Progettazione partecipata per le città
Migliorare la qualità della vita nelle grandi città italiane, troppo spesso invase da situazioni di degrado e di scarsa accessibilità e qualità della vita, soprattutto ma non solo nel Mezzogiorno, richiede azioni da parte delle comunità locali che vivono i luoghi.
Le azioni per il cambiamento possono avere imprinting e ideazione pubblica laddove sono le pubbliche amministrazioni a programmarle e realizzarle ma possono essere anche segni di trasformazione che nascono dal cuore e dalle menti dei privati cittadini, organizzati o meno, in forme associative. Nel primo caso l’obiettivo è quello di contribuire a costruire un sogno condiviso e una visione comune e collettiva su cui dispiegare sapientemente e in modo organizzato azioni per il cambiamento; nel secondo caso si tratta di simboli e azioni che chiamano in causa la responsabilità nei confronti degli altri e del bene comune e una buona dose di civismo da parte della cittadinanza.
Questi due processi, apparentemente distinti, si fanno unità quando il tasso di coesione sociale e la leadership della pubblica amministrazione, intesa come collante della società locale, viene riconosciuta da un’ampia maggioranza di cittadini e dove viene pianificato un processo collettivo, che chiama in causa la comunità locale in quanto tale, che conduce ad una buona selezione di idee e progetti per la città.
In quest’ottica una buona selezione di idee e progetti per la città non corrisponde necessariamente con la previsione di opere faraoniche o di grandi investimenti provenienti dall’esterno ma può coincidere con l’identificazione di una moltitudine di piccoli interventi che incidono, migliorandolo e trasformandolo, sull’aspetto ambientale e territoriale del vivere bene la dimensione urbana.
Per fare questo ci vengono in aiuto sia l’individuazione di una strumentazione tecnica consolidata negli anni recenti che l’appropriazione di un determinato e ben definito approccio culturale.
La strumentazione tecnica a cui facciamo riferimento è la scelta come comunità locale di un percorso volontario, e non determinato da obblighi di legge, che conduca alla implementazione di una pianificazione integrata tra gli aspetti del vivere la città (mobilità; spazi pubblici; tempi e orari; servizi sociali; etc.), che sia attuata attraverso un percorso tecnico, professionale, puntuale, opportunamente animato e sensibilizzato, di progettazione partecipata, da realizzare alla scala di parti di quartieri o parti di circoscrizioni elettorali.
L’approccio culturale che si pone come scenario per il percorso tecnico è quello che potremmo definire dell’”etica della responsabilità” e che consiste nello stimolare un atteggiamento da parte del cittadino ispirato dal “mi prendo cura di”, “questo mi appartiene” e così via e, nello stesso tempo, ad alimentare quello che è stato definito in precedenza civismo, ovvero una norma di condotta fondamentale e generalizzata che trova le sue basi nel “rispetto minimo delle regole di convivenza civile”.
La partecipazione attiva dei cittadini, quindi, attraverso un percorso guidato di progettazione partecipata serve ad individuare idee, progetti, suggerimenti e analisi critiche che abbiano l’ambizione di contribuire alla definizione di quelle che abbiamo chiamato azioni per il cambiamento utili al miglioramento ed alla vivibilità delle grandi città.
Si potrebbe obiettare: ma perché tutto questo sforzo? Non basterebbe il buon senso e l’individuazione delle scelte migliori per la città da parte delle classi dirigenti?
La risposta è no, perché oggi diventa necessario alimentare la partecipazione per vari motivi: grande è il senso di estraneità e di lontananza nelle grandi città tra abitanti e bene comune nonché tra abitanti e cosa pubblica e, soprattutto in grandi agglomerati urbani del Mezzogiorno come Napoli, Palermo e Catania, lontano è anche l’habitus di piena cittadinanza da parte di larghi strati della popolazione urbana e sub-urbana che ancora oggi assumono comportamenti sociali molto più vicini al concetto di sudditi o clientes piuttosto che di cittadini.
Immergersi in una estesa e diffusa pratica di partecipazione combatte il rischio, molto presente nella discussione pubblica delle grandi città, di rinchiudersi nell’autoreferenzialità delle idee e delle proposte elaborate dalle elites locali senza confronto vero con la città in carne ed ossa ma anche nell’autoreferenzialità che fa parlare sempre del proprio caso urbano come eccezionale senza capire fino in fondo cosa si fa fuori di qui e come si fa, scoprendo invece in questo modo che i problemi sono comuni e le soluzioni possono essere anche simili soprattutto quando si dà voce alla attiva partecipazione delle popolazioni locali.
Nonostante tutto e nonostante l’apparenza delle cose, il bisogno espresso o latente del prendere parte, di dire la propria, di sentirsi ascoltati da parte dei cittadini è molto forte e questo dato viene dimostrato ogni qual volta i cittadini sono chiamati ad esprimersi nelle varie forme su casi concreti che riguardano il buon funzionamento e il buon vivere della propria città.
Non c’è alternativa quindi, dal mio punto di vista, alla sperimentazione di micro-percorsi di progettazione partecipata, disseminati e diffusi lungo i quartieri delle nostre città, al fine di elaborare soluzioni semplici, credibili e condivise per migliorare la qualità della vita dei nostri grandi centri urbani e per rinsaldare il senso di appartenenza al bene comune da parte dei cittadini.
Solo la sperimentazione convinta di questo approccio, sicuramente molto complesso e non semplice da realizzare, può permetterci di trovare soluzioni pratiche e adeguate su temi vitali come il verde urbano; la mobilità sostenibile; i parcheggi; la gestione degli spazi pubblici; l’organizzazione di una rete di servizi sociali di vicinato; la realizzazione di iniziative per rendere la città più vicina alle esigenze dei bambini; l’organizzazione dei tempi della città; la selezione delle priorità su cui orientare le spese e i risparmi dei bilanci pubblici; senza cedere in maniera arrendevole da una parte ai grandi interessi privati di carattere speculativo di tipo legale e qualche volta anche illegale e dall’altra ad una vulgata populista e demagogica che pensa di sapere sempre e comunque cosa pensa la cosiddetta gente senza porsi mai il problema di ascoltarla per davvero.


