione praticamente completa di questo tipo di bisogni; dopo di che potremo dedicare le nostre energie agli scopi “relativi”, alias a scopi <strong>liberamente</strong> posti da ciascun individuo e quindi (testuale) «a scopi non economici». Come vedete – sia detto per inciso &#8211; il liberale Keynes (richiamato, giova ripetere, da Ruffolo) preconizza delle prospettive che ricordano molto il passaggio, enunciato da Marx, dal “regno della necessità” al “regno della libertà”. </p>
<p>La differenza tra Keynes e Ruffolo si manifesta a proposito del punto o momento discriminante, determinante del passaggio dal bisogno elementare di sussistenza (come tale “assoluto”, <strong>necessario</strong> e quindi comportante l’analisi quantitativa propria dell’economia) agli ulteriori livelli, quelli “relativi”, qualitativi, dove la scienza economica non avrebbe più nulla da dire.</p>
<p>Tale punto di discrimine è imputato da Keynes all’avvenuta <strong>saturazione</strong> del bisogno di sussistenza, grazie al progresso tecnologico sempre più intensamente promosso e maneggiato dal capitalismo. Quanto invece a Ruffolo, va considerato che egli parla e scrive ottant’anni dopo, in un quadro impazzito di opulentismo, di induzione sempre più inesorabile della domanda per consumi, attraverso un innovazionismo di prodotti incessante e oltre misura, un martellante invito a indebitarsi, e così via, con le conseguenze distruttive che ben sappiamo (i “surprime”, il finanziarismo, la crisi della finanza e dell’economia).</p>
<p>Ora, mi pare si debba dire che questo quadro e le sue crisi rimangono pur sempre, malgrado tutto, malgrado ogni complicazione iper-tecnologica, al livello “elementare” del bisogno umano. Anche all’interno di questo livello, infatti, ci può essere per principio (poiché sempre dell’uomo si tratta), e c’è di fatto, uno sviluppo. L’uomo abitatore delle caverne e che mangia carne cruda è diverso dall’uomo moderno, che si costruisce palazzi e cuoce i cibi col forno a micro-onde; trasmettere segnali col fumo o col tam-tam è diverso dal farlo su internet. Ma ciò che è mortale per l’uomo è il <strong>ristagnare</strong> comunque su quel livello che è definibile pur sempre, nel suo complesso, come “elementare”: su questo primo livello del suo bisogno, del suo lavoro, cui si ridurrebbe e oltre il quale terminerebbe ogni possibile discorso di carattere economico.</p>
<p>Ruffolo è ben consapevole di questo pericolo, e tende quindi a porre un argine, un limite invalicabile al falso progresso nel reale ristagno di fondo. Al riguardo, nella sua relazione del 23 marzo, ha parlato della limitatezza delle risorse e della necessità di rispettare certi parametri ecologici. E nel suo libro <em>Il capitalismo ha i secoli contati</em> ha configurato una catastrofica <strong>entropia </strong>per tutto il genere umano qualora si oltrepassino questi paletti (p.281).</p>
<p>Mi permetto però di ritenere che questo discorso di Ruffolo sia insufficiente. Egli condiziona la crescita (senza staccarla, evidentemente, dal livello dei bisogni “elementari”) a dei vincoli <strong>esterni</strong>: se l’uomo non tiene conto di essi, la Natura (con la N maiuscola) lo uccide. Ebbene, credo che sia da fare, o da aggiungere, o da affiancare, un discorso diverso. </p>
<p>Torniamo alla fondamentale questione della <strong>necessità</strong> e della <strong>libertà</strong>. Temo non sia una strada giusta quella di separare e, in definitiva, di contrapporre i due aspetti o momenti, riferendo il primo (la necessità, quindi la limitatezza: “le cose che vanno limitate”, dice Ruffolo) al livello del bisogno “elementare”, di sussistenza, al dantesco “viver come bruti”, e il secondo aspetto o momento (la libertà, intesa come illimitatezza: “le cose che non possono essere limitate”) al “più umano” livello del “seguir virtute e conoscenza”.</p>
<p>Credo sia preferibile un diverso punto di partenza, a definire il quale ci può aiutare un’ ipotesi filosofico-antropologica: cioè una concezione dell’uomo come <strong>“essere naturale – storico”</strong>.</p>
<p>In questa formulazione, l’aggettivo <strong>naturale</strong> indica la finitezza, la limitatezza (e il loro non sofferto ma felice riconoscimento, la loro accettazione respirando a pieni polmoni) come condizione costitutiva, istitutiva del’uomo. Per definizione la vita umana si esplica sempre nella <strong>determinatezza</strong>, cioè, in concreto, in un quadro conforme alla logica e alle implicazioni di una <strong>determinazione</strong> data, specifica, della vita umana stessa. In ciò si palesa essenzialmente il momento della <strong>necessità</strong>. </p>
<p>Contemporaneamente l’aggettivo <strong>storico </strong>rinvia al fatto che è condizione altrettanto costitutiva, istitutiva dell’uomo, la sua tensione continua e ineliminabile (pena la corruzione e la morte) a spostare <strong>indefinitamente </strong>in avanti, man mano, passo dopo passo, <strong>quella </strong>determinazione specifica in cui per una certa fase si è esplicato il proprio vivere e operare, aprendosi dunque nuovi orizzonti, più ampi, di maggior respiro, ma sempre determinati e specifici. I bisogni, i problemi, i valori, le finalità vitali di una fase storica in via di esaurimento sono stati soddisfatti e implementati a sufficienza; emergono adesso altri bisogni, problemi, valori, finalità vitali. Occorre saper riconoscerli e muoversi coerentemente di conseguenza. E’ principalmente a questo punto, a questo snodo, che si manifesta in tutto il suo rilievo il momento della <strong>libertà</strong>. Si tratta infatti di compiere delle decisive <strong>scelte</strong>, affidate all’uomo e a nessun altro. Scelte adeguate, buone (per intelligenza, per onestà, per capacità innovatrice e insomma – anche questo, a tempo e luogo, bisogna tornare a saperlo dire – per una ben mirata tensione rivoluzionaria), o al contrario scelte dannose (per timorosa “debolezza” di pensiero, ovvero per disonestà, negligenza, pigrizia conservatrice): è soprattutto a questi bivi che si misura, di volta in volta, che uso sa fare e fa l’uomo della sua libertà. </p>
<p>Si potrebbe ricordare il noto assioma di Marx per cui «gli uomini fanno da loro stessi la loro storia, in condizioni determinate», se non fosse che queste “condizioni determinate” sono poste da Marx in modo troppo deterministico.</p>
<p>Concludendo, credo che se si vedono le cose nell’ottica che ho cercato di proporre, <strong>qualunque</strong> stadio o livello del bisogno umano, quindi del lavoro – dal livello “elementare” a quelli ulteriori della conoscenza, della creatività, della spiritualità, dell’arte e via dicendo – comporti tanto la necessità quanto la libertà. Ambedue questi principi, cioè, valgono e pesano contemporaneamente per la proposizione dei <strong>fini</strong> che vengono ponendosi e che vanno definiti via via lungo e secondo l’ indefinito processo di <strong>crescita</strong> dell’uomo.</p>
<p>E’ così possibile sfuggire – a mio avviso – al pericolo esiziale, alla falsità, all’ossessione (oggi così in voga) di discorsi tesi ad esaltare un “tempo libero” contrapposto al “tempo di lavoro” e destinato a ridurlo progressivamente sino, sostanzialmente, ad annullarlo. E ciò grazie all’innovazionismo tecnologico promosso proprio dal capitalismo e nell’illusione di “uscire” così dal capitalismo stesso. Siffatte interpretazioni credute dialettiche, ma in realtà vaniloquenti, della fase iper-tecnologica del capitalismo e dei suoi sbocchi, tendono obiettivamente, lo si voglia o no, a una resurrezione dell’antica figura signorile, non più riservata, però, a pochi eletti, ma universalizzata. Il che – a mio parere – è la peggiore dannazione che si possa immaginare, ed è un suggello definitivo di quella che si usava chiamare la “società opulenta”. </p>
<p>Detto questo, certamente una prospettiva di uscita dal capitalismo rimane irrinunciabile. Ma essa non comporta né liquidare l’economia né ipotizzarne una “alternativa” non meglio definita né definibile. Comporta piuttosto uscire dal <strong>predominio</strong> dell’economia su ogni altra dimensione del vivere: tendere quindi a un equilibrio, a una pari dignità fra economia, politica, relazioni di prossimità sociali e familiari, volontariato, spiritualità, scienza e conoscenza e quant’altro. Ciascuna di tali dimensioni faccia il proprio mestiere nella distinzione così come nella reciproca integrazione. In quest’ottica sembra poter scomparire l’apparente opposizione tra lo Smith dell’interesse individualistico e quello dei sentimenti morali, della “simpatia”. </p>
<p>Resterebbe ancora da puntualizzare quali sono i grandi problemi aperti di fronte a noi nella fase storica attuale, “ignoti ad altre età”. Ma essi sono così evidenti e squadernati dinnanzi ai nostri occhi, che farei un torto alla vostra sensibilità politico-sociale se mi mettessi anche solo a nominarli.</p>
<p><strong>Alessio Liquori: <em>Consumi e comportamenti umani </em></strong></p>
<p>Per ragionare dei problemi della crescita economica, dei suoi (eventuali) limiti, del benessere individuale e collettivo in questa fase dello sviluppo capitalistico occorre necessariamente indagare il fenomeno dei <em>consumi</em>.</p>
<p>Per periodizzare lo sviluppo capitalistico sono state proposte varie convenzioni: l’era del carbone e quella del petrolio, industrializzazione e terziarizzazione, ecc. A mio parere si coglie meglio la natura della fase attuale indicandola come la fase del consumo, o meglio dell’ “iperconsumo”.</p>
<p>Pasolini parlava ormai quarant’anni fa della mutazione antropologica che stava investendo l’Italia. Sintetizzando brutalmente, quella mutazione antropologica ci ha trasformato in iperconsumatori.</p>
<p>Nella sfera del consumo, a mio parere, si svolge la contraddizione tra le possibilità produttive, tecnologiche e di crescita delle società ad alto reddito di oggi – che vengono percepite come illimitate – e i limiti, soprattutto ambientali, di questo modello di sviluppo.</p>
<p>Esistono davvero dei limiti allo sviluppo? Se le leggi della termodinamica hanno una qualche validità, la risposta è necessariamente positiva. Il troppo dimenticato Georgescu-Roegen, reinserendo la sfera dei comportamenti economici nella sfera più grande che li ricomprende (la biosfera), ha contribuito a chiarire questo punto.</p>
<p>In questa tavola rotonda è stato più volte citato l’esercizio di Madison, che ricostruisce una serie secolare del reddito pro-capite. Analogo esercizio è stato proposto da un altro autore, Eric D. Beinhocker, nel magnifico libro <em>The Origin of Wealth</em>, che si apre con un eloquente grafico rappresentante in ordinata il reddito pro-capite e in ascissa il tempo: il grafico si mantiene pressoché piatto dal neolitico al medioevo, con un primo cambio di ritmo durante i secoli del rinascimento e delle grandi scoperte geografiche (accumulazione originaria), ma esplode in verticale negli ultimi tre secoli della nostra era.</p>
<p>A questo grafico è sovrapponibile praticamente senza scostamenti il grafico del consumo energetico umano. La crescita economica esplosiva degli ultimi tre secoli, che ha cambiato l’umanità più di qualsiasi altro evento storico, è soprattutto una crescita economica <em>energivora</em>. I grandi dilemmi ambientali che fronteggiamo da qualche decennio sono la necessaria ricaduta di questa insaziabile fame di energia dell’umanità. Se non ci saranno rivoluzioni tecnologiche, l’impossibilità di continuare a produrre energia ai livelli attuali (e, anzi, a livelli sempre crescenti) costituisce il limite più concreto e imminente al nostro livello di sviluppo.</p>
<p>I limiti alla crescita, a questa crescita, dunque esistono. Sono limiti fisici, della materia. </p>
<p>Le neuroscienze e lo studio delle scelte individuali hanno ormai dimostrato, con unanime consenso scientifico, che a essere priva di limiti è, invece, la <em>sfera del desiderio</em> degli individui umani. Gli studi degli economisti sulla felicità e sul benessere autopercepito, da Easterlin e Scitovsky alle più recenti divulgazioni di Layard, hanno evidenziato che l’accesso a elevati livelli di possesso e uso di risorse materiali, ossia di consumo, non recano soddisfazione all’individuo ma, al contrario, stimolano la ricerca di livelli di consumo sempre maggiori e, di conseguenza, un costante e crescente stato di insoddisfazione.</p>
<p>Questi risultati sono verificati per tutti i paesi ad alto reddito in anni recenti. Sta tutta qui, a mio avviso, la mutazione antropologica intuita poeticamente da Pasolini. Ecco la chiave del conflitto: il conflitto è tra i mutanti iperconsumatori che siamo oggi e i limiti fisici (ambientali, energetici) della crescita produttiva e dei consumi.</p>
<p>A mio parere, tuttavia, questo conflitto, che qualcuno cerca disperatamente (e meritoriamente) di individuare e di elevare al rango di azione politica, è ancora invisibile. Probabilmente ingabbiato nelle dinamiche del potere, tenuto sotto controllo dalle <em>élite</em>. Io non vedo conflitto patente nella società, né vedo movimenti politici in grado di incarnare e indirizzare questo conflitto. Non vedo rappresentanti, né rappresentati.</p>
<p>I mutanti di oggi mirano solo a perpetuare i propri modelli di consumo e, magari, a raggiungere o imitare penosamente modelli ancora più insostenibili. Le deprimenti vicende politiche italiane lo dimostrano ampiamente. È vero che altrove, in Europa e in America, è possibile osservare quadri politici meno deprimenti, ma la sostanza, a mio avviso, non cambia: a interrogarsi sui limiti dello sviluppo sono sparute minoranze intellettuali.</p>
<p>Nel frattempo lo sviluppo capitalistico prosegue sulla sua strada, aprendosi la strada verso nuovi profitti a colpi di innovazioni che producono nuovi bisogni, nuovi prodotti e nuovi mercati. Bene!, dirà qualcuno: è il magnifico cammino progressivo degli eroici imprenditori schumpeteriani. Non è così. Perché i nuovi bisogni a cui si risponde sono tutti esogeni rispetto alla sfera delle necessità umane. Sono tutti immaginati e confezionati dai meccanismi di marketing.</p>
<p>Mi viene in mente l’esempio del caffè espresso in cialde. Oggi, in molti casi, l’innovazione procede così: si creano prodotti che ci dispensano dal consumare poche calorie (energia endogena, di origine umana), impedendoci qualche gesto muscolare elementare attraverso la sola pressione di un pulsante, con un guadagno di praticità che può sembrare anche consistente, ma che non ripaga dai costi ambientali ed energetici dei nuovi modelli di consumo che ci vengono – ammettiamolo – imposti. Un modo di consumare e di produrre che segue logiche perverse e disumanizzanti. </p>
<p>Disumanizzanti perché queste innovazioni non ci risparmiano veramente <em>fatica</em>, non migliorano davvero le nostre condizioni di vita, ma ci evitano semplicemente di compiere dei gesti <em>umani</em>: avvitare, svitare, aprire, chiudere, versare, camminare, spingere, tirare, ecc. Gli esempi possibili sono migliaia, come la cialde per il caffè espresso, le <em>sliding doors</em> automatiche di luoghi pubblici e ambienti commerciali, le scale mobili e gli ascensori, i nastri trasportatori, i cancelli automatici, le serrande elettriche, e così via. Migliaia di esempi. Migliaia di marchingegni che, in estrema conclusione, ci riducono al rango di inabili. Tecnologie utilissime per anziani, bambini, persone con ridotte o compromesse facoltà motorie e percettive, inabilità temporanee e permanenti, ecc. Tecnologie che comportano enormi consumi energetici ed enormi produzioni di rifiuti ed emissioni.</p>
<p>E nel frattempo diventiamo sempre più obesi. Ed è la nemesi del nostro “progresso”. Per la prima volta, da quasi due secoli, la speranza di vita alla nascita negli Stati Uniti (il paese-guida di questo progresso) tende a diminuire. Per colpa dei rischi cardiocircolatori che aumentano, così come aumenta l’incidenza delle malattie tumorali e di altre patologie. Tutte fortemente correlate ai nostri stili di vita. Salvo spendere altre risorse, economiche ed energetiche, per andare in palestra, dove possiamo sfogare una volta di più le nostre voglie di consumo compulsivo.</p>
<p>Se il conflitto emergesse, e con esso una qualche forza politica capace di rappresentarlo, si dovrebbero colpire implacabilmente le esternalità ambientali dell’attuale modello di sviluppo, soprattutto attraverso il sistema fiscale, per costruire una potente macchina di incentivi e disincentivi in grado di riportare la sfera delle scelte individuali al rango di comportamenti umani. E un’altrettanto potente macchina di incentivi e disincentivi dovrebbe essere organizzata attraverso le politiche di welfare, in particolare quelle di contrasto a vecchie e nuove forme di povertà, dato che i trasferimenti monetari tendono a disperdersi in consumi di beni ben poco meritori. Paternalismo del sistema fiscale e paternalismo del sistema di welfare. Magari un paternalismo liberale (nell’ossimoro c’è tutta la difficoltà di immaginarlo), ma non mi pare ci sia altra scelta.</p>
<p>Peccato che all’orizzonte non si veda chi e come possa attuare un sistema simile. A meno che non si arrivi, e il pericolo è concreto, a rotture improvvise e violente degli equilibri geopolitici.</p>
<p><strong>Luciano Barca: <em>Cambiare la qualità della domanda</em></strong></p>
<p>Premetto che quando parlo di uscita dalla crisi io intendo l&#8217;uscita da una situazione che non è solo di arresto o inversione del processo di crescita, ma di arretramento de sociale, morale, ambientale. Mi colloco quindi volutamente o cerco di collocarmi fuori da un discorso di meri aggiustamenti del modello attuale al fine di &#8220;ripristinarlo&#8221; e dal discorso su un progresso minimale, quale è quello che necessariamente si apre se diamo per immutabile nelle sue fondamenta l&#8217;attuale rapporto tra domanda e offerta.</p>
<p>Naturalmente apprezzo ogni ricerca volta a non distruggere ricchezza e a migliorare la situazione di coloro che più pagano per la crisi,a imporre regole ad una finanza &#8220;feroce&#8221;, ma ritengo che una collocazione all&#8217;esterno di una mera ricerca di ripresa della crescita sia necessaria anche ai fini dell&#8217;individuazione delle soluzioni immediate migliori.</p>
<p>Per questo ho apprezzato la parte della introduzione di Seravalli in cui si affronta la questione se l&#8217;economia capitalistica sia in grado e come di sussistere con crescita zero. Problema indirettamente posto anche da Franzini quando ha contestato che la crescita trascini meccanicamente con sé tutte le dimensioni del progresso ed ha distinto nettamente tra crisi della crescita e crisi del benessere. </p>
<p>Alla domanda esplicitamente posta, Seravalli ha dato risposta sostanzialmente negativa ed io concordo. con essa. Un sistema fondato sul profitto non può non fare della crescita una priorità assoluta e non può accettare che il PIL sia ridotto a componente di ben più complesso di misurazione del benessere sociale. Né l&#8217;attuale sistema è in grado di mettere in atto meccanismi di cooperazione, essenziali per affrontare il problema drammatico qui posto da Carandini. </p>
<p>Seravalli, ci ha anche detto che crescita zero ci riporterebbe inevitabilmente ai duri e tristi tempi dello scontro tra lavoratori e rentiers. E si è interrogato sul come contrapporsi a tale prospettiva nel momento in cui sono scomparsi i luoghi della produzione in cui il conflitto sociale si organizza.</p>
<p>E&#8217; qui che amche io pongo una domanda: il conflitto sociale deve necessariamente assumere le forme valide fino al secolo scorso dello scontro sindacale e politico tra classe operaia e capitalisti o può assumere altre forme? </p>
<p>A questa domanda un grande protagonista del vecchio scontro sociale e cioè Giuseppe Di Vittorio rispose nel 1943 positivamente. E infatti accanto al sindacato di categoria volle che si costituissero e materialmente si costruissero luoghi territoriali dell&#8217;organizzazione del conflitto e cioè le Camere del Lavoro. Tra le cause dell&#8217;attuale logoramento della &#8220;sinistra&#8221;, intendendo con sinistra tutte le forze che non accettano l&#8217;attuale modo di produzione come fine della storia, io metto anche la distruzione delle Camere del Lavoro assurdamente cancellate dai successori di Di Vittorio in nome della modernità; così come, ovviamente, metto lo smantellamento di tutta la rete capillare territoriale dei partiti di massa. </p>
<p>E qui arrivo al <em>senonché</em> di Seravalli, senonché che ha preceduto il richiamo alla definizione da me usata dieci anni fa in un libretto per definire l&#8217;attuale modo di produzione: il capitalismo, affermavo, è un processo di continue separazioni a partire da quella da cui ha avviato la sua ricerca Marx &#8211; la separazione tra valore d&#8217;uso e quella di scambio &#8211; per arrivare a quella, anch&#8217;essa individuata da Marx come inevitabile, della separazione tra finanza e produzione di beni reali. Era stata quest&#8217;ultima separazione a creare la crisi del 1998, la prima legata alla bolla dei subprimes e considerata conclusa una volta ripresa la crescita, compresa ovviamente la crescita dei subprime.</p>
<p>La separazione della finanza dalla produzione e il passaggio della finanza al comando di tutto il processo non è tuttavia l&#8217;ultima separazione. A mio avviso se ne è verificata un&#8217;altra che era già stata anticipata dal fascismo e dal nazismo, sia pure con caratteristiche primitive e specifiche di violenza: la separazione tra modo di produzione e democrazia. Questa separazione ha portato al contrapporsi del sistema attuale a qualsiasi forma di socializzazione della politica, a qualsiasi processo di formazione di comunità capaci di esprimere scelte collettive autonome dal sistema. Il consumismo , così come ha ricordato Alessio Liquori, ha bisogno di individui separati e non di gruppi organizzati capaci di esprimere sul mercato, così come in un parlamento, una domanda collettiva pagante diversa da quella dettata dai media controllati da una piccola minoranza. Il modello attuale ha bisogno di uomini e donne e giovani che vadano in giro ascoltando solo la loro cuffietta individuale e ormai, in maggioranza, incapaci di incontrarsi e organizzarsi salvo che per andare agli stadi.</p>
<p>Il mio può apparire, e forse è, il predicozzo di un ex organizzatore di domanda collettiva autonoma ma io credo che è di questa realtà che dobbiamo tener conto, se non vogliamo perdere lo scontro senza neppure tentare di combatterlo, in un sistema in cui la produzione si è frammentata in mille luoghi, in paesi diversi, e in cui le redini della finanza mondiale sono nelle mani di cento persone.</p>
<p>A fianco delle ricette economiche che sono importanti dobbiamo dunque inventare i modi della ricostruzione dell&#8217;incontro. E&#8217; un compito duro. L&#8217;avversario ci ha preceduti. Ha ragione Seravalli quando dice che i luoghi dell&#8217;organizzazione del conflitto non esistono. Come pensiamo che lavoratori ormai disseminati lontani gli uni dagli altri o precari o assunti come lavoratori autonomi da srl di comodo possano organizzarsi o solo incontrarsi per ragionare insieme ? Vanno dunque cercate altre forme di organizzazione e considerare la loro invenzione e presa sul territorio altrettanto importanti della corretta formulazione di un problema economico. Alcuni tentativi sono in corso in nome della tutela delle caratteristiche dei quartieri, o dei parchi o attorno alla rivendicazione di un ambulatorio più efficiente o di una scuola adeguata o nella lotta ai licenziamenti ma bisogna prendere atto che lo stesso volontariato è frammentato.</p>
<p>E&#8217; indubbio che nuovi misuratori del benessere sono necessari, ma occorre non dimenticare mai che il benessere non verrà da solo o come meccanica conseguenza della adozione di nuovi,necessari indicatori. Dobbiamo sapere individuare le vie per crearlo e per presidiarlo con contro il mercato, ma nel mercato.</p>
<p><strong>Maurizio Franzini: <em>Qualche conclusione</em> </strong> </p>
<p>Proviamo a trarre qualche conclusione, necessariamente provvisoria. Il workshop ha, in primo luogo, consentito di collocare in un più ampio ambito di riflessione le principali tematiche connesse alla crisi, che erano emerse in occasione delle lezioni organizzate da Etica ed Economia. In particolare, si è chiarito come la crisi possa essere osservata da diversi punti di vista e come il suo rapporto con la crescita possa essere concepito in modi diversi, a seconda dell’idea stessa di crisi alla quale si aderisce. Nel corso del dibattito sono state proposte interpretazioni che, con grado diverso di radicalità, riconducono la crisi non soltanto all’interruzione del processo di crescita, ma a più generali difficoltà del modello di sviluppo le quali rimandano, per un verso o per l’altro, alla capacità dei moderni sistemi economici e sociali di consentire il raggiungimento di adeguati livelli di benessere ad ampi strati della società. In questa ottica sono state proposte utili riflessioni circa il rapporto tra crescita economica e benessere sociale. Il workshop ha anche permesso di riflettere sull’effettiva possibilità di subordinare la crescita economica a una precisa scelta politica, prendendo in esame le principali teorie economiche della crescita, e valutando anche le conseguenze che il controllo “esterno” della crescita potrebbe avere sull’intensità e le forme del conflitto in un sistema capitalistico di mercato.</p>
<p>Su questi temi “Etica ed Economia” tornerà a riflettere, anche ampliando e approfondendo l’esame di alcuni dei temi trattati. A questo scopo sono già previsti due workshop per l’autunno che tratteranno specificamente la questione delle misure del progresso e del benessere, alternative al Pil, e i complessi rapporti tra crisi e Europa.</p>
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		<title>Il ruolo del Venezuela nei processi d’integrazione in America latina</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 22:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>IAbbadessa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[     Com’è noto a molti, l’integrazione latino-americana è stata una costante nel pensiero di molti intellettuali e politici della regione per oltre due secoli, fin dai tempi cioè delle guerre d’indipendenza che i popoli di quest’area del mondo combattevano contro la Madre Patria. Tuttavia, fin da subito, la realizzazione di un simile progetto è apparsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Com’è noto a molti, l’integrazione latino-americana è stata una costante nel pensiero di molti intellettuali e politici della regione per oltre due secoli, fin dai tempi cioè delle guerre d’indipendenza che i popoli di quest’area del mondo combattevano contro la Madre Patria. Tuttavia, fin da subito, la realizzazione di un simile progetto è apparsa piuttosto difficile da concretizzarsi; lo stesso <em>libertador</em> Simón Bolívar, fino agli ultimi istanti della sua vita, era solito ripetere: <em>“He arado en el mar…”</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Un’integrazione che possa coinvolgere tutti i paesi di quella che il cubano José Martí chiamava la “<em>Nuestra América”</em>, appare ancora molto lontana dal mettersi in pratica, anche se sembra che questa sia oggi la prospettiva generalmente condivisa dalla totalità dei paesi dell’area. In un mondo sempre più globalizzato, infatti, che cerca di andare verso un sistema multilaterale in grado di superare l’impostazione unipolare seguita alla fine della Guerra Fredda, la prospettiva di realizzare progetti unitari sembra essere diventata imprescindibile. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>In un simile scenario l’America latina ha cercato negli ultimi lustri di sviluppare numerose iniziative: MERCOSUR, UNASUR, ALBA e molte altre. Nessuna di queste, però, è fina a oggi riuscita a dare un “salto qualitativo” a siffatte proposte d’integrazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>In questo senso, il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías è senza dubbio uno dei <em>leader</em> dell’area che più impulsa per la realizzazione di un’unificazione fra i diversi paesi mostrandosi consapevole della necessità che l’America latina parli al mondo possibilmente con “una sola voce”. In numerosi interventi, infatti, egli ha ripetuto l’espressione: “<em>O nos unimos o nos hundimos</em>”. In tale prospettiva le sue iniziative sono state molteplici e tutte essenzialmente caratterizzate da una particolare attenzione agli aspetti politici e sociali dei progetti d’integrazione, allontanandosi in maniera netta da quelle che erano le iniziative, come l’ALCA (<em>Área de Libre Comercio de las Américas</em>), che nella regione erano portate avanti da quello che il presidente venezuelano ha definito in più occasioni “l’imperialismo statunitense”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 42.5pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">       </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">MERCOSUR</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Come detto, dunque, l’America latina si colloca oggi in un progetto politico internazionale che, partendo dalla necessità di superare l’impostazione unipolare seguita alla caduta del muro di Berlino, vada alla ricerca di un nuovo multilateralismo. In questo senso, il 26 marzo 1991, la Repubblica Argentina, la Repubblica Federale del Brasile, la Repubblica del Paraguay e la Repubblica dell’Uruguay istituirono, con il Trattato di Asunción, il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR), che senza dubbio costituisce il progetto internazionale più rilevante nel quale oggi si trovano impegnati questi paesi. Un progetto subcontinentale che si poneva come obiettivo la risoluzione delle diatribe di mercato (essenzialmente tra i due “grandi”: Brasile e Argentina) e l’armonizzazione dei regolamenti commerciali. Nel corso degli anni hanno ottenuto la qualità di Stati associati la Bolivia e il Cile (entrambi dal 1996), il Perù (dal 2003), la Colombia e l&#8217;Ecuador (dal 2004). Il Messico è osservatore.<span style="mso-spacerun: yes;">     </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Il principale obiettivo del Trattato di Asunción è l’integrazione dei quattro Stati membri, mediante la libera circolazione di beni, servizi e fattori produttivi, lo stabilimento di un dazio esterno comunitario, l’adozione di un sistema commerciale comune, il coordinamento di politiche macroeconomiche e settoriali e l’armonizzazione di legislazioni in determinate aree, per conseguire una più forte integrazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Nel 1995 sono stati contestualmente aboliti i dazi doganali tra i paesi membri e istituita una tariffa doganale comune verso paesi terzi. L&#8217;obiettivo del MERCOSUR è la realizzazione di un mercato comune nell’area, anche se esistono ancora forti ostacoli protezionistici tra i vari Stati. Esso potrebbe essere paragonato al vecchio Mercato Europeo Comune (MEC) se non esistessero forti asimmetrie tra i vari Paesi. Di fatto, se è possibile affermare che i tre maggiori Paesi del MEC (Germania, Francia e Italia) erano piuttosto simili per esperienze economiche e storiche, non si può dire la stessa cosa per Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Basti pensare che negli anni ’90, quando il progetto ha avuto inizio, il Brasile da solo sviluppava circa il 71% del prodotto economico del gruppo, l&#8217;Argentina il 26%, l&#8217;Uruguay il 2% e il Paraguay appena l&#8217;1%.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Alla fine degli anni ’90, però, l’organizzazione comincia a mostrare segni di cedimento. La crisi finanziaria brasiliana (con annessa svalutazione del <em>real</em> nel 1999), costrinse il paese a ridurre nettamente le importazioni dall’Argentina per mostrare ai creditori internazionali un’effettiva capacità di pagamento del debito contratto. Per le stesse ragioni l’Argentina aveva bisogno di aumentare le proprie esportazioni verso il Brasile (storicamente uno dei suoi più importanti sbocchi di mercato). Gli interessi “nazionali” delle borghesie brasiliane e argentine portarono quindi la propria creatura, il MERCOSUR, alla rovina. La riduzione del commercio in tutte le direzioni (le importazioni provenienti dal Brasile e dall’Uruguay diminuirono del 70%), determinarono la fine definitiva dell’organizzazione. Fu anche per questo motivo che il Brasile iniziò a negoziare una zona di libero commercio con i paesi andini (tra cui il Venezuela e il Messico), senza chiedere l’autorizzazione all’Argentina (violando, di fatto, il Trattato di Asunción). Il colpo finale al “primo” MERCOSUR, venne dall’accordo statunitense con il Cile, che prospettava a quest’ultimo l’entrata nel Nafta-Alca, di fatto cancellandone ogni possibilità d’ingresso nel MERCOSUR, fino allora considerato “molto probabile” dato il suo <em>status</em> di associato dal 1996. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>È soltanto dopo la crisi finanziaria argentina del 2001 che il Mercato Comune del Sud mostra chiari segni di ripresa, una rinascita sospinta soprattutto dai nuovi margini e ritmi di crescita che si vanno manifestando nei diversi paesi dell’America meridionale, spesso a doppia cifra e notevolmente superiori alle tradizionali egemonie e, in generale, alla media mondiale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Il MERCOSUR rappresenta, ora, un processo “in corso” nell’America latina che non può essere analizzato solo come una realtà meramente economica, ma è indiscutibilmente uno dei più importanti accordi politici raggiunti nella regione che consolida definitivamente le relazioni tra i membri. Il MERCOSUR rappresenta, invero, il principale strumento per promuovere gli interessi internazionali dei suoi partecipanti ed esercitare un importante effetto moltiplicatore sopra l’influenza che ciascuno di questi potrebbe tenere individualmente nell’attuale complesso sistema internazionale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Il 4 luglio 2006 anche il Venezuela, dopo essersi ritirato nell’aprile 2006 dalla Comunità Andina contestandone l’eccessivo squilibrio verso i meri aspetti dell’integrazione commerciale (e in seguito alla firma dei trattadi di libero commercio tra Colombia e Perù con gli Stati Uniti), ha aderito al MERCOSUR. Tuttavia, l’ingresso formale della patria di Simón Bolívar, che già a partire dal 1998 aveva sollecitato l’incorporazione nell’organizzazione latino-americana, è condizionato alla ratifica dei parlamenti degli altri paesi membri, avvenuta nel dicembre 2009 nel caso del Brasile e non ancora compiuta nel caso del Paraguay. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Com’è ampliamente noto, il presidente Hugo Chávez, sin dalla sua prima elezione nel 1998, ha impresso una svolta nell’ambito della tradizionale politica estera del Venezuela basata sull’attuazione di un progetto politico che confluisca in un modello d’integrazione regionale e caraibica ispirata agli ideali del “padre della patria” Simon Bolivar. In un tale scenario l’azione del governo Chávez è stata improntata al superamento della dimensione economico-commerciale e al rafforzamento degli aspetti della cooperazione e della solidarietà internazionale. In questo senso, il presidente venezuelano, ha fin da subito sostenuto che il MERCOSUR del Ventunesimo secolo deve collocare il “sociale” davanti a tutti gli altri aspetti e orientarsi strategicamente verso la soluzione dei problemi della disparità e della bassa coesione sociale. Per il presidente, infatti, “<em>El MERCOSUR debe ser uno de los motores más fuerte en esta dirección</em>”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Per tali ragioni l’ingresso del Venezuela può essere analizzato secondo tre prospettive che nei prossimi anni avranno una certa rilevanza: 1) in che misura il presidente Chávez contribuirà a radicalizzare tale organizzazione; 2) in che misura il MERCOSUR tenterà e riuscirà a moderare il populismo chavista; 3) come la Comunità internazionale decifrerà entrambe queste possibilità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>È noto a molti, infatti, che il governo di Caracas lavora per dare al MERCOSUR un carattere molto più politico che non lo faccia essere un progetto per le <em>élite</em>, le oligarchie economiche, le multinazionali o più in generale per i meri interessi finanziari e commerciali. Al contrario, per il mandatario venezuelano, il MERCOSUR deve essere un progetto di popolo e per ciò stesso un progetto politico, sociale, collettivo sulla falsa riga di quello realizzato nel dicembre del 2004 nell’ambito dell’Alternativa Bolivariana per i popoli della Nostra America (ALBA). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Detto questo, però, non si può non considerare l’importanza strategica, soprattutto dal punto di vista energetico, che l’ingresso del Venezuela ha per<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>il futuro di quest’organizzazione latino-americana. Si pensi in particolare all’apporto in termini di petrolio, gas e altre materie prime che il paese può fornire all’intera area sud-americana. Si pensi, per fare un solo esempio, al progetto di un enorme gasdotto che dai Caraibi arrivi fino alla Patagonia, opera questa che certamente includerebbe molti dei paesi dell’America meridionale e che lo stesso presidente Chávez considera d’importanza fondamentale. Nondimeno, nell’ottica chavista, una simile impostazione d’integrazione economica richiederebbe un altrettanto perfezionamento nella sfera sociale che coinvolga i numerosissimi problemi del continente quali, l’analfabetismo, la denutrizione infantile, le esclusioni sociali e la miseria. Se i governi possono pianificare lo sviluppo economico da un punto di vista etico, infatti, si è ancora di più obbligati a pianificare lo sviluppo sociale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>L’integrazione economica nell’ambito del MERCOSUR poi, secondo quanto ha più volte sostenuto lo stesso Chávez, richiederebbe una maggiore dose di cooperativismo e spirito di solidarietà, rispettando le differenze e le asimmetrie presenti, in una prospettiva che incarni i principi di uguaglianza e solidarietà che veda uniti tutti i paesi dell’area: dal territorialmente ed economicamente grande Brasile ai più piccoli Uruguay e Paraguay. In conformità a questi principi i politici non devono delegare alle grandi imprese private la costruzione dell’unità ma devono farsene carico anche mediante importanti realizzazioni. Si pensi, ad esempio, a strutture come il <em>Banco del Sur</em>, il cui trattato fondatore è stato firmato lo scorso 26 settembre da Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Paraguay e Venezuela (Cile e Perù partecipano come osservatori), che nell’intenzione dei fondatori dovrà favorire l’integrazione finanziaria dell’area separandosi, per quanto possibile, dalle strutture del Banco Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Interamericana di Sviluppo; o il progetto di <em>TeleSur</em>, che si propone di estendere il suo segnale a tutto il continente latino per emanciparlo dall’informazione nord-americana della <em>CNN</em>; o di una <em>Universidad del Sur</em>, necessaria a una maggiore integrazione culturale.<span style="mso-spacerun: yes;">   </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Per le riforme e l’impostazione che il presidente venezuelano intende dare al MERCOSUR, non sono mancati dissensi da parte di alcune forze politiche degli altri paesi dell’organizzazione, particolarmente dal Brasile che, com’è noto a tutti, è notevolmente la nazione più industrializzata dell’area e, dunque, la più interessata dall’eventuale concretizzazione dei piani venezuelani. È anche per questo motivo che all’interno del Parlamento brasiliano non sono mancate accese discussioni nel momento della ratifica all’ingresso del Venezuela nell’organizzazione. Deve evidenziarsi, allo stesso tempo, che molte imprese brasiliane sono fiduciose sul fatto che l’economia dei due Paesi (Venezuela e Brasile) siano complementari e possano sviluppare progetti congiunti che permettano a entrambe di lavorare in paesi terzi. Dentro questi progetti spicca l’associazione tra Petróleos Brasileños S.A. (Petrobrás) e Petróleos de Venezuela S.A. (P.D.V.S.A.), per la realizzazione di un’impresa internazionale. Come detto, però, l’ingresso definitivo del Venezuela nel MERCOSUR è ancora condizionato all’approvazione del Parlamento paraguayano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Di fronte all’ormai prossimo ingresso di Caracas nel MERCOSUR, e ai progetti “sociali” e “collettivi” che in seno a quest’Organizzazione intende realizzare il presidente Chávez, appare chiaro che ci saranno delle conseguenze anche per il governo di Washington (e di Brasilia allo stesso tempo). Infatti, dopo un prolungato periodo di studi, analisi e consulte, appare definitivamente evidente ai nord-americani che la scommessa per la stabilità, la moderazione e la crescita della regione sud-americana si sintetizza in un approfondimento dell’alleanza strategica con il moderato Brasile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 42.55pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12pt; text-indent: -9pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">   </span>UNASUR</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">   </span><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>L’UNASUR (<em>Uniòn de Naciones Suramericanas</em>), è un progetto di comunità politica ed economica tra i dodici paesi indipendenti dell’America Latina iniziato dal Summit Sudamericano del Cusco (Perù, dicembre 2004) e consacratosi con il trattato costitutivo, firmato il 23 maggio 2008 nella città di Brasilia, dove si è strutturata e ufficializzata l’organizzazione con sede a Quito, Ecuador. Il 4 maggio 2010, poi, e stato designato ad occupare la carica di Segretario Generale, Néstor Kirchner, ex presidente della Repubblica Argentina. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Quest’ambizioso progetto si propone di realizzare una serie di politiche di coordinamento e convergenza tra le diverse forme d’integrazione che si stanno sviluppando nel continente <em>in primis</em> MERCOSUR, Comuntà andina e accordi di libero commercio, oltre che a favorire la cooperazione economica, il trasferimento di tecnologie, l’armonizzazione delle politiche di sviluppo rurale e l’integrazione energetica e infrastrutturale tra le diverse nazioni del sud dell’America. È proprio su queste grandi linee che il Venezuela di Chàvez ha insistito durante questi ultimi anni, dall’alto di un ruolo protagonista che le enormi riserve d’idrocarburi (tra le più ampie al mondo) attribuiscono al paese caraibico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Un evento che ha certamente influito sul processo in questione, portandolo da un carattere meramente “utopico”, come si poteva percepire inizialmente, a un livello effettivamente più realistico, è stato l’istituzione del <em>Banco del Sur</em>. Quest’entità è destinata, come già ricordato, a rimpiazzare gli interventi e il ruolo nell’intera regione del Fondo Monetario Internazionale, incentrandosi sia sull’erogazione di prestiti ai paesi in ambito di cooperazione, ma anche proponendosi come gestore della politica monetaria di questa parte del continente americano postulando, nientemeno, la creazione di un’unione monetaria. La conquista di una maggiore indipendenza economica, ma anche politica rispetto al potere decisionale che gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato dalla dottrina Monroe in poi, così come il riposizionamento a livello internazionale della regione come potenziale polo economico unito, trova nell’UNASUR un oggettivo strumento per la propria realizzazione. Non è mistero che molti degli ostacoli esterni all’organizzazione vengano sia dall’atteggiamento dell’amministrazione statunitense, sia da quei paesi che dimostrano legami più forti con il potente vicino nord-americano, come lo sono Colombia, Perù e Cile, che al <em>Banco del Sur</em> non hanno appunto aderito. Per realizzare gli obiettivi che si propongono, l’UNASUR dovrà necessariamente fare i conti con i diversi trattati bilaterali di libero commercio (TLC) che ne minacciano la realizzazione. Questi ultimi sono stati spesso additati dal presidente Chàvez come “tentativi dell’imperialismo USA di far crollare il progetto integrazionista”, molte volte scadendo in un’evitabile retorica mostrata anche in sedi istituzionali internazionali, ma sostanzialmente cogliendone l’essenza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Attraverso l’Unione delle Nazioni sudamericane si è giunti a una serie di accordi in materia energetica nei quali il Venezuela ha assunto un ruolo ovviamente importante. Le decisioni riguardano la costruzione di una serie di oleodotti (il più famoso è quello Caracas-Buenos Aires), gasdotti e centri per lo stoccaggio e lavorazione di petrolio, gas, e biocombustibili (etanolo dalla canna da zucchero o dalla palma), che insieme alle fonti rinnovabili di energia rappresentano le quattro linee d’azione dell’intera politica energetica in seno all’UNASUR. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Poiché la strategia riguardante l’energia è il pilastro cardine dell’intero progetto UNASUR, e poiché Chàvez ha da sempre insistito sull’importanza del carattere politico per l’integrazione come eredità del pensiero di Simón Bolìvar, necessariamente l’Unione dovrà lavorare in maniera effettiva verso la completa realizzazione dell’indipendenza economica dell’America meridionale, seppur in maniera attenuata rispetto al resto del bagaglio culturale e politico chavista (socialismo, antimperialismo, anticapitalismo). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>L’UNASUR, che cerca di ricalcare il modello di formazione dell’Unione Europea, sta effettivamente seguendo gli stessi passi istituzionali del Vecchio Continente. L’ambito politico sarà, come lo è nell’UE, l’ultimo gradino per il raggiungimento degli obiettivi preposti e, proprio come nell’Europa, è l’ambito energetico a favorirne lo sviluppo (l’Unione politica europea, ancora molto lontana dall’essere pienamente finita, così come l’Unione monetaria europea, di fatto realizzata, sono il risultato finale dell’evoluzione della Comunità Europea per il Carbone e l’Acciaio, nata nel 1951). All’Europa sono serviti 40-50 anni per raggiungere un primo stadio politico d’integrazione, ma c’era la Guerra Fredda di mezzo. All’UNASUR, se riesce a portare a termine l’integrazione energetica, ne serviranno forse meno (sempre che non si presentino nuovi conflitti regionali, e questo le potenziali egemonie concorrenti lo sanno). Come già detto, infatti, l’America latina presenta caratteri di omogeneità maggiori rispetto a quelli europei (basti pensare che su un territorio tra i più vasti al mondo si parlino solamente due lingue e che dalla colonizzazione spagnola gli abitanti sono stati interessati da un’evoluzione storica sostanzialmente simile).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">ALBA</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>L’<em>Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America</em> (ALBA) è il progetto di cooperazione economica e sociale tra Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Dominica, Antigua y Barbuda, Ecuador e San Vicente y las Granadinas, nato dall’iniziale accordo di cooperazione tra Chàvez e Fidel Castro del dicembre 2004. Mediante l’ALBA, sono favoriti tutta una serie di accordi commerciali ed economici che tengono conto delle difficoltà di sviluppo economico dei diversi paesi, accordi mirati alla risoluzione delle problematiche concernenti povertà, analfabetismo e malnutrizione. Il Venezuela, grazie alla sua dominante rilevanza energetica, si è dedicato al rifornimento di petrolio ed energia ai paesi facenti parte dell’accordo in forma di pagamento agevolato. Inoltre, tra i partner dell’ALBA, si sono favoriti gli scambi tra “energia-sanità” (come nel caso della cooperazione con Cuba); “energia-educazione” (che permette la riduzione dell’analfabetismo in Bolivia consentendo a diverse centinaia di studenti boliviani di usufruire di borse di studio messe a disposizione dai governi di Venezuela e Cuba); “energia-alimenti”, come negli accordi con il Nicaragua di Ortega che si è impegnato a esportare derrate alimentari verso il Venezuela. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>L’Alternativa Bolivariana è sostanzialmente nata nello stesso periodo in cui crollava definitivamente, durante il vertice di Mar del Plata (Argentina), il progetto ALCA d’ispirazione nordamericana, che si proponeva di realizzare un’area di libero commercio per le Americhe incentrata essenzialmente su politiche neoliberali. Anche per questa ragione l’ALBA può essere vista come l’organizzazione nella quale oltre alle volontà cooperativistiche, di assistenza e collaborazione economica tra i paesi firmatari, s’inserisce quella parte di bagaglio culturale-politico chavista, che in ambito UNASUR e MERCOSUR non è presente, e che riguarda appunto la rivendicazione del carattere antimperialista, anticapitalista e socialista dell’organizzazione. Queste ultime sono un insieme d’idee e impostazioni che trovano la condivisione dei paesi facenti parte dell’organizzazione, proprio perché le visioni politiche di partenza dei rispettivi presidenti convergono sulla medesima impostazione ideologicica (seppur con un grado diverso di radicalità).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Anche in questo caso, la strategia energetica è il pilastro fondamentale dell’intera organizzazione, e Petrocaribe (nato nel giugno 2005) nè è il suo strumento. Inoltre, come accaduto nell’UNASUR, è stata creata un’istituzione finanziaria, il <em>Banco del ALBA</em>, con sede sia a Caracas che La Havana, finalizzata a gestire e indirizzare le risorse finanziare destinate ai diversi progetti di sviluppo socio-economico, e dotata di un capitale iniziale superiore a 1000 milioni di dollari. All’interno dell’ALBA, dal 27 gennaio 2010, si è cominciata a utilizzare la moneta virtuale denominata <em>Sucre</em> la cui prima transazione commerciale è stata l’esportazione di riso venezuelano a Cuba il 4 di febbraio dello stesso anno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 42.55pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><strong><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;">CONCLUSIONI </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Com’è evidente l’omogeneità culturale e storica (si pensi alla lingua, alla religione o alla tradizione giuridica) e la continuità geografica che caratterizzano il sud dell’America, e che non sono presenti in altre aree del mondo, avrebbero dovito<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>facilitato la formazione di una comunità di nazioni latino-americane che permetta la realizzazione più piena dell’identità e delle potenzialità della regione. Così non è stato e molti siano ancora gli ostacoli da attraversare. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>In quest’anno 2010, nel quale un gran numero di paesi del continente latino festeggiano i duecent’anni d’indipendenza, sembra evidente come ci sia da percorrere ancora molta strada. Tuttavia, com’è già stato più volte rilevato, la partecipazione attiva agli affari internazionali e una maggiore attenzione della regione a livello mondiale con l’obiettivo di difendere i propri interessi e i principi generali che ispirano la politica internazionale dei paesi latino-americani (la pace mondiale, uno sviluppo equo, la promozione dei diritti umani, ecc.), costituiscono una ragione addizionale a favore della sua integrazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt; margin: 0cm -1.2pt 0pt 0cm; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">     </span>Il governo di Caracas è impegnato in prima linea in questo storico processo e, com’è stato evidenziato nei paragrafi precedenti, è attivo protagonista d’importanti iniziative che stanno concretandosi all’interno della cornice del MERCOSUR, dell’UNASUR e dell’ALBA. In queste proposte si manifesta palesemente un progetto che punta a far sì che quella latino-americana sia un’integrazione che non tenda solo ai meri aspetti economici ma anche, e per il presidente venezuelano sopratutto, a quelli sociali. L’insufficienza dello sviluppo regionale, infatti, ha una sua espressione più visibile nelle condizioni nelle quali devono vivere la grande maggioranza della popolazione. La mancanza di servizi adeguati nel campo dell’educazione, della salute e della casa; l’incapacità degli apparati produttivi di creare impiego sufficiente; così come l’allargamento della povertà ad ampi gruppi della popolazione, costituiscono una delle maggiori debolezze della società latinoamericana. Di conseguenza, l’integrazione di questa regione del mondo non può limitarsi alla mera sfera economica, al contrario deve aspirare a trasformarsi in uno strumento per potenziare le possibilità di miglioramento educativo, di sviluppo tecnologico, di confronto d’idee e, come ha più volte sostenuto Chávez, deve consentire l’espressione delle peculiarità e identità dei popoli e delle comunità della regione per fare dell’America latina una delle protagoniste attive delle relazioni internazionali nei prossimi decenni.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
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		<title>Sviluppo territoriale: ripartire dal basso attraverso l&#8217;alleanza tra imprese e società civile</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 18:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>APasetto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per tentare di raddrizzare le disastrate finanze del Paese la scure di Tremonti si è abbattuta sui dipendenti pubblici e sugli enti locali, i più colpiti dalla manovra. Dei ventiquattro miliardi complessivi, la metà grava su regioni, comuni e province. Subito Formigoni, presidente della più ricca regione italiana, ha dichiarato che con questi tagli non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Per tentare di raddrizzare le disastrate finanze del Paese la scure di Tremonti si è abbattuta sui dipendenti pubblici e sugli enti locali, i più colpiti dalla manovra. Dei ventiquattro miliardi complessivi, la metà grava su regioni, comuni e province. Subito Formigoni, presidente della più ricca regione italiana, ha dichiarato che con questi tagli non ci sono più risorse per il federalismo fiscale (<em style="mso-bidi-font-style: normal;">Repubblica, 28 maggio 2010)</em>. Si è affrettato a rispondergli Calderoli, sullo stesso quotidiano, dicendo che chi pensa questo o è ignorante o è in malafede. Ma anche se il ministro per la Semplificazione conferma di voler anticipare a giugno i decreti sull’autonomia impositiva “che non costano niente”, indubbiamente i sostenitori del federalismo fiscale ricevono un brutto colpo dalla manovra. Ci sono molto meno risorse da spartire e meno spazio per la solidarietà sociale. Aumenta il rischio che le regioni più ricche facciano di tutto per tenere per sé le poche risorse disponibili. E soprattutto diventa molto più difficile pensare al federalismo come leva per lo sviluppo territoriale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Questa però può essere anche l’occasione per ripensare allo sviluppo regionale e locale in modo diverso da come è stato fatto finora. Non più cioè in termini di uno sviluppo calato dall’alto attraverso la negoziazione delle risorse fra Stato e regioni, ma come uno sviluppo che parta dal basso, puntando sulle forze vive dell’economia e della società civile. E’ in altri termini ai modelli di crescita endogena che conviene guardare, in particolare ai distretti industriali, i principali esempi di successo dello sviluppo territoriale italiano. Ma naturalmente vi dobbiamo guardare con occhio critico. Anche i distretti stanno infatti subendo i contraccolpi della crisi, dopo aver pagato le conseguenze della globalizzazione, che li ha resi più vulnerabili esponendoli alla concorrenza dei Paesi emergenti. La crisi ha infatti messo in discussione la capacità dei distretti di porsi come modello non solo di successo economico, ma anche di coesione sociale. Il processo di deterioramento del modello distrettuale come fattore di vitalità e compattezza sociale sul territorio era, per la verità, cominciato già prima, con l’allargarsi del “paradigma del benessere” richiesto dalle comunità locali attraverso la maggiore domanda di beni e servizi di utilità sociale, come la tutela ambientale, l’assistenza, la sanità, la formazione, le attività culturali. Tutti servizi affidati in misura crescente al terzo settore, date le difficoltà sempre più evidenti attraversate dal <em style="mso-bidi-font-style: normal;">welfare state</em>. La crisi ha fortemente accelerato questo processo, acuendo la domanda di servizi di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">welfare</em> e cercando di scaricarli sul terzo settore. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Adesso ci troviamo di fronte a quello che lo stesso Tremonti ha definito un “punto di svolta storico”, che impone la necessità di guardare alla realtà in modo disincantato e coraggioso. Lo sviluppo territoriale non può prescindere dal modello distrettuale, che costituisce un punto fermo delle più positive esperienze di crescita nel nostro Paese e che adesso sta rilanciando le esportazioni grazie all’euro debole e alla ripresa in atto al di fuori dell’Europa. Ma questo modello va innervato attraverso altre esperienze di coesione sociale, che hanno ormai una loro storia alle spalle e meritano di essere prese in considerazione. Occorre cioè guardare a quelle organizzazioni della società civile &#8211; enti non profit, fondazioni, associazioni di volontariato, cooperative e imprese sociali &#8211; che, anche dal punto di vista occupazionale, sono tra le poche realtà in espansione in questo momento. Il terzo settore è indubbiamente una grande forza vitale, che meglio interpreta &#8211; in una fase storica di arretramento del <em style="mso-bidi-font-style: normal;">welfare state</em> e di crescente richiesta di personalizzazione dei servizi sociali &#8211; i bisogni della gente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Ma quale modello di integrazione fra queste due importanti realtà può in concreto vedere la luce, tenendo conto che le imprese manifatturiere dei distretti sono orientate per definizione al profitto, mentre il terzo settore è formato da organizzazioni non profit? </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Il modello deve consistere in una completa valorizzazione dei territori, che, per continuare ad essere una fonte di crescita, benessere e aggregazione, devono puntare alla piena integrazione delle risorse che ne fanno parte. Questo significa non solo focalizzarsi sulle eccellenze e sui punti di forza del territorio, ma anche avere un obiettivo di inclusione per tutte le persone che lo vivono. In altre parole occorre guardare al territorio in un’ottica di bene comune. Sotto questo punto di vista imprese for profit e organizzazioni non profit non sono antitetiche, ma complementari, in quanto sono le due facce della stessa medaglia, lo sviluppo locale, di cui entrambe rappresentano le radici più profonde.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Per realizzare questo modello, in primo luogo è necessaria una <em style="mso-bidi-font-style: normal;">governance</em> ambientale e sociale del territorio condivisa tra le forze economiche e sociali più vive presenti in loco. Già adesso in molte realtà distrettuali sono presenti i comitati di distretto, che hanno compiti di programmazione strategica e di dialogo con gli enti pubblici. Perché non far entrare in questi comitati anche le organizzazioni del terzo settore – in particolare le più “strutturate” come i consorzi fra le cooperative sociali – in modo da avere una visione più ampia dei punti di forza e di debolezza del territorio? </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: &amp;amp;quot; font-size: 11pt; mso-ansi-language: IT;">Non solo. Ma una più ampia progettualità del territorio si può realizzare attraverso la convergenza delle imprese distrettuali e delle organizzazioni del terzo settore su progetti comuni. Che possono essere sia progetti ad ampio spettro, tali cioè da implicare una vera <em style="mso-bidi-font-style: normal;">governance</em> territoriale, sia progetti specifici, come, ad esempio, la costituzione di centri culturali, l’adozione di iniziative per la tutela ambientale e la valorizzazione del territorio, la gestione di determinati servizi sociali (ad es. asili nido) e di formazione presso<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>le imprese, l’implementazione di accordi per l’inserimento nel mondo del lavoro di giovani, soggetti svantaggiati ed extra-comunitari, l’assistenza a persone in difficoltà. Non si tratta di novità assolute, perchè queste iniziative già esistono, ma meriterebbero una maggiore diffusione e una loro istituzionalizzazione, in modo da alimentare e rendere più profondi i legami tra le imprese e la società civile.</span></p>
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		<title>I giovani, le donne, il Mezzogiorno non sono il problema ma la possibile soluzione</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DCersosimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Lavoro giovani donne Sud. Quattro parole importanti per il futuro del nostro paese. Quattro parole che potrebbe unire l’Italia e riaccedere una prospettiva di crescita per tutti. Quattro parole non in agenda. Non in quella del governo, ossessionato da altre parole come riduzione delle tasse, federalismo fiscale, tagli della spesa pubblica e miniaturizzazione dello stato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Lavoro giovani donne Sud. Quattro parole importanti per il futuro del nostro paese. Quattro parole che potrebbe unire l’Italia e riaccedere una prospettiva di crescita per tutti. Quattro parole non in agenda. Non in quella del governo, ossessionato da altre parole come riduzione delle tasse, federalismo fiscale, tagli della spesa pubblica e miniaturizzazione dello stato. Ma neppure in quella dell’opposizione, che sembra coltivare l’afasia o al più la doppiezza linguistica: al Nord alcune parole, al Sud altre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">“Senza parole non c’è politica” scrive a ragione Gianfranco Viesti nel suo fresco libricino <em>Più lavoro, più talenti </em>appena pubblicato dalla Donzelli. Sulle parole la sinistra ha costruito nel secolo scorso imponenti processi di mobilitazione sociale, consenso politico e partecipazione popolare. Il benessere degli italiani è cresciuto molto grazie a quelle parole mobilitanti del nostro riformismo. Da più di un decennio, il centrosinistra è però al palo, sfiduciato, incapace di offrire profezie credibili, parole senza retorica. Non a caso l’Italia è ferma, se non in declino.<em></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Per ripartire ci vogliono le parole giuste, slancio, vista lunga e ragionevole ottimismo. C’è bisogno di più lavoro e di lavori di migliore qualità. Maggiore occupazione implica più reddito, più consumi, più entrate fiscali, più benessere sociale. In Italia lavorano comparativamente molto meno persone rispetto agli altri paesi europei. I giovani e le donne sono i soggetti più penalizzati con livelli di occupazione davvero esigui, soprattutto nel Mezzogiorno. Troppi giovani scolarizzati non hanno mai trovato un lavoro; tanti altri sono costretti a lunghe, interminabili esperienze di precarietà, di bassi salari, di convivenza forzata con i genitori. Molti dei più qualificati devono emigrare in paesi più accoglienti. A troppe ragazze è negata la piena autonomia per il lavoro che non c’è. Bisognerebbe allora ripensare i meccanismi di funzionamento della nostra economia, avviare, come suggerisce Viesti, una “manutenzione straordinaria” del nostro capitalismo, non piccoli aggiustamenti. Osare mete più ambiziose, mettere a tema la piena occupazione, rafforzare e non indebolire la scuola e l’università, i luoghi/tempi dove si formano capitale umano e qualità civili, ritornare a considerare Nord e Sud come segmenti complementari di un grande paese unitario.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">La sinistra italiana dovrebbe uscire dal lungo letargo, trovare le parole giuste per una nuova narrazione credibile e darsi obiettivi ambizioni, adeguati al rischio di collasso della nostra società nazionale. La ripresa italiana costringe a fare i conti con il Mezzogiorno. Perché è nel Sud che si annidano le più importanti potenzialità di sviluppo; perché è nel Sud che si addensano le maggiori criticità sociali e istituzionali. Una rozza costruzione politica intenzionale della Lega ha fatto sì che Sud sia diventata oggi una parola impronunciabile, totem della quintessenza dei mali del paese: strato cronicizzato di mafie, corruzione, familismo, illegalità, sprechi. Un aggregato geografico ed umano a sé, refrattario al civismo e allo sviluppo; un pezzo d’Italia che dilapida imponenti risorse pubbliche prodotte al Nord. Questo “teorema Mezzogiorno”, come lo chiama efficacemente Viesti, seppure ha conquistato buona parte delle élite dirigenti nazionali e degli italiani, anche del Sud, è palesemente falso, basato cioè su affermazioni senza fatti, prive di evidenze empiriche. E’ un teorema che giustifica il saccheggio sistematico da parte del governo di risorse finanziarie destinate</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">al Sud e la secessione culturale strisciante.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ovviamente il Sud non è il migliore dei mondi possibili: la sanità, la giustizia civile, i trasporti, la scuola funzionano peggio che al Nord. Il Sud però non è un’area altera, deviata, polarmente contrapposta al Nord, bensì il segmento debole di un paese occidentale alquanto debole; un’area dove il deficit di servizi pubblici è più accentuato e i diritti elementari di cittadinanza più calpestati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Il Sud soffre in maniera più radicale i mali dell’intera Italia: bassa crescita, bassa occupazione, basso investimento nei giovani e nelle donne, bassa disponibilità di beni pubblici, inefficienza amministrativa, modestia delle classi dirigenti. Il Sud non è dunque “il” problema dell’Italia contemporanea. Il problema è l’assenza di politica alta, di immaginazione, di fiducia in un paese diverso: più equo e unito, più aperto e coeso. Il problema è trovare parole diverse. Di credere, come chiude il suo libro Viesti, “che i giovani, le donne, il Mezzogiorno non sono il problema ma la possibile soluzione”.</span></p>
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		<title>Crisi economica e non sistema monetario</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CampanellaRuta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni la globalizzazione, associata ad un rapido progresso tecnologico, ha allargato le dimensioni del mercato e ridotto i confini economici tra gli stati nazionali, ma le decisioni di politica economica rimangono appannaggio dei singoli governi. L&#8217;attuale crisi finanziaria rappresenta un ottimo esempio degli effetti sulla vita di ciascuno di noi della discrepanza tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Negli ultimi anni la globalizzazione, associata ad un rapido progresso tecnologico, ha allargato le dimensioni del mercato e ridotto i confini economici tra gli stati nazionali, ma le decisioni di politica economica rimangono appannaggio dei singoli governi. L&#8217;attuale crisi finanziaria rappresenta un ottimo esempio degli effetti sulla vita di ciascuno di noi della discrepanza tra ampiezza del mercato e dimensione politica. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">In una precedente analisi, apparsa su queste stesse pagine, abbiamo considerato il ruolo giocato dalle regolamentazioni finanziarie nazionali nel generare e propagare la crisi dei mutui <em style="mso-bidi-font-style: normal;">subprime</em> a livello internazionale. Il presente articolo è centrato sul funzionamento dell’attuale sistema monetario internazionale e mostra come la discrepanza tra confini economici e politici sia alla base delle determinanti macroeconomiche della crisi.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">I sintomi macroeconomici della crisi economica</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Nel corso degli ultimi decenni i sintomi macroeconomici della crisi sono apparsi evidenti a più riprese. L&#8217;instabilità si è manifestata sotto diverse forme, con tassi di cambio altamente volatili e crisi finanziarie e valutarie di diversa natura. Dagli anni Settanta e per il trentennio successivo, il mondo è stato caratterizzato da un marcato ciclo del dollaro con pesanti conseguenze sull’economia reale e da frequenti crisi finanziarie dovute a grandi ed improvvise fughe di capitali (Messico, Sud-Est Asiatico, Russia, Argentina). </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Dalla fine degli anni Novanta, a questi fenomeni si è aggiunta la creazione di squilibri internazionali<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>caratterizzati da ampi e prolungati deficit della bilancia dei pagamenti in Paesi avanzati, principalmente negli USA, e altrettanto ampi e persistenti surplus in economie in via di sviluppo. L’eccesso di risparmio a livello globale ha determinato tassi d’interesse reali molto bassi, facilitando l’accesso al credito e creando i presupposti macroeconomici per la crisi dei mutui <em style="mso-bidi-font-style: normal;">subprime</em>.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Cause istituzionali e sintomi macroeconomici</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">L&#8217;attuale sistema monetario, nato dalle ceneri di Bretton Woods agli inizi degli <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>anni Settanta, si basa su tre elementi:<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>la centralità del dollaro come valuta di riserva internazionale, regimi di cambio liberamente scelti dai singoli paesi in base ai propri obiettivi di politica macroeconomica, e la libertà di movimenti internazionali di capitali, prima limitata ai paesi avanzati e poi progressivamente estesa ai paesi in via di sviluppo. Le ultime due caratteristiche implicano l&#8217;assenza di regole formali di gestione della politica monetaria internazionale, tanto che molti economisti hanno definito l&#8217;attuale sistema <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>un <em style="mso-bidi-font-style: normal;">non-sistema</em> monetario. <span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Qual è il legame tra i sintomi macroeconomici della crisi e il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">non-sistema</em>? </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Verso la fine degli anni Sessanta, Robert Triffin aveva individuato nella discrepanza tra l&#8217;ampiezza transnazionale del mercato e la dimensione nazionale della politica economica il problema fondamentale del sistema monetario internazionale. Un sistema che si basa in forma crescente sul ruolo centrale di una moneta nazionale come valuta di riserva è destinato ad entrare in crisi. L&#8217;essenza del &#8220;dilemma di Triffin&#8221; è che la moneta di riserva è un bene pubblico globale, ma è di fatto offerta da un singolo stato che ne decide la quantità prevalentemente in base ad esigenze domestiche. Questo può portare ad un eccesso o ad una insufficienza di liquidità a livello mondiale, con inevitabili conseguenze per l&#8217;economia reale.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Gli altri due elementi dell&#8217;attuale <em style="mso-bidi-font-style: normal;">non-sistema</em> (l&#8217;assenza di regole sui regimi di cambio e la rimozione dei controlli ai movimenti di capitali) hanno funzionato come cassa di risonanza dei problemi derivanti dal doppio ruolo -di moneta nazionale e di riserva internazionale- giocato dal dollaro. L’accumulazione di grandi quantità di riserve internazionali è motivata, almeno in parte, dal timore dei paesi in via di sviluppo di trovarsi a fronteggiare <em style="mso-bidi-font-style: normal;">sudden stops</em>, ossia fughe impreviste dei capitali stranieri. Non vi è solo il timore di attacchi speculativi nei confronti della valuta domestica, ma una più generale paura a lasciare il cambio libero di fluttuare rispetto al dollaro, la cosiddetta <em style="mso-bidi-font-style: normal;">fear of floating,</em> derivante dall&#8217;incapacità di prendere a prestito nella propria valuta, dalla mancanza di credibilità della propria politica monetaria e dalla volontà di limitare gli effetti inflattivi dovuti a fluttuazioni dei tassi di cambio. Il risultato è che la maggior parte delle economie emergenti di fatto importa la politica monetaria americana.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">In altri termini, la politica monetaria del Paese che offre la valuta di riserva internazionale si trova ad affrontare due ordini di problemi che il presente <em style="mso-bidi-font-style: normal;">non-sistema</em> non può risolvere. Primo, gli incentivi ad un riequilibrio dei disavanzi della bilancia di pagamenti del Paese al centro del sistema sono indeboliti dalla crescente domanda di valuta di riserva dei Paesi in via di sviluppo. Secondo, la politica monetaria del Paese ancora, scelta inevitabilmente sulla base di obiettivi domestici, diventa una politica mondiale per via dell&#8217;ancoraggio alla valuta di riserva <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>da parte delle economie<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>emergenti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Proposte di riforma del non-sistema</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">In un discorso del marzo 2009, Zhou Xiaochuan, il governatore della Banca di Cina, ha di fatto aperto il dibattito sulla riforma del sistema monetario internazionale. Le attuali proposte hanno come obiettivo quello di &#8220;internazionalizzare&#8221; il ruolo di valuta di riserva del dollaro e di mantenere la libertà di circolazione dei capitali. In sostanza, si tratta di preservare l&#8217;apertura dei mercati ed allo stesso tempo di intensificare la cooperazione internazionale o di creare strumenti per una politica macroeconomica sovranazionale. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Le alternative attualmente discusse sono tre e richiedono un diverso (e crescente) grado di cooperazione e di riforma delle istituzioni esistenti. 1. Una competizione tra le principali monete nazionali (dollaro, euro, yuan) come valuta di riserva internazionale; 2. La trasformazione degli <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Special Drawing Rights</em> (SDR), cioè i diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale, in valuta di riserva; 3. La creazione di una valuta di riserva globale emessa da un’istituzione monetaria internazionale (una rivisitazione del Bancor pensato da Keynes negli anni Quaranta). Determinante ai fini della realizzazione di una qualsiasi delle tre proposte sarà la capacità di sviluppare prodotti finanziari ad elevata liquidità e denominati nella nuova valuta di riserva tali da competere con quelli attualmente espressi in dollari.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 6pt 0cm;"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">Non è questa la sede per valutare i meriti ed i limiti di queste proposte. Ci limitiamo ad osservare che i problemi di politica macroeconomica hanno qualcosa in comune con quelli della regolamentazione dei sistemi finanziari che abbiamo discusso nel nostro intervento precedente. In entrambi i casi la radice del problema è la discrepanza tra ampiezza del mercato e della sfera politica. Trovare delle soluzioni richiede una riflessione su come colmare questo gap.</span></span></p>
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		<title>Crisi e cose da fare subito</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 19:57:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ridurre la spesa pubblica senza ridurre i servizi e le protezioni sociali &#8211; tanto più necessari in tempi di crisi &#8211; è il compito che spetta ad ogni governo europeo. E&#8217; bene ricordarlo a chi intende usare la crisi come felice occasione per dare un colpo al welfare e ai pubblici servizi, privatizzando l&#8217;acqua, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ridurre la spesa pubblica senza ridurre i servizi e le protezioni sociali &#8211; tanto più necessari in tempi di crisi &#8211; è il compito che spetta ad ogni governo europeo. E&#8217; bene ricordarlo a chi intende usare la crisi come felice occasione per dare un colpo al welfare e ai pubblici servizi, privatizzando l&#8217;acqua, i trasporti, le aziende comunali, smantellando tutti i grandi centri culturali. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Lo spartiacque tra le due posizioni è netta e compito di tutte le opposizioni è renderlo ancora più netta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">L&#8217;Italia è il paese che perfino in periodo fascista, grazie a uomini come Beneduce e Donato Menichella fronteggiò la crisi del 1929 ampliando la sfera pubblica in modo tale &#8211; vedi IRI &#8211; da non sottrarla tuttavia al giudizio del mercato. E&#8217; bene ricordarlo nel momento in cui l&#8217;Italia, che nel 1936 fa seppe decidere, grazie agli stessi uomini (mentre altri ci gettavano nel folle periodo della guerra all&#8217;Etiopia e dell&#8217;autarchia) la divisione tra banche di credito e banche d&#8217;affari, assiste, inerte e incapace, alla adozione da parte di Obama esattamente di quella lontana misura al fine di dare un colpo alla speculazione finanziaria e alla cosciente subordinazione ad essa di quasi tutta l&#8217;imprenditoria italiana. Persino le proposte della Merkel per mettere al bando alcuni tipi di operazioni finanziarie appaiono a taluni <em style="mso-bidi-font-style: normal;">supporters</em> del governo misure troppo di sinistra. E ciò dopo che i <em style="mso-bidi-font-style: normal;">subprimes</em> hanno provocato ben due crisi &#8211; quella del &#8217;98 e quella attuale e nell&#8217;esatto momento in cui si chiedono sacrifici a tutti gli &#8220;altri&#8221; italiani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Senza cominciare ad adottare misure per limitare il dominio della finanza, imporre regole con la volontà di farle rispettare, riportare al comando del processo produttivo la domanda e non l&#8217;offerta dei capitalisti, il taglio di 24<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>miliardi di euro rischia di essere solo<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>una dolorosa misura, non<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>inutile, ma certo di corto respiro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Anche le misure urgenti che comportano<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>in ogni caso sacrifici &#8211; e qui torniamo allo spartiacque &#8211; possono essere usata in modi diversi. Come occasione per dare un colpo all&#8217;intervento pubblico o come un esame di coscienza unito ad un salto etico e tecnologico dell&#8217;apparato statale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Le misure proposte dal governo, che saranno esaminate con più dettagli nei prossimi giorni, anticipano l&#8217;idea di uno Stato più snello e produttivo e, nel caso del taglio degli alti stipendi di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">managers</em> pubblici, assumono anche in taluni casi un valore moralizzatore. Ma in primo luogo appaiono come una gelata improvvisa dopo le tante e irresponsabili dichiarazioni circa la già iniziata uscita dalla crisi e, in secondo luogo sono ancora prive di un preciso impegno assunto di fronte al Paese circa la via che sarà seguita e sulle politiche che saranno adottate<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>per contrastare in primo luogo la disoccupazione, che i tagli alla spesa pubblica rischiano di aggravare, e<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>che è il prezzo con cui gli strati più deboli stanno duramente pagando per la crisi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Alcuni tagli della spesa sono condivisibili ma insieme ad essi va detto con chiarezza quali sono gli obiettivi cui un bilancio ridotto darà la precedenza e che cosa esso garantirà in termini di servizi necessari ai cittadini.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Farò alcuni esempi. Il primo riguarda l&#8217;utilizzazione dell&#8217;apparato pubblico, con settori necessari che vanno scomparendo (polizia urbana nelle strade) e settori non necessari che sono andati gonfiandosi (dalle segreterie dei ministri a quelle dei ridondanti sottosegretari e nonché dei parlamentari con galloni vari ed assessori). L&#8217;apparato ha lacune drammatiche. Manca per esempio personale informatico utilizzato come tale. L&#8217;ultimo studente usa computer e altri strumenti e lo Stato non è in grado di sorvegliare il territorio e combattere l&#8217;abusivismo attraverso l&#8217;uso delle mappe on line. Io riesco a sapere tutto delle piscine costruite sulle terrazze del mio quartiere o delle violazioni commesse in Sardegna e lo Stato si presenta ancora con un condono mascherato per oltre un milione di case abusive. Ma come mai lo Stato non è intervenuto prima anche per salvaguardare un territorio che era bellissimo e che ora è meno ambito ai turisti di quello croato o di quello maltese? E&#8217; questa la verità dell&#8217;ingannatore<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>slogan populista di Berlusconi secondo cui &#8220;il governo non metterà le mani in tasca a nessuno&#8221;. Dove &#8220;nessuno&#8221; garantiva evidentemente<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>solo i manager della finanza e gli speculatori edilizi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Altre domande. E&#8217; giusto che ci siano scuole che dopo aver organizzato le &#8220;settimane bianche&#8221; organizzano gite per Copenhagen o Lisbona invece di accompagnare gli studenti a vedere la Fiat o gli scavi di Ostia? Ancora. Lo Stato non sa che ormai un cittadino su tre ha una biblioteca mondiale sulla sua scrivania e continua a finanziare migliaia di biblioteche tradizionali che certamente non voglio veder scomparire ma che potrebbero in molti casi essere trasformate in luoghi di incontro dei cittadini e in luoghi di servizio per il volontariato. Siamo all&#8217;assurdo che Senato e Camera hanno ancora due distinte biblioteche che si danno le spalle ed hanno gli ingressi a trecento passi l&#8217;una dall&#8217;altra con rilevanti doppie spese. Con parte di quella spesa potrebbero essere distribuiti computer agli studenti che non hanno i soldi per<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>possederli, dando un possente impulso alla cultura e all&#8217;industria informatica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Non è il momento di farlo?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Ancora. L&#8217;antica Roma e alcuni Papi usavano mettere sulle opere pubbliche targhe marmoree che recavano la data di inizio dei lavori e la data di reale conclusione. Ora per lavori di quattro giorni si blocca una via centrale di Milano o di Roma per un mese. Lo spettacolo dei recinti al cui interno lavora un solo operaio perché la ditta ha &#8220;vinto&#8221; dieci appalti e sposta gli operai e le macchine da un cantiere all&#8217;altro in attesa, per ognuno di essi, della proroga dei tempi e dei &#8220;ricalcoli&#8221; a causa di &#8220;emergenze&#8221; è uno dei più tristi e costosi tra quelli organizzati dallo Stato centrale e dai comuni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Del modo di funzionare degli ambulatori ospedalieri è meglio non parlare. Duecento persone condannate all&#8217;attesa dalle sei del mattino alle undici, ora in cui i medici impegnati fino a quell&#8217;ora nei reparti cominciano le visite degli &#8220;esterni&#8221;. Con una distruzione dell&#8217;immagine dello Stato e delle ore lavorative di chi deve fare un&#8217;endovenosa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">Se ridurre e riesaminare la spesa pubblica significa eliminare sprechi e carenze di questo tipo &#8211; ho solo fatto limitati esempi &#8211; ben venga. Nessuno si lamenterà dello sforzo necessario per fare un salto di produttività ed avere servizi più qualificati e moderni. Altrimenti sono più che giustificate lotte e proteste di quel ceto medio, pubblico e privato e di quei lavoratori sui quali &#8211; poiché qualcuno dovrà pur pagare &#8211; finiranno per ricadere tutti i tagli, e i sacrifici.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"><span style="mso-spacerun: yes;">                                                        </span>Luciano Barca</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">PS: E perché non tornare alla Camera alla regola vigente quando presidenti erano Saragat, Terracini e Gronchi secondo la quale l&#8217;indennità ai parlamentari veniva corrisposta per il 60 per cento in modo fisso e per il 40 per cento secondo il numero dei giorni di presenza effettiva del parlamentare? (Il tavolino per la firma giornaliera era nel transatlantico ed oggi potrebbe esser benissimo sorvegliato da una videocamera. L&#8217;obbligo della firma valeva per tutti senza eccezioni). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-justify: inter-ideograph; text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14pt;">E&#8217; un interrogativo che poniamo al presidente Fini visto che alla Camera settanta deputati sono &#8220;assenti cronici&#8221;.</span></p>
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