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	<title>Etica ed Economia &#187; Ambiente ed energia</title>
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		<title>Cambiamenti climatici e migrazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 22:41:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>IAbbadessa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un approccio sconsiderato alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito. Quello che risulta nuovo ai nostri giorni è la dimensione universale che il problema ha assunto in conseguenza dell&#8217;espansione tecnologica. L’uomo ha così sviluppato una mentalità sulla base della quale pretende di esercitare un dominio assoluto sulla natura. La brutalità del cambiamento del nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un approccio sconsiderato alla natura da parte dell’uomo è sempre esistito. Quello che risulta nuovo ai nostri giorni è la dimensione universale che il problema ha assunto in conseguenza dell&#8217;espansione tecnologica. L’uomo ha così sviluppato una mentalità sulla base della quale pretende di esercitare un dominio assoluto sulla natura. La brutalità del cambiamento del nostro clima è visibile anche in relazione al tema delle migrazioni di popolazione a causa di cambiamenti climatici.</p>
<p>Le migrazioni forzate per ragioni climatiche non sono una novità dei nostri tempi. Fin dall&#8217;antichità popolazioni intere si sono spostate da uno spazio all&#8217;altro per ragioni legate al clima. Tuttavia, sebbene i problemi climatici sono stati una delle ragioni principali per le prime migrazioni delle società antiche (si pensi all&#8217;Egitto o alla Mesopotamia), è altrettanto vero che queste comunità si trasferirono in cerca di migliori condizioni di vita più che per ragioni esclusivamente ambientali.<br />
Ai nostri giorni, degrado ambientale e cambiamenti climatici si stanno convertendo in cause strutturali per la migrazione (e secondo molti esperti lo saranno sempre di più nel futuro).<br />
Molti studiosi della materia sostengono che alcune parti del pianeta diverranno veri e propri “punti di espulsione” a causa dei cambiamenti climatici, originando trasferimenti di popolazione a causa della carenza di cibo e acqua, con inondazioni e tempeste che, come è già ampiamente visibile, aumenteranno in frequenza e gravità.</p>
<p>“Profughi del clima”, “rifugiati climatici”, “migranti climatici”, etc. In questo contesto anche la terminologia da adottare assume una fondamentale importanza. Il termine che verrà utilizzato per descrivere coloro che saranno costretti a spostamenti a causa di cambiamenti nel clima, avrà concrete ripercussioni sul diritto internazionale e sui conseguenti impegni da parte della Comunità internazionale. Tuttavia, la realtà è che allo stato attuale non c&#8217;è nessuna definizione internazionale accreditata per definire le persone che si spostano a causa di fattori ambientali.</p>
<p>L&#8217;Organizzazione Internazionale dei Migranti (OIM) suggerisce la seguente definizione: &#8220;Un migrante per cause ambientali è la persona o gruppo di persone che sono costrette a lasciare le loro case o decidono di farlo volontariamente a causa dei cambiamenti ambientali inevitabili, improvvisi o progressivi&#8221;. D&#8217;altra parte, per il Programma delle Nazioni Unite per l&#8217;Ambiente (UNEP), migranti ambientali sono quegli individui che sono costretti ad abbandonare il loro habitat tradizionale, temporaneamente o permanentemente, a causa di un disturbo ambientale, sia se si tratti di un pericolo naturale come siccità, inondazioni o uragani, sia che si tratti di disturbi provocati da attività umane come i progetti industriali che diventano un pericolo per la salute e la sicurezza.</p>
<p>Secondo analisi del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), la maggior parte delle persone che emigrano a causa di questioni climatiche lo fanno spesso all&#8217;interno dei loro paesi. Questi migranti (che sono più numerosi dei rifugiati a causa di ragioni politiche o della guerra) si trovano in una sorta di limbo legale e concettuale, e non sono spesso visibili per quelle organizzazioni internazionali responsabili di raccogliere informazioni sul loro numero, sulla loro posizione o relativamente alla garanzia dei loro diritti umani.</p>
<p>A parere dell&#8217;OIM, ci sono stati almeno 25 milioni di sfollati e profughi ambientali nel 1995,  diventati 50 milioni nel 2010 e la stima del numero di persone che potrebbero essere a rischio è di 250 milioni per l&#8217;anno 2050 (altri studi stimano 700 milioni!). Numeri inquietanti, non c&#8217;è dubbio. È da osservare, inoltre, che si rafforza la cosiddetta “femminilizzazione” del fenomeno, in altre parole sempre più donne in fuga (rapporto donne-uomini è 3-1), e si conferma la media stimata in 6 milioni di donne e uomini costretti ogni anno a lasciare i propri territori.</p>
<p>Fattori determinanti per la migrazione ambientale sono la vulnerabilità, l&#8217;esposizione ai rischi e la capacità di ripresa. In questo senso è facilmente immaginabile una risposta diversa fra paesi del “nord” e del “sud” del mondo. Le stime dell&#8217;UNEP, infatti, ci dicono che le aree più interessate saranno l’Africa sub-sahariana, ma anche l’Asia, il golfo del Bengala e l’America centrale, nelle aree già aride. Più in dettaglio, è possibile già individuare delle popolazioni che a causa dei cambiamenti climatici dovranno nei prossimi decenni abbandonare le loro terre. Principalmente si tratta di popoli collocati nelle isole dell’Oceano Pacifico. Dal 2003, in Papua Nuova Guinea, le centinaia di abitanti delle isole Carteret sono costrette all’evacuazione, che potrebbe completarsi già alla fine di questo decennio, a causa del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il primato di essere i primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale. Sempre nel Pacifico, poi, i duemila abitanti dell’Isola di Ontong Java rischiano di vedere inghiottite dal mare le loro terre entro i prossimi anni. In quest’isola già da diversi anni sono ingenti i danni causati dall’intrusione dell’acqua salata che ha devastato le coltivazioni. Ma anche nelle isole Maldive, come nel resto del mondo, l’allarme ambientale sta facendo breccia al punto che nel 1990 si sono riunite nell&#8217;AOSIS (Alliance of Small Island States &#8211; <a href="http://aosis.info/">http://aosis.info/</a>) più di quaranta stati insulari appartenenti a Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale.</p>
<p>Tutto questo è già una realtà. Se il riscaldamento globale determina scarsità d’acqua, se intensifica il processo di desertificazione, se si procede alla distruzione delle foreste, se si determina un innalzamento delle acque dei mari, se i disastri naturali continuano a  moltiplicarsi, diviene logica conseguenza che, soprattutto le regioni più vulnerabili sia dal punto di vista geografico che politico-economico, siano maggiormente esposte ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. Le popolazioni del “sud del mondo” saranno così vittime inconsapevoli a causa di quei “mali”, come le emissioni e i modelli di consumi irresponsabili, cui loro hanno contribuito soltanto in maniera marginale. A questo proposito si osservi che, secondo un rapporto pubblicato pochi anni fa dal Global Humanitarian Forum di Ginevra (organizzazione internazionale no-profit che nel 2010 ha cessato le sue attività per mancanza di fondi a causa della crisi economica), le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai Paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Le cause che generano le migrazioni forzate, dunque, possono ostacolare lo sviluppo dei popoli in diversi modi. Secondo l&#8217;OIM, alcuni esempi possono essere l&#8217;aumento della pressione sui servizi e le infrastrutture urbane, che mina la crescita economica, aumenta il rischio di conflitti e, anche tra gli stessi migranti, porta al deterioramento delle condizioni sanitarie, educative e sociali.<br />
È verosimile che una delle peggiori conseguenze di questi massivi e forzati spostamenti umani sarà il collasso delle città. Decine di milioni di persone, infatti, potrebbero trovarsi a vivere in quartieri disagiati, in case inadeguate, con scarse risorse idriche e con pessimi servizi sanitari ed educativi. Indebolimento delle prestazioni sanitarie e dei programmi di vaccinazione poi, potrebbero rendere difficile il trattamento di malattie con conseguente aumento della mortalità.<br />
Un ulteriore aspetto negativo deriverebbe dal fatto che per molte comunità del “sud del mondo” spostarsi significa perdere il collegamento con le proprie tradizioni ed essere costretti ad adottare stili di vita completamente diversi da quelle dei propri antenati.<br />
Allo stesso tempo, ulteriori effetti di queste migrazioni forzate potrebbero essere: la disorganizzazione dei sistemi e l&#8217;indebolimento del mercato interno. La perdita di &#8220;capitale umano&#8221; sotto forma di forza lavoro. Tutto ciò può contribuire a limitare le opportunità economiche che a loro volta causerebbero ulteriori migrazioni. Lo spostamento di intere comunità su larga scala potrebbero ridisegnare la mappa etnica di molti paesi, accorciando la distanza tra i gruppi che vivevano separatamente e che potrebbero trovarsi a lottare per le stesse risorse.<br />
Se i conflitti interni si esaspereranno, gli effetti arriveranno lontano, fino ad interessare anche i paesi più ricchi. Uno scenario estremamente serio in cui le società colpite maggiormente dai cambiamenti ambientali potrebbero trovarsi coinvolte all&#8217;interno di una spirale negativa di degrado ecologico, che le trascina in basso, dove scompaiono reti di sicurezza sociali, mentre violenza e tensioni aumentano.<br />
In realtà, nonostante le numerose previsioni, nessuno allo stato attuale può chiaramente indicare gli effetti e le conseguenze, nella loro concezione più vasta, che su scala globale un fenomeno in così rapida evoluzione potrà avere. Riguardo alle conseguenze economiche, nell&#8217;ottobre 2006, il mondo è stato scosso da un Rapporto commissionato dal Governo inglese il quale sostiene che se si persevera sulla strada fino ad oggi intrapresa i mutamenti climatici potranno provocare una crisi, in termini economici, pari se non peggiore a quella della Grande Depressione.</p>
<p>Come è evidente, dunque, i mutamenti climatici provocano già spostamenti della popolazione e nei prossimi decenni vi sono a rischio intere comunità. Pensare che tutto ciò riguardi solo i paesi più poveri è un&#8217;illusione: le ripercussioni, come è stato detto, si faranno sentire per tutti su scala globale.<br />
Oltre a consistenti investimenti per i paesi più a rischio, ed un approccio pratico alla preparazione di sistemi specifici per affrontare meglio i disastri naturali, la Comunità internazionale dovrà inoltre cercare un accordo su come trovare una sistemazione per le popolazioni coinvolte da questi fenomeni. In questo senso l&#8217;OIM rappresenta una importante realtà essendo la principale agenzia migratoria del mondo. Questa, oltre a garantire un aggiornamento sulle questioni che determineranno i flussi migratori negli anni a venire e ad incoraggiare un approccio ampio e completo alla mobilità umana, dovrà assistere i governi negli interventi operativi per affrontare con determinazione e capacità di gestione le sfide dei cambiamenti climatici.<br />
Alla prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, che si aprirà nel dicembre 2011 a Durban, in Sudafrica, i delegati dovranno trovare lo spazio per affrontare anche questo importante tema dando risposte concrete ad intere comunità. Tuttavia, è facile prevedere che anche la Conferenza dovrà fare i conti con la nuova crisi economica che colpisce in maniera particolare i bilanci dei Paesi più ricchi. Se questo accadrà, il costo più alto lo dovranno pagare ancora una volta le popolazioni del “sud del mondo” già duramente colpite, loro malgrado, dai cambiamenti climatici.</p>
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		<title>In memoria di Lester cercatore di Iguane</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 20:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BenjBarca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>
		<category><![CDATA[Segnaliamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo &#8211; presa da un blog personale- la testimonianza di un disastro che ha colpito l’isola di Santa Lucia (Carabi). Non per la notizia in sé, che viene da un componente di un gruppo di giovani biologi che soggiornano nell’isola per ricerche scientifiche, ma per il moto di solidarietà che ha unito ricercatori europei di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Pubblichiamo &#8211; presa da un blog personale- la testimonianza di un disastro che ha colpito l’isola di Santa Lucia (Carabi). Non per la notizia in sé, che viene da un componente di un gruppo di giovani biologi che soggiornano nell’isola per ricerche scientifiche, ma per il moto di solidarietà che ha unito ricercatori europei di cinque paesi diversi nella decisione di sospendere le ricerche scientifiche in corso e mettersi a disposizione della popolazione e del governo dell’isola per rilevare danni e bisogni creati dalla slavina. </em></strong></p>
<p>    Eravamo di ritorno da una giornata nella quale avevamo catturato con successo un maschio di buone dimensioni, vicino alla cascata di Touraille. Ero specialmente contento perchè quel giorno era stata la mia prima presa, l&#8217;iguana si era gettata dall&#8217;alto di un canneto sotto il quale io e Lester la stavamo aspettando e con un rapido balzo la avevo immobilizzata&#8230;.insomma una buona giornata..<br />
  <br />
   Una volta giunti a casa arriva la notizia che si sta avvicinando all&#8217;isola un temporale e il capo, Matt, ci chiama e ci dice di tornare verso Nord con la macchina e di tenerci pronti per l&#8217;arrivo di un uragano. A questo punto siamo tutti più eccitati che spaventati dall&#8217;imminente evento e una volta giunti a Dennery facciamo scorta di cibo e rum e ci barricchiamo in casa mentre il vento intona la sua prima canzone al ritmo della prima pioggia. Erano le prime ondate  dell&#8217;uragano Thomas che si sarebbero susseguite sempre più forti per le prossime 48 ore..<br />
  <br />
   Il tempo passa lentamente nella casa senza luce o acqua e verso la mattina di Domenica si comincia a presagire il calare del vento mentre cessa anche la pioggia.. Usciamo dalla casa dopo il nostro piccolo letargo e la situazione non ci sembra delle peggiori, i banani nel nostro giardino sono stati danneggiati ed alcuni sono stati strappati dal suolo mentre degli alberi di papaya son caduti, tutto ciò non ci sembra grave&#8230;<br />
  <br />
   Il giorno dopo Matt decide di andare a fare un sopraluogo dell&#8217;isola con il Land Rover  e due di noi ci mettiamo alla guida e ci avviamo verso Sud per poi risalire sulla costa Caraibica per vedere la situazione nella nostra casa a Soufrière. Cominciamo a vedere i primi danni ma non siamo allarmati, ci sono alberi sulla strada e molti dei bananeti nella pianura sono distrutti. Arrivando a Vieux Fort sulla punta sud dell&#8217;isola ci dicono che lì non hanno subito danni ingenti ma non sanno come sia la situazione più a Nord. Cominciamo a renderci conto del disastro mentre ci avviciniamo a Soufrière, uno squarcio largo due metri si è aperto sulla strada principale e dobbiamo inoltrarci nelle colline per superare questo primo ostacolo. Camion e ruspe stanno già lavorando a piccole frane sulla strada, slavine grandi e piccole tagliano tutte le montagne circostanti come enormi ferite e fiumi di fango cospargono molte case e villaggi. Dopo varie ore alla guida siamo ormai vicini a Soufrière ma la strada è bloccata da una grande slavina e ci dicono che da lì non si può passare. Decidiamo allora di fare visita a Lester, uno dei nostri colleghi al progetto, che abita in un piccolo paesino chiamato Fons Saint Jacque dove siamo stati molte volte per raccogliere banane nel suo giardino o per bere una birra al bar del vecchio rasta Peter. Avvicinandoci capiamo che la situazione non è delle migliori, attraversiamo un ponte nel quale sono incagliati decine di alberi enormi trascinati giù dalla furia dell&#8217;acqua e del fango e che, miracolosamente, è ancora in piedi. Poco dopo giungiamo a Fons Saint Jaccque e lo spettacolo non è ciò che ci aspettavamo. Il villaggio è stato colpito in pieno da una grande slavina e una montagna di fango ricopre ogni cosa..assieme a Mike ci lanciamo giù per travi incastrate nel fango e nei resti di ciò che è stato colpito, giriamo l&#8217;angolo ma non vediamo la casa del nostro amico Lester e pur di non credere a ciò che ci sta davanti chiediamo ripetutamente dove sia finita, solo tre giorni prima vi ero entrato per vedere il suo più recente acquisto, un piccolo lettore DVD, che fiero come un bambino ci aveva mostrato nel suo salotto di due metri quadrati. La casa e Lester non ci sono più, inghiottiti nella notte da un mostro di fango che non ha lasciato scampo alla piccola casa di legno e lamiera. Increduli e con gli occhi lucidi vediamo la scia della slavina che scende giù per la piana, un incastro di legno, alberi, lamiera, rocce e, da qualche parte, i corpi di almeno dieci persone, colpite dalla furia, forse a volte ingiusta, della natura.</p>
<p><strong><em>Benjamin Barca</em></strong></p>
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		<title>Il mercato delle acque in bottiglia in Italia*</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 08:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cantonaci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[1 Qualche numero globale      Il ricorso alle acque in bottiglia [1] potrebbe essere giustificato &#8211; almeno per la prima necessità umana che è quella di dissetarsi – dalla necessità di sopperire alla scarsità di acqua potabile o di infrastrutture per trasportarla fino all’utente finale. Si dovrebbe quindi riscontrare una correlazione tra scarsità d’acqua e consumo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 36.0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">1 Qualche numero globale<span style="mso-tab-count: 1;">      </span></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: -81.0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il ricorso alle acque in bottiglia <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[1]</span></span> potrebbe essere giustificato &#8211; almeno per la prima necessità umana che è quella di dissetarsi – dalla necessità di sopperire alla scarsità di acqua potabile o di infrastrutture per trasportarla fino all’utente finale. Si dovrebbe quindi riscontrare una correlazione tra scarsità d’acqua e consumo di acque in bottiglia, almeno per quei paesi aridi ma con disponibilità di ricchezza tali da poterne sostenere i costi di imbottigliamento, trasporto e distribuzione dando per scontato che i paesi più poveri dove maggiore è la scarsità di acqua potabile non possono sostenerne i costi. Dai dati pubblicati dalla Beverage Marketing Corporation <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[2]</span></span>, invece, risulta che questa correlazione non è del tutto scontata. In termini di consumi totali, infatti, nei primi dieci posti (vedi tabella 1) vi sono i paesi più industrializzati o comunque paesi dove la disponibilità di acqua potabile, se si eccettuano determinate aree, non risulta essere una criticità. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: -99pt; margin: 0cm 0cm 0pt 99pt; tab-stops: 36.0pt 99.0pt;"><img class="alignnone size-full wp-image-1046" title="screenhunter_05-oct-03-1253" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2009/10/screenhunter_05-oct-03-1253.gif" alt="screenhunter_05-oct-03-1253" width="496" height="313" /> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: -81.0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Sono dati in valori assoluti ma utili a dare contezza della quantità del fenomeno, soprattutto in relazione all’incremento registrato dal 2002 al 2007. In tutti i paesi, infatti, il fenomeno è in crescita anche se, al netto degli Stati Uniti, l’incremento è particolarmente significativo nei paesi di nuova industrializzazione come Messico, Brasile e soprattutto Cina. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: -81.0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: -81.0pt;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">2 Il mercato in Italia</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: -81.0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Sempre guardando il dato assoluto, si può vedere come l’Italia sia il paese maggior consumatore d’Europa. Il peso delle acque minerali e in bottiglia nel paniere degli acquisti per alimentazione degli italiani si può meglio apprezzare guardando al consumo pro-capite. Come risulta infatti dal grafico 1, gli italiani sono i terzi consumatori al mondo di acqua in bottiglia. Con 204,8 litri pro-capite bevuti nel 2007, risultano i primi consumatori tra i paesi industrializzati. Un mercato probabilmente non giustificato in quanto le caratteristiche quantitative e qualitative dell’offerta di acqua per fini potabili sono sicuramente migliori dei primi due paesi consumatori (Emirati Arabi e Messico).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; text-indent: -99pt; margin: 0cm 0cm 0pt 99pt; tab-stops: 36.0pt 99.0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"><img class="alignnone size-full wp-image-1042" title="screenhunter_02-oct-03-1248" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2009/10/screenhunter_02-oct-03-1248.gif" alt="screenhunter_02-oct-03-1248" width="549" height="364" /> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 36.0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il grafico mostra l’andamento dei consumi pro-capite dal 2002 al 2007. Tranne in Francia dove vi è un’inversione di tendenza e in Arabia Saudita dove i consumi restano sostanzialmente stabili, in tutti gli altri paesi si registra un incremento. E solo il maggiore aumento dei consumi pro-capite negli Emirati Arabi (dove però bisogna tener presente che la popolazione è di poco più di 4 milioni di abitanti) e nel Messico hanno consentito che il primato dei consumi pro-capite di acque in bottiglia non restasse dell’Italia come invece si era registrato nel 2002.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">L’importanza del fenomeno del mercato delle acque minerali in Italia è confermato anche dall’indagine ISTAT sugli aspetti della vita quotidiana delle famiglie. L’istituto di statistica rileva che l’88,6 per cento delle persone di 14 anni e più dichiara di bere acqua minerale, quota che risulta in lieve aumento rispetto al 2001 quando era di circa l’87 per cento. A livello di ripartizione territoriale, nel Nord-Ovest si concentra la più alta quota di persone che bevono acqua minerale (92,8 per cento) mentre la quota più bassa si registra nel Sud (83,7 per cento) <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[3]</span></span>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Questi dati rilevano come sia alta la disponibilità degli italiani a pagare un servizio di cui già dispongono. Infatti, la copertura del servizio idrico integrato ormai raggiunge la quasi totalità delle utenze domestiche con costi relativamente contenuti rispetto alla media degli altri paesi. L’acqua offerta, poi, ha buone performance qualitative garantite da un sistema di controlli efficiente e ormai consolidato. La qualità dell’acqua che sgorga dai rubinetti di ogni casa non giustifica pertanto un ricorso così massiccio al consumo di acqua in bottiglia, presente sul mercato ad un prezzo molto più alto rispetto a quella del servizio idrico, senza contare la difficoltà a prelevare un prodotto dai punti vendita dedicati in sostituzione di quello direttamente disponibile dal rubinetto di casa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La disponibilità a pagare le acque in bottiglia in Italia sostiene un mercato le cui cifre sono ragguardevoli. Relativamente alle sole acque minerali &#8211; che sono parte dell’insieme delle acque in bottiglia &#8211; dalla tabella 2 risulta che al 2007 si contavano 321 marche per un giro di affari complessivo di 2.5 miliardi di euro <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[4]</span></span>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><img class="alignnone size-full wp-image-1048" title="screenhunter_06-oct-03-1254" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2009/10/screenhunter_06-oct-03-1254.gif" alt="screenhunter_06-oct-03-1254" width="540" height="340" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">La tabella mostra pure come le più vendute siano le acque lisce naturali, cioè quelle che per percezione al gusto più si avvicinano all’acqua di rubinetto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Questo ricorso all’acqua in bottiglia in sostituzione dell’acqua di rubinetto può essere spiegato ancora una volta con i risultati dell’indagine sulla vita delle famiglie dell’ISTAT, dove il 35,4 per cento degli intervistati a livello nazionale dichiara di non fidarsi dell’acqua del rubinetto <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[5]</span></span>. Tuttavia, anche questa percezione, se analizzata a livello di singola regione come riportato nel grafico 2 in alcune aree del paese non mostra correlazioni dirette con lo sviluppo del mercato delle acque minerali. Si è visto dai dati di Mineracqua, l’associazione degli imprenditori del settore, come il mercato sia più sviluppato nel Nord-Ovest che nel Mezzogiorno, dove però più alta è la percentuale di intervistati che non si fidano di bere acqua del rubinetto. Inoltre, dall’indagine ISTAT si può rilevare, al netto dell’Emilia Romagna, una certa correlazione a livello regionale tra la percezione di inaffidabilità del servizio (irregolarità percepite nell’erogazione di acqua) e la percezione di bassa qualità della stessa. Unica eccezione è costituita dalla Campania, dove a fronte di una percezione di inaffidabilità del servizio tra le più alte, è relativamente bassa e comunque inferiore alla media del Mezzogiorno la percentuale di intervistati che non si fidano di bere acqua di rubinetto. E questo nonostante le dichiarate emergenze di inquinamento diffuso in quel territorio. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"><img class="alignnone size-full wp-image-1050" title="screenhunter_08-oct-03-1255" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2009/10/screenhunter_08-oct-03-1255.gif" alt="screenhunter_08-oct-03-1255" width="567" height="390" /> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Il ricorso all’acqua in bottiglia, non trova quindi in Italia motivazioni razionali che ne giustifichino un così largo uso. Evidentemente è un mutamento delle abitudini alimentari avvenuto piuttosto recentemente. Si stima infatti che il consumo di acqua in bottiglia sia aumentato dal 1980 ad oggi del 310 per cento circa. Un mutamento delle abitudini non giustificato certamente dalla qualità delle acque che sgorgano dai rubinetti di casa. Queste, come già detto, hanno sistemi di controllo consolidati la cui rintracciabilità dovrebbe essere più affidabile di quelle delle acque in bottiglia. Da non trascurare, inoltre, è l’impatto sull’ambiente che ha questa nuova abitudine alimentare. Come riportato nella tabella due la maggior parte delle acque viene commercializzata in imballaggi di plastica. Ai costi ambientali per la produzione di questi imballaggi sono da aggiungere i costi per il riciclo o lo smaltimento del vuoto, senza contare l’impatto sull’atmosfera che lo spostamento merci dal nord verso il sud del paese, prevalentemente effettuato su gomma, causa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 14.2pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">3<span style="mso-tab-count: 1;">   </span>Conclusioni</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">L’analisi mette in luce come sia diffuso in Italia il consumo di acque in bottiglia. Ciò pone degli interrogativi non solo sull’impatto, non banale, sull’ambiente (si è detto della quantità di imballaggi da smaltire e del carico sulle emissioni di CO2 prodotto dalla commercializzazione) ma anche sulla tutela della risorsa idrica. Il mercato delle acque in bottiglia, infatti, evidenzia una disponibilità a pagare del consumatore in netta contrapposizione con le resistenze a introdurre per il servizio idrico integrato una tariffazione efficiente che tenga conto anche del consumo della risorsa idrica stessa. Queste resistenze, probabilmente dovute alla diffusa convinzione che l’acqua “del rubinetto” essendo un bene fondamentale debba essere quasi a libero accesso, stanno rallentando la riforma del servizio idrico integrato e la conseguente applicazione di tariffe eque, ponendo le utenze italiane tra gli ultimi posti in Europa per spesa annua sostenuta per il servizio idrico integrato <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[6]</span></span>. Come dire non si è disposti a pagare per l’utilizzo dell’acqua potabile un costo equo che garantisca anche la riduzione degli sprechi e si preferisce comprare acqua in bottiglia ad un costo di gran lunga più alto rispetto a quella del rubinetto di casa.<span style="mso-spacerun: yes;">    </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Bibliografia</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt; mso-ansi-language: EN-US;" lang="EN-US">Beverage Marketing Corporation, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">The Global Bottled Water Market</em>, 2007</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Beverfood, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Acque minerali e sviluppo sostenibile</em>, 2008</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Bevitalia, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Acque minerali, bibite e succhi, soft drinks Italy</em>, Annuario 2008-2009 in collaborazione con Mineracqua, 2009</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Federutility,</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Bluebook I dati del servizio idrico integrato in Italia,</span></em><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">2009</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">ISAE, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Scenari di medio e lungo termine per lo sviluppo sostenibile</em>, documento di discussione maggio 2009</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">ISTAT – settore Famiglie e Società, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">La vita quotidiana nel 2007 – Indagine multiscopo annuale sulle famiglie</em>, 2007</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;">Ministero dello Sviluppo Economico – Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Indicatori regionali di contesto chiave e variabili di rottura</em>, aggiornamento ad aprile 2009</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10pt;"> </span></p>
<div style="mso-element: footnote-list;">
<hr size="1" />
<div id="ftn1" style="mso-element: footnote;">
<p style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;">* <span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;">Il presente articolo è parte delle riflessioni svolte nel Documento di discussione “Scenari di medio e lungo termine per lo sviluppo sostenibile” elaborato dall’ISAE, dall’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia e dal Laboratorio Economia dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata in corso di pubblicazione.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
</div>
<div id="ftn2" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[1] </span></span>Con il termine acque in bottiglia si vuole indicare non solo le acque minerali che come noto rispondono a determinate caratteristiche organolettiche, ma manche tutti gli altri tipi di acqua imbottigliata (es. acqua di fonte, acqua naturale semplice, gasata artificialmente, demineralizzata, ecc.).</span></p>
</div>
<p> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[2]</span></span> Cfr: Beverage Marketing Corporation, The Global Bottled Water Market, report 2007.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[3] </span></span>Cfr: ISTAT, Settore <span style="mso-bidi-font-weight: bold;">Famiglia e società, </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;">La vita quotidiana nel 2007 Indagine multiscopo annuale sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”</em> </span></span></span></span></p>
<p><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt;">[4] <span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: 150%; font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 8pt;">Anno 2007</span></span></span> Cfr: Bevitalia, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Acque Minerali, Bibite &amp; Succhi Soft Drinks Italy</em>, Annuario 2008–2009 in collaborazione con Mineracqua</span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="font-size: small;">[5]</span></span> Cfr: ISTAT, Settore <span style="mso-bidi-font-weight: bold;">Famiglia e società, </span><em style="mso-bidi-font-style: normal;">La vita quotidiana nel 2007, </em>cit. </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt;">[6] Cfr. Federutility, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Bluebook I dati del servizio idrico integrato in Italia</em>, 2009.</p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Variazioni climatiche e sviluppo economico</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 08:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>slabini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il premio Nobel assegnato ad Al Gore ha confermato l’importanza che i cambiamenti climatici hanno assunto non solo tra gli scienziati ma anche negli ambienti politici ed economici e nell’opinione pubblica. In generale, vi è un certo consenso sul fatto che l’attività umana stia determinando delle alterazioni sugli equilibri climatici del nostro pianeta, però esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il premio Nobel assegnato ad Al Gore ha confermato l’importanza che i cambiamenti climatici hanno assunto non solo tra gli scienziati ma anche negli ambienti politici ed economici e nell’opinione pubblica. In generale, vi è un certo consenso sul fatto che l’attività umana stia determinando delle alterazioni sugli equilibri climatici del nostro pianeta, però esistono diverse idee sull’evoluzione del clima nel futuro. In questo articolo si cercherà di fare il punto per delineare dei possibili scenari sui cambiamenti climatici che potrebbero verificarsi in tempi non lontani. Tali scenari dipenderanno anche dalle politiche che verranno messe in atto nei prossimi anni a livello globale.</p>
<p>Grazie alle stime sulle variazioni della temperatura e dell’anidride carbonica ottenute dalle analisi sulla carota glaciale della stazione russa di Vostok in Antartide, è stato possibile ricostruire l’evoluzione del clima negli ultimi 420.000 anni della storia della Terra (Fig. 1).</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-464" title="image007" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2007/11/image007.gif" alt="image007" width="493" height="346" /></p>
<p>Figura 1 – Variazioni della temperatura e dell’anidride carbonica negli ultimi 420.000 anni.</p>
<p>Fonte: J.R. Petit et alii (1999).</p>
<p>Dall’analisi appare chiaramente che picchi caldi (interglaciali) e picchi freddi (glaciali) si sono alternati con una certa regolarità – circa 100.000 anni &#8211; e le variazioni di temperatura e di anidride carbonica sono state simili: gli innalzamenti sono stati rapidissimi, mentre le diminuzioni sono state più lente e discontinue. E questo è accaduto anche per il livello del mare: alle brusche risalite si sono succeduti lenti abbassamenti. Durante i massimi glaciali la temperatura media terrestre era di 6-8°C inferiore all’attuale, ma nelle zone polari si giunse sino a 10-14°C in meno. Com’è noto, le oscillazioni climatiche di lungo periodo sono in massima parte riconducibili ai movimenti della Terra intorno al Sole ed alle conseguenti variazioni dell’energia solare in arrivo.</p>
<p>Osservando con attenzione la Figura 1 si può vedere che nell’ultimo periodo caldo databile a circa 125.000 anni fa, la temperatura aveva raggiunto un valore più elevato rispetto a quello di oggi; inoltre, nel Mar Mediterraneo si era ampiamente diffusa la fauna marina di provenienza senegalese e il livello del mare era addirittura sette metri più alto del livello attuale (F. Antonioli, 2004). Ma ciò che differenzia la fase calda attuale da quelle precedenti è il livello di anidride carbonica: oggi la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera è nettamente superiore rispetto al passato.</p>
<p>Dopo il picco caldo di 125.000 anni è iniziata una lunga e lenta fase di raffreddamento, che ha raggiunto il culmine circa 20.000 anni fa, momento in cui il livello del mare era 120 metri al di sotto del livello attuale. Poi, nel periodo compreso tra 20.000 e 14.000 anni fa, si è verificato un riscaldamento rapidissimo, a cui è seguito un crollo della temperatura che ha toccato un minimo circa 12.700 anni fa (Fig. 2). Si tratta dello Younger Dryas, un episodio freddo che è considerato “un cambiamento climatico improvviso” per la rapidità e l’intensità con cui ebbe luogo (la durata è di circa 1.200 anni). La violenta caduta di temperatura fu determinata proprio dal rapido processo di riscaldamento che aveva innescato lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia. In tal modo grandi quantità di acqua fredda e dolce si riversarono nell’Oceano, riducendone la salinità e bloccando la risalita verso nord della corrente calda del Golfo. L’effetto fu una glaciazione di tutta la fascia costiera dell’Europa Occidentale.</p>
<p>Figura 2. – Variazioni della Temperatura in Groenlandia negli ultimi 17.000 anni.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-466" title="image008" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2007/11/image008.jpg" alt="image008" width="642" height="249" /></p>
<p>Fonte: R.B. Alley (2001).</p>
<p>Dopo questo evento freddo la temperatura ha ripreso a salire e, intorno a 10.000 anni dal presente, si è assestata sui valori attuali consentendo alla specie umana di sfruttare l’ambiente con l’agricoltura e l’allevamento. E’ interessante segnalare che anche nell’ultimo picco caldo di 125.000 anni fa la temperatura si stabilizzò sui valori massimi per circa 10.000 anni. Poi, per effetto dei movimenti della Terra intorno al Sole, iniziò un lungo periodo di raffreddamento.</p>
<p>Negli ultimi 10.000 anni si sono verificate delle oscillazioni minori: alcuni picchi caldi, come quello medioevale, si sono alternati con delle fasi fredde, la più importante delle quali è conosciuta come “la Piccola Età Glaciale” compresa tra il 1450 e il 1850.</p>
<p>Dopo il 1850 la temperatura media del pianeta e la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera hanno ripreso ad aumentare (Fig. 3). Questo fenomeno è associato con la “Rivoluzione industriale”, cioè con il passaggio da un’economia prettamente agricola e artigianale ad un’economia fondata sulla produzione industriale intensiva. Il nuovo modello di produzione fu sospinto in primo luogo dallo sviluppo della macchina a vapore e dal crescente utilizzo del carbone in sostituzione del legno e dell’energia idraulica.</p>
<p>Figura 3 – Variazioni della Temperatura negli ultimi 150 anni.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-468" title="image009" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2007/11/image009.gif" alt="image009" width="619" height="363" /></p>
<p>Fonte: University of East Aglia, Norwich, UK.</p>
<p>L’aumento della temperatura e dell’anidride carbonica ha poi subito una fortissima accelerazione dal 1980, quando la popolazione, l’economia mondiale e i consumi di energia hanno intrapreso un sentiero di crescita sempre più rapido e sostenuto. Un andamento analogo ha caratterizzato anche il livello del mare che è risalito in modo continuo dal 1900. Quello che colpisce è la velocità con cui oggi si stanno manifestando l’aumento della temperatura e della concentrazione di anidride carbonica e lo stesso innalzamento del livello del mare. Nel periodo compreso tra il 1900 e il 2005 la temperatura media della terra è aumentata circa 1°C, mentre la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha fatto registrare un incremento da 270 parti per milione (ppm) ai valori attuali di 380 ppm. Per il livello del mare si è passati da un tasso medio di risalita pari a 1,8 mm/anno nel periodo 1900 – 1993 ad un tasso di 3,1 mm/anno nel periodo 1993-2004.</p>
<p>Queste osservazioni hanno portato gli scienziati del Comitato intergovernativo sul mutamento climatico (IPCC) a ritenere che l’accelerazione del cambiamento climatico verso un maggiore riscaldamento sia in stretta relazione con le crescenti emissioni di anidride carbonica. Tali emissioni vengono prodotte in larga misura dall’uso dei consumi di combustibili fossili (il petrolio, il gas e il carbone soddisfano circa l’80% dei consumi mondiali di energia) e risentono degli estesi processi di deforestazione che interessano vaste aree del pianeta. Ciò significa che l’attività umana è diventata una nuova variabile che sta interagendo con le variabili “naturali” e concorre così a determinare il clima della Terra.</p>
<p>A sua volta, l’innalzamento della temperatura sta provocando lo scioglimento del permafrost[1] in vaste aree della Russia e del Canada e quindi il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica e di metano precedentemente intrappolati nel ghiaccio. Così i fenomeni naturali e quelli di origine antropica generano degli effetti che si rinforzano a vicenda.</p>
<p>D’altra parte, il riscaldamento terrestre sta determinando un rapido scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, del mare Artico e dell’Antartide. Al riguardo, gli scienziati hanno già raccolto le prime prove di un rallentamento della risalita verso nord della corrente calda del Golfo a causa dell’afflusso di grandi quantità di acqua dolce e fredda proveniente dalla fusione dei ghiacciai nell’emisfero settentrionale. La corrente del Golfo fa sì che oggi Norvegia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Francia occidentale abbiano un clima ben più mite rispetto a quello del Canada e della Groenlandia, due aree che si trovano alla stessa latitudine. L’interruzione della corrente del Golfo potrebbe determinare una forte caduta della temperatura in tutta l’Europa centro-settentrionale così come è accaduto 12.700 anni fa (il picco freddo dello Younger Dryas).</p>
<p>Nel contempo, i processi di combustione che generano i gas serra producono anche una particolare tipologia di polveri sottili, le “nuvole marroni”, che si accumulano a 3.000 metri di altezza e che possono spostarsi rapidamente riuscendo ad attraversare l’Oceano Atlantico in meno di una settimana. Queste nubi agiscono come uno schermo che riflette verso l’esterno una parte della radiazione solare in arrivo sul pianeta. Così l’inquinamento prodotto dall’attività umana innesca anche degli effetti opposti a quelli appena illustrati: le polveri sottili scaraventate in aria dalle ciminiere di centrali elettriche, industrie, scarichi di automobili, combustioni varie, a cui si aggiungono le ceneri delle eruzioni vulcaniche, stanno riducendo di circa la metà il riscaldamento del pianeta.</p>
<p>Dunque è evidente che l’inquinamento generato dall’attività umana sta influenzando l’evoluzione del clima terrestre. In questa fase l’effetto predominante è rappresentato dal riscaldamento dell’atmosfera per l’effetto serra causato dalle emissioni di anidride carbonica, ma sono all’opera anche fenomeni che vanno in direzione opposta, come il rallentamento della corrente del Golfo e la formazione delle “nuvole marroni” riflettenti. Effetto serra, rallentamento della corrente del Golfo e nuvole marroni si sovrappongono ai movimenti della Terra intorno al Sole ed ai cicli solari. Tale complessità non rende agevole fare previsioni precise sull’evoluzione del clima terrestre, ma quel che è certo è che la temperatura sta aumentando, la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto livelli mai registrati in passato e gli effetti dell’attività umana sono nettamente più rapidi dei fenomeni naturali. Questi fenomeni sono in stretta relazione con i consumi di combustibili fossili, che nel futuro sono destinati ad esaurirsi, e, già oggi, sono fonte di gravissimi conflitti militari.</p>
<p>Come ha scritto lo stesso Giovanni Sartori, “Il mercato non ci salverà”, vale a dire che sarà necessario un maggiore intervento dello Stato perché le imprese in questo momento hanno uno scarsissimo incentivo a trainare la riconversione energetica e ambientale del sistema di produzione e di consumo. Infatti, se non si verificherà un mutamento ancora più netto dei prezzi relativi delle fonti di energia, delle tecnologie e dei prodotti, difficilmente avranno luogo cambiamenti dei consumi, della produzione e degli investimenti in quanto il mercato non anticipa gli eventi, ma li segue adattandosi alle nuove situazioni. Il Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di CO2 rappresenta un esempio di intervento pubblico attraverso la regolamentazione. Accanto all’azione normativa, è auspicabile che i governi utilizzino anche la leva fiscale e la spesa pubblica innovativa in modo molto maggiore rispetto a quel che accade oggi. Perché oltre ad un impegno sistematico verso il risparmio e l’efficienza energetica, verso la raccolta differenziata e il riciclaggio dei rifiuti, la nostra società deve porsi l’obiettivo di accelerare la sostituzione dei combustibili fossili, delle macchine a benzina, dei prodotti chimici e delle materie plastiche con nuove tecnologie e nuovi prodotti ecologici. In questo modo potremo avere un’economia che sia più rivolta al futuro di quella oggi dominante.</p>
<p>Bibliografia<br />
J. R. Petit, J. Jouzel, D. Raynaud, N. I. Barkov, J.-M. Barnola, I. Basile, M. Bender, J. Chappellaz, M. Davis, G. Delaygue, M. Delmotte, V. M. Kotlyakov, M. Legrand, V. Y. Lipenkov, C. Lorius, L. Pèpin, C. Ritz, E. Saltzman and M. Stievenard (1999) &#8211; Climate and atmospheric history of the past 420,000 years from the Vostok ice core, Antarctica, Nature Vol. 399, 429-436 (3 June 1999)<br />
F. Antonioli (2004) &#8211; Sea level change in Italy during last 300 ka, a revue. Quaternaria Nova VIII, 15-28<br />
R. B. Alley (2001) &#8211; The Two-Mile Time Machine: Ice Cores, Abrupt Climate Change, and Our Future, Princeton University Press<br />
IPCC (2007) – Climate Change 2007: The Physical Science Basis, Summary for policymakers, Paris, February 5th, 2007.<br />
G. Sartori (2005) – Il mercato non ci salverà. La difesa dell’ambiente e il caso del petrolio, Corriere della Sera, 3 settembre 2005</p>
<p>[1] Il permafrost è il terreno che rimane sottozero per almeno due anni. Normalmente è caratterizzato da uno strato attivo superficiale, che si estende da pochi centimetri a diversi metri di profondità e che si scioglie durante l&#8217;estate per ricongelare d&#8217;inverno, e uno strato più profondo che rimane sempre ghiacciato. Lo strato superficiale attivo reagisce ai cambiamenti climatici stagionali, mentre quello profondo non si è più scongelato dalla fine dell&#8217;ultima era glaciale, circa 10.000 anni fa, e viene considerato come un prodotto della glaciazione conservatosi fino ai nostri giorni.</p>
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		<title>Energia solare: obiettivi europei, sistema Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2007 08:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Etabet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Eugenio Tabet* Il Sole invia sulla Terra in un’ora pressappoco l’energia che la specie umana consuma in un anno. E’ vero che solo una piccola frazione di questa energia può essere effettivamente utilizzata, vuoi per motivi pratici- solo un terzo del pianeta è costituito da terre emerse e di queste i monti, i laghi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 6pt;"><strong></strong></p>
<div><span class="Stile3"><strong>di Eugenio Tabet</strong></span><strong>*</strong></div>
<p><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 130%;"><span><br />
Il Sole invia sulla Terra in un’ora pressappoco l’energia che la specie umana consuma in un anno. E’ vero che solo una piccola frazione di questa energia può essere effettivamente utilizzata, vuoi per motivi pratici- solo un terzo del pianeta è costituito da terre emerse e di queste i monti, i laghi, le zone impervie o le estensioni coltivate non possono essere impiegati per installarvi pannelli solari, quali, ad esempio, quelli <span class="SpellE">fotovoltaici</span> capaci di trasformare direttamente <span class="GramE">in elettricità la luce solare-</span>, vuoi per ragioni tecniche- l’efficienza di conversione dell’energia solare in energia elettrica è limitata (con i sistemi più sperimentati) a qualcosa come il 10%. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Tuttavia, malgrado queste limitazioni, ciò che “resta” è ancora una quantità colossale di energia, capace, se utilizzata su vasta scala, di rivoluzionare il sistema energetico oggi dominante nelle nostre società, liberandoci gradualmente dalla sudditanza ai combustibili fossili, l’uso dei quali costituisce la ragione principale della catastrofe climatica annunciata dal recentissimo rapporto dell’ONU.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Finalmente l’Unione Europea ha varato un ambizioso piano di uso delle fonti rinnovabili: l’obiettivo è di produrre per questa via il 20% del fabbisogno energetico europeo entro il 2020, partendo dai pochi percento attuali. Se, da una parte, tale progetto europeo contribuirà a polverizzare, speriamo per sempre,<span class="GramE"><span> </span></span>il luogo comune circa il carattere “residuale” dell’energia solare e delle altre fonti rinnovabili, al tempo stesso costituisce una sfida non banale ai sistemi energetici ed industriali dei nostri paesi. </span></p>
<div><img class="alignleft size-full wp-image-379" title="aereo" src="http://www.eticaeconomia.it/wp-content/uploads/2007/10/aereo.jpg" alt="aereo" width="400" height="197" /></div>
<div><span class="Stile2"><strong>Aereo a energia solare</strong> </span></div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Può essere utile dare un’occhiata allo stato delle cose in Italia, dove si intrecciano spunti pregevoli e aspetti demenziali, con il risultato di mettere in forse il nostro raggiungimento degli obiettivi sopra indicati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Una direttiva europea del 2001 fissava le direttrici di una politica di sviluppo delle fonti rinnovabili, ipotizzando congrui incentivi da assegnare ai privati o alle imprese che <span class="GramE">intendessero</span> installare impianti ad energia rinnovabile; qui fisseremo l’attenzione sugli impianti <span class="SpellE">fotovoltaici</span> (che non producono fumi, non fanno rumore, non immettono calore nell’atmosfera e richiedono scarsa manutenzione) i quali, almeno in Italia e sul lungo termine, dovrebbero costituire magna pars del mix energetico rinnovabile. La direttiva <span class="GramE">viene</span> recepita da noi dopo 2 anni; altri due anni si aspettano perché siano emanati i criteri senza i quali i dettati della Direttiva rimarrebbero lettera morta. Cosa prevede la normativa, finalmente emanata del Ministero delle Attività Produttive nel luglio del 2005? Essa stabilisce due punti essenziali:<span class="GramE"><span> </span></span>chi installa un impianto <span class="SpellE">fotovoltaico</span> e cede all’<span class="SpellE">Enel</span> l’energia prodotta beneficia di un prezzo attraente (0.445 €/<span class="SpellE">kWh</span>)<span> </span>per la vendita del <span class="SpellE">kilowattora</span> <span class="SpellE">fotovoltaico</span> ed è esentato dal pagare la propria bolletta elettrica se il consumo non supera l’energia prodotta che, in ogni caso, viene acquistata <span style="text-decoration: underline;">integralmente</span> dall’Ente elettrico. Si prevede poi che quel prezzo sia indicizzato, clausola più che opportuna poiché il contratto di fornitura incentivata dura 20 anni, trascorsi i quali l’energia<span class="GramE"><span> </span></span>viene acquistata al prezzo corrente. E’ un incentivo, si badi bene, non una regalia: per ammortizzare un piccolo impianto da 1 <span class="SpellE"><span class="GramE">kW</span></span> occorreranno circa 10 anni. Migliaia di privati e di ditte, affidandosi con fiducia a queste regole, sottopongono i propri progetti al Gestore della rete e la disponibilità di potenza ammessa per l’intero territorio nazionale viene, più volte, presto saturata.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Poi succede l’incredibile: dopo pochi mesi (febbraio 2006, con numerosissimi impianti già autorizzati ed in fase di installazione) una mano ignota con motivazioni non dichiarate introduce una variante del regolamento stabilendo invece: a) che non vi sia nessuna indicizzazione del prezzo del <span class="SpellE">kilowattora</span> pagato al proprietario dell’impianto <span class="SpellE">fotovoltaico</span> (si rammenti, sulla scala di 20 anni!) e b) che se si adotta il contratto di “scambio” l’energia eventualmente prodotta in eccesso al consumo, trascorso un periodo di parcheggio di 3 anni, <span class="GramE">viene</span> semplicemente inghiottita dall’<span class="SpellE">Enel</span> senza alcun compenso per il produttore. Sembra incredibile, ma si decide dunque che il Gestore della rete non remunererà la disponibilità di un eccesso di energia, oltretutto pulita, da riversare sugli altri cittadini!<span> </span>E’ vero che si può optare per un altro tipo di <span class="GramE">contratto ma</span>, almeno per produzioni non eccedenti di molte volte i propri consumi, ciò equivarrebbe a ridurre di non poco il valore netto del <span class="SpellE">kilowattora</span> solare prodotto e quindi ad allungare in modo considerevole la durata del già lungo periodo di ammortamento del costo dell’impianto, piuttosto salato. Come politica di incentivazione di un nuovo settore industriale non c’é male.<span> </span>Per fortuna il <span class="SpellE">Tar</span> ha di recente dichiarata illegittima l’abolizione dell’indicizzazione, mentre resta ancora in piedi l’altro aspetto sopra segnalato, un vero e proprio<span class="GramE"><span> </span></span>dissennato incentivo allo spreco energetico: chi produrrà più di quanto consumi, ad esempio una volta e mezzo il proprio fabbisogno, sarà inevitabilmente portato ad utilizzare, in modo forzato ed irrazionale, il surplus di energia prodotta piuttosto che regalarlo, memore, oltretutto, di aver sostenuto una cospicua spesa iniziale per l’impianto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Con il nuovo governo sono comparsi alcuni segnali di migliore consapevolezza del problema, primo <span class="GramE">tra tutti l’assunzione</span> di obiettivi più ambiziosi di sviluppo delle fonti rinnovabili. Spiace constatare invece che non solo gli aspetti sconcertanti sopra citati non <span class="GramE">siano stati</span> rimossi ma che, al contrario,<span> </span>le regole illogiche siano aumentate. Compare così<span class="GramE"><span> </span></span>la norma che penalizza chi installa l’impianto <span class="SpellE">fotovoltaico</span> su di un campo rispetto a chi lo installa sul tetto di una casa: ma che senso ha? Ci si é chiesti quale prospettiva avrebbe il <span class="SpellE">fotovoltaico</span> in Italia se venisse solo o prevalentemente dispiegato sui nostri tetti (oltretutto sovente non rivolti a Sud)?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Dove si reperirebbero le grandi estensioni di superficie da ricoprire, sia pure in modo modulare, perché questa fonte dia un sostanzioso contributo al nostro fabbisogno energetico? Non sarà male ricordare in proposito le grandi aree incolte ed abbandonate, specie al Sud, che potrebbero trovare una propria rinascita se “coltivate a Sole”. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 17pt; line-height: 130%;"><span>Un commento, per concludere. La transizione solare (se é questo l’obiettivo) sarà <span class="SpellE">tutt’</span>altro che semplice e richiede che i soggetti in gioco, <span class="SpellE">Enel</span> e Gestore dei Servizi Elettrici, assumano questa prospettiva come propria “missione”.</span></p>
<p><span>Basta guardare gli incredibili carteggi, così <span class="SpellE">burocratesi</span> nel linguaggio e nelle richieste, che devono intercorrere tra il Gestore e l’audace che decide di installare un impianto <span class="SpellE">fotovoltaico</span> e l’assenza (fatti salvi pochi volenterosi) di una seria azione di sostegno e di informazione una volta che l’impianto sia stato installato, per capire come si sia molto lontani da questa consapevolezza.</span></p>
<p><span class="Stile9">* <span style="text-decoration: underline;">L’autore é stato direttore del Laboratorio di Fisica dell’Istituto Superiore di Sanità</span></span></p>
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		<title>Crisi energetica in Italia e priorità programmatiche</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 08:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>slabini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali. Inoltre, il crescente utilizzo dei combustibili fossili non permette di ridurre le emissioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali. Inoltre, il crescente utilizzo dei combustibili fossili non permette di ridurre le emissioni di CO2 per rispettare il Protocollo di Kyoto. In questo quadro, l’Italia deve assolutamente definire una politica della ricerca e dell’energia che abbia come obiettivi la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e lo sviluppo di nuove tecnologie e nuovi prodotti a basso impatto ambientale.</p>
<p>Le aziende energetiche di cui lo Stato detiene ancora la maggioranza relativa del capitale, e cioè ENI ed ENEL, potrebbero svolgere un ruolo trainante nelle attività di ricerca, nell’industrializzazione e nella committenza delle nuove tecnologie alternative. Il loro coinvolgimento è fondamentale perché solo le grandi aziende possono costituire un potente motore di innovazione a livello nazionale. Oggi l’impegno di ENI ed ENEL nella ricerca e nell’innovazione è veramente basso: l’ENI spende in R&amp;S appena lo 0,4% del fatturato, meno di quanto spendeva nel 1994, mentre l’ENEL ha scorporato le attività di ricerca, costituendo il Cesi Ricerca spa che ha appena 400 addetti e pochissimi fondi.</p>
<p>In questa ottica, la proprietà di ENI ed ENEL non deve più fare capo al Ministero dell’Economia (Cassa Depositi e Prestiti), ma al Ministero delle Attività Produttive, che dovrebbe coordinarsi con il Ministero della Ricerca per fornire indirizzi strategici ed elaborare misure di politica economica volte a: 1. potenziare la ricerca e l’innovazione, 2. diversificare le fonti di energia, 3. incentivare il risparmio energetico, 4. garantire la sicurezza energetica del nostro Paese. E’ evidente, infatti, che un maggiore impegno nella ricerca e nell’innovazione richiede il coinvolgimento delle Università e dei Centri di Ricerca Pubblici come l’ENEA e il CNR, che possono dare un importante contributo se hanno come riferimento dei soggetti in grado di industrializzare i risultati della ricerca.</p>
<p>Oggi vi sono alcune grandi compagnie petrolifere &#8211; per esempio British Petroleum (BP) &#8211; e imprese tradizionali, come General Electric (GE), che stanno diversificando la produzione e stanno investendo in modo massiccio nelle fonti alternative e nelle tecnologie “pulite”. BP ha lanciato una campagna denominata “Beyond Petroleum” ed ha pianificato investimenti per circa 8 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, mentre GE conta di raddoppiare i ricavi derivanti dalle tecnologie pulite, che dovrebbero raggiungere i 20 miliardi di dollari nel 2010.</p>
<p>Anche l’ENI di Enrico Mattei oltre al petrolio e al gas naturale aveva puntato sulla diversificazione delle fonti energetiche investendo tra l’altro nel nucleare. Tutto questo avveniva all’inizio degli anni ’60 quando il Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare) di Felice Ippolito aveva lanciato un programma di ricerca e sviluppo nelle tecnologie nucleari. Oggi sappiamo bene che il nucleare non è praticabile in Italia sia perché mancano adeguate competenze tecniche (ingegneri nucleari) e conoscenze soprattutto in materia di sicurezza, sia perché esistono oggettive difficoltà e una fortissima ostilità delle popolazioni locali alla localizzazione delle centrali, sia infine perché è rimasto del tutto aperto il problema dello stoccaggio delle scorie radioattive, (vedi caso di Scanzano in Basilicata).Non a caso paesi più avanzati del nostro stanno rinunciando progressivamente al nucleare. Rimane tuttavia valida l’intuizione di Mattei della necessità di una differenziazione delle fonti.</p>
<p>Per diversi politici ed economisti la proposta di gestire ENI ed ENEL non secondo una logica finalizzata alla massimizzazione dei profitti di breve periodo, ma con obiettivi di crescita nel periodo medio-lungo appare come una proposta conservatrice, dirigista, statalista. Evidentemente a costoro sfugge la gravità della crisi energetica italiana e la vulnerabilità del nostro Paese. Una situazione di crisi che è stata aggravata sia dalla adesione dell’Italia alla guerra scatenata contro l’Iraq sia dalla strategia aziendale dell’ENI, che non ha ampliato il gasdotto algerino e non ha potenziato le riserve strategiche di gas, le quali sono state utilizzate sin dallo scorso ottobre (circa il 20% del totale; cfr. L’Espresso 23/2/2006); tutto ciò mentre entravano in funzione oltre 8.000 MW di nuove centrali a gas a ciclo combinato, continuava a diminuire la produzione interna di gas e l’Italia diveniva esportatrice di energia elettrica.</p>
<p>In tempi rapidi il nostro Paese potrebbe attuare un piano di interventi sui biocombustibili, su rifiuti e biomasse e sull’energia eolica. Si tratta di sfruttare opzioni tecnologiche già competitive e di affrontare problemi ambientali molto gravi.</p>
<p>Il potenziamento del trasporto pubblico con mezzi a biocombustibile e la detassazione dei biocombustibili per il consumo privato possono consentire di rilanciare l’agricoltura sul piano energetico e di stimolare la produzione di veicoli innovativi. Questo piano di interventi richiede un coordinamento tra Governo centrale e amministrazioni locali per programmare l’acquisto di veicoli innovativi e va concertato con Confindustria e Confagricoltura in modo da attivare la produzione interna e ridurre al massimo le importazioni dall’estero. Ricordiamo che il biocombustibile genera dal 40 al 70% in meno di CO2 rispetto alla benzina e che nel 1985 Raul Gardini aveva lanciato l’idea di usare le eccedenze agricole per produrre etanolo, un progetto che sarebbe stato competitivo con un prezzo del petrolio di 35/40$. Oggi in Brasile l’etanolo soddisfa circa il 30% della domanda di carburanti.</p>
<p>Il potenziamento del trasporto pubblico deve fondarsi anche su altri tipi di veicoli innovativi – ibridi, elettrici, a idrogeno – deve prevedere l’estensione delle corsie preferenziali per i mezzi pubblici e deve essere sorretto da misure volte a scoraggiare l’uso delle auto private nei centri urbani.</p>
<p>Anche nel settore dei rifiuti lo Stato dovrebbe investire in modo massiccio. Si tratta di promuovere: 1. la raccolta differenziata e la costruzione di impianti per il riciclaggio, 2. la sostituzione delle materie plastiche con prodotti biodegradabili, 3. la costruzione di impianti all’avanguardia tecnologica per sfruttare i rifiuti che non possono essere riciclati. Questo è un punto molto importante perché lasciare i rifiuti in discarica determina l’inquinamento delle falde freatiche. Oggi esistono centrali termoelettriche che utilizzano i rifiuti come combustibile e che hanno un limitato impatto ambientale; per esempio l’impianto di Brescia, che è considerato tra i più avanzati a livello mondiale, ha delle emissioni inquinanti ben al di sotto dei parametri regionali ed europei.</p>
<p>Le biomasse sono da considerare con molta attenzione se si pensa che i consumi di energia primaria da questa fonte toccano punte del 20% in Finlandia e del 15% in Svezia e Austria.</p>
<p>Gli impianti eolici sono competitivi con dei costi di produzione eguali a quelli del gas e del carbone gassificato. Eppure l’Italia possiede solo 1.800 MW di energia eolica mentre la Germania ne ha più di 17.000. Il nostro Paese dovrebbe tra l’altro esplorare la possibilità di costruire centrali in mare dove il vento è più forte e continuo che sulla terraferma; per esempio su piattaforme localizzate in prossimità dei grandi porti che sono anche zone industriali con notevoli consumi di energia elettrica.</p>
<p>Le tecnologie solari, pur avendo bisogno di incentivi, sono in forte espansione anche per il fatto che l’energia solare può alimentare zone non facilmente accessibili. Inoltre, il solare termico è molto economico e riduce i costi del riscaldamento dell’acqua per usi domestici. Anche le acque calde di origine geotermica potrebbero essere sfruttate in misura ben maggiore e sono molto promettenti le turbine che generano energia dal moto ondoso e dalle correnti marine.</p>
<p>Accanto allo sviluppo di nuove tecnologie è assolutamente indispensabile iniziare a ridurre quei consumi energetici artificiali, che vengono indotti dalla nostra società &#8220;consumista&#8221;. Si tratta cioè di valutare l&#8217;utilizzo che si vuol fare dell&#8217;energia limitando &#8220;per legge&#8221; determinati consumi o, meglio, variando le tariffe in modo da scoraggiare inutili sprechi.</p>
<p>In conclusione: a) l’Italia deve oggi considerare una priorità assoluta il puntare sui settori delle fonti alternative e delle tecnologie pulite che stanno avendo una crescita produttiva e finanziaria molto rilevante a livello mondiale, b) la politica energetica deve essere guidata da scelte di carattere strategico che riguardano tutti i settori, dai trasporti alla produzione di beni e servizi alla politica estera. Accordi europei e partecipazioni a reti europee sono a tal fine essenziali.</p>
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