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	<title>Etica ed Economia &#187; Economia</title>
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		<title>Scenari possibili dopo la crisi globale</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 21:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MNuti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Relazione del prof. Domenico Mario Nuti tenuta per il seminario dal titolo &#8220;Scenari possibili dopo la crisi globale&#8221; organizzazione dall&#8217;Associazione Etica ed Economia il 14/12/2011 a Roma. SCARICA IL TESTO DELLA RELAZIONE]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Relazione del prof. Domenico Mario Nuti tenuta per il seminario dal titolo &#8220;Scenari possibili dopo la crisi globale&#8221; organizzazione dall&#8217;Associazione Etica ed Economia il 14/12/2011 a Roma.<br />
<a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2012/01/Relazione_Nuti_Scenari_possibili_dopo_la_crisi_globale.pdf" target="_blank"></a></p>
<p><a href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2012/01/SeminarioEticaEconomia.pdf" target="_blank">SCARICA IL TESTO DELLA RELAZIONE</a></p>
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		<title>Sviluppo economico e qualità della vita in Paolo Sylos Labini</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 22:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gguarini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo articolo, si ripropongono alcune significative riflessioni di Paolo Sylos Labini in relazione al complesso legame tra sviluppo economico e qualità della vita (Cfr. Corsi M., Guarini G. 2011), con particolare riferimento alla salute, all’ambiente e al lavoro. Partendo da un approccio smithiano, l’economista dedito allo studio delle principali dinamiche che coinvolgono lo sviluppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questo articolo, si ripropongono alcune significative riflessioni di Paolo Sylos Labini in relazione al complesso legame tra sviluppo economico e qualità della vita (Cfr. Corsi M., Guarini G. 2011), con particolare riferimento alla salute, all’ambiente e al lavoro. Partendo da un approccio smithiano, l’economista dedito allo studio delle principali dinamiche che coinvolgono lo sviluppo economico, concepisce l’aumento del benessere materiale in funzione del miglioramento delle condizioni immateriali di vita. Con tale metro di giudizio, valuta la situazione odierna delle economie dei paesi ricchi come una fase di transizione in cui la crescita materiale non solo non si accompagna sic et simpliciter ad una vita migliore, ma ne può determinare anche degli arretramenti. <br />
Salute. Sylos Labini considera opportuno per tutti coloro che si occupano dello studio dell’uomo, quindi anche per gli economisti, analizzare il fenomeno della salute. Per fare ciò, bisogna ovviamente avvalersi di esperti, ma quello che a lui interessa è correlare le condizioni di salute con i processi di sviluppo economico. Il punto fondamentale è che si può definire una transizione sanitaria secondo la quale in una società che passa da un’economia arretrata ad un’economia matura variano le malattie socialmente rilevanti.<br />
Nel primo stadio, le malattie socialmente rilevanti sono quelle infettive e quelle degli apparati respiratorio e digerente. Un basso livello di reddito pro-capite comporta una mancanza della quantità minima di beni indispensabili per condizioni di vita dignitose e sane: la malnutrizione indebolisce il sistema immunitario, e le insufficienti condizioni igieniche rendono molto più probabili le infezioni. Ciò che serve in questa fase è un aumento dei beni alimentari di prima necessità, ma anche infrastrutture di base quali una rete idrica e le fognature.  A fattori economici si affiancano poi conoscenze sanitarie di base e un’istruzione primaria. La rivoluzione industriale, secondo Sylos Labini, è da considerare non solo come rivoluzione tecnologica per aver innovato processi produttivi e prodotti, ma anche come rivoluzione culturale per aver diffuso conoscenze igieniche e mediche insieme alle strutture primarie necessarie per il miglioramento della salute.<br />
“E’ bene mettere nella massima evidenza che la rivoluzione industriale non va vista come un fenomeno puramente economico, ma come l’espressione di una rivoluzione culturale: essa consiste non solo nell’applicazione alle attività produttive ‘importanti invenzioni (in primo luogo della macchina a vapore), ma anche nella diffusione delle conoscenze igieniche e mediche e nella costruzione di opere pubbliche come acquedotti e fognature che mirano a migliorare le condizioni igieniche generali della popolazione, con la conseguenza di ridurre l’incidenza delle malattie infettive”. (Sylos Labini 2000, p.104)<br />
Nel secondo stadio, le malattie socialmente rilevanti riguardano i tumori, le malattie cardiovascolari e le malattie circolatorie cerebrali, definite da Sylos Labini le malattie delle “tre C” (cancro, cuore, cervello). Superato il soddisfacimento dei bisogni materiali elementari, disturbi psichici quali stress e frustrazioni sembrano caratterizzare la vita economica e sociale nei paesi sviluppati e ciò è confermato dall’incremento dei consumi di alcol, droghe e fumo.<br />
“Il fumo e l’alcol, come anche le droghe, hanno legami limitati e indiretti coi fattori economici. Forse la connessione sta in ciò, che il processo di sviluppo, oltre certi livelli, fa crescere il numero di persone sottoposte a stress e a frustrazioni di varia natura, fra cui è il senso di frustrazione e di vuoto che nasce proprio dal superamento dei problemi economici elementari. Tutte queste tensioni e frustrazioni, che chiaramente rientrano nell’area psichica, rappresentano incentivi al consumo, di tabacco, di alcol e di droghe. Sotto questo aspetto ci sarebbe, almeno per un certo periodo, una correlazione diretta e non inversa fra le malattie connesse coi detti fattori di rischio e lo sviluppo economico.” (Sylos Labini 1990, p.314)<br />
L’aspetto che si vuole mettere in evidenza è che prima di una certa soglia critica è importante la quantità di ricchezza prodotta, mentre successivamente risulta sempre più decisiva per la salute il modo in cui tale ricchezza viene prodotta. La relazione comunque tra malattie socialmente rilevanti e fattori economici è complessa: inizialmente questi ultimi hanno un ruolo predominante, mentre con il tempo la loro importanza va scemando, e si rafforza il ruolo delle conoscenze. Durante lo sviluppo, il passaggio da vecchie a nuove forme di malattie socialmente rilevanti è delicato in quanto il sistema economico deve adattarsi al soddisfacimento di nuovi bisogni sanitari. Sylos Labini riporta a tale proposito come esempio significativo il caso dell’Unione Sovietica. Secondo un rapporto del demografo Jean Bourgeois-Pichat del 1985, in tale paese l’aspettativa di vita si sarebbe ridotta in un ventennio da 72 a 69 anni. Analizzando le possibili spiegazioni, Sylos Labini è giunto alla conclusione che le cause riguardavano da una parte la carenza di farmaci quali antibiotici e di apparecchiature sanitari, dall’altra l’insufficienza dell’attività di ricerca  in ambito scientifico e tecnologico. L’esperienza sovietica conferma che nel secondo stadio dello sviluppo maturo la disponibilità di beni primari ed infrastrutture di base non è sufficiente per affrontare le malattie socialmente rilevanti, ma servono beni, strutture e conoscenze specialistiche, che sono appropriate per la prevenzione, la diagnosi e la cura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambiente. Secondo Sylos Labini, esistono danni ambientali dovuti alla miseria e altri dovuti all’opulenza. I primi riguardano la desertificazione e la deforestazione: in situazioni di rendimenti decrescenti della terra e di scarse conoscenze tecniche, i contadini, lottando ogni giorno per la sopravvivenza, tendono ad estendere le terre coltivabili attraverso il disboscamento per aumentare la produzione; ciò causa l’erosione del suolo,  stravolge il regime delle acque così da generare le desertificazione, soprattutto nei paesi dell&#8217;Africa Subsahariana. In tal modo, pochi benefici di breve periodo causano elevati costi di lungo periodo (Cfr. Sylos Labini 2004, p.64). Nella fase dell’opulenza vi sono invece i problemi legati all’inquinamento prodotto dalla crescita economica. Ovviamente, come fa notare lo stesso Sylos Labini, anche nei paesi in via di sviluppo sono presenti problemi legati all’inquinamento, ma certamente in misura contenuta rispetto ai paesi ricchi. Come si è visto, anche in questo caso, sembra che in una prima fase lo sviluppo economico sia notevolmente positivo, mentre in seguito gli effetti positivi si affievoliscono e quelli negativi si acuiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualità del lavoro. Per Sylos Labini il vero obiettivo dello sviluppo economico dovrebbe essere “rendere soddisfacente e gratificante il lavoro, che soprattutto nei paesi sviluppati non è più tanto faticoso, quanto monotono e ripetitivo” (Cfr. Sylos Labini 2004, pp.110-111). Nelle prime fasi dello sviluppo, quando bisogna soddisfare i bisogni essenziali il lavoro è visto solo come un’inevitabile pena ma, negli stadi successivi di sviluppo, il lavoro appare sempre più come “la condizione per un inserimento pieno nella vita sociale” (Cfr. Sylos Labini 1991, p. 16.).  In altri termini “man mano che il reddito medio cresce diminuisce di importanza l&#8217;impiego in quanto pura fonte di guadagno e crescono di peso la qualità del lavoro e la corrispondenza fra studi e impiego” (Cfr. Sylos Labini 1999, p. 14.).  Dunque, soprattutto nei paesi occidentali, per migliorare la qualità della vita diviene sempre più importante la qualità del lavoro, il cui primo ostacolo è rappresentato dall&#8217;alienazione, problema analizzato e denunciato da Smith (come anche da altri esponenti dell’illuminismo scozzese) (Cfr. Smith 1776, cap. V.) e poi ripreso da Marx. Se Smith intravedeva soprattutto nell&#8217;istruzione primaria obbligatoria per tutti l&#8217;antidoto a tale fenomeno, secondo Sylos Labini i mezzi per ridurla sono diversi.<br />
Il primo mezzo è l’attività di ricerca che ha due effetti positivi: rendere più gratificanti i lavori esistenti con un effetto sostituzione tra mansioni di bassa ed alta qualifica, e creare nuovi posti di lavoro di maggiore valore professionale rispetto a quelli eliminati (un effetto sostituzione à la Babbage) (Cfr. Corsi 1984). Il secondo mezzo è l’innovazione dei lavoratori nel senso che questi, partecipando direttamente a processi di innovazione, possono esprimere e migliorare la propria creatività; ciò può essere incentivato attraverso leggi o clausole ad hoc nei contratti di lavoro.<br />
“Se i lavoratori non si sentono dei semplici esecutori, ma partecipano attivamente e creativamente a quello che stanno facendo, allora il lavoro cessa di essere alienante e diventa gradevole. A mio giudizio, l’alienazione rappresenta una delle peggiori malattie del genere umano e ogni strada va seguita per combatterla. In primo luogo, va considerata la partecipazione dei lavoratori alle attività e alla gestione delle imprese nelle forme più diverse. Poco fa abbiamo considerato la partecipazione diretta dei lavoratori all’attività innovativa. Altre forme si concretano nella partecipazione agli utili, agli aumenti di produttività o, più in generale, alla gestione; e qui dobbiamo distinguere le piccole dalle grandi imprese” (Sylos Labini, 2004 p.105)<br />
Soprattutto i sindacati dovrebbero promuovere, insieme agli imprenditori, degli incentivi alla creatività dei lavoratori dipendenti &#8211; siano essi operai, tecnici della produzione o impiegati amministrativi -, al fine di generare piccole innovazioni tecniche e organizzative che comunque hanno un effetto positivo sulla produttività (Cfr. Sylos Labini 2003, pp.145-148. ).<br />
Il terzo mezzo è la partecipazione dei lavoratori all&#8217;attività dell&#8217;impresa, attraverso la condivisione del programma di investimenti, la partecipazione agli utili, la cogestione. La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell&#8217;impresa rende il clima più sereno, riduce gli attriti tra capitale e lavoro, responsabilizza i dipendenti e contribuisce a fare vivere i lavoratori da protagonisti il processo produttivo. Inoltre la partecipazione attiva dei lavoratori offre maggiori motivazioni al lavoro dipendente e riduce il rischio di imbrogli e di corruzione da parte dei manager; queste forme di partecipazione dovrebbero essere incentivate più che imposte per legge. Secondo Sylos Labini la creatività è un importante anticorpo dell’alienazione, non solo per il soddisfacimento dei risultati che si ottengono, ma soprattutto per l’attività in sé che nobilita l’uomo e aumenta la sua autostima. Riferendosi al suo lavoro di economista, Sylos Labini afferma che la creatività deve caratterizzare anche la scienza economica ed in tal senso sconfessa l’idea di Carlyle di scienza economica come scienza triste affermando: “Dice Carlyle che l’economia è una scienza triste. Non è così, se si riconosce che l’economia non meno delle altre scienze è mossa da uno sforzo di creatività, una delle poche cose veramente soddisfacenti della vita, quali che siano i risultati” (Cfr. Sylos Labini 2005, p.10.).</p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia<br />
Corsi M. (1984), “Il sistema di fabbrica e la divisione del lavoro: il pensiero di Charles Babbage”, Quaderni di Storia dell&#8217;Economia Politica, n.3, pp.111-29.<br />
Corsi M. Guarini G. (2011) “Measuring Progress of Italian Regions: A Classical Approach”, Economiaz, Revista Basca de Economia, n.78, pp.342-369.<br />
Smith A. (1776), An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations, W.Strahan and T. Cadell, London; ed. critica, a cura di R.H.Campbell, A.S. Skinner, Oxford University Press, Oxford 1976; trad. it., La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma 1995.<br />
Sylos Labini P. (1990), “Malattie socialmente rilevanti ed evoluzione economica”, Stato e mercato, no.30, pp.303-18.<br />
Sylos Labini P. (1991), “Sviluppo economico e sviluppo civile”, (estratto) Bari economica n.3.<br />
Sylos Labini P. (1999), “Quattro idee chiave per il centrosinistra”, La Repubblica, 2/12/1999,  p.14.<br />
Sylos Labini P. (2000), Sottosviluppo: una strategia di riforme, Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2003), Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato,Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2004), Torniamo ai classici. Produttività del lavoro, progresso tecnico e sviluppo economico, Laterza, Roma-Bari.<br />
Sylos Labini P. (2005), “Primo, bloccare il declino”, Il Sole 24 ore, 1/9/2005, p.10.</p>
<p style="text-align: justify;">* <a href="mailto:giulio.guarini@tesoro.it">giulio.guarini@tesoro.it</a>; Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica. Ringrazio Marcella Corsi per i suoi preziosi suggerimenti. Resto il solo responsabile di eventuali errori e omissioni. Le opinioni qui espresse non impegnano il Ministero dello Sviluppo Economico.</p>
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		<title>Alcune idee per lo sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 12:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SFerrari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il fatto che di fronte ad un qualsiasi inconveniente, malfunzionamento, guasto o quant’altro, la prima operazione da fare sia quella di capire di che si tratta per vedere se e come sia possibile intervenire per eliminare quell’inconveniente, sembra un’osservazione più che ovvia. Se quindi un paese si accorge di avere dei malfunzionamenti non in assoluto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fatto che di fronte ad un qualsiasi inconveniente, malfunzionamento, guasto o quant’altro, la prima operazione da fare sia quella di capire di che si tratta per vedere se e come sia possibile intervenire per eliminare quell’inconveniente, sembra un’osservazione più che ovvia.<br />
Se quindi un paese si accorge di avere dei malfunzionamenti non in assoluto, che sarebbero sempre discutibili, ma a fronte di funzionamenti almeno migliori dei paesi con cui convive normalmente, sembrerebbe necessario, in base a quella ovvietà, domandarsi che cosa si è rotto o che cosa funziona in maniera poco efficace.<br />
Nel caso dell’economia italiana le cose che si sono “rotte” sono, per unanime riconoscimento, almeno due: il livello del debito, elevato ma, soprattutto, che rischia di uscire di controllo – e la precisazione non é ininfluente – e il processo di sviluppo, costantemente inferiore a quello dei paesi dell’Unione, e certamente non recuperabile in virtù di avanzamenti di mera natura qualitativa. L’attenzione critica verso la questione del debito si accentua proprio in relazione al secondo elemento critico, e cioè di una crescita che non consente di tenere sotto controllo il debito. Cinicamente occorre notare, inoltre, come mentre per abbassare il debito “basta” ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, per lo sviluppo le ricette sono vaghe, spesso contraddittorie, incerte, discusse e discutibili, spesso legate ad interventi keynesiani che sono frenati proprio dalla concomitante necessità di ridurre la spesa pubblica. Questa difficoltà evidentemente aumenta quando le cause restano incerte, poco convincenti, contestate o, addirittura, sconosciute. Fatto sta che se si cerca di recuperare un’interpretazione delle cause della nostra debolezza, ci si trova di fronte non solo a questa difficoltà, ma a vere e proprie ricostruzioni di comodo: non si sa come chiamare altrimenti tutta quella serie di “cause” attribuite al lavoro in relazione al costo e alla flessibilità. Queste “cause” non reggono la prova dei dati fattuali e dei confronti statistici, che dimostrano esattamente il contrario, nel senso che in Italia il costo del lavoro è il più basso, l’orario di lavoro medio mensile è il più alto e lo stesso vale per la flessibilità. Tuttavia per non pochi anni queste interpretazioni hanno tenuto banco.<br />
Rimangono pur tuttavia veri i dati relativi alla produttività del lavoro nel senso che in Italia da una certa data in poi – dalla metà degli anni ’80, per la precisione &#8211; la variazione percentuale di questa grandezza è stata inferiore a quella registrata in altri paesi. Se mettiamo insieme questi due dati e cioè quelli relativi al costo e quelli relativi alla produttività del lavoro si ricava un indizio un po’ più serio e cioè la necessità di porre attenzione al prodotto che sta al numeratore della produttività del lavoro e allora si scoprirà che il valore aggiunto dei prodotti manifatturieri italiani ha avuto un andamento progressivamente minore di quello che si è verificato negli altri paesi.<br />
Questi confronti statistici ci consentono di osservare un altro aspetto centrale in questa ricerca delle cause del nostro declino, e cioè il periodo di decorrenza del fenomeno che come accennato si colloca intorno alla metà degli anni ‘80. Un’informazione essenziale come è facilmente immaginabile ma che non si ritrova in “letteratura” dove prevalgono ricostruzioni di tipo congiunturali e di breve o medio periodo. In questi ultimi anni le vicende e la tempistica della crisi internazionale sono assunte a riferimento anche di questioni del tutto estranee. Naturalmente non nel senso che il nostro paese è estraneo alle vicende internazionali, ma nel senso che la questione del nostro declino è di molto precedente, ed essendo di natura diversa, non può essere attribuita a quella crisi.<br />
Il perché da quelle date si sia determinato questo scollamento competitivo del nostro sistema produttivo potrà essere oggetto di ulteriori ricostruzioni, resta comunque il fatto che questo minore valore aggiunto deriva dal fatto che &#8211; contrariamente all’andamento della domanda internazionale che ha puntato su prodotti tecnologici per i quali la struttura del mercato offriva e offre tutt’ora ben noti maggiori margini di profitto – noi abbiamo conservato una specializzazione produttiva e una capacità d’innovazione tecnologica sostanzialmente statiche o almeno ridotte rispetto a quelle dei paesi avanzati.<br />
Il massimo che può concepire una cultura liberista per correggere questo “difetto” è quello di offrire agevolazioni alle imprese per la spesa in ricerca e sviluppo. Purtroppo quel ritardo non si cura con queste ricette e sperare di incidere significativamente sul cambiamento di specializzazione produttiva con qualche incentivo per la spesa in ricerca è, a dir poco, di un semplicismo ammirevole. Anche questa questione meriterà qualche successivo approfondimento.<br />
Nel frattempo è bene tenere presente come la capacità di utilizzare il patrimonio delle conoscenze scientifico-tecnologiche chiama in causa anche le questioni sintetizzate sotto lo slogan del “nuovo modello di sviluppo”. E i cambiamenti necessari per affrontare i contenuti che essi sottendono, richiedono il ricorso alle conoscenze contenute nella dinamica di quel patrimonio. Se è vero che quelle conoscenze possono dar luogo a scelte diverse e non sempre apprezzabili, non è rimanendo estranei e “ignoranti” che si controllano quelle scelte.<br />
Lungo questo percorso anche altre saranno le questioni che si dovranno affrontare, incominciando dalle situazioni di crescente disponibilità produttive non coperte da una domanda solvibile, sino alla riduzione dell’alienazione del lavoro che dovrebbe essere in testa ad una politica economica progressista. Facendo a meno del patrimonio delle conoscenze scientifico-tecnologiche non solo non si esce dalla crisi attuale, ma non si sarà in grado nemmeno di affrontare i problemi di domani.</p>
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		<title>Keynes: riformare il capitalismo attraverso un nuovo sistema di valori</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 22:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>APasetto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Keynes si parla sempre molto. Anche in questa crisi le ricette keynesiane sono spesso evocate come rimedio alla situazione intricata in cui viene a trovarsi l’economia mondiale. Ma le proposte di Keynes per uscire dalla grande crisi degli anni Trenta affondano le radici in una visione del capitalismo ben precisa – quella di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Keynes si parla sempre molto. Anche in questa crisi le ricette keynesiane sono spesso evocate come rimedio alla situazione intricata in cui viene a trovarsi l’economia mondiale. Ma le proposte di Keynes per uscire dalla grande crisi degli anni Trenta affondano le radici in una visione del capitalismo ben precisa – quella di un sistema di per sè incapace, se lasciato libero a se stesso, di assicurare la piena occupazione e lo sviluppo – che a volte si tende a dimenticare. Questa instabilità di fondo dipende essenzialmente dal fatto che l’economia è fatta di uomini e donne in carne e ossa, le cui decisioni vengono prese in condizioni di incertezza e possono essere dettate da un’ampia gamma di moventi, non sempre riconducibili alla razionalità pura e al mero interesse personale. E’ chiaro che qui entra in gioco anche la concezione etica degli esseri umani, un aspetto su cui erroneamente si sorvola troppo spesso e che è invece importantissimo considerare non per motivi moralistici, ma perché è da lì che partono le decisioni, le scelte, i comportamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Keynes non ha sviluppato molto il rapporto fra etica ed economia, anche perché preso dall’affrontare altri problemi più urgenti. Tuttavia nelle sue opere “minori” emergono squarci di luce sull’etica e sulla sua concezione del capitalismo, che è estremamente interessante considerare. Le idee e gli spunti che offre il grande economista di Cambridge sono quasi sempre originali e sorprendenti, eterodossi e provocatori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi suoi scritti Keynes dimostra di avere sempre ben presente il legame tra capitalismo e società, un rapporto che può essere più o meno forte a seconda del periodo storico. Il successo del capitalismo è legato alla coesione e al consenso sociali, come dimostra ampiamente l’esperienza storica. In questo senso è interessante osservare la distinzione che Keynes fa tra il capitalismo dell’Ottocento e il capitalismo dei “tempi moderni”. Lo spiega chiaramente nel suo bellissimo pamphlet <em>Le conseguenze economiche della pace</em> del 1919. Il capitalismo ottocentesco era dotato di una sua intrinseca coesione interna, perché si fondava su una tacita intesa tra le classi agiate e le classi povere. Da un lato, la classe emergente dei nuovi imprenditori e capitani d’industria, cui andava la quota di gran lunga maggiore del reddito prodotto, preferiva reinvestire e non spendere l’enorme ricchezza in suo possesso, alimentando così l’accumulazione del capitale e la crescita. Dall’altro lato, il proletariato industriale, che non aveva ancora sviluppato una vera coscienza critica e forse inconsapevolmente condivideva l’idea di progresso portata avanti dai capitani d’industria e dalla classe politica dominante, era disposto ad accettare un’iniqua distribuzione dei redditi in cambio, appunto, del tacito impegno degli industriali a reinvestire. Questo tacito accordo, come Keynes già nel 1919 intuisce, è però molto fragile. Infatti, dopo la prima guerra mondiale l’equilibrio va in frantumi. I capitalisti non sono più disposti a sacrificare sull’altare dell’accumulazione le ricchezze guadagnate, mentre, tra le classi povere, sulla spinta sia del socialismo sia del cattolicesimo sociale, comincia a farsi strada l’idea di una società più giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1917 in Russia scoppia la rivoluzione d’ottobre. Nel 1925 Keynes dedica alla nascente Unione Sovietica un saggio intitolato <em>Un breve sguardo alla Russia</em>. Egli non ha alcuna stima del comunismo dal punto di vista economico, perché ne vede i profondi limiti, ma sottolinea la sua immensa forza come religione che attrae le masse.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il capitalismo moderno – egli scrive nel saggio del ’25 – è assolutamente irreligioso, privo di unità interna, senza molto senso civico, spesso – ma non sempre – mera congerie di possessori e arrivisti. Per sopravvivere, un sistema del genere deve avere non solo un moderato successo, ma un immenso  successo. Nel XIX secolo era in certo qual senso idealistico; in ogni caso era un sistema coeso e sicuro di sé. Non solo aveva un successo enorme, ma nutriva speranze in un continuo crescendo di successi in futuro. Oggi il suo successo è moderato e niente di più. Se il capitalismo irreligioso vuol sconfiggere una volta per tutte il religioso comunismo non basta che economicamente sia più efficiente: deve essere molte volte più efficiente. Credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di garantire gli standard di vita esistenti, ma di portarci gradualmente verso un paradiso dove saremmo stati relativamente liberi da preoccupazioni economiche. Ora dubitiamo che l’uomo d’affari ci stia conducendo verso chissà quale destinazione migliore. Come mezzo, egli è tollerabile, come fine non è soddisfacente. Ci si comincia a chiedere se i vantaggi materiali di tenere l’economia e la religione in compartimenti stagni siano sufficienti a controbilanciare gli svantaggi di natura morale.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, a distanza di quasi novantanni, sappiamo tutti che il comunismo ha ampiamente perso la sfida con il capitalismo, ma vediamo altrettanto chiaramente i profondi limiti di una concezione etica del capitalismo assolutamente inadeguata a soddisfare le esigenze dell’uomo di oggi. Ma qui è ancora una volta Keynes a sorprenderci, quando critica l’utilitarismo, la filosofia morale alla base del marginalismo, la teoria economica allora e ancor oggi dominante. In una nota a pie’ pagina del saggio dedicato ad Alfred Marshall nel 1924 egli scrive: “Come sono deludenti, ora che li conosciamo, i frutti della brillante idea di ridurre la scienza economica a un’applicazione matematica del calcolo edonistico di Bentham!”. E in un’altra nota contenuta in <em>La fine del laissez-faire </em>(1926), riporta, condividendolo, un giudizio di Coleridge, scrittore inglese dell’Ottocento: “Gli utilitaristi distrussero ogni elemento di coesione, trasformarono la società in un campo di battaglia per interessi egoistici e colpirono alla radice qualsiasi forma di ordine, patriottismo, poesia e religione.”</p>
<p style="text-align: justify;">Keynes non sviluppa una filosofia etica alternativa all’utilitarismo. Spesso però emerge nei suoi scritti una critica esplicita all’avidità, alla brama di accumulare ricchezza fine a se stessa, alla “sacra fame dell’oro”. In <em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em> (1931) egli scrive: “Nel momento in cui l’accumulazione di ricchezza cesserà di avere l’importanza sociale che le attribuiamo oggi, i nostri codici morali non saranno più gli stessi. Saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudoprincipi che ci affliggono da duecento anni, e che ci hanno spinto a far passare alcune fra le più ripugnanti qualità umane per virtù eccelse. Potremo finalmente permetterci di assegnare al desiderio di denaro il suo giusto valore. L’amore per il denaro, per il possesso del denaro – da non confondersi con il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita -, sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali. E finalmente saremo liberi di accantonare tutte le abitudini sociali e le pratiche economiche che riguardano la distribuzione della ricchezza e gli incentivi e i disincentivi economici che oggi manteniamo in vita a ogni costo, per quanto siano, di per sé, disgustosi e ingiusti, ritenendoli essenziali all’accumulazione di capitale.”</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, Keynes, come evidenziano le conclusioni di <em>Un breve sguardo alla Russia</em>, invoca “un nuovo sistema di valori che scaturisca in modo naturale da un esame sereno del nostro intimo sentire in relazione alla realtà esterna.” E così dicendo il grande economista di Cambridge ci indica la strada da percorrere, che è quella di ricostruire le basi su cui si fonda l’economia, partendo appunto da un sistema di valori consono alle esigenze dell’uomo in sintonia con i tempi in cui viviamo. Nonostante i suoi limiti e i suoi problemi, Keynes continua a credere nel capitalismo come sistema economico e sociale, ma in un capitalismo con una buona dose di riformismo, capace cioè di autocorreggersi e rigenerarsi ad ogni svolta della storia.<strong></strong></p>
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		<title>Premio &#8220;la crisi ci ha insegnato che…&#8221; (bando)</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 10:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Etica ed Economia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Associazione Etica ed Economia istituisce il I premio &#8220;la crisi ci ha insegnato che&#8230;&#8220; destinato a giovani che scriveranno e invieranno un saggio breve originale. Nel bando (Scarica il PDF)  sono indicati i termini e le modalità di partecipazione. Per ulteriori informazioni si può contattare la redazione all&#8217;indirizzo email redazione@eticaeconomia.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’Associazione Etica ed Economia istituisce il I premio &#8220;<em>la crisi ci ha insegnato che&#8230;</em>&#8220; destinato a giovani che scriveranno e invieranno un saggio breve originale.</p>
<p>Nel bando (<a title="Scarica il bando" href="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2011/06/Bando.pdf" target="_blank">Scarica il PDF</a>)  sono indicati i termini e le modalità di partecipazione.</p>
<p>Per ulteriori informazioni si può contattare la redazione all&#8217;indirizzo email <a href="mailto:redazione@eticaeconomia.it">redazione@eticaeconomia.it</a></p>
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		<title>Una malattia economica, politica e culturale</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 20:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SFerrari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La questione della riduzione del debito pubblico del nostro paese, senza penalizzare la crescita, anzi agevolandola, mette insieme, da un lato un debito tra i maggiori nel confronto internazionale e, dall’altro, una crescita tra le minori, sempre assumendo lo stesso confronto internazionale. E questi andamenti negativi non si riferiscono solo a questi ultimi anni, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La questione della riduzione del debito pubblico del nostro paese, senza penalizzare la crescita, anzi agevolandola, mette insieme, da un lato un debito tra i maggiori nel confronto internazionale e, dall’altro, una crescita tra le minori, sempre assumendo lo stesso confronto internazionale. E questi andamenti negativi non si riferiscono solo a questi ultimi anni, ma hanno una storia almeno di un paio di decenni. Se la questione ha una sua evidente complessità a maggior ragione la possibilità di dare una qualche risposta positiva passa da una precondizione: aver capito almeno quale è la malattia, quale è la causa di questi andamenti, &#8211; certamente in qualche misura collegati – che dovrebbero essere corretti. Il risultato di una simile ricerca del “colpevole” è, tuttavia, a dir poco deludente nel senso che una interpretazione convincente praticamente non esiste. Certamente si è fatto ricorso a varie spiegazioni: da un costo del lavoro relativamente elevato rispetto ai nostri concorrenti, ad una scarsa mobilità del lavoro, ecc. Queste interpretazioni non solo non spiegano nulla ma si basano su affermazioni paraideologiche del tutto inventate essendo il nostro costo del lavoro tra i più bassi nell’UE, mentre gli orari sono tra i più lunghi, e idem vale per la precarietà.<br />
Poi si è fatto ricorso alla mancanza di riforme che – uscendo dalla genericità e dal conseguente equivoco – avrebbero dovuto riguardare varie privatizzazioni e varie eliminazioni di strutture corporative. Si tratta di motivazioni che tutt’ora vengono richiamate ma che al di là di specifiche situazioni, sembrano rispondere in molti casi a motivazioni ideologiche, o a interessi economici che nulla o ben poco hanno a che fare con le questioni indicate all’inizio. <br />
Alcuni sembrano voler riandare alla filosofia delle svalutazioni competitive che hanno retto in questi vent’anni la nostra competitività, dimenticando tuttavia che quegli interventi correggevano le conseguenze e non le cause della nostra debolezza che come tali si ripresentavano puntualmente per cui le svalutazioni competitive erano diventate una scadenza obbligata della nostra vita economica. Poiché nel frattempo l’Unione e le società di rating premono, si è avviata una presunta pulizia di tutti i cassetti trovando certamente della polvere da eliminare e sperando così di superare la nottata. (Fuor di metafora: sperando di lasciare la patata bollente al governo successivo).<br />
Ogni tanto, soprattutto più recentemente ma non in sedi ufficiali, compare tra le possibili cause del nostro debole sviluppo la dimensione della competitività tecnologica, che nel caso del nostro paese appare costantemente in difficoltà e che le ricorrenti svalutazioni competitive non hanno potuto, né potevano, correggere, anche se alcuni sembrano voler ancora ripercorrere strade simili. In effetti sul nostro bilancio e sugli andamenti del nostro Pil si accumula ogni anno un deficit commerciale relativo ai prodotti ad alta tecnologia. Questo deficit è non solo crescente nel tempo ma ha raggiunto e superato il punto percentuale di Pil. Proprio quello che ci avrebbe fatto comodo in questi anni.<br />
Quando si pensa di correggere quello che comunque appare un difetto del nostro sistema produttivo, &#8211; nello specifico il minore valore aggiunto connesso con la diversa posizione tecnologica della produzione &#8211; si ricorre alla solita ricetta degli incentivi alle imprese per accrescerne la spesa in ricerca dal momento che questa appare sensibilmente inferiore a quella affrontata dai sistemi produttivi degli altri paesi. Il ragionamento non solo è semplicistico, ma è anche sbagliato dal momento che attribuisce una possibilità/capacità di spesa in ricerca eguale per tutte le imprese, qualunque sia la struttura dimensionale e la specializzazione produttiva. Poiché cosi non è  &#8211; come è di tutta evidenza ma anche confermato dalle statistiche – quegli incentivi certamente vengono accolti positivamente dalle imprese ma da un punto di vista generale non inducono nessun cambiamento significativo dei vincoli strutturali in materia di competitività tecnologica. Poiché nel frattempo, all’insegna delle mode liberiste, in materia di produzione industriale si è ritenuto che era meglio lasciare fare alle imprese piuttosto che chiamare in causa una dimensione pubblica, si è ritenuto opportuno ridurre le risorse e le potenzialità della ricerca pubblica.  Una specie di suicidio – anche, ma non solo, da parte delle imprese &#8211; dal momento che se e quando si vorrà affrontare la questione, il tanto sbandierato ricorso alla società della conoscenza, troverà non solo politicamente ma anche materialmente sguarnito uno degli attori fondamentali di quella società.<br />
Nel frattempo quel problema irrisolto continuava a manifestare la sua nefasta esistenza per cui ora, oltre a dover cercare – per ora vanamente &#8211; una terapia, si dovrebbe anche recuperare un malloppo di circa 50 miliardi per coprire il buco pregresso.<br />
Guardando le recenti sconfitte elettorali dell’attuale governo è del tutto plausibile un cambiamento dello scenario politico di governo per il prossimo futuro. Potrebbe toccare al centrosinistra affrontare le questioni sopraccennate. E poiché negli anni passati in materia non sono mancati anche da queste sponde politiche errori clamorosi, sarebbe opportuno prepararsi per tempo poiché, da un lato gli interventi sono necessariamente complessi, ma una seconda stagione di errori sarebbe senza ritorno anche per il Paese.</p>
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		<title>La riforma delle tasse secondo Tremonti</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 20:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tema delle tasse, ignorato per lungo tempo si è improvvisamente imposto a livello di  governo (cioè a livello del duo Berlusconi-Bossi che, con la scusa dei vertici, sostituisce da tempo il consiglio dei ministri) e, ovviamente della stampa. Il dibattito, come ormai accade da tempo in Italia, è partito male, ristretto da taluno a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il tema delle tasse, ignorato per lungo tempo si è improvvisamente imposto a livello di  governo (cioè a livello del duo Berlusconi-Bossi che, con la scusa dei vertici, sostituisce da tempo il consiglio dei ministri) e, ovviamente della stampa. Il dibattito, come ormai accade da tempo in Italia, è partito male, ristretto da taluno a come reperire quattro miliardi di euro necessari per rientrare nei limiti di tolleranza europea del debito pubblico, e, in ogni caso non come aspetto delle misure necessarie alla ripresa, ma come obbligo burocratico. E si è frammentato e disperso in un gioco astratto di ipotesi e indiscrezioni. Ciò che lo ha caratterizzato è stato in ogni caso  il totale silenzio sull’asse portante della annunciata riforma, sull’equità o meno delle misure che si prospettano. Come se fosse la stessa cosa togliere un milione a chi ne ha un miliardo di euro e cento euro a chi ne guadagna mille. O come se il problema posto all’Italia fosse quello di ridurre le tasse a tutti, con gravi conseguenze sul deficit, e non quello di operare una riconversione del sistema tributario a favore dei poveri e a carico dei ricchi, attuata in modo da accrescere l’entrata complessiva dell’erario e, da ridurre  di conseguenza, il deficit.<br />
Poi come sempre accade, fin dai tempi di Ricardo, il dibattito ha finito per concentrarsi sull’ipotesi di affiancare alle imposte sul reddito una imposta sui patrimoni; e’ stato infatti ricordato che basterebbe una patrimoniale leggera &#8211; aliquota 0,1 per mille &#8211; per garantire al ministro Tremonti i miliardi di cui ha bisogno per ridurre rapidamente il deficit. In Italia, in verità il sistema tributario ha bisogno non di una tantum ma di una riforma ampia che riequilibri imposte dirette e imposte indirette e modifichi il carico a favore della classe dei 1000 euro mensili, ma conoscendo il quadro politico e le nostre abitudini il rischio che la “grande riforma” si riduca alla proposta una tantum di Abete è un rischio reale. Per questo conviene sorvegliare il corso della proposta….questo è quanto pensavamo fino a ieri. Poi, improvvisamente l’arcano nascosto sotto il ronzare dei giornalisti si è rotto e Tremonti ha ricondotto le cose a ciò che lui ha deciso senza evidentemente informare né Berluscooni né Bossi,e ciò che ha deciso è che non ci sarà alcuna riforma tributaria ma solo una revisione dell’Irpef al fine di combattere meglio l’evasione fiscale. Cosi nascono e muoiono in Italia il ponte più lungo del mondo, le centrali nucleari e la giustizia fiscale.<br />
Signori giornalisti, riponete pure negli scaffali i manuali di Luigi Einaudi che i più colti tra voi erano andati a ricercare.  La riforma non è più all’ordine del giorno. Al massimo si ridurrà il numero delle aliquote dell’Irpef il che significa che per alcuni l’Irpef aumenterà.</p>
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		<title>E’ necessario ridurre le ineguaglianze. Le indicazioni del Fmi per uscire dalla crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 15:54:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lbarca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel corso degli ultimi cinquant’anni ho parlato male così tante volte del Fondo monetario internazionale che non mi sembra vero di poterne finalmente parlare bene. Il merito della svolta è del nuovo managing director del fondo, Dominique Strauss-Kahn, formatosi alla prestigiosa scuola dell’ENA, professore di economia al Paris Institute for political studies e poi ministro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel corso degli ultimi cinquant’anni ho parlato male così tante volte del Fondo monetario internazionale che non mi sembra vero di poterne finalmente parlare bene. Il merito della svolta è del nuovo managing director del fondo, Dominique Strauss-Kahn, formatosi alla prestigiosa scuola dell’ENA, professore di economia al Paris Institute for political studies e poi ministro dell’economia nel governo socialista francese presieduto da Lionel Jospin governo che darà ai francesi la copertura medica universale. Kahn non ha detto in verità cose nuove. Siamo in molti ad averle già ascoltate e ripetute. Ma la novità sta nel fatto che esse sono fatte proprie e lanciate al mondo dal più autorevole seggio economico, quello che Roosevelt e Churchill hanno costruito pensando al futuro del mondo. Assumendo il suo incarico a capo del Fondo, Strauss-Kahn aveva già dichiarato che la stabilità finanziaria non va perseguita sacrificando crescita ed occupazione. Ora ha dichiarato, parlando a nome del fondo, nel quale siedono per l’Italia Tremonti e Draghi, che la occupazione e l’eguaglianza sono le pietre angolari della stabilità politica e della pace. Ciò sta al centro del mandato del Fmi e deve essere messo al centro dell’agenda politica. Circa le misure da assumere il Fmi ha indicato le seguenti. Rafforzare il potere contrattuale collettivo (i paesi con salari più flessibili come gli Usa se la sono passata peggio rispetto alla economie dell’Europa  settentrionale). Così come stanno le cose, argomenta Strauss-Khan, con quasi un quarto del reddito complessivo e il 40% della ricchezza statunitense nelle mani dell’1 per cento posto all’apice della piramide di coloro che percepiscono un reddito, l’America è molto meno una terra di opportunità, perfino rispetto alla vecchia Europa.<br />
Le soluzioni da adottare? Rafforzare il potere contrattuale collettivo, ristrutturare i mutui, utilizzare il bastone e la carota per fare si che le banche riprendano ad erogare prestiti, ristrutturare le politiche fiscali e della spesa per stimolare l’economia tramite investimenti a lungo termine, mettere in atto politiche sociali che garantiscano opportunità per tutti.<br />
La deregulation finanziaria negli Stati Uniti è stata la causa principale della crisi scoppiata nel 2009 e la liberalizzazione del mercato dei capitali e del mercato finanziario altrove hanno certamente contribuito a diffondere lo shock made in Usa in tutto il mondo. La crisi ha dimostrato che i mercati liberi e senza vincoli non sono efficienti né stabili. Non svolgono neanche un’azione positiva nel fissare i prezzi  (basta pensare alla bolla immobiliare) compresi i tassi di cambio. L’Islanda ha dimostrato che reagire alla crisi  imponendo controlli sui capitali può aiutare i paesi, compresi i piccoli, a gestirne l’impatto.<br />
E’ un peccato che le indicazioni di Strauss-Kahn abbiano trovato poco o nessun rilievo in Italia in quegli stessi quotidiani che aprivano il giornale a piena testata quando il  Fmi era il diretto portavoce dei governi americani. Contiamo sui giovani e sul loro passaparola informatico.</p>
<p>P.S.  Strauss-Kahn ha pagato duramente per le sue parole che hanno turbato i miliardari americani. Accusato di stupro ai danni di una cameriera dell&#8217;albergo che lo ospitava è in prigione negli Stati Uniti. A lui il saluto dei disoccupati del mondo</p>
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		<title>L’eresia keynesiana e la società giusta</title>
		<link>http://www.eticaeconomia.it/l%e2%80%99eresia-keynesiana-e-la-societa-giusta.html</link>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 08:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DPalma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Economics is a very dangerous science                                                                                   John Maynard Keynes, Thomas Robert Malthus “Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. E’ con queste parole che Keynes si avvia a concludere nel 1925 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Economics is a very dangerous science</p>
<p style="text-align: right;">                                                                                  John Maynard Keynes, <em>Thomas Robert Malthus</em></p>
<p style="text-align: justify;">
“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. E’ con queste parole che Keynes si avvia a concludere nel 1925 il saggio <em>Sono un liberale?</em>, consegnando alla riflessione dei contemporanei le numerose questioni di ordine politico, economico e sociale che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. Ed è con una domanda – quella stessa che dà il titolo allo scritto – che il ragionamento si chiude, approdando a quell’unica possibile conclusione che poteva scaturire da una disamina tanto articolata, quanto problematica, sull’irrompere dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa disanima è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della <em>Teoria Generale </em>nel 1936: è lì che sarà data unitarietà e consistenza alla critica della <em>economia monetaria di produzione</em> &#8211; in cui il capitalismo palesa compiutamente la sua natura di sistema instabile ed iniquo &#8211; e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sono un liberale?</em> è dunque un titolo felice per l’ultima recente (e corposa) raccolta di scritti keynesiani, pubblicata in traduzione italiana da Adelphi alla fine del 2010 (pp. 320; a cura di La Malfa G.; traduzioni di Fantacci L., Salvatorelli F., Parodi M.). La raccolta, apparentemente molto eterogenea, comprende una serie di articoli, interventi e <em>pamphlet</em> elaborati da Keynes tra gli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30, variamente ispirati dalla discussione politica, dalla riflessione economica, dalla celebrazione biografica. Da grande comunicatore quale era, Keynes faceva infatti ricorso a molteplici modalità espressive riuscendo abilmente a tessere, con grande movimento di argomentazione, le fila della complessità degli eventi del periodo in cui viveva.</p>
<p style="text-align: justify;">I brani riuniti in <em>Sono un liberale?</em> rappresentano indubbiamente una selezione molto “densa”, per tipologia di scritti e per tematiche trattate. Essi sono offerti al lettore nel convenzionale ordine cronologico, ma non si tarda a capire che appartengono tutti a quel lungo processo di gestazione che ha preceduto l’elaborazione della <em>Teoria Generale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sfondo – in apertura &#8211; è di quelli che segnano il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco, a quello del XX secolo, passando per gli squassi del primo conflitto mondiale (<em>Il consiglio dei quattro, Una riunione del consiglio dei tre</em>). E’ qui che Keynes comprende, sino in fondo, le estreme conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi, tanto da dimettersi dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles. Il rilievo del “problema economico” è dirompente, e l’Europa andrà incontro alla <em>Grande Depressione</em> nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “problema economico” è la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna, nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento. “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la <em>disoccupazione tecnologica</em>. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro” (<em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em>). La “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento” (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ “<em>amore per il denaro</em>” è alla radice di tutto. Ma non l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, bensì l’amore per il “possesso del denaro” (<em>Auri sacra fames</em>). Ed è in regime di <em>laissez faire</em> che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (<em>La fine del laissez faire</em>). Inoltre, prosegue Keynes “Un sistema che permette all’individuo abile o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti <em>moventi</em> umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del <em>valore di scambio</em>” (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La questione è persino più ampia, e c’è bisogno di una nuova etica perché “.. sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita … con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” (<em>Un breve sguardo alla Russia</em>). Per questo nasce un sincero interesse verso il comunismo russo – del quale sembra potersi cogliere una sorta di “afflato religioso”– “che cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche come fattori condizionanti avranno un’importanza relativa diversa, in cui l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti che prima erano normali e rispettabili non lo saranno più”. Keynes, da esponente della <em>borghesia colta</em> (come lui stesso si definisce), tratta anche con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”, ricordando che non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il rozzo proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia” (<em>ibidem</em>), ma non ha dubbi circa la necessità di una nuova etica.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scritti keynesiani portano però alla luce qualcosa di ancora più pregnante: analisi della società e rivoluzione nel metodo dell’analisi economica camminano fianco a fianco, e solo capendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la <em>Teoria Generale</em> è portatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella grande <em>lotteria</em> del capitalismo, dove domina incontrastata un’incertezza non quantificabile con il calcolo probabilistico ed è la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono gli <em>spiriti animali</em> degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della <em>domanda effettiva</em> del sistema economico; una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime. Questo è il passaggio cruciale per Keynes, che porge un doveroso tributo alle (ingiustamente) dimenticate analisi di Malthus e alla capacità di queste di saper vedere il ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. E’ in gioco, niente meno, il confronto con Ricardo. Ma l’indagine è meticolosa e “Piero Sraffa, al quale nulla sfugge, ha scovato le lettere mancanti [relative alla corrispondenza tra Malthus e Ricardo, ndr] nel corso delle  sue ricerche per l’imminente edizione – completa e definitiva – delle opere di David Ricardo ….Vi si colgono, di fatto i germi della teoria economica, e anche le linee divergenti lungo le quali la materia può essere sviluppata….<em>Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio</em>, e <em>Malthus</em> <em>si concentra su ciò che determina il volume della produzione</em> <em>giorno per giorno nel mondo reale</em>. Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale” (<em>Thomas Robert Malthus</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo reale e la sua complessità diventano il centro della speculazione keynesiana. Per questo è importante seguire l’evoluzione che la formazione culturale di Keynes subisce proprio nel corso degli anni ’20. Il metodo, quello rigorosamente fondato su basi logiche &#8211; che gli provengono dalla lunga consuetudine con i logici di Cambridge, Russel <em>in primis</em> -, rimane fondamentale, ma muta profondamente la prospettiva con cui al metodo Keynes guarda. La <em>teoria</em> deve assumere un valore <em>strumentale rispetto alla pratica</em>, ed è necessario impadronirsi di un <em>linguaggio ordinario</em> in cui faccia premio la <em>vagueness</em>, ossia l’elaborazione di un ragionamento basato sul <em>senso comune</em> (come diffusamente spiega John Coates  nel suo <em>The claims of common sense – Moore, Wittgenstein, Keynes and the social sciences</em>, 1996, Cambridge University Press).</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 1905 Keynes segue le lezioni di Marshall, e sarà da questi che mutuerà tale forte cambiamento di visione. Il ritratto che Keynes fa di Marshall aiuta quindi a recuperare questa imprescindibile fase di cambiamento. “La matematica preliminare era per lui un gioco da ragazzi. Voleva entrare nel vasto laboratorio del mondo, udirne il ruggito e distinguerne i diversi toni, parlare la lingua degli uomini di affari, e nello stesso tempo osservare tutto con gli occhi di un angelo dotato di un’intelligenza superiore” (<em>Alfred Marshall</em>). “Dunque Marshall, che esordì fondando i moderni metodi diagrammatici, si autocensurò per mantenerli al loro giusto posto” (<em>ibidem</em>). Il <em>trained common sense</em> sarà l’approccio che Marshall eleggerà nel dedicarsi allo studio dell’economia: per poter cogliere la complessità dei fenomeni sociali, la lettura dei fatti reali deve essere supportata dall’uso del linguaggio ordinario. Ed è così che, secondo Keynes, egli saprà divenire l’interprete di un sapere d’eccellenza nel campo economico, perché, spiega: “lo studio dell’economia non sembra richiedere doti straordinarie. Sul piano intellettuale, non è forse una disciplina assai semplice rispetto alle branche più elevate della filosofia e della scienza pura? Ma gli economisti bravi, o anche solo competenti, sono mosche bianche. L’economia è una materia facile in cui però pochissimi eccellono. Il paradosso trova una spiegazione nel fatto che il grande economista deve possedere una rara <em>combinazione</em> di qualità. … Deve essere, in una certa misura, un matematico e uno storico, uno statista e un filosofo. Deve sapersi esprimere, ed essere in grado di comprendere i simboli. Deve saper cogliere il particolare nel generale e abbracciare l’astratto e il concreto nello stesso moto del pensiero. …Deve essere ad un tempo risoluto e disinteressato, distaccato e incorruttibile come un artista, ma a volte anche pragmatico come un politico. …Marshall possedeva molte componenti di questa ideale poliedricità, ma non tutte… aveva senza dubbio la stoffa dello storico e del matematico, ed era capace di occuparsi insieme del particolare e del generale, del temporale e dell’eterno” (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Keynes finisce con l’affermare – e non stupisce &#8211; che “l’economia è una scienza molto pericolosa”, richiamando l’attenzione sul fatto che i “tempi moderni” necessitano di “nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”. Spirito critico, ma non a sufficienza da essere annoverato nelle fila della cultura marxista, e dunque eretico tra gli eretici, egli lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: Sono un liberale?</p>
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		<title>Wikicrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 11:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FBarca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“E’ possibile costruire politiche pubbliche … facendo diventare l’azione di governo una specie di Wikipedia?”. La risposta che Alberto Cottica dà a questa domanda in “Wikicrazia” (Navarra Editore, 2010) è positiva, pure sottolineando egli con cautela che “le politiche Wiki non sono un sostituto del normale processo democratico; ne sono un’integrazione” (p. 197). “La proposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“E’ possibile costruire politiche pubbliche … facendo diventare l’azione di governo una specie di Wikipedia?”. La risposta che Alberto Cottica dà a questa domanda in “Wikicrazia” (Navarra Editore, 2010) è positiva, pure sottolineando egli con cautela che “le politiche Wiki non sono un sostituto del normale processo democratico; ne sono un’integrazione” (p. 197). “La proposta di questo libro – scrive Cottica – è [il rafforzamento] delle burocrazie pubbliche attraverso una cooperazione di maglia stretta con comunità interessate ai problemi che quelle burocrazie sono chiamate a gestire” (p. 165).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ utile questo contributo, che viene da una figura impegnata a costruire ponti fra il mondo dei “creativi” e costruttori/navigatori del Web e il mondo dei soggetti pubblici e privati che operano negli uffici di governo o nei territori materiali. E’ utile perché invita a ragionare sulle potenzialità del connubio fra i due mondi e perché può far compiere un passo in avanti alla riflessione sulle potenzialità della “rete” per le politiche pubbliche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cos’è il metodo Wiki? E’, secondo Cottica, ispirandosi all’esperienza di Wikipedia, una mobilitazione di intelligenza collettiva che facilita il coordinamento, anche asincrono, fra individui più disparati, non precostituisce i soggetti partecipanti, ed è per sua natura aperto. E’ quindi un metodo che promuove il consenso su proposizioni ragionevoli, assicura il controllo reciproco che è requisito fondante dei processi di democrazia deliberativa, e mina continuamente le rendite di posizione. Rinvio al libro per l’argomentazione di questi punti, che a me paiono convincenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiariti i tratti del metodo, Cottica argomenta che esso è utilizzabile nel disegno e nell’attuazione delle politiche. Anche questa tesi appare in generale convincente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le politiche dovrebbero innanzitutto muovere dall’identificazione dei problemi da affrontare e degli obiettivi da conseguire sulla base delle preferenze e delle conoscenze dei beneficiari. Dovrebbero quindi prendere forma attraverso il confronto fra strumenti diversi che possano conseguire tali obiettivi e, una volta realizzato l’intervento, dovrebbero essere rinnovate sulla base di una valutazione dell’efficacia di quanto realizzato, con il coinvolgimento dei soggetti beneficiari. Di rado, assai di rado in Italia, è questo il modo in cui le politiche vengono realizzate. Eppure, processi deliberativi del tipo ora richiamato vanno diffondendosi in tutto il mondo, anche sotto la pressione di una crescente scarsità e di un crescente conflitto sulle risorse pubbliche. A questi processi, alla democrazia deliberativa, il saggio sostiene che il metodo Wiki può dare un impulso significativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A sostegno di questa tesi, Wikicrazia porta l’esame di numerosi esempi. E qui arrivano le mie osservazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’esame dei casi considerati balzano in primo luogo agli occhi due problemi: una mancata attenzione agli esiti finali degli esperimenti considerati; un ottimismo non motivato sull’inclusività dei processi presi in esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel presentare l’interessante esperienza di Visioni Urbane, realizzata da Cottica stesso con la Regione Basilicata, e nel descrivere l’esperienza di <em>Fixmystreet</em> (un sito dove i cittadini britannici segnalano i problemi osservati nelle aree pubbliche del proprio quartiere), come in altri esempi, a una ricca descrizione del processo non corrisponde un’informazione sui suoi esiti, sugli eventuali progressi nelle condizioni di vita dei cittadini indotti dagli esperimenti considerati. E’ un peccato al quale Cottica potrebbe certamente ovviare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’inclusività, il saggio riconosce i rischi derivanti dal <em>digital divided</em> tecnologico e accenna ai rischi del <em>digital divided</em> cognitivo, ma non vengono esplorate le conseguenze che l’esistenza di queste esclusioni potrebbe produrre una volta che il metodo Wiki diventasse uno strumento rilevante di disegno e attuazione delle politiche. Non viene discussa la deriva elitaria che ne potrebbe derivare. Che “molte più persone [abbiano] un’opinione informata sulle politiche pubbliche e si [sentano] qualificate a esprimerla” (p. 69), non è infatti una tendenza da assumere come inevitabile, ma può essere solo il risultato di un processo di mobilitazione, di forte attivismo civico, di aggregazioni non fluide fra cittadini accomunati da simili interessi, su cui vorremmo presto leggere di più.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda osservazione riguarda il fatto che i casi descritti nel saggio appartengono in realtà a tipologie assai differenti. Una sola di esse sembra pienamente configurare un “metodo diverso di disegnare e attuare le politiche”.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima tipologia a cui sembra possibile riportare i casi considerati è quella delle <em>reti dei creativi</em>. In Visioni Urbane e nell’esperienza di Kublai – una rete per il confronto aperto su progetti innovativi costruita con il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo – il metodo Wiki serve a mettere in contatto gruppi di soggetti creativi (la maggioranza dei quali non supera, nel caso di Kublai, i 15 iscritti) che si scambiano informazioni e sviluppano assieme conoscenze. Lo strumento Wiki serve dunque a un obiettivo di indubbia utilità, ma relativamente tradizionale: favorire la cooperazione e la reciprocità tra soggetti innovativi, incentivati dalla natura ripetuta dell’interazione in un piccolo gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Assai diversi sono i casi del blog PSD – “organo ufficiale della Banca Mondiale, ma [dove] le operazioni espresse dagli autori non impegnano la Banca” (pag. 146) – , delle petizioni presentate agli uffici del Primo Ministro britannico o del già richiamato <em>Fixmystreet</em>. Qui il metodo Wiki è al servizio di due obiettivi, combinati in modo diverso a seconda dei casi: la <em>comunicazione</em> innovativa da parte dell’istituzione pubblica della propria missione ai cittadini; l’apertura di un <em>canale di comunicazione</em> con i cittadini per ricevere idee e proteste. Insomma, in entrambi casi l’obiettivo è chiaramente il consenso che viene ricercato attraverso i nuovi mezzi della rete. Se si tratti di cosa positiva o negativa è arduo stabilire in generale. E’ vero &#8211; come ci racconta Cottica con riguardo alla petizione britannica per il ritiro del piano di tariffazione delle strade – che la messa a disposizione dello strumento può diventare l’occasione di mobilitazione dei cittadini e di effettiva influenza sulle decisioni pubbliche. E’ vero, come scrive ancora Cottica, che “le autorità pubbliche che imboccano questa strada finiscono per fare cose diverse da quelle che si proponevano originariamente” (p. 200). Ma può anche avvenire che lo strumento si traduca in uno “sfogatoio” populista, o anche in un mezzo per “costruire artatamente consenso”. Anche qui sarebbe interessante capire quali sono le condizioni, quali caratteristiche istituzionali o delle organizzazioni sociali e di cittadinanza, possano fare la differenza fra l’uno e l’altro utilizzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza tipologia che si rintraccia nei casi esaminati consiste nel ricorso allo strumento Wiki per rendere l’informazione sull’azione pubblica &#8211; almeno sui nomi dei beneficiari e sull’entità dei benefici &#8211; nota senza difficoltà al pubblico intero, cioè per assicurare <em>banche dati “aperte”</em>. All’esperienza commentata nel saggio del sito <em>farmsubsidy.org</em> – che rende accessibile a tutti i dati sui trasferimenti della PAC (Politica Agricola Comunitaria) &#8211; si potrebbe aggiungere la più recente esperienza del sito aperto dal <em>Financial Times</em> con riferimento ai Fondi strutturali comunitari (<em>ft.com/eu-funds</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La disponibilità di banche dati aperte non è evidentemente sufficiente ad assicurare politiche pubbliche migliori, ma ne è indubbiamente condizione necessaria. Quella di aprire le banche dati rendendo le informazioni effettivamente utilizzabili dai cittadini e da esperti valutatori è senza dubbio uno degli obiettivi primari da proporsi, specialmente in Italia, nel tentativo di promuovere la qualità delle politiche pubbliche. Ma non è ancora questo che corrisponde a quella “cooperazione di maglia stretta con comunità interessate” che Cottica mette al centro del suo saggio. Tale obiettivo ultimo viene infatti conseguito solo dalla quarta tipologia dei casi trattati da Wikicrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta, sul modello, qui sì, di Wikipedia, dell’esperienza di <em>Katrinalist</em> – costruzione dal basso di un database di notizie sui sopravvissuti all’uragano di New Orleans del 29 agosto 2005 – e dell’esperienza di <em>Peer-to-Patent</em> &#8211; servizio per la valutazione collettiva e reciproca di domande di brevetto, lanciato come reazione al sovraccarico e alla conseguente caduta di qualità della struttura pubblica preposta allo scopo. In questi casi lo strumento Wiki consente effettivamente un salto radicale rispetto al passato. Permette di aggredire il problema della <em>produzione di beni pubblici</em> senza l’intervento dall’alto dello Stato. Proprio come avviene nei contributi volontari alla scrittura delle voci di Wikipedia, dà vita al contributo volontario dei singoli individui alla produzione di beni collettivi che saranno poi a disposizione di tutti. Supera, in qualche modo, il limite classico nella produzione di questi beni, ossia la tendenza di ogni individuo ad attendere che siano altri a provvedere, col risultato che il bene non viene affatto prodotto o viene sotto-prodotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qual è il meccanismo che negli esempi del saggio produce la partecipazione dei singoli, il superamento della loro tendenza a non agire? Su questa domanda decisiva la spiegazione di Cottica non convince. Nel saggio si suggerisce infatti che sarebbe all’opera uno scambio: chi contribuisce “investe tempo e pensiero per dare alla comunità dei contenuti, e la comunità lo ricambia conferendogli <em>status</em>”. La popolarità così acquisita, la visibilità, sarebbero il movente che risolve il problema annoso della sottoproduzione di beni pubblici. Cottica ne deduce che “perché le politiche Wiki abbiano successo” occorre che i meccanismi per la produzione dello <em>status</em> siano “abilitati e ben lubrificati”, lasciando pienamente dispiegare la produzione di “<em>superstar</em>”. Insomma, le politiche Wiki sarebbero “ferocemente egualitarie nell’accesso, assolutamente elitarie nella selezione degli esiti” (p. 158).</p>
<p style="text-align: justify;">Ho sollevato prima dubbi sull’inevitabilità del tratto ugualitario. Non ne so abbastanza per giudicare il tratto elitario. Ma comunque non credo che stia qui il valore aggiunto del metodo Wiki.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo francamente che nella partecipazione attiva a Wikipedia, come nel tempo dedicato a criticare una proposta di brevetto o a costruire un <em>software</em> che verrà poi regalato, sia all’opera quella dimensione non strettamente auto-centrica, di mero “innamoramento di sé stessi”, su cui secoli fa Adam Smith e oggi Amartya Sen ci invitano a riflettere. Accanto all’amore per se stessi ognuno di noi coltiva un amore per gli altri, una generosità, uno spirito pubblico – le parole sono del liberale Smith – almeno tanto importanti quanto il primo. Come ci spiegano i due filosofi, che siano l’una o l’altra delle dimensioni umane a prevalere non dipende dal DNA, ma dai contesti storici, istituzionali, nei quali ognuno di noi si viene a trovare.</p>
<p style="text-align: justify;">Con riguardo al tema qui trattato, io credo che quei tre sentimenti che spingono a produrre beni collettivi di cui in larga misura altri si avvarranno dipendono da tre fattori: dal convincimento che il proprio contributo non sarà manipolato; dalla possibilità di osservare le conseguenze della propria azione (di nuovo per convincersi che essa non è inutile, non per essere “celebrato”); e, ovviamente, dal fatto che il costo di contribuire non sia eccessivamente alto (non confligga cioè oltremisura con il tempo dedicato a se stessi).</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, suggerisco che Internet e lo strumento Wiki che vi naviga possono influenzare nella stessa direzione tutti questi tre fattori. Sottraggono, grazie alla trasparenza, il contributo di ciascuno alla manipolazione per altri fini. Consentono di osservare l’utilità del proprio agire: è questa utilità ciò che emerge dal numero di scaricamenti di una data voce regalata a Wikipedia, non l’arricchimento del proprio <em>status</em> (o perlomeno non soprattutto, o perlomeno non per molti). Abbattono in maniera straordinaria il costo di aggiungere a quello che gli altri hanno già fatto un proprio contributo, magari anche solo correggendo la data sbagliata di una voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Se avessi anche un poco ragione, starebbe qui il salto, la rottura rispetto al passato. Starebbe qui la forza eversiva rispetto ai processi di mercatizzazione di ogni nostra azione, che il metodo Wiki avrebbe in potenza. Ma anche se avessi un poco ragione, solo la consapevolezza e l’approfondimento di tale potenza possono veramente far sì che il metodo Wiki divenga uno strumento innovativo nel disegno delle politiche pubbliche. Mi auguro che Alberto Cottica e altri che come lui sono impegnati in questo difficile compito di costruttori di ponti vogliano tornare su questo nodo.</p>
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